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Home Saggi e Prose Recensioni Per Paolo Vincenti (in occasione dell'uscita de "La bottega del rigattiere") PARTE PRIMA
Per Paolo Vincenti (in occasione dell'uscita de "La bottega del rigattiere") PARTE PRIMA PDF Stampa E-mail
Recensioni
Giovedì 31 Gennaio 2013 08:55

[Dicembre 2012: Lupo Editore di Copertino pubblica La bottega del rigattiere di Paolo Vincenti. Riportiamo di seguito le recensioni di Antonio Errico, Raffaella Verdesca, Paolo Rausa, Gianluca Virgilio e Ilaria Ferramosca uscite nel mese di gennaio 2013. Per leggere le altre recensioni, presenti in questo sito, clicca qui].

 

Gli incantesimi di un domatore di parole
di Antonio Errico
[nel “Nuovo Quotidiano di Puglia” del 18 gennaio 2013]

 

Un’opera polimorfa, uno scardinamento dei generi, un intreccio di scritture, una stratificazione di segni, una costruzione ad incastro, un gioco di riflessi, la tensione sperimentale, il rispecchiamento semantico. Sono questi i motivi, e i moventi,  dell’ultimo lavoro di Paolo Vincenti, edito da Lupo con il titolo “La bottega del rigattiere”. Nell’affollamento di figure c’è un solo, assoluto, protagonista: il linguaggio. Che si frastaglia in comparse, si flette in mimesi, si articola e si disarticola in ombre che si spandono sulla scena, si traveste e si denuda, si smembra e si condensa in forme di matrice classica, di sembianza postmoderna. Il reale ed il fantastico, il verosimile e il vero, il probabile e l’improbabile, il simbolico e l’immaginario, trovano un senso e una giustificazione se derivano da un linguaggio, se si trasformano in linguaggio. In questo libro di Vincenti, il linguaggio viene prima di ogni altra cosa, va oltre ogni altra cosa. Parola, frase, immagine, la metafora, il significante, il significato, cercano costantemente una metamorfosi che ne impedisca – ne scongiuri- la cristallizzazione del senso. Mi fa pensare a quello che Lewis Carroll fa dire al suo Humpty Dumpty: quando uso una parola, essa vuol dire esattamente quello che decido io, né più né meno. E’ questo che fa Paolo Vincenti.

I significati, dunque, sono determinati esclusivamente dai rimandi interni, dalle associazioni, dalle relazioni tra scrittura ed emozioni. Niente, in questa scrittura, si configura a priori. Invece si fa contemporaneamente all’espressione.

L’uso di diverse forme testuali risponde alla convinzione che le parole esistono già tutte, che anche le idee, forse, esistono già tutte, e allora all’artista – allo scrittore - non rimane che tentare di creare forme nuove attraverso un’ibridazione di generi, una trama di riferimenti, citazioni, riformulazioni, rielaborazioni, riscritture. In questo libro la forma proviene dalla combinazione delle altre forme esistenti, dall’innesto delle trame, dall’incastro degli intrecci. Non è innocente, Vincenti, quando scrive: conosce le teorie e le maniere con cui la letteratura del Novecento si è confrontata e di esse avverte l’intensità e la tensione; sa muoversi sugli argini della sperimentazione con competenza di metodo; sa governare il testo, fletterlo alle intenzioni, orientarlo verso le direzioni che si è tracciato.  Alle epifanie della coscienza offre costruzioni di parole che a volte generano condizioni oniriche, dimensioni surreali, che si fanno rappresentazione del nucleo originario della sua scrittura:  il tempo e la relazione con il tempo. Che in taluni casi gli richiedono – o gli impongono- un corpo a corpo e in altri una tensione allo straniamento, alla deformazione figuratoria. La bottega del rigattiere è quel luogo dove il tempo si materializza in oggetti ma soprattutto il luogo in cui il soggetto pensante, scrivente, può operare uno sdoppiamento e agire un colloquio con l’alter ego per tentare lo svelamento del mistero dell’essere, dell’esistere nel tempo, con il tempo.

