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Memorie di Galatina (19) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Giuseppe Virgilio   
Giovedì 14 Febbraio 2013 18:02

Appendice. La scuola popolare a Galatina e "Il Pensiero" di Pietro de Marianis

 

[Mezzosecolo di storia meridionalistica e d'Italia, Mario Congedo Editore, Galatina 1998, pp. 141-160]

 

Il secolo diciannovesimo si chiudeva, nonostante ci fosse stato un dibattito pedagogico vivace e di primo ordine, con la sconfitta del moderatismo liberale che era stato incapace di sottrarre alla Chiesa ed alle forze reazionarie il controllo esclusivo e l'educazione della cultura popolare.

Invano il Pestalozzi aveva predicato esservi alla base della educazione del lavoro il principio che è solo la vita ad educare, quando essa svolge momenti di concentrazione attiva della personalità; invano Gino Capponi aveva sostenuto contro l'educazione gesuitica che la grande legge del secolo era quella uguaglianza civile che promuove e garantisce l' universalità dell' educazione e nell'educando, lungi dallo svolgere l'indole di un uomo secondo il genio di un altro e per fini che trascendono la sua natura, realizza invece il principio che il fine dell'uomo è nell'uomo stesso. E sorte migliore non aveva avuto Raffaello Lambruschini, che aveva cercato di conciliare il rapporto autorità-libertà come rapporto della coscienza che accoglie e rispetta la legge e della legge che rispetta la coscienza a patto che l'una, l'autorità, cessi di essere orgoglio che adora la volontà propria, e l'altra, la libertà, non sia orgoglio che calpesta la volontà altrui.

Ma la cultura pedagogica del diciannovesimo secolo si arricchì anche di contenuti positivistici. L'intuizione educativa di Aristide Gabelli, per esempio, si fonda sul valore dato alla capacità formativa delle materie strumentali in quanto esse, richiedendo sforzo, stimolano l'attività della mente e diventano espressione della maggiore certezza, la certezza cioè della legge morale.

A queste intuizioni si ispirano la Legge Coppino del 1877, che sancisce l'obbligatorietà dell' istruzione elementare (l'autorità austriaca aveva sancito quest'obbligo nel Lombardo-Veneto sin dal 1818), la Legge Nasi del 1903, che migliora lo stato giuridico dei maestri e la Legge Orlando del 1906, che estende l'obbligo scolastico ed istituisce il corso popolare fino alla sesta classe. A coronamento di tanto fervore legislativo, la Legge Daneo-Credaro del 1911 riorganizza tutti gli ordini di scuola, con particolare riguardo agli istituti di cultura elementare e professionale. Ma nonostante ciò, il secolo si era chiuso senza che la scuola del popolo potesse contare su una legislazione organica. C'erano soltanto abbozzi e strumenti inefficaci che non cancellavano il nesso analfabetismo-miseria nel Sud, anche se erano in piedi le strutture fondamentali dello Stato e vigeva un istituto parlamentare abbastanza rappresentativo. Invano la Legge Credaro nel 1911, avocando alla tutela dello Stato le scuole primarie, aveva tentato di sottrarle all'indebita influenza delle camarille comunali, ed inoltre le stessa legge, mettendo a carico dello Stato le spese necessarie per tutte le scuole del Regno, escludeva la Puglia dal beneficio delle scuole rurali fissato con la legge del 15 luglio 1906, in quanto nella nostra regione la popolazione viveva agglomerata nei comuni e non in nuclei sparsi nella campagna.

 

1. La combattività salariale e sindacale de "Il Pensiero"

 

Sia stata o meno conseguenza di una cultura locale che aveva dietro di sé un retroterra culturale povero e rozzo o di una rappresentanza parlamentare imprevidente e più sensibile ai tortuosi connubi trasformistici della Destra e della Sinistra storica, incapaci l'una e l'altra di stabilire la dialettica di due partiti di governo e di opposizione, certo è che nel Sud, ed in Puglia in particolare, un problema fondamentale quale è il nesso analfabetismo-miseria, specialmente in rapporto alla Scuola popolare, restò ben lontano dalla saldatura tra teoria e pratica, tanto che il censimento del 1901 registra in Puglia la percentuale più alta di analfabeti, il 59 %, dopo il 65 % della Basilicata ed il 70% della Calabria.

Tuttavia, nei primi anni del Novecento qualcosa si muove in Puglia e più particolarmente nel Salento. E' un movimento confuso, dapprima ispirato dalla riflessione sui disvalori dell'ignoranza e della superstizione, ma consapevole che per attuare la transizione da una Scuola per il popolo ad una Scuola del popolo, c'è bisogno di una pedagogia nuova, non più di ordine abecedaristico, ma tale che influisca non soltanto nella storia della educazione popolare, rinnovandola, ma sia anche presente come processo di democratizzazione della vita politica.

A Galatina questo movimento si concretizza con la pubblicazione del periodico "Il Pensiero", quindicinale dei maestri elementari che incomincia ad essere pubblicato nel 1903 a Galugnano. Ne è fondatore e direttore Pietro De Marianis di Galatina, un maestro elementare che, sensibile al principio positivistico della scienza come strumento di riorganizzazione sociale, nel 1906 trasforma il periodico in Giornale amministrativo dell'educazione a Lecce, ma con direzione e stampa a Galatina. La pubblicazione diventa così organo di una lunga ed efficace battaglia salariale a favore della classe dei maestri elementari in virtù di una sollecitazione pedagogica per cui una classe colta, in questo caso il maestro elementare, stimola l'emancipazione civile delle classi svantaggiate e contemporaneamente si auto educa attraverso la lotta e cresce come autocoscienza dirigente.

Quest'opera di Pietro De Marianis ci appare altamente meritoria, perché ha proiettato in Galatina e nella scuola del popolo galatinese e salentino quello spirito che all'inizio del secolo è stato precetto e simbolo pedagogico di un'Italia che, ancor giovane nazione, andava a scuola di se stessa.

Dall'Unità in poi, difatti, una cultura pedagogica, nonché didattica, non c'era mai stata. Vi erano state scuole parrocchiali od altre iniziative di ispirazione caritativa ed estese alle cosiddette scuole basse e primitive. Or è qualche anno, v'era ancora a Galatina chi ricordava il nonno od il bisnonno che parlava delle primella elementare dei suoi tempi dove si memorizzava appena l'alfabeto, senza giungere a leggere, scrivere e far di conto.

Il Pensiero va certamente annoverato tra il materiale storiografico del meridionalismo classico. Nel primo decennio del Novecento, quando incomincia ad essere pubblicato, la fonte prima dell'istruzione popolare era l'insegnamento religioso, disciplinato dal regolamento del 1908, piuttosto farraginoso, in quanto stabiliva tre norme: 1) lo Stato forniva l'insegnamento religioso a coloro che lo chiedevano, per mezzo dei maestri della classe, con orario a parte; 2) i maestri  dovevano dichiarare di essere disposti ad impartirlo nei locali scolastici e dovevano essere pagati dal Comune; 3) l'insegnamento religioso doveva essere impartito da maestri speciali, nei locali del Comune, ma a spese dei padri di famiglia.

Tanta farragine creò le condizioni perché si affermasse l'esercizio catechistico privato nelle parrocchie.

A Galatina, per esempio, il catechismo fu insegnato dalle figlie di Maria che facevano il loro tirocinio nel locale Istituto Immacolata ed appartenevano quasi tutte alla media o medio-alta borghesia cittadina, oppure da donne devote che avevano raggiunto l'età sinodale, che non vuol dire comaresca, e consacravano il loro tempo ad un'opera benefica. Degno di rispetto lo spirito di collaborazione delle une e delle altre, ma sotto il profilo della formazione morale dell'educando singolo, dobbiamo dire che la loro opera, avulsa com'era da un'organica vita scolastica, perdeva gran parte del suo valore.

