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La lettera, il cielo: fisica e poetica del libro PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Prete   
Venerdì 05 Novembre 2010 08:24

[Lectio magistralis letta nel Castello di Copertino il 29 ottobre 2010, a conclusione delle due Giornate di studio per Antonio Prete. Pensiero Poetante e Figure della Lontananza]

In memoria di Edmond Jabès

 

Ce monde-ci: dictionnaire hiéroglyphique (Baudelaire)

 

 

Al libro, ai suoi fogli, alla sua scrittura, è consegnata la storia dell’uomo sulla terra: ferite e desideri, invenzioni e passaggi di stagioni e di epoche, memorie e utopie. Ma prima del libro c’è la scrittura: la pietra e poi il papiro raccolgono il passaggio dalla voce che narra o canta o prega alla lettera che, incisa o scritta, si fissa, cercando così di contraddire o almeno mitigare il tempo fuggitivo, cercando di preservare per altri sguardi, per altre generazioni, la memoria di quel che è accaduto. Sulla pietra, con lettere di fuoco,  è incisa la legge  del Dio che non ha nome né voce né figura, del Dio che solo un gruppo di lettere impronunciabili può designare come Jawhé. Il cammino del popolo ebraico muove da quelle pietre –le Tavole della Legge- e si svolge nel Libro. In quel Libro  che modula in mille variazioni la presenza dell’ Assente, e ripete la parola di Colui che è prima della parola.

 

Alla materia offerta alla scrittura dal regno minerale –pietre, pareti, vasi - sopravviene quella offerta dal regno vegetale, dalla pianta.  Dalla pianta che accoglie la voce del vento, la pioggia, la neve, il canto degli uccelli,  il movimento delle stagioni, l’humus della terra, ed è vita che stormisce, fiorisce, fruttifica, appassisce, insomma vita che racconta quella physis, quella necessità, nella quale si svolge anche il respiro dell’uomo, quella necessità che è nodo di nascita e morte. E’ con questo supporto vegetale della scrittura che comincia la grande storia del libro. Libro, nel lessico botanico, è una parte della corteccia secondaria che in certe piante ha forma di lamina. Disseccata, questa lamina veniva usata come materia scrittoria. Accanto alle tavolette d’argilla, accanto alla stele di pietra -il pensiero di tutti voi andrà alla stele di Rosetta e alla decifrazione dei suoi geroglifici- accanto alle foglie di corteccia compaiono, sin dal 2000 a. C. , presso gli Egizi, le foglie di papiro come materia su cui scrivere. Dalla foglia al foglio. Nel settimo secolo a. C. il papiro raggiunge la Grecia, nel terzo a. C. il mondo romano. E a Roma il rotolo di papiro, costituito da più fogli (charta), scritto in colonne solo nella parte interna, cioè nel recto, si chiamerà volumen, per via del gesto necessario per svolgerlo onde poterlo leggere (volvere). Gli orli del papiro (frontes) si usava levigarli con la pietra pomice (“arida pomice expolitum” dice Catullo del suo poetico “lepidum novum libellum”). Già nella cultura greca ed ellenistica la necessità di conservare i rotoli di papiro  aveva dato origine alla Biblioteca. Luogo di custodia e di studio, di meditazione e di scoperta, di conversazione e di disputa, la Biblioteca è figura che designa il sapere, i saperi, tempio la cui distruzione, ogni volta che accade, dice la cecità della violenza, che è violenza sulla memoria, sul pensiero e sulle speranze degli uomini. Dagli incendi della Biblioteca d’Alessandria al rogo dei libri inscenato dai nazisti a Berlino nel 1933 :  una storia che racconta, in forma estrema,  i tanti modi della censura, dell’ interdizione, della soppressione che hanno colpito il libro. Fahrenheit 451 : il romanzo di Ray Bradbury, interpretato filmicamente da Truffaut, immagina, in una civiltà che distrugge il libro, il formarsi di una comunità di uomini-libro. Ogni membro della comunità ha incorporato, con la memoria, un libro, che in lui e attraverso lui potrà sopravvivere.