 

La bottega del rigattiere di Paolo Vincenti
di Raffaella Verdesca
[in “Fondazione Terra d’Otranto” del 22 gennaio 2013]

 

Paolo conosce bene le rotte del pensare e naviga da tempo nel suo stile a tratti periglioso, a tratti placido. Gioco e abilità. Giustifica il suo modo di scrivere adducendo molta responsabilità ai poeti francesi, proclama la sua rinuncia a farlo a favore invece del citare, riprendere, trascrivere e addirittura copiare brani dalle opere dei grandi scrittori di ogni tempo, se pur compaiano fra i suoi righi anche stralci di canzoni, spot pubblicitari, slogan e frasi di film celebri. E’ un patchwork letterario, un fine manufatto in cui il nostro artigiano usa fili di cultura e di intelligenza per unire diversi frammenti di letteratura al linguaggio comune del quotidiano e del suo sentire. Il risultato finale è un libro, “La bottega del rigattiere”, opera in cui risultano impercettibili le cuciture tra i pezzi di pagina tanto è forte la sfumatura passionale e personale che le copre. Lungi dall’esulare dalla tracciabilità artistica propria di Paolo Vincenti, il titolo ci fa pensare al gesto romantico di un uomo che raccoglie per non perdere pezzi di vita preziosi e che ricrea memoria nel lettore attraverso la sua stessa memoria. Quella che chiarisce la scelta di scrivere, per esempio, è la prima ben incastrata nella forte componente dualistica che caratterizza l’autore: Cultura o Finanza?  Bivio d’inizio percorso. Seguire il proprio istinto o assecondare quello della propria famiglia? Socrate lo aiuta sottoponendogli le sue idee, quelle contrarie all’antico sentenziare “Primum vivere deinde philosophari” ovvero dello ‘Svuotare il cervello e riempire la pancia’, rincorrere onore, guadagno e potere attraverso lavori mondani: vince alla fine la speculazione intellettuale tanto cara a Socrate, il ‘Cogito ergo sum’ cartesiano, e Paolo sceglie la Cultura. In realtà questa non sarà la prima scelta importante che quello dovrà affrontare.  Ecco quindi riaffacciarsi subito il dualismo genetico della sua personalità, lo stesso che sarà protagonista di ognuna di queste pagine: corpo debole e fantasia veloce, andare e tornare, tempo ritrovato - amato - perduto – risarcito - derubato, dolore e gioco, odio e amore, virtù e vizio. Come sempre, il filo conduttore delle esternazioni del Vincenti è il tempo; il tempo diventa il seme prolifico di amori e rimpianti, batte il ritmo della danza, la stessa che mette in luce la passionalità irruenta, anch’essa duale, dell’autore.