In tutto il Sud, nel Salento ed in particolare a Galatina, precaria ed assillante è l'organizzazione istituzionale e strutturale della scuola popolare elementare. Per contrario, più intransigente ed impegnata diviene la combattività salariale e sindacale de "Il Pensiero" a cui va riconosciuto il merito di aver fatto emergere la radice del problema, e cioè la condizione economica del maestro elementare. Essa non sale in primo piano in nome di un principio utilitaristico e materialistico, bensì in virtù di un impulso etico ispirato dal principio virgiliano della malesuada fames (Eneide VI, 276), della fame cioè come cattiva consigliera, che è come una morte nella vita, di che viene il trascendere i confini del diritto, secondo l'interpretazione acuta e perspicace di un poeta, il Pascoli. La battaglia fu combattuta da Pietro De Marianis e dal suo giornale in nome del principio per il quale un maestro che ha l'ansietà del giorno successivo e che è depresso dalle preoccupazioni della vita materiale, è un cattivo educatore; un maestro che la vita ha reso amaro è un pericolo sociale.

Il 4 marzo 1917 si tenne in Bari il Congresso magistrale della Regione pugliese. La classe magistrale italiana era organizzata in diverse associazioni, e fra le più attive erano l'Unione magistrale nazionale, laica e propugnatrice della diffusione dei nuovi metodi di insegnamento, essenzialmente antidogmatici, e la Niccolò Tommaseo, clericale, il cui statuto affermava ...(...)... l'incremento dell'istruzione e dell'educazione popolare sulla base dei principi cristiani (art.1). La rottura avviene quando la Tommaseo muove all'Unione l'accusa di essere alle dipendenze della "setta", cioè della massoneria.

"Il Pensiero" naturalmente è schierato a favore dell'Unione, rappresentata in tutto il Salento dall'Alleanza scolastica "Pietro Siciliani", composta dalle associazioni magistrali di Galatina, Aradeo, Cutrofiano, Soleto, Collepasso e Martano. A nome di essa nel Congresso di Bari Pietro De Marianis presenta una relazione in appoggio all'ordine del giorno con il quale si propone di trattare nei congressi regionali ed in quelli nazionali soltanto il tema del miglioramento economico e della carriera del maestro elementare. Questa proposta, che potrebbe apparire perentoria e pretestuosa, nasce dalla constatazione che un maestro, il quale alla fine dell'Ottocento percepiva, in virtù della legge del 1886, uno stipendio annuo di circa lire 800 (ottocento), quasi adeguato ai bisogni del tempo, quando il salario dell'operaio era di lire 1,5 al giorno e quello del contadino non raggiungeva la lira giornaliera, nel 1917, invece, percepiva lire 1200 (milleduecento) annue che, depurate dalle tasse di ricchezza mobile e di Monte Pensioni, davano un onorario giornaliero di lire 2,65. Gli aumenti sessennali potevano portare lo stipendio a lire 1680 (milleseicentottanta) lorde dopo ben 24 anni di servizio e gli aumenti per avanzamento di classe erano regolati mediante la promozione dalla sesta alla quinta classe e dalla quinta alla quarta senza aumento di sorta e dalla quarta alla terza con aumento di lire 140 (centoquaranta) e dalla terza alla seconda con sole lire 60 (sessanta). Alla prima classe potevano aspirare soltanto i maestri del capoluogo di provincia e delle grandi città. In provincia di Lecce i posti della seconda classe, dipendenti dalla Regia amministrazione scolastica, erano solamente 82 e 249 quelli della terza classe sicché, al massimo della carriera, soltanto 82 educatori del popolo salentino potevano giungere al miraggio di lire 1400 (millequattrocento) annue, 249 a quello di annue lire 1340 (milletrecentoquaranta), mentre a tutti gli altri, dopo quaranta anni di servizio ed oltre, veniva negata una promozione sia pure irrisoria.

 

2. La grande guerra ed il contadino

 

Questo stato di cose rende particolarmente attento il maestro elementare agli umori ed alle vibrazioni della società rurale e contadina che lo circonda, e spiega perché qua e là nelle pagine de "Il Pensiero" si rinviene un tessuto di trame, di rimandi, di lacerti valutativi, di riferimenti e di allusioni che si legano strettamente col territorio e scoprono la presenza nella scuola di un ruolo essenziale della vita del contadino. Questo argomento tuttavia si proietta su di uno scenario molto più ampio.

Nel n. 14-15 del primo maggio 1917 il periodico riproduce un nobile appello dell'Unione magistrale nazionale agli educatori della Russia a nome degli insegnanti primari d'Italia. Dopo aver invitato i colleghi russi a stringersi in concordia di attività e di energie con gli insegnanti di tutte le nazioni alleate ...(...)... per la difesa del diritto contro la sopravvivenza dell'imperialismo tedesco ...(...)... per assicurare concordi l'intangibilità della propria indipendenza fiaccando la potenza aggressiva, cresciuta per un folle sogno di egemonia predatrice ...(...)..., l'appello così conclude: "Dite al vostro grande popolo, o colleghi, che la Nazione italiana attende sicura il contributo pieno ed intero della rivoluzione russa alla causa della libertà del mondo!".

Da dove nasce tanta solidarietà col popolo russo nella classe magistrale, quando mancano ancora sei mesi perché la rivoluzione bolscevica diventi un fatto compiuto? Certamente attraverso i percorsi sotterranei della cultura popolare, per via di esperienze informali e canali occulti difficilmente ricostruibili, era arrivata ed era nell'aria anche in Italia l'eco del dispotismo della corte zarista e delle sue camarille, divenute veramente insopportabili; ma il fattore nuovo era dato dalla guerra, che aveva concentrato milioni di contadini in armi sui fronti delle città russe in condizioni spesso disastrose ed a contatto con operai scontenti, rimasti nelle loro fabbriche, in una fluttuante agitazione rivoluzionaria.

Non diversa era la condizione del contadino italiano e specialmente meridionale. "Il Pensiero" coglie questa analogia. Un osservatorio come la scuola popolare, attraverso le famiglie degli scolari, scopre gli orrori della guerra con i frequenti casi di renitenza alla leva, di comportamenti individuali e collettivi di fuga e perfino di forme di autolesionismo del contadino ingenuo, specialmente del Sud. Non sono pochi i casi di contadini che si sparano al piede dopo essersi tolte le scarpe con tutte le relative conseguenze oppure di altri che, prigionieri italiani in Austria, per spacciarsi come tubercolotici, tenevano in bocca la saliva di un commilitone veramente affetto da tisi.

Il 23 agosto 1919 furono pubblicati i risultati dell'inchiesta parlamentare su Caporetto. Ivi si registrarono critiche alla condotta dello Stato maggiore ed ai metodi di disciplina in uso nell' esercito, fino ad inconsulte condanne a morte, critiche che hanno dato luogo alla categoria del cadornismo dal nome del gen. Cadorna, Comandante in capo dell'esercito, poi sostituito dal generale Armando Diaz. Nei libri di testo di Storia nelle scuole medie inferiori e superiori la vergogna del cadornismo è stata sempre taciuta, dimenticando che la storia non può insegnare se non può essere ascoltata.