*

Prima di varcare la soglia silenziosa di un medievale centro scrittorio, per assistere al gesto del monaco copista che verga la pergamena –la pergamena dice un altro passaggio, quello dal regno vegetale al regno animale, cioè alla pelle essiccata della pecora e di altri animali- vorrei sostare un momento su quel gesto dello scriptor che presso i Romani per scrivere su tavolette cerate usa lo stilus, ferreo o ligneo o osseo che sia (lo stilus, antenato verbale della ormai desueta stilografica). Plinio adopererà la voce stilus per designare quello che noi definiamo oggi come stile: segno che la fisicità propria, singolare, del gesto di chi usa lo stilus si riverbera nello stile, cioè nell’altra singolarità di lingua e di tono e di modo (dello stile infatti Roland Barthes dirà che è incarnato, “encharné”, nel corpo stesso di colui che scrive). Tuttavia Cicerone, e poi Quintiliano, per indicare lo stile  avevano via via abbandonato la voce stilus e avevano fatto ricorso al  sermo , con le sue codificazioni (l’ humilis , il sublimis), all’ oratio, con le gradazioni e le figure definite dalla retorica,  all’ artificium, con i suoi effetti di eloquenza, alla ratio, con le sue variazioni discorsive. Ma di quel romano stilus che incide le lettere dell’alfabeto sulla tavoletta cerata resterà traccia negli stili che definiscono le forme e i caratteri della scrittura, persino di quella scrittura che oggi noi schiacciando le lettere della tastiera vediamo apparire sul monitor del computer (è con un Garamond 14 che ho scritto, o potrei dire stilato, le pagine che sto leggendo).

Ma è ora di varcare in silenzio la porta che ci introduce nella grande sala di un antico centro scrittorio. Può essere il monastero di Fulda o di San Gallo, di Montecassino  o di Bobbio. O può essere, alla memoria di noi salentini più familiare, il monastero basiliano di San Niccolò di Casole,  che sarà distrutto dai Turchi durante il tragico assedio di Otranto nel 1480.  Un monaco amanuense sta apponendo nel colophon, cioè nella chiusa dell’ultimo fascicolo, il proprio nome, ora passa a contrassegnare con una lettera dell’alfabeto il fascicolo, per evitare errori quando questo sarà rilegato insieme con gli altri fogli nel codice. Più in là, su un grande tavolo, c’è un codice a carta –la carta ha seguito la via della seta- che invita al gesto dello sfogliare : nella miniatura d’ incipit una fresca allegoria con figure di donne sul fondo di alberi e di fiori, lucenti nel rosso minio e nel blu, ci dice che il grande liber non è un Antifonario né uno Psalterio e neppure un Officium Nativitatis ma un’opera letteraria, forse in versi. Difatti versi latini presto si mostrano ai nostri occhi, mentre sfogliamo, versi si distendono in lettere onciali minuscole. Altre miniature introducono via via i singoli libri di quelle che sono, lo abbiamo già capito dai primi versi, le Metamorfosi di Ovidio. Se ci spostiamo nella Biblioteca del Monastero possiamo aprire codici –classici latini e greci e volumi dei Padri della Chiesa scritti in lettera beneventana, o in lettera gotica o in lettera umanistica o persino in lettera carolina, talvolta corredati da glosse ai margini, da scoli, o persino da commentari. La miniatura, - l’arte “ch’ alluminar chiamata è in Parisi” come dice Dante rivolgendosi, nel Purgatorio XI, a  Oderisi da Gubbio- ha davvero reso luminosi e preziosi i codici. Ma usciamo dall’immaginario centro scrittorio medievale e umanistico e entriamo, qualche tempo dopo, mettiamo  in un giorno del 1454-cioè, nella fantasia, un attimo dopo - entriamo in un’officina tedesca a Magonza : Johann Gutenberg  è intento alla stampa della Bibbia che sarà detta delle 42 linee. Sta adoperando  caratteri metallici mobili, che via via dispone  in una linea e compone nella struttura di quella che sarà una pagina.  Sta sostituendo i caratteri mobili composti da una particolare lega di metallo alle matrici incise a rilievo nel legno, sulle quali si stampavano, da alcuni anni, libelli detti appunto xilografici (sappiamo oggi che l’uno e l’altro metodo erano da molto tempo praticati in Cina). Lasciamo l’officina di Gutenberg e, fuori dal breve fantastico viaggio,  apriamo un volume che ci racconti la storia della stampa tipografica. Apprendiamo che già subito, nel 1457, appare, ad opera di Schoeffer e Fust, già soci di Gutenberg, uno Psalterio che ha per la prima volta il marchio tipografico e la data. Apprendiamo che nel 1465 compaiono in Italia i primi libri stampati col nuovo metodo dei caratteri mobili e del torchio: il Donatus pro puerulis, il De Oratore di Cicerone, il De opificio Dei di Lattanzio. I caratteri sono modellati sulla minuscola carolina dei codici manoscritti.  Seguirà la stagione dei grandi stampatori,  dei quali  occorrerà nominare almeno Aldo Manuzio, che, prima che il secolo finisca,  nel 1499, ci darà la straordinaria –per bellezza di incisioni - Hypnerotomachia Poliphili., preceduta e seguita da molte pregevolissime edizioni di classici. Nel passaggio dal manoscritto alla stampa il corpo tatuato del libro permane: la miniatura, l’ incipit, la subscriptio avranno nuove forme, nuove figurazioni, nuovi stili.