In molti suoi passaggi, quest’ultimo descrive il ballo che dal lontano mito di Dioniso arriva a sconquassare gli equilibri del suo vivere presente. Il vino è gioia primitiva che scorre nelle vene e crea euforia, impazzare di ritmi folli, di danze e di urla. “Non c’è Venere senza Bacco” recita l’autore e con una capacità straordinaria riesce a ricostruire attraverso le parole l’immagine in movimento delle Baccanti, allegre diavolesse, donne forsennate in preda al delirio e al furore della carne. Il lettore si trova risucchiato dai suoni assordanti di tentazioni, allucinazioni ed estasi collettiva che altri non sono che i dissidi interiori di chi scrive, di chi mette a confronto l’ebbrezza dionisiaca che fa provare allegria e la vita quotidiana, parca, che ce ne priva con la sua crudele monotonia. La danza è quindi simbolo di riscatto, di corteggiamento, eccitazione, spasimo folle, azimut del piacere, pretesto di sfrenatezze. L’intimo tormentato di Vincenti non fa altro che rivendicare in questo modo il diritto alla libertà, la ribellione di un’anima che si vuole disfare di un corpo-prigione, l’alibi di uno stato di trance usato per soddisfare ogni istinto e perciò illudersi di essere finalmente ciò che si vuole. “Nel debordare c’è la mia voglia d’amare” dice con un fondo d’amarezza l’autore. Se Paolo infatti si sente represso, schiacciato da delusioni passate e presenti tanto da invocare danzanti folleggiamenti tra satiri e baccanti, è segno chiaro di una sua consapevolezza dell’altra faccia della medaglia, ossia quella dell’amore, l’amore perduto, passato, cambiato e pur fissato in eterno nella memoria. Bella e poetica la sua donna, la stessa che si è metamorfizzata nel tempo fino a passare da splendida Afrodite a compagna assente, svogliata, da fuoco di emozioni a oscurità di passioni. L’amata, quella del ballo lento e non dei ritmi indiavolati della taranta e dei baccanali (sacro e profano, San Paolo e Dioniso), è colei che, unica, è in grado di aprire il sipario alle meraviglie del sentimento, alla similitudine sconfinata con il mare, alla verità che piega il tempo e lo addomestica al lento passaggio dell’amore, l’unica passione che scopre, che ricorda, che crea,…che ama. La danza spasmodica dei corpi, la lussuria, possono esorcizzare il lento ed eterno scorrere dell’amore?  Può il dolore della sua mancanza invocare il desiderio ancestrale del piacere come droga che lenisca la nostalgia e sbiadisca il ricordo?    Esiste davvero il miracoloso passaggio invocato dall’autore, dalla schiavitù dell’amore alla libertà dei sensi? Tutte provocazioni del Vincenti rivolte tanto a se stesso quanto ai lettori. Niente dura per sempre, e questo è un concetto pregnante l’opera di Paolo Vincenti proprio perché appendice del tempo e dell’animo nostalgico che, da buon rigattiere, gli riconosciamo. Ma se da un lato aleggia sulle pagine una vena malinconica, dall’altro l’autore la esorcizza con brillante ironia e toccante poesia, atta a recuperar sogni infranti: giochi di parole e sentimenti in versi. “Ho inventato per te un mondo nuovo, un mondo iperuranio dove tu,  bella tra le stelle, delle stelle la più bella,sia soltanto desiderio e nuvole  ed io passione…” ( tratto da “Avanza”)Ed ecco scatenarsi in tutto il suo fervore l’attaccamento tormentato dell’autore (ennesimo dualismo) al suo Salento, nero come il cuore della sua rabbia repressa ma anche Paradiso di verde e blu, teatro di immobilismo sociale ma pure invito alla quiete e alla bellezza: le case bianche tra gli ulivi, le litanie dei mandorli e dei gelsi, le luci delle lampare e il canto ininterrotto dei grilli. Potrebbe a questo punto mancare il mare nel cuore di un artista salentino? Niente affatto, e meravigliose gamme di colori e significati vengono infatti attribuite da Paolo a questa familiare distesa azzurra: il mare è orrore nella tempesta ma anche premio di orizzonti infiniti per l’uomo che se ne avventura sfidando se stesso e la propria paura. C’è il mare inteso come noia, ci sono abissi di nostalgia, c’è ‘un mare di affanni’ e un amore grande quanto il mare. Se poi si vuole guardare il mondo dall’alto di un tetto glorioso, Paolo offre al lettore la sua idea di giovinezza divisa tra incoscienza ed entusiasmo, nostalgia di fiori appassiti da un tempo che incalza e potere di un futuro ancora intatto. Non disdegna però neanche i suoi quarant’anni, lo scrittore, per fare autoironia e per affrontare guerra e politica con la crudezza tipica di un uomo cha ha vissuto. Col suo stile a volte macchinoso, eccentrico, a volte lieve, poetico e nostalgico, Paolo Vincenti raccoglie così nella sua bottega di rigattiere letterato e di amante disilluso, la vita in ogni suo più sacro aspetto perché chi condanna crede, chi si ribella soffre, chi odia ama, chi non si arrende spera.

 

 

Una fucina di cultura e di satira che forgia la nostra società
di Paolo Rausa
[in “Italiaexpress” del 24 gennaio 2013]

 