Delle condizioni dei nostri contadini non c'è nelle pagine de "Il Pensiero" soltanto l'eco, ma anche la documentazione dell'attiva collaborazione per alleviarle: dalla propaganda per il buon esito del Prestito nazionale, dalla confezione di "scaldaranci", un contenitore costruito artigianalmente per conservare il cibo caldo, e dalla raccolta di indumenti da mandare al fronte, all'aiuto discreto e riservato ai ragazzi orfani di guerra, a varie sottoscrizioni a favore di famiglie che la guerra medesima ha ridotto al limite della sopravvivenza. Noi dobbiamo confessare che ogni volta che negli scritti de "Il Pensiero" è chiamato in causa il problema dell'istruzione del contadino meridionale, non vi abbiamo mai letto il luogo comune dell'analfabetismo come mera menzogna e macchia da cancellare o lotta contro il pregiudizio, che pur c'è stato e più vivo che mai in altri periodici, del contadino istruito che diveniva indocile e meno rispettoso, bensì l'intento di correggere un difetto della pedagogia tradizionale, che ha attribuito alla scuola uno scopo puramente intellettuale. E così ne "Il Pensiero" del 31 gennaio 1918, in una lettera che il professor Giulio De Giuseppe di Maglie indirizza a Pietro De Marianis, dopo aver partecipato ad un corso di aggiornamento sulla Scuola popolare organizzato dall'Umanitaria, si può leggere: ...(...)... dissi, in presenza dei colleghi, che noi non avremmo mai visto con piacere la Scuola popolare cambiarsi in una scuola industriale; dissi che la Scuola popolare, pur riformandola, doveva rimanere scuola di cultura ...(...)... Ed in uno scritto intitolato "Per la scuola nelle campagne" che "Il Pensiero" pubblica il 18/12/1918, si postula ...(...)... che l'istruzione impartita in queste scuole risponda alle condizioni dell'ambiente economico-sociale nel quale si svolge, abbia la stessa estensione ed intensità che ha nei centri più popolosi e tutti i sussidi e gli adattamenti tecnici che sono necessari per la sua speciale fisionomia ...(...)... e che il maestro, che è chiamato ad insegnare, ...(...)... conosca perfettamente l'ambiente nel quale esercita la sua alta missione d'incivilimento e possa essere pago della sua posizione sociale ed economica ...(...)...

 

3. La libertà d'insegnamento

 

Nelle citazioni c'è l'eco di nuovi metodi d'insegnamento, ma in particolare si teorizza una scuola intesa come comunità di educazione in cui la vita, svolgendosi come modo naturale (la campagna) ed efficiente, che preserva i valori educativi già naturalmente presenti nelle famiglie e nella comunità, diviene essa stessa educazione e fonte di cultura e ragione di salvezza.

Il 1919 fu un anno particolarmente grave di eventi nella nostra nazione. Il 18 gennaio viene pubblicato il manifesto di fondazione del Partito Popolare Italiano; il 22 marzo la direzione del PSI decide a maggioranza di aderire alla Terza Internazionale; il 23 marzo si svolge l'adunata di Piazza S. Sepolcro a Milano e la fondazione dei fasci di combattimento; il 24 aprile i rappresentanti italiani alla Conferenza della pace di Parigi abbandonano tempestosamente i lavori per divergenze con gli alleati circa l'assegnazione all'Italia di Fiume e della Dalmazia; il 9 agosto viene approvata dal Parlamento la riforma elettorale che introduce il sistema proporzionale ed infine la firma a Saint-Germain del trattato di pace tra Austria ed Italia il 10 settembre e il 12 dello stesso mese si svolge l'occupazione di Fiume da parte dei legionari di D'Annunzio.

L'eco di questi eventi è registrata ne "Il Pensiero" sotto forma di tensioni intellettuali che risuonano in tutto il Salento, ed anche se non ha sosta la battaglia salariale e sindacale in difesa dei maestri disoccupati e di quelli smobilitati e per una immediata programmazione dell'edilizia scolastica, il periodico è in prima fila in difesa delle posizioni dell'Unione, accusata dai cattolici della Tommaseo di laicismo massonico.

Due concezioni sono di fronte. Nel manifesto di fondazione del PPI del 18 gennaio 1919 si proclama che ridare la libertà alla scuola è il primo problema dell'ora, quasi che la vera libertà, e cioè quella di matrice cattolica, sia andata perduta, perché cancellata dal concetto della moralità sociale. Questa moralità, secondo la pedagogia dell'Unione, poteva definir bene la questione del valore educativo dell'insegnamento laico, ma anche essere il fondamento di una progressiva educazione nazionale, ben allineata con tutto il pensiero moderno.

"La scuola non ha e non deve aver partito; essa è della Nazione, dell'Italia, e deve perciò appartenere al governo della Nazione" scrive Antonio Tundo in un editoriale de "Il Pensiero" il 21/10/1919, e con maggior acribìa pedagogica il 12/10/1919 Vincenzo Aquaro, esperto di problemi educativi, aveva richiamato il principio a cui verranno ispirati i programmi delle scuole elementari pubbliche, ...(...)... le quali danno agli alunni quelle notizie e quell'indirizzo che non precludono il formarsi delle libere individualità (ed in ciò si differenzia appunto la nostra scuola da quella dei gesuiti) ...(...)... Ma l'imporre una credenza tradizionale ad esseri incapaci di valutarla non può assumersi come diritto dello Stato o di chicchessia in una scuola pubblica, senza violare i sentimenti di quei genitori che questa credenza non hanno né intendono trasmettere ai propri figli. Mentre poi sta il fatto che l'umanità si è più volte ricreduta ed è tuttora divisa...(...)...

E sebbene "Il Pensiero" non esca dalla sfera pedagogica che concerne la formazione dell'autonomia di giudizio dell'educando, dall'altra parte il dibattito scade ad un basso livello postribolare. La scuola palude d'infezione che miscredenteggia la popolazione religiosa; la scuola prepara i cicisbei che vanno in cerca delle aspasie". "Il Pensiero" del 25/3/1919 riferisce queste parole con cui il quaresimalista don Vincenzo Capezio da Eboli tuona da un pergamo di Galatone dove, a parte il neologismo barocco, si copre con inconditi argomenti una verità più profonda, e cioè l'analfabetismo usato come strumento di governo finalizzato a tenere ai margini della società masse miserabili. La predicazione di Galatone desta l'indignazione in tutti i Consigli scolastici del Salento ed in tutte le Amministrazioni comunali. E' chiamato in causa il Provveditorato di Lecce e di Terra d'Otranto, ne parlano i giornali locali, ma la polemica produce all'interno dell'Unione il fenomeno della dissidenza. In occasione dello sciopero dei maestri si apre la prima crepa nell'Unione a Galatina;  le insegnanti Crocifissa Marra e Maria Sponziello, Giovanna Marra, Petronilla Duma e Maria Nicolaci praticano il crumiraggio, non curando nemmeno l'appello di un uomo schivo e rispettato come Ippolito De Maria ...(...)... E' troppo nobile la nostra causa, è troppo alto il nostro ideale. Non cercate di travisare l'una, ché non lo potete e noi non lo tollereremo". "Il Pensiero" del 20/6/1919. Ma coincideva questa volta l'ideale di Ippolito De Maria, fondato sulla dignità dell'insegnante, compromessa dall'esiguità dello stipendio, con quello delle crumire, che ci sembra invece ispirato da spirito di confessionalismo? Certo si è che "Il Pensiero" finì con l'essere censurato tutto intero nel numero del 13/6/1919, meno la seguente informazione alla colonna ottava della seconda pagina: I contadini di Galatina. La lega dei contadini di questa città ha tenuto spontaneamente un importante comizio e spedito un vibrato o.d.g. al Ministro degli Interni e dell'Istruzione reclamando il trionfo della scuola popolare, documento che rispecchia l'affermazione sempre più netta della necessità di rendere laica la scuola pubblica.

