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Solo in Italia l’università non serve, tanto vale chiuderla! - (3 febbraio 2013) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 03 Febbraio 2013 10:12

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 3 febbraio 2013]


Cinquantamila iscritti in meno nelle università italiane. L’accesso all’istruzione superiore non dà più garanzie di occupazione e l’investimento in tempo e in denaro per ottenere una laurea non attrae più i giovani italiani.

La revisione della spesa taglia i corsi, non rimpiazza chi va in pensione, e la nazione reagisce: sempre meno giovani si iscrivono all’università. La scelta dello stato pare sia volta allo smantellamento graduale del nostro sistema universitario e, da un punto di vista di mera contabilità spicciola (il conto della serva), questa decisione ha un senso. 
Vediamo perché. Ogni laureato costa. Le tasse non coprono le spese, e il servizio offerto vale (costa? eh già, sono in molti a confondere il valore con un costo) molto di più di quel che lo studente paga per ottenere una laurea. Molti nostri laureati (presumibilmente i migliori) trovano impiego all’estero. All’Università di Nizza un quarto dei docenti viene dall’Italia. Ma a Genova, l’Università italiana più vicina a quella di Nizza, un quarto dei docenti non è francese. Il flusso è unidirezionale. Se i nostri laureati trovano lavoro fuori, in paesi avanzati (molti sono in Francia, Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Germania), significa che sono competitivi rispetto ai laureati locali. La nostra università sforna buoni “prodotti”. Il problema è che non sappiamo che farcene: è per questo che vanno all’estero. All’estero sanno come utilizzare le persone che abbiamo formato noi, a caro prezzo. Non le pagano nulla a chi le ha formate, e le usano per farci concorrenza.

Riassumiamo: spendiamo un sacco di soldi per produrre laureati; non sappiamo che farcene di loro; se li prendono altri, che hanno a disposizione un prodotto ottimo senza aver speso un euro per formarlo (lo abbiamo prodotto noi); i nostri laureati rendono più competitivi i “sistemi” nei quali si inseriscono; e ci fanno concorrenza. 
Potremmo analizzare questa situazione in due modi, agendo di conseguenza. 
Primo modo: dobbiamo riuscire a creare condizioni tali da tenerci i nostri laureati migliori, in modo da diventare sempre più competitivi. E dobbiamo anche cercare di prenderci i buoni laureati stranieri.

Secondo modo: è uno spreco produrre tutti questi laureati inutili; smettiamo di produrli e chiudiamo il sistema universitario.

E’ evidente che abbiamo scelto la seconda strada e ci stiamo comportando di conseguenza. Corollario: siamo un paese di fessi.

Alle elezioni i programmi sono quasi tutti improntati a dire che dobbiamo crescere e che dobbiamo spendere meno, diminuendo le tasse e tagliando gli sprechi.

L’Università è evidentemente considerata uno spreco e, da un certo punto di vista, è proprio vero: non sappiamo che farcene di quel che produce (come se la crescita si potesse ottenere diminuendo la qualità intellettuale della popolazione). 
Lo so che, in chiaro, nessuno espone la situazione con le interpretazioni che ho provocatoriamente palesato in questo articolo. Ma il risultato dell’azione governativa è proprio questo. L’Università non serve, è uno spreco, va tagliata. Cresceremo... ma senza laureati, tanto non servono. Si può essere più scemi di così?

Oltre a tagliare i finanziamenti, un altro modo per distruggere il sistema universitario è l’accanimento burocratico. Non basta chiudere i rubinetti, si rende anche difficile la vita di chi ottiene fondi per la ricerca, magari in Europa. Il mio mestiere di professore universitario mi impone di viaggiare molto, per tenere contatti con buona parte del mondo. Per fare questo vado in missione. Non ci vado con i soldi dello stato. Ci vado con i fondi dei miei progetti di ricerca, finanziati da enti che hanno valutato le mie proposte, le hanno ritenute congrue, e mi hanno concesso fondi per fare cose, tra le quali ci sono i viaggi per incontrare i miei colleghi, per fare lavoro in mare, etc. Per giustificare quei finanziamenti devo produrre quel che ho promesso, e per produrlo devo anche viaggiare. Bene, ora l’Università mi informa di regole che dicono che i viaggi sono uno spreco. Ogni anno posso spendere 300 euro di missioni (praticamente un viaggio di un giorno a Roma). Se voglio spenderne di più devo fare all’inizio dell’anno l’elenco di tutte le missioni che intendo fare e ci sarà una commissione amministrativa che deciderà se accettare o meno la mia richiesta. Dovrò passare ore a cercare di indovinare dove mi porterà la mia ricerca. Ovviamente non ho mai ricevuto alcun aiuto amministrativo a fare i progetti che ho vinto (portando soldi europei in Italia) però ora l’amministrazione mi vessa burocraticamente, rendendomi difficile spendere i fondi assegnati. Così poi potrò essere tacciato di incapacità di spesa. Invece di premiarmi, e di rendermi la vita più facile, in modo che io possa fare al meglio il mio mestiere, mi ritrovo ad essere ostacolato. La motivazione a lavorare bene ovviamente diminuisce e un altro obiettivo è raggiunto: demotivare chi si impegna. Ovviamente ho parlato in prima persona, ma non ce l’hanno con me, questo trattamento vale per tutti. Chi non ha progetti, e non viaggia, non sarà molto danneggiato da questi provvedimenti. Chi lavora a livello internazionale sarà molto danneggiato. Obiettivo centrato: un altro colpo contro chi si impegna e un altro incentivo a fare sempre meno.

Nota finale. Ho letto sul “Quotidiano” di venerdì del grande successo della Facoltà di Ingegneria a Brindisi, dove le iscrizioni sono aumentate del 79,7%. Per completezza di informazione, gli immatricolati nel corso di laurea magistrale in inglese “Coastal and marine biology and ecology” sono aumentati del 100% (sono raddoppiati) e ci sono studenti che vengono da Napoli, Milano, Roma, Palermo, Ravenna, Benevento e persino dall’Ucraina. Il flusso di studenti in uscita, dal Salento ad altre Università, in questo caso è invertito. Vengono da fuori per studiare da noi.


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