Nella bottega del rigattiere trovi di tutto, persino la pietra filosofale, la polvere pirica e l’almanacco del tempo. Paolo Vincenti ha ordinato gli oggetti e li ha disposti in ordine sparso sullo spazio libero che ha trovato. Ce ne sono tanti altri che si trovano scartabellando tra vecchi giornali, documenti, libri storici scampati ai roghi delle Biblioteche di Alessandria e di Casole, per es. Per questo si è affrettato ad aprirla, prima che qualcuno si svegli con la luna storta, non dei Borboni, e decida di bruciare i libri, come è accaduto in “Fahrenheit 451″ di Ray Bradbury. Lo sa Vincenti che non si possono imporre a tutti i costi neanche le proprie idee: “Detesto quella parte di me che sale in cattedra, che crede, con un atto di arroganza pari soltanto alla propria ignoranza, di avere qualcosa da dire agli altri e che gli altri siano anche disposti ad ascoltare…”. Dal tempo della cultura allo spazio della agri-cultura il passo è breve. Le sue considerazioni, le ritroviamo nel documentario Terra Madre di Carlo Petrini (Slow Food) e di Ermanno Olmi, venerabile regista. “Pacha Mama” è l’invocazione che sale / per questa terra da salvare - scrive Paolo Vincenti giustamente preoccupato per la sorte comune di noi tutti – come una preghiera di figlio che nasce dal cuore e intanto che l’odore dell’olocausto si sparge intorno /  in questo  pomeriggio di asfodeli e giaculatorie / già rimpiangiamo il sole / …dai sud del mondo è come se sentissi il lamento / della fame e della disperazione, che si alza forte / come in una vertigine di danza, un canto lento e inesorabile, come un tormento / il canto della terra, come un mantra ipnotico, mi prende / e non riesco più a sciogliermi da questo incanto ma nel mio sud / il paesaggio salentino è un invito alla quiete e alla bellezza / e mi tuffo in questo paradiso di verde e di blu… C’è in questa prosa poetica tutto Vincenti, preoccupato per le condizioni della terra e dell’umanità a cui offre con generosa ospitalità un lembo del Salento, su cui si sono avvicendati popoli e culture, prendendo e lasciando qualcosa: la nostra memoria! La bottega, intesa come laboratorio e fucina di idee, ha ampie risorse che datano dalla notte dei tempi, a condizione che si sappia come compulsare il materiale che Vincenti ha accumulato con un apparente disordine, carpendolo dalla sua famiglia, dai contadini della sua terra, dagli studiosi di ogni epoca e zona del mondo, messo lì a disposizione degli uomini di buona volontà perché si realizzi quel progresso civile di pasoliniana memoria, dimenticato da molti, anche nel Salento, e identificato nella folle corsa al consumo di suolo e agli sprechi delle risorse naturali. Suonano all’orecchio di Vincenzi le riflessioni di Empedocle che degli  Agrigentini si lamentava: “Costruiscono come se non dovessero morire mai e mangiano come se dovessero morire all’indomani!”. Il suo trattato lo trovate nell’ultima panca a destra, seminascosto dai testi antichi delle tragedie di Euripide, le Baccanti e la Medea, della lirica greca monodica di Saffo, Alceo e Anacreonte, dell’elegia greca alcaica, dei frammenti di Almane, Stesìcoro e Ibico, degli epigrammi di Asclepiade. Miti e leggende del Mediterraneo, figure di dei pagani, Dioniso, Apollo e Mercurio, che hanno lasciato in queste lande salentine un segno della loro potenza evocatrice, nella poesia, nella musica, nelle danze coreutiche e coribantiche, nei tiasi orgiastici, nel senso della misura. Tracce che passano di madre (la dea dagli ampi seni e steatopigia) in figlia nelle tarante, dagli dei ai santi, in primis a San Paolo. Questa cultura permea il Salento. Ci fa i conti Paolo Vincenti con un atteggiamento disincantato, sempre vigile, ironico, tagliente, irridente, affastellando libri su libri, sedimentati nel nostro immaginario, e rievocando la grandezza antica, unico bagaglio in grado di farci affrontare con ironia questi nostri tempi smarriti.

 

 

L’apprendistato del letterato
di Gianluca Virgilio
[ne “Il Paese Nuovo” online del 25 gennaio 2013, p. 6]

Quando si conosce personalmente l’autore di cui si legge un libro è inevitabile che nell’atto della lettura si verifichino delle interferenze. Non è detto che siano di segno negativo. L’amico infatti può essere indulgente con l’amico, ma sa di lui molte cose e, dunque, ha qualche elemento in più di conoscenza da far valere nel giudizio su quanto va leggendo. Potrebbe scrivere una lettera all’interessato e riferirgli le sue deduzioni, ma una lettera è una fatto privato, nel quale la veridicità di qualunque affermazione si sottrae al vaglio di un pubblico più vasto, per quanto indeterminato esso sia, e alla sua severità censoria, con cui sempre ha a che fare il recensore. Ogni recensione, infatti, è un atto pubblico e come tale esso è sottoposto alla disciplina della trasparenza.