Il 6 novembre 1919 sotto il governo Nitti si svolgono in un vero clima di libertà per la prima volta nella storia dell'Italia unitaria le elezioni politiche. Gli uomini appoggiati dall'Unione, e cioè Antonio Vallone, Antonio Dell'Abate e Giovanni Calò, vennero eletti. Tra di essi l'uomo di spicco era l'on. Vallone, non tanto perché era alla terza legislatura o perché era stato il più influente tra i soci fondatori a Lecce dell'Alleanza scolastica "P. Siciliani", quanto perché nel novembre 1907 era stato certamente l'unico deputato pugliese che, tra le forze laiche, nel campo dell'educazione e della libertà dell'insegnamento, ispirandosi al concetto secondo il quale l'ideale sociale del bene non ha bisogno, per essere accolto e seguito, del principio di autorità, ma si mantiene ed anzi si rafforza nel libero esame della ragione, aveva firmato l'o.d.g. presentato alla Camera dall'on. Bissolati, che con scrittura libera, chiara e perentoria, recitava così: La Camera invita il Governo ad assicurare il carattere laico della scuola elementare, vietando che in essa venga impartito, sotto qualsiasi forma l'insegnamento religioso.

 

4. Dalle contraddizioni liberali alla riforma gentiliana

 

La società civile ha vissuto il problema dell'educazione dall'unità nazionale fino agli anni Venti del nostro secolo attraverso due momenti: la formazione dell'opinione nazionale nella seconda metà del secolo diciannovesimo per mezzo dell'istruzione popolare, e l'inserimento morale e sociale del popolo nella vita collettiva attraverso la lotta contro l'analfabetismo all'inizio del ventesimo secolo. "Il Pensiero" ha registrato l'uno e l'altro di questi due momenti.

Dopo la prima guerra mondiale la media della cultura popolare era divenuta più elevata e perciò presso la pubblica opinione tornava ad essere discusso criticamente il principio della libertà d'insegnamento, inteso come diritto per tutti di educare e di istruire, dal momento che lo Stato presuppone e non crea la libertà individuale e di conseguenza il principio etico dello Stato medesimo, essenza della pedagogia laica, non può in nessun modo essere annullato.

Quando giunge al Ministero della Pubblica Istruzione Benedetto Croce, prende il via il processo di riforma scolastica in una fase che potremmo definire il terzo momento del problema educativo nell'Italia unitaria. La scuola statale "altissima conquista dello Stato moderno -secondo Croce- va conservata e migliorata, e perciò viene istituito l'esame di stato affinché la scuola sia ricondotta "a quella serietà ed a quella dignità, che sole possono dare agli insegnanti il prestigio e l' autorità necessarie per la formazione di forti caratteri". ("Il Pensiero" dell' 8 agosto 1920).

Pietro De Marianis continua ad agitare costantemente nel suo periodico il problema dell'indipendenza economica del maestro, il solo mezzo per sottrarre l'educazione all'influenza delle forze reazionarie. Perciò quando il Governo respinge l'emendamento dell'on. Calò, volto ad estendere il miglioramento economico degli impiegati statali anche ai professionisti delle scuole secondarie ed ai maestri elementari, "Il Pensiero" denuncia vibratamente che ai maestri ex militari e smobilitati ed ex combattenti non si computavano gli anni di servizio prestati come militari né agli effetti dell'anzianità né agli effetti della pensione; che per un'ora e venti minuti in più al giorno ed una classe aggiunta, i maestri percepivano compensi che andavano da lire 0,80 a lire 1,16 e con quaranta anni di servizio, dopo aver raggiunto uno stipendio massimo di lire annuali 5600 (cinquemilaseicento), venivano collocati a riposo con una pensione di lire 3 (tre) al giorno. E nei numeri del 3 ottobre e del 16 dicembre 1921 "Il Pensiero" denunciava ancora che l'on. Epicarmo Corbino, cioè il nuovo ministro della P.I. succeduto al Croce nel governo di Ivanoe Bonomi, formatosi il 4 luglio di quell'anno, aveva ritirato, per sottoporli agli organi giuridicamente competenti, i progetti crociani circa l'istituzione e l'ordinamento delle scuole elementari, dando "certamente prova di volersi allontanare dalla politica settaria dell'on. Croce, e precisava che "la Giunta del Consiglio Superiore ha esaminato i progetti dell' ex ministro alla P. I. on. Croce ed ha espresso il concetto generale che essi non offrono nessuna base per una serena, proficua discussione". Ci troviamo di fronte ad una visione diversa tra Croce e Corbino del problema o alla elusione intenzionale di esso? Certamente sono avvisaglie di dissenso che avvalorano la tesi della critica storica secondo la quale la classe dirigente liberale e borghese d'Italia ha frenato con le sue contraddizioni l'emancipazione del popolo, perché ha avuto paura che, insieme alle armi della cultura, al popolo medesimo venissero fornite le armi della rivoluzione.

 

5. Aporìe della riforma gentiliana

 

Il 24 novembre 1922, quando il fascismo è già al potere da un mese, si legge ne "Il Pensiero" la seguente nota: la Commissione Esecutiva dell'Unione ha demandato l'opposizione del Governo alle pretese della Giunta Provinciale di Trento, che vorrebbe il ritorno alla legislazione austriaca e l'esclusione dall'insegnamento delle maestre coniugate"; inoltre leggiamo il seguente telegramma: "Mussolini-Roma. Congresso Unione Magistrale saluta in voi maestro capo del Governo nuova Italia".

Dopo Croce, Corbino ed Anile, sale al ministero della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile. "Il Pensiero" intanto accentua i toni della sua battaglia sindacale, salariale e dell'edilizia scolastica. Col titolo Il Ministero Mussolini si legge nell'editoriale del 3 novembre 1922: "Abbiamo veramente e finalmente un Governo? Questo della scuola è il servizio nazionale meno bacato, e ciò solo per virtù e patriottismo degli insegnanti; ma è necessario 1) che il Governo difenda la scuola nazionale dai tentativi distruttori del Partito popolare; 2) che la scuola elementare e popolare sia meglio curata e più diffusa. E' questo l'unico servizio di Stato sul quale non si possono fare economie, ma richiede maggiori spese, sia pure con sacrifici finanziari ...(...)...  E l'editoriale del 16 novembre 1923 col titolo La scuola ai Comuni? analizza una relazione sulle questioni scolastiche del commendatore Lombardo-Radice ed osserva ...(...)... E la primitiva [questione] che si presenta, è proprio quella riguardante il ritorno delle scuole elementari ai Comuni, che è uno dei capisaldi del programma del partito popolare italiano ...(...)... L'istruzione obbligatoria è di così alta importanza nazionale, ed anche umana, che deve assolutamente affidarsi a chi ha i mezzi e la volontà di curarla adeguatamente; se la si lascia al povero ed a colui che non l'ama e non ne intende il supremo bisogno, essa non darà i necessari frutti, ed aumenterà la dolorosa piaga dell'analfabetismo, che è il maggior danno e disonore della patria ...(...)... A questo punto interviene la rottura tra l'Unione magistrale ed il Ministro Giovanni Gentile, tanto che, quando il Consiglio dei ministri approva il decreto che definisce, migliorandola, la posizione economica di tutte le categorie degli impiegati, escludendone i maestri, il Presidente dell'Unione Riccardo Compagnoni chiede ed ottiene udienza dal Capo del Governo. Tre sono gli argomenti della discussione secondo il resoconto registrato da "Il Pensiero" del 19 dicembre 1923: 1) Posizione sindacale dell'Unione; 2) riforma scolastica in corso. Circa il primo tema Mussolini accusa l'Unione di sovversivismo demagogico e bolscevico in quanto sospettata di alleanza con la Confederazione generale del lavoro; circa il secondo argomento si disputa sull'eterna questione della figura giuridica del maestro, se cioè debba essere considerato impiegato dello Stato ovvero impiegato comunale, e si giunge alla generica conclusione di perequarne la condizione economica a quella degli impiegati; circa il terzo tema Mussolini chiese che gli fosse fornito un memoriale espositivo del pensiero dell'Unione. Il memoriale venne presentato all'inizio del 1924.

In esso in primo luogo furono avanzate delle riserve circa il carattere della scuola elementare e popolare, la cui situazione organizzativa appariva aggravata e compromessa per via della interferenza tra amministrazione regionale, Provveditorato agli studi e Consigli di nomina ministeriale;  si lamentava inoltre la soppressione in tutti gli organi amministrativi della rappresentanza elettiva di classe. D'altra parte, la figura giuridica del maestro, poiché a delinearla concorrevano lo Stato ed i Comuni e non aveva rappresentanza, per la legittima difesa dei propri diritti, negli organi amministrativi e disciplinari, continuava a restare mal definita e confusa. Circa i programmi, riserve di principio venivano avanzate in modo particolare per l'insegnamento religioso a proposito del quale testualmente si osservava: 1) che il senso della religiosità non possa inquadrarsi in particolari esercizi ed in determinate ore di insegnamento; 2) che sia da rivolgersi al fine educativo quanto di alto, di buono, di umano, di morale contiene il cristianesimo, ma che sia da non accogliere l'insegnamento catechistico e dogmatico che costituisce una aperta violazione della libertà dell'educando e dell'educatore. Si esprime comunque il voto che la idoneità ad impartire l'insegnamento religioso non venga subordinato all'approvazione dell'autorità ecclesiastica. Trattandosi di un caso di coscienza, dovrebbero essere i maestri a dichiarare apertamente la propria idoneità o meno. Si trova un contrasto tra la concessione che si fa al maestro che si riconosca idoneo all' insegnamento religioso e all' esercizio quotidiano delle pratiche religiose contemplato nei programmi" ("Il Pensiero" del 16 febbraio e 16 marzo 1924).

Nella difesa oltranzista della libertà dell'insegnamento e nella tutela della libertà del maestro, presidio pedagogico a cui "Il Pensiero" si è sempre ispirato sin dalla sua fondazione, sta forse la ragione prima della rottura dell'Unione con Gentile.

La libertà d'insegnamento si configura per il Gentile come affermazione di un ruolo forte ed esemplare dello Stato nel campo educativo in un regime di libera concorrenza con i privati, ma per quanto riguarda l'educazione religiosa Gentile, che sin dal 1907 aveva  sostenuto "doversi dare ai fanciulli una religione, e quella cattolica, visto che essi non possono avere una visione razionale della vita", con la sua riforma scolastica del 1923, che colloca l'insegnamento della religione nei programmi della scuola elementare, insegnamento esteso nel 1929 alla istruzione media, viene configurando una tendenza pedagogica confessionale che concepisce la religione come fondamento e coronamento dell'istruzione, in contrasto con la tendenza laica de "Il Pensiero" che propone una scuola pubblica, di tutti, dove il fondamentale principio pedagogico deve significare ed operare come convivenza di diversi, e cioè scuola aperta al dialogo e, per quanto riguarda l'educazione religiosa, essa deve essere fondata sulla libertà dei padri di proporre e non di imporre la propria fede, e sulla libertà dei figli di maturare autonomamente e responsabilmente le proprie convinzioni. Che i fanciulli non abbiano una visione razionale della vita è una verità, ma non è una ragione sufficiente perché, al fine di mantenere nella scuola elementare l'insegnamento religioso, si fornisca ai ragazzi una visione irrazionale quale sarebbe una rudimentale mitologia, intesa come philosophia minor che non distingue tra sapere razionale e sapere non razionale. L'attualismo, per cui ogni atto spirituale è atto di tutto lo spirito, segna un recupero della trascendenza religiosa proprio sul principio del continuo trascendimento dell'atto rispetto al fatto. Se si considera la religione l'oggetto come persistente per se stesso e contemporaneamente l'atto, cioè l'io, come momento che fonda ogni ordine di oggettività, si incorre in una aporìa speculativa.

Questa aporìa gentiliana si rispecchia naturalmente nel campo della pedagogia ed è ben rilevata da "Il Pensiero" che postula nella prassi pedagogica la necessità della didattica, se non intesa come insieme di regole fisse ed applicazione di dottrine filosofiche, laddove invece Gentile, in omaggio al principio dell'unità nel soggetto trascendentale di maestro e discepolo, teorizza il concetto di autoeducazione, rispetto alla quale tutte le forme di etero-educazione hanno valore soltanto secondario.

Ne "Il Pensiero" si leggono due scritti a firma Conte De Taormina che discutono il ruolo, nel processo educativo, rispettivamente della storia e del disegno. Non vi si indicano regole ma, in contraddizione con i postulati della didassi gentiliana, si teorizza la dottrina secondo la quale il materiale didattico, cioè il frutto del pensiero precedente, non deve essere tenuto in conto come fine a se stesso, perché in questo caso sopravvivrebbe in modo astratto ed inerte senza riattivare il processo spirituale che è il momento centrale della cultura pedagogica. In fondo questa didattica traspare dagli scritti pubblicati ne "Il Pensiero" dagli insegnanti del circolo scolastico di Galatina e del Salento, quasi tutti educatisi sui manuali e sui testi di Giuseppe Lombardo Radice; e sono scritti che non hanno assolutamente ceduto di fronte alla coscienza del problema spirituale come è stato posto dalla filosofia di Giovanni Gentile.

 

6. Il processo di fascistizzazione

 

Intanto nel rimpasto ministeriale del 30 giugno 1924 Gentile, di cui si deplorava il metodo applicativo, cioè non gradualistico della riforma, viene sostituito dal senatore Alessandro Casati, pronipote di Gabrio Casati che nel 1859 aveva dato all'Italia la prima organica legge scolastica nazionale. Insieme con l'elzevirista Tommaso Gallarati-Scotti e lo scrittore Antonio Fogazzaro, Casati aveva collaborato alla rivista "Il Rinnovamento" che propugnava il modernismo, cioè il tentativo di portare il cattolicesimo al passo coi tempi, conciliandolo con la scienza ed il pensiero moderno, un'indicazione critica contro la quale proprio Gentile aveva preso posizione con lo scritto Il modernismo ed i rapporti tra religione e filosofia. Alessandro Casati resterà in carica fino all'ottobre del 1924, allorché nel Congresso di Livorno del Partito liberale italiano la maggioranza dei delegati espresse il suo dissenso dalla politica di Mussolini ed invitò i ministri liberali Casati e Sarocchi a dimettersi. Le ragioni invece della breve esperienza di Giovanni Gentile al ministero della pubblica istruzione sono più complesse e significative, nonostante che egli sia stato autore della riforma la quale, tuttavia, fu in seguito corretta dal fascismo.

"Il Pensiero" del 9 luglio 1924 parla di "allontanamento" dell'on. Gentile e dell'on. Dario Lupi dalla Minerva, e la parola, lungi dall'essere un modo di dire corrente, è la spia di una felpata questione politica e soprattutto culturale. La riforma Gentile ha difatti costituito un riordinamento organico ed unitario della scuola italiana, ma fu anche un modo in cui un certo risultato della cultura idealistica passò a determinare il fondamento almeno della formazione della scuola classica e delle facoltà umanistiche delle università in Italia.

"Il Pensiero" intanto continua a battersi per il miglioramento delle condizioni degli insegnanti attraverso il problema del Monte pensioni e per un più efficace assetto nel funzionamento operativo della scuola popolare, attraverso un maggiore impulso all'edilizia scolastica, ma non trascura di registrare qua e là note di cronaca che documentano la storia del fascismo nel suo primo divenire nazionale, ma anche municipale. Alludiamo alla Legge n. 2029 del 26 novembre 1925 sulle società segrete, legge che imponeva ai funzionari pubblici di dichiarare, su richiesta, se appartenevano o meno alle suddette società. A Galatina nell'autunno del 1926 l'autorità provvide alla chiusura del Circolo cittadino, sospettato di ospitare, come socio, qualche rappresentante di una setta coperta, "restaurando la tranquillità in molti spiriti inquieti", come con malcelata ironia si legge sul periodico di De Marianis. In realtà la Legge n. 2029 copriva col pretesto antimassonico la persecuzione contro la sinistra e la sua applicazione a Galatina si spiega con la cospirazione clandestina dell'avvocato Carlo Mauro.