Ho letto di Paolo Vincenti, La bottega del rigattiere, Lupo Editore, Copertino 2012, pp. 208, e, conoscendo l’autore, non posso che partire da quello che so di lui per parlare del  libro. Paolo (così lo chiamerò d’ora innanzi), classe 1971, ha da poco superato i quarant’anni, vive a Ruffano, ed è un uomo dalla storia complessa, che da qualche anno a questa parte (diciamo circa dal 2007) lo ha condotto sugli impervi e spesso interrotti sentieri della letteratura. In questo suo ultimo libro egli ci racconta come sia pervenuto alla difficile scelta della letteratura, fatta contro o almeno a prescindere dalla volontà dei genitori che avevano per lui progettato un futuro diverso (carmina non dant panem, come si sa): “Un imprenditore o un letterato? Cosa ne facciamo di questo vivace rampollo? Un medico o un avvocato? Questo si chiedevano i miei genitori quando ero ancora un imberbe fanciullo, ben pettinato, profumato e pulito” (Il sogno, p. 117). Paolo continua il racconto del sogno, nel quale le personificazioni di Finanza e Cultura se lo contendono, lusingandolo in vario modo, finché “al risveglio, la mattina, tutto per me era chiaro e decisi di abbracciare la vita di cultura” (p. 118); una vita fatta di rinunce, ma anche piena delle gioie che solo la conoscenza può dare. Risultato: “E così adesso vivo, a volte sembro un letto sfatto, nell’amore della conoscenza, in quella ricerca dura e spesso infruttuosa che spesso porta alla sapienza…” (p. 118). Gli scritti di Paolo sono attraversati da una vena autobiografica che risponde a un desiderio intenso e sincero di ricercare il senso della vita, di veder chiaro dentro se stessi oltre che intorno a sé. La letteratura è assunta a strumento di conoscenza e compagna di viaggio. Paolo convoca in calce ad ogni sua pagina autori di ogni epoca e di ogni latitudine (ma anche cantanti che hanno segnato con le loro melodie le varie stagioni della sua vita), e instaura con loro un dialogo serrato da cui nasce il suo pezzo scrittorio, una riflessione, un frammento di prosa, una poesia, in compagnia di

A onor del vero, e dal momento che, come ho detto, non sono immune da quanto so della sua vita reale, Paolo non limita il suo desiderio di compagnia alla pagina scritta, ma lo volge anche alla vita culturale del nostro tempo, nel luogo in cui vive, il Salento, che percorre in lungo e in largo spinto dalla curiosità di conoscere nuovi scrittori e poeti, di cui si fa interprete e promoter. Non si contano le sue recensioni di libri scritte soprattutto per “Il Paese Nuovo” e poi riprese in www.unigalatina.it, il sito dell’Università Popolare “Aldo Vallone” di Galatina, e anche altrove. Conoscere il percorso degli altri scrittori è per Paolo una necessità rispondente al desiderio di compagnia che anima la sua vita culturale oltre che la sua pagina. E’ il segno evidente di una personalità intellettuale e artistica che si va costruendo libro dopo libro, da L’orologio a cucù (Good times) del 2007 a Danze moderne (I tempi cambiano) del 2008, a Di tanto tempo (Questi sono i giorni) del 2010 (da notare che questi titoli devono essere sempre seguiti e completati da una parentesi), fino all’ultimo di cui qui si parla. Di libro in libro, Paolo procede per citazioni, trascrizioni, dichiarati plagi, mettendo insieme, apparentemente alla rinfusa, quanto la sua memoria poetica conserva in un suo spazio letterario in cui non si potrà mai soffrire di solitudine. Pertanto, appare più che giustificato il titolo La bottega del rigattiere, che è il luogo appunto dove disordinatamente si accumulano gli oggetti di cui non sappiamo o non vogliamo (almeno, per il momento) fare a meno. In quest’accumulo consiste il particolare apprendistato dello scrittore, che Paolo stesso riconosce nella poesia che è posta nell’aletta di copertina e apre la sezione del libro intitolata La bottega del rigattiere (Satura lanx) a p. 151: “Ho iniziato a scrivere ché volevo cambiare il mondo / volevo fare la rivoluzione / poi ho cercato di cambiare il senso delle parole / - troppo presto hanno iniziato a rovinarmi i poeti francesi - / volevo cambiare la vita / ma è difficile, troppo lungo l’apprendistato / e non basta una vita … / così ho iniziato a citare, riprendere, trascrivere / o alla peggio, copiare /sicché la mia, ora, si può davvero definire / come una bottega del rigattiere…”.