Ed un'altra nota ancora sanciva l'obbligo del saluto romano fascista tra inferiori e superiori per disposizione del Presidente del Consiglio in data 1 dicembre 1925. Sono i primi mezzi repressivi, e si badi alla loro progressività, posti in atto dal fascismo fino a quando, per l'integrale fascistizzazione della scuola, si introdusse l'obbligo dell'iscrizione al partito per adire ai concorsi pubblici. Da quel momento, per chi intendeva dedicarsi alla carriera dell'insegnamento, tutti i relativi concorsi implicarono una resa al fascismo senza condizioni.

Invero il settore che meno cedette al regime fu quello della scuola secondaria. I maestri, invece, ed insieme con essi particolarmente gli insegnanti di ginnastica della GIL (Gioventù italiana del littorio), erano molto più vigilabili e controllabili, perché dovevano prestare la loro opera anche nelle istituzioni fasciste prescolastiche dell'Opera nazionale Balilla. Perciò la scuola elementare e popolare si trovò più facilmente repressa e denunciata che non la scuola media.

Intanto il 23 luglio 1925, promosso dalla federazione sindacale fascista di Lecce, si era svolto in quella città il Congresso della Corporazione della scuola, sezione magistrale. Tra i rappresentanti della stampa troviamo anche il fondatore e direttore de "Il Pensiero", e tra i firmatari dell'ordine del giorno sul tema della riforma del Monte pensioni e della disoccupazione magistrale, gli insegnanti Eugenio Ratiglia e Fedele Salacino del Consiglio scolastico di Galatina. Telegrammi a Mussolini ed al Ministro della P.I. conclusero il Congresso, ma più significativo di tutti quello, che qui si trascrive, all'On. Achille Starace: "Maestri provincia Lecce riuniti imponente Congresso inviano Duce Fascismo Salentino possente alalà". "Il Pensiero"  del 7 agosto 1925.

In questo modo ha avuto inizio nel Salento il processo di fascistizzazione della scuola elementare. In particolare a Galatina esso è poi continuato con la costituzione il 22 ottobre 1925 del sindacato fascista al quale aderiscono il prof. Antonio Martines, Preside della scuola complementare, ed il prof. Giacomo Candido, Preside del Regio Liceo Ginnasio "Pietro Colonna". E questa fase si conclude con l'elezione all'unanimità di Pietro De Marianis a Segretario politico del sindacato.

Sul piano nazionale intanto, secondo le cronache riprodotte ne "Il Pensiero", il processo di fascistizzazione è contrassegnato dal primo Congresso nazionale  delle Corporazioni della scuola che si celebra all'Augusteo di Roma il 5 dicembre 1925 con  un discorso di Mussolini preceduto da quello dell' on. Roberto Farinacci, nominato segretario del PNF il 12 febbraio di quell'anno, e concluso dal comm. Acuzio Sacconi, Presidente generale della Corporazione della scuola.

Chi legga i tre interventi secondo il resoconto de "Il Pensiero" del 18 dicembre 1925, vi rinviene un'abile regìa che testimonia la caratteristica del fascismo sempre incline alla teatralizzazione della vita politica...(...)... Il governo esige che tutta la scuola, in tutti i suoi gradi, in tutti i suoi insegnamenti, educhi la gioventù italiana a comprendere il Fascismo, a rinnovarsi nel Fascismo, a vivere nel clima storico creato dalla rivoluzione fascista.... Queste parole di Mussolini rispetto agli interventi di Farinacci e di Sacconi, hanno la funzione di mediare, più che di moderare, l'estremismo di questi: ...(...)...saranno bene accolti tutti coloro che si sono comportati bene in quel periodo di tempo che va dal 10 luglio 1924 fino al famoso 3 gennaio; tutti gli altri, che rimasero sospesi fra i "se" ed i "ma", saranno invece strettamente sorvegliati né potranno aspirare ad un posto di dirigenti. Il partito anziché temperare la propria intransigenza, la accentuerà ancor più. Sono adombrate nelle espressioni di Farinacci allusioni minacciose, preludio a quelle persecutorie di Sacconi: ...(...)... Ma procederò con mano ferma alla revisione dello stato di servizio di ciascuno e l'epurazione sarà radicale. Gli indegni, coloro che ci negarono il consenso, dovranno andare a casa. Tra i funzionari della Minerva l'infezione massonica è allo stato più nauseante: opererò chirurgicamente. Un terzo degli attuali Provveditori dovrà essere cacciato via...(...)...

Non sfugga al lettore che la data del 10 giugno 1924, richiamata da Farinacci, si riferisce al rapimento del deputato socialista Giacomo Matteotti che nel suo ultimo discorso alla Camera aveva denunciato le violenze fasciste durante la campagna per le precedenti elezioni, mentre la data del 3 gennaio 1925 allude al discorso con cui Mussolini, facendo seguito ai decreti dell'8 e del 10 luglio 1924, limitativi della libertà di stampa, decretava la morte di essa.

Ed intanto che "Il Pensiero" registra il consolidamento del fascismo su tutto il territorio nazionale, procede di pari passo lo smontaggio dell'organizzazione democratica. E nella scuola popolare esso viene attuato il 3 dicembre 1925 allorché la commissione straordinaria dell'Unione magistrale nazionale, riunitasi a Bologna, delibera lo scioglimento dell'organizzazione. Da quel momento ne "Il Pensiero" si legge come un ripiegamento sulla storia contemporanea, particolarmente di Galatina, quasi un ripensamento riduttivo di essa che, lungi dal voler essere suggerito da orgoglio localistico o municipalistico, è invece un riflesso della mutata realtà storica nazionale. Ecco il periodico del 2 aprile 1926 dedicato alla illustrazione della Casa di cura del dottor Carmine D'Amico, una istituzione d'avanguardia per quei tempi dal punto di vista scientifico per riconoscimento dei pionieri della scienza medica salentina come i dottori Villani, Vernazza, Paoletti e Pennetta, ma soprattutto benemerita per la filantropica disponibilità umana verso la collettività. E sull'onda di valori che sono stati costruiti con fede e rimangono, ed i superstiti catturano con la forza del sentimento più che della mente, e portano con sé, e vogliono proiettare nel futuro, ecco ancora nel numero del 5 febbraio 1926, ad opera del Prof. Pantaleo Duma, di Eugenio Ratiglia e di Fedele Salacino, la commemorazione dell'on. ingegner prof. Antonio Vallone ad un anno dalla morte. La ispira la legge del progresso sociale perché dell'uomo si ricordano, oltre agli incarichi parlamentari, il trentennale insegnamento nell'Istituto tecnico di Lecce, il miglioramento del nostro Ginnasio, la fondazione e la regificazione del Liceo classico "Pietro Colonna", il riordinamento e la parificazione della Scuola tecnica trasformata in Scuola complementare, dove Vallone stesso assunse per qualche anno, e gratuitamente, l'insegnamento della matematica; e prima ancora la fondazione nel 1879 della Scuola serale di disegno, plastica ed intaglio in pietra ed in legno, divenuta poi la Regia scuola popolare operaia per Arti e Mestieri di cui fu presidente fino alla morte, e poi il ruolo di socio fondatore e membro del Consiglio direttivo e rappresentante dell'Associazione Magistrale del Circondario di Lecce ai Congressi nazionali e la nomina per la Puglia a fiduciario dell' on. Ubaldo Comandini, ministro delle Opere di Assistenza nazionale durante la prima guerra mondiale, la carica di Ispettore onorario ai monumenti e scavi per i mandamenti di Galatina ed infine l'opera attiva in qualità di componente il Consiglio di Amministrazione del Consorzio per l'Acquedotto pugliese e della Commissione provinciale censuaria.

 

7. Cronoca e valori

 

Col numero dell' 11 giugno del 1926 "Il Pensiero" cattura il tempo delle onoranze a Gioacchino Toma. Vi si legge la cronaca dello scoprimento il 31 maggio di quell' anno di una lapide, dettata da Fausto Salvatori ed offerta in uno slancio di commosso e riverente ricordo dagli artisti napoletani e romani, e murata nella casa di piazza Raimondello Orsini, dove il pittore nacque il 24 gennaio 1836. Alla presenza dell'Alto Commissario della città di Napoli, del Presidente dell'Accademia meridionale di Belle Arti, Lettere ed Archeologia, del prof. Salerno, ispettore dei monumenti, del figlio di Toma, architetto Gustavo, della deputazione politica e provinciale e di un'immensa folla, tiene l'orazione ufficiale il prof. Francesco Sapori, del Ministero della Pubblica Istruzione. Merita di essere conosciuto il concetto centrale di essa: ...(...)... Il 1848 segnò il risveglio della patria italiana. Le arti comprendono e completano l'opera delle armi e della politica. Vari gruppi - la Scuola di Posillipo a Napoli, la Scuola "In Arte Libertas" a Roma, i Macchiaioli a Firenze, gli Scapigliati e poi i Divisionisti a Milano - affermarono la crescente indipendenza e vitalità dell'arte italiana. Ma vi furono anche delle figure isolate di artisti grandi: Antonio Fontanesi, che espresse la poesia della natura; Giovanni Segantini, che cantò la elevazione ideale della natura; Luigi Serra che attraverso il disegno precisò la coscienza delle nuove arti plastiche in Italia. E Gioacchino Toma? La sua personalità è inclassificabile. La sua umanità schietta rifugge dal realismo come dal romanticismo. Egli fu un solitario autoctono; rimase pugliese ...(...)... In questa cornice di sole celebreremo il pittore dell'ombra e del silenzio ...(...)...

E nel numero dell'11 dicembre 1926 un altro galatinese che si fa onore viene ricordato: Gaetano Martines di cui quattro grandi statue, scolpite in travertino, sono collocate sul monumentale palazzo dell'Istituto delle Assicurazioni che in quei giorni si stava costruendo in Roma.

Intanto dall'ottobre 1926 "Il Pensiero" si trasforma in settimanale e viene pubblicato ogni sabato. Ad una prima lettura si ha l'impressione che il dibattito sui temi scolastici, e dal punto di vista pedagogico-didattico e da quello salariale e sindacale, si infievolisca, per fare spazio alla cronaca ed alla informazione di regime. Si registrano infatti la Rassegna politica settimanale e corrispondenze salentine di assemblee, inaugurazioni, adunate, fogli d'ordine che si svolgono in ambito municipale, ma anche scolastico.

Una lettura più perspicace, tuttavia, che indugi in particolare sulla cronaca cittadina, non soltanto scolora nella vita sonnolenta e pigra, ma qualche volta ammiccante della provincia, l'esaltazione e l'enfasi della propaganda di regime, ma svela, nella molteplicità degli eventi, la persistenza di valori umani positivi messi in evidenza dalla redazione. L'annunzio di cerimonie nuziali, per esempio, oppure di fidanzamento o di nascite, nonché i necrologi, per il modo in cui sono redatti, attento a cogliere la nota di gioia o di dolore propria dell'evento, esula dall'ordinaria formula cronachistica e diviene, per così dire, un momento di vita comunitaria che ci fa sentire che la famiglia, così come noi la creiamo, non è soltanto una costruzione sociale, ma è anche un'altissima realtà spirituale, è veramente la base di tutta la vita nel suo eterno rinnovarsi.

E nella cronaca si immerge la varietà della vita urbana ed il fervore della operosità umana lungo le stagioni, ma anche la scaltrezza e l'arguzia dell'indole individuale.

Per la sarchiatura di semensabili, cioè delle aree destinate alla seminagione,  il contadino di Galatina percepiva nel 1926 un salario di sei lire per sei ore lavorative e per la vendemmia il salario era di lire sei per le donne e ragazzi fino a quindici anni, di lire otto per gli adulti, di lire 13 per i cofinatori, con l'aumento del 20% per le ore straordinarie; per la pigiatura dell'uva invece il salario per otto ore lavorative era di lire 14,50 (quattordiciecinquanta), per la rimonda degli ulivi di lire 10 (dieci) per sei ore di lavoro e per l'irrorazione era di lire 8 (otto) ai trasportatori di acqua e lire 13 (tredici) per gli irroratori, ed infine si percepivano per sei ore di lavoro lire 14 (quattordici) per la mietitura.

La circolazione urbana non era esente da inconvenienti ed i vigili urbani comminavano multe per getto di acqua sporca ovvero per vendita di formaggi con carta pesante e, più in particolare, per l'eccessiva velocità con l'automobile a Francesco Candido, per carne appesa fuori dallo spaccio a Giuseppe Spagna, a Pietro Papadia ed a Marco Giorgetti, per transito sulla piattaforma con un asino a Pantaleo Palumbo di Collepasso ed altrettanto, ma col cavallo, per Bartolo Renna ed inoltre a Pietro Manna, esercente, perché vendeva il pane non al prezzo del calmiere, a Cesario Duma, esercente, perché non metteva i cartellini del prezzo sui generi di vendita, ed a Tundo Salvatore perché vendeva il miele a lire 15 mentre il calmiere è di lire 11. ( "Il Pensiero" del 27 novembre e 24 dicembre 1926)

Il periodico continua ad essere come un'antenna che capta in forme diverse ed a diversi livelli le pulsazioni, le vibrazioni e le oscillazioni, come in un microcosmo della vita cittadina, e ciò accade perché tra di esso e la comunità si è instaurato uno scambio di rapporti che al periodico medesimo ha dato peso e dignità tale da farlo interagire con le istituzioni e produrre nuovo materiale di opinione. Scorrono nelle cronache de "Il Pensiero" sulle ali dell'orgoglio cittadino le vittorie per distacco, nelle gare ciclistiche del Salento e di Puglia, di Pippi Albanese che a Galatina rende il ciclismo, prima del calcio,  lo sport più popolare, in sintonia con l'uguale fenomeno in tutta l'Italia al tempo di Girardengo, Binda e Guerra; e poi le rappresentazioni drammaturgiche nella sala Lillo organizzate dal primo impresario teatrale, prim'ancora di Giovanni Tartaro, signor Giuseppe Capano fu Eugenio, e le festose galanti serate al Circolo Savoia, come venne chiamato il Circolo cittadino alla sua riapertura dopo il 1926. Non va taciuto tra le prerogative del periodico di De Marianis l'uso moderno, e si direbbe avveniristico, della pubblicità, in particolare della produzione imprenditoriale ed artigianale, nonché commerciale, dei Galatinesi: dal laboratorio di riparazioni automobilistiche e lavorazione del ferro di Pietro De Riccardis e figli, al commercio di tessuti, lanerie, seterie e drapperie di Sebastiano Scalzo e figli, fino alla fabbricazione artigiana su ricetta tramandata di generazione in generazione da padre in figlio dell'elisir di china di Cesario Duma. Ma una pubblicità, presente in ogni numero del periodico, veniva certamente, io ne sono convinto, ospitata gratuitamente da De Marianis: quella a favore del Convitto "Pietro Colonna", a testimonianza di una delle risorse più profonde dell' uomo, l'amore della cultura.