Chi vuol fare la rivoluzione deve andare a bottega, è questa la strada giusta, e Paolo l’ha imboccata. Egli intende una rivoluzione culturale (e, dunque, sommamente politica, civile e sociale), quella che fa precedere il cambiamento dentro di noi e seguire quello degli altri e del mondo intero, e non viceversa.

Il rigattiere volge lo sguardo agli oggetti del passato, alcuni li salva, altri li butta via, quando risultano troppo ingombranti. Paolo volge lo sguardo ai suoi scritti passati, che recupera (soprattutto da L’orologio a cucù) ed integra nel suo nuovo libro. Alcune cose sono lasciate cadere, altre vengono riprese, molte altre ancora cadranno, secondo i progressi dell’apprendistato. L’artista opera in questo modo, nell’attesa del capolavoro. Se sarà in grado di scriverlo, come gli auguro, dipenderà solo da lui, e non ci sono scusanti!

 

Quel bazar al confine tra i mondi
di Ilaria Ferramosca
[“Il Paese Nuovo” online del 30 gennaio 2013, p. 6]

 

Avete mai sentito parlare della “Sindrome di Rubens”? Secondo recenti studi psicologici, pare si tratti di una sindrome analoga a quella di Stendhal ma con effetti di natura erotica anziché estatica; una sorta di irrefrenabile desiderio all’approccio amoroso che permea i visitatori di alcuni celebri musei, primo tra tutti Palazzo Doria Pamphilj di Genova, ove è custodito il celebre “Satiro” di Rubens, l’illustre pittore fiammingo che, a gran diritto, dona il nome a questa inconsueta sintomatologia.

Ebbene, entrare ne La bottega del rigattiere di Paolo Vincenti (Lupo Editore) può produrre un effetto pressappoco simile: ci si ritrova sin dalle prime pagine in un turbinio di danze, ipnotizzati dagli arti in continuo fluttuare di coribanti; rapiti dal vortice coreutico di satiri e ninfe e sopraffatti dai fumi inebrianti delle libagioni.

Nella gioia del simposio/ rivivono gli spiriti del tiaso/ nell’ebbrezza del simposio/ danza la magia di Dioniso/ mentre ballano le baccanti/ godiamo di questi cibi piccanti / nella calda brezza serale/ scorre nelle nostre vene un fiume/ nell’esaltazione dello sparagmos/ si alzano le grida del tirso/ mentre danziamo con le baccanti/ godiamo di questi bei momenti / nell’ilarità del comos/ insieme, Afrodite ed Eros.

Ci si sente istigati dal Tocco di Dioniso che fa fremere e infiammare, innescando una seduzione culturale che si mescola, istintivamente, a quella carnale e sibaritica, dove i riti orgiastici trovano una naturale simmetria nella salentinità della pizzica.

...La dinamica rituale porta la rinascita … e fra musica e danza, giunge un benessere interiore … e la pizzica tarantata, che questi coreuti ballano … richiama alla mente l’antica danza dionisiaca … e le menadi ora per Bacco cantano … ed esplode dopo la mezzanotte, la pizzica pizzica … ognuno abbandona la propria angoscia e salta … ognuno dimentica la sofferenza, nella danza mitica … tutti ebbri di quella bevanda, il farmaco divino …

È tutto un vortice, un anelito che trascina e giustifica licenziose gesta sotto lune complici, disposte a celare amplessi in luce minima. Così, senza il tempo di un respiro, si viene ingoiati dal gorgo suadente di questa prima parte del libro di Vincenti, finché, quasi per generosa concessione, si emerge per un istante a prender fiato come in una bolla d’aria, approdando sulla prosa capovolta di Oiggaiv. Con locuzioni svisate a guisa di specchio e tali da creare quelle tipiche risonanze che forgiano ampiezze illusorie, l’autore sembra invitarci, da questo punto in poi, a seguirlo senza riserbo alcuno, fidandoci di lui e abbandonandoci a un viaggio carico di sorprese e scevro da promesse, poiché, per sua stessa ammissione, neanche lui conosce la meta verso cui ci condurrà.