Il Convitto nei primi decenni di questo secolo ha rappresentato senza dubbio l'istituzione di maggior prestigio della nostra città. Fondato nel 1854 dai padri Scolopi, fu diretto con rara competenza nel periodo di suo maggiore splendore nei primi tre decenni del secolo dal prof. Ippolito De Maria, che seppe conciliare con dignitoso equilibrio lo spirito confessionale della origine ottocentesca dell'istituzione, con gli aspetti essenziali della vita moderna, ma sempre ispirandosi nella sua educazione e guida educativa dei giovani che vi affluivano da tutto il Salento, al pensiero manzoniano ...(...)... che la vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego ...(...)...( I Promessi Sposi, cap. XXII), principio che, se in non pochi correggeva l'essere umano difettivo, calandolo in uno stampo prestabilito e trasformandolo in un docile strumento spirituale, in ognuno invero modellava, od almeno questa era l'intenzione, la coscienza di galantuomo, senza però mai ingenerare la presunzione che soltanto esser cristiano sia sinonimo di essere uomo.

E quando ne "Il Pensiero" si registra la laurea di un giovane, specialmente se concittadino, la notizia non è mai fine a se stessa né il segno del distacco dalla comunione indistinta con gli altri, che ci è imposta dalla vita che facciamo giorno per giorno, ma per il modo come viene formulata vuole essere, se mai, la segnalazione di un giovane che si caratterizza per le esigenze che si impone e non per i diritti che si arroga.

Ed intanto che nella vita nazionale affonda le sue radici il fascismo, anche a Galatina e nel Salento si consolidano le posizioni del regime, testimoniate dall'avvicendamento degli uomini nelle istituzioni. Nella presidenza del Ginnasio-Liceo al prof. Candido succede il prof. Oronzo di Candia, al Circolo Scolastico la direzione passa dal prof. Carmelo Campa al prof. Michele Montinari, al Comune dopo il sindacato del dott. Vito Vallone ed il commissariato del cav. Giacomo Palmisani, soppressa la libertà democratica municipale, si insedia il primo podestà fascista, l'avv. Domenico Galluccio, e da quel momento l'attività amministrativa del Comune è speculare a quella della classe politica e, per essa, della segreteria del partito incarnata dal prof. Gennaro Diso cui, a breve scadenza, succede l'ing. Ruggero Congedo, mentre al primo segretario federale di Lecce avv. Giuseppe Leopizzi subentra il cav. dott. Aldo Palmentola.

"Il Pensiero" nel suo ultimo anno di vita, il 1927, dinanzi a questa girandola di modificazioni inedite della vita sociale, ci appare come estenuato nella volontà attiva e nella serietà costruttiva della sua redazione, e ripiega su uomini e cose del passato, commemorando il centenario della nascita di Francesco Crispi e quello della morte di Ugo Foscolo ed ospitando documenti poetici che contemperano il clima erotico, trattato edonisticamente, come per andare controcorrente, e certi toni di poesia estenuata che sembrano precorrere al crepuscolarismo. Ne registriamo uno specimen per il lettore, di autore anonimo, avvertendo che non vi mancano forzature metrico-stilistiche:

 

 

 

Un sonetto di I. F.M.

 

Io, signora non so quale malia

oggi sia effusa nella pallidezza

del viso tuo che assembra la purezza

di un sogno dolce di malinconia.

Una nota lievissima carezza

l'anima nostra e pare che via via

la nota insinuandosi una pia

svegli soavità di fanciullezza.

I fiori dalle mani esigue piano

cadono sfatti al suolo tristamente

e dicono che vieni di lontano

lontano assai... Da magici castelli

Forse? e così tenerissima e splendente

Da un dipinto di Sandro Botticelli?

 

Quando "Il Pensiero" è stato fondato, la reazione antipositivistica faceva da sfondo in Europa ed in Italia a tutta una serie di movimenti, di tendenze ed anche di mode di tipo irrazionalistico e pragmatista. La prerogativa maggiore del periodico sta, secondo noi, nell'aver aiutato i suoi lettori a leggere i fatti della vita in base alla razionalità illuministica. Quei fogli circolavano nel nostro Salento nella sfera dei pionieri dell'insegnamento elementare rendendoli capaci di diventare una forza storica progressista, operante nei ceti borghesi, cosciente di dare voce e respiro a diritti ed interessi conculcati dalle forze conservatrici. La scuola era allora la speranza che scendeva nella storia.

In una città come Galatina in quegli anni si marcava un netto divario tra cultura alta e bassa. E un'altra forma di sapere, il melodramma, era per esempio la cultura media della classe dirigente. Per il resto, come in tutto il Sud, imperava impietoso l'analfabetismo. Il nostro passato è fatto di queste tremende contraddizioni, presenti anche nel resto d'Italia; nonostante che Cavour ed i gruppi risorgimentale più dinamici e progressivi abbiano in una certa misura emarginato ed accantonato correnti e tendenze retrive, nazionalistiche e conservatrici in senso aggressivo, queste sono state sempre attive nell'Italia postunitaria ed al momento del suo consolidamento il fascismo ridiede ad esse spazio e sviluppo.

Il fascismo non ha avuto un'ideologia in quanto la sovrastruttura di esso è stata volta per volta improvvisata sotto la spinta dell'azione (il fascismo come parentesi della storia italiana, secondo Croce, come rivelazione, secondo Giustino Fortunato, come biografia della nazione, secondo Piero Gobetti). Per questa ragione la partecipazione ed il ruolo degli intellettuali, durante il regime, appartiene alla storia del carattere, cioè ad una storia morale. Per quanto riguarda il personale insegnante, bisogna dire che esso ha fornito al regime una fascistizzazione episodica della scuola, almeno fino al momento in cui fu introdotto l'obbligo della iscrizione al partito. Dopo che la norma fu generalizzata, ad essa sottostettero quelli che vi aderirono realmente, quelli che vi si piegarono al fine di proteggere la propria tranquillità, e quelli che eseguirono la norma come una formalità e non ne tennero nessun conto.

Pietro De Marianis ha rappresentato uno dei personaggi che nascono nel momento della transizione dal vecchio al nuovo secolo e, una volta che il fascismo ha conquistato il potere, egli ha continuato a rappresentare a Galatina, nella provincia e nel Salento l'emblema della pedagogia popolare, il personaggio nuovo che ha tentato un'opera di sollecitazione pedagogica, volta a stimolare la crescita di una coscienza dirigente da parte della classe colta, considerata nella sua fase di apprendistato e di formazione. Fedele al pensiero laico italiano, che ha sempre messo lo Stato al di sopra della religione, attraverso i fogli del suo periodico è divenuto esperto e scienziato dell'organizzazione educativa per scelta di impegno civile e per intenzione pedagogica e con costante sforzo di aggregazione ha portato l'esigenza educativa alla comprensione ed alla coscienza sociale, stanando, per così dire, dall'immobilismo e dall'inerzia il mondo politico, per indurlo a passare dalla diagnosi delle carenze alla terapia delle soluzioni fino alla vitalizzazione delle istituzioni scolastiche. Ha innalzato ad una sfera spirituale più alta il popolo, almeno educandolo a superare gli elementi di plebeismo propri dell'ambiente di provenienza. Non ebbe finanziatori per il suo giornale ed alle spese di esso provvide con la pubblicità, con una larghissima rete di fedelissimi abbonati sparsi in tutto il Salento e con esigui proventi di una iniziativa commerciale attraverso la quale forniva stampati e articoli di cancelleria ad uffici amministrativi e scolastici e per questo fine egli inseriva costantemente nel periodico la relativa pubblicità.

Per tutte queste ragioni ci sembra giusto che il suo nome resti nella storia di Galatina.


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