Una prosa evocativa, dunque, quella di Paolo, che sa elicitare diversi stati d’animo. Si passa così dall’ebbrezza al tormento, come quello dato dal tempo che fugge, tema che è quasi un leit-motiv rispetto a sue pregresse opere (L’orologio a cucù e Di tanto tempo. Questi sono i giorni): un pensiero tormentoso o un nostalgico sogno ricorrente. Ci si ritrova così, in Tempo al tempo, a fare i conti con quell'inquietudine comune a molti ex-ragazzi; una smania di riacquisire il tempo perduto ripercorrendolo attraverso la memoria, ripensandolo istante per istante, quasi a centellinarlo per non sprecarlo, quantomeno attraverso il ricordo, perché nella fatuità della gioventù non sapevamo che l'avremmo rimpianto.

A creare una forte antinomia con il tempo intimo, personale, giunge di contro il tempo come epoca storica: i tempi che cambiano peggiorando i contesti e acuendo, fino alla lacerazione, la nostomania del passato. Un esempio palmare ne é W l’Italia!, una serie di componimenti in cui vengono messi in luce e fatti muovere meccanicamente, come su un carro allegorico che sfila nell’euforia carnascialesca, tutti i vizi e gli inganni del nostro paese, degenerato e disonorato dopo 150 anni di onorabile storia. Qui, infatti, lo scenario politico attuale, con le sue aberrazioni, è l’emblema predominante. Emergono, di tanto in tanto, anche i simboli tipici dell’Italietta: la canzone sanremese, il caffè, i jingle pubblicitari e gli slogan ridondanti; quel melting pot di mediocrità popolare che tanto fa colore caratteristico della nostra terra e dipinge tele pacchiane, ma di un kitsch che è assimilabile alla Pop Art.

Di tanto in tanto, poi, come ferite non del tutto cicatrizzate, compaiono le reminiscenze di taluni conflitti tardo-adolescenziali e alcune dissonanze cognitive tipiche di chi sente l’urente necessità di seguire la propria strada, la propria inclinazione, contro la volontà inclemente di figure genitoriali che la valutano come superficiale e inutile. Nascono, da qui, idilli che si configurano al pari di una dichiarazione d'amore alla poesia e alla letteratura, ma anche come analisi intrinseche di quel dualismo che è parte del mondo e dell'animo umano (come Fra Jekill e Hide), con un indugiare in una sorta di autoritratto quasi psicoterapeutico in Dottor Vincenti e Signor Paolo.

In Si fa per ridere, invece, si trovano scritti sagaci e autoironici degni delle “Ballate” di Stefano Benni, al pari irriverenti e basati su geniali calembour.

Tutte le sue composizioni, infine, Paolo Vincenti le scrive “in compagnia” di colleghi illustri, unendosi a loro come in un simposio e rimaneggiandone le opere più note con nuove ispirazioni. Aggirandosi tra gli ambienti della sua “bottega”, quindi, non sarà inusitato imbattersi in ectoplasmi d’inchiostro come Euripide, Erodoto, Nietzsche, Leopardi, Thomas e così via, o udire le vivide voci di eccelsi conterranei del calibro di Castromediano, Nocera, Torsello e diversi altri artisti, pensatori, cantautori. È così che la ricerca dello scrittore diviene in parte esegesi e induce il lettore a un recupero delle sue fonti d’ispirazione, al fine di confrontarsi con l’opera originale.

Il bazar è aperto a tutti, signori. Il cartello non reca né orari né giorni di chiusura, solo un invito a entrare e attingere a piene mani tra i reperti preziosi di un passato tutt’altro che stantio o demodé. Qualcuno, forse, riuscirà a trovarci dentro persino i suoi vent’anni (come cantava Gino Paoli in “L’ufficio delle cose perdute” citato in esergo) ma di certo senza esser costretto a cedere qualcosa in cambio. Al contrario ne uscirà arricchito di un patrimonio, affastellato attraverso secoli di letteratura, filosofia, musica.


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