*

Il libro non abita solo le biblioteche, abita pensieri e fantasie, abita metafore, ed è materia di rappresentazioni romanzesche: alla fisica del libro corrisponde  una poetica del libro, della quale si vorrebbe qui evocare solo qualche passaggio, preludio a quella che è la più eloquente proiezione del libro: il cielo, e l’universo stesso, come libro dispiegato.

Cosmogonie ed epopee delle origini  affidate al libro si tramandano presso lingue e culture, talvolta cristallizzandosi nel disegno di una verità –le religioni del Libro- talvolta svolgentisi in efflorescenze di miti, in fantastiche rappresentazioni di un prima aureo e perduto, svolando in quella leggerezza cui Leopardi darà il nome di “favole antiche”. Se le religioni del Libro accoglieranno il sacro nel cuore della parola che lo preserva e custodisce, oscillando tra la fissità raggelante e violenta della lettera e l’offerta del senso alla plurale interpretazione, le favole antiche muoveranno verso infinite modulazioni fantastiche, dando origine a quel ventaglio romanzesco e poetico di riprese e riscritture che definiscono l’energia del mito. Nell’Oriente indiano cosmogonia, epopea, sacro, rivelazione, sapere brahamanico  si congiungono dando forma a quella meravigliosa  selva di narrazioni sapienziali che sono i libri dei Veda, tra questi le Upanisad. E nelle culture mesoamericane e precolombiane il libro si mostra come il disegno luminoso dell’epos  e del sacro : si pensi alla bellezza figurativa dei Codici aztechi. E altri libri fondativi del sapere mitologico e fantastico si porranno alle sorgenti di altre civiltà : Gilgamesh, tra questi, e i libri omerici.

Il libro sacro, nelle religioni del Libro, contiene indicazioni di vita. Linea vitae definisce Isidoro di Siviglia la scriptura: segni, lettere, che come le linee sulla mano sono destinali. E nell’ Apocalisse di Giovanni, 14, 6-7,  appare un angelo che mostra un Vangelo, quasi mise en abyme del libro sacro. Del resto frequenti saranno, da Agostino ai mistici, le storie in cui il libro, la sua apertura, la sua lettura, indicherà il cammino da seguire, la scelta necessaria. Anche il libro non sacro, il libro destinato ad accendere la fantasia e a scaldare il cuore, può avere una funzione per dir così destinale, può essere passaggio per una vocazione, o per una decisione, o per una scelta. Dante ha dato di questa azione del libro la più tesa e vibrante rappresentazione nel canto V dell’ Inferno:

 

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto  come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

 

Per più fiate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso:

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato viso

esser baciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

 

la bocca mi baciò tutto tremante.

 

Il libro costruisce vite, segna caratteri, influenza modi d’essere. Il don Chisciotte di Cervantes è personaggio nato dai libri di cavalleria. Ha abbandonato la sua biblioteca di libri cavallereschi per dare vita a ciò che fino a quel momento aveva vissuto solo nell’immaginazione alimentata dal libro. Amadigi di Gaula è il suo eroe e come lui egli deve essere :  il modello deve prendere forma e vita, trasformarsi in imprese, in affrontamenti e incontri avventurosi. Dulcinea sarà la sua dama. Si tratterà di fare esperienza concreta, cammino dopo cammino, avventura dopo avventura, di quei  principi  della cavalleria che sono la fedeltà, l’amore, l’onore. Ma proprio questa ascetica dedizione -in un tempo in cui la cavalleria è morta, ed è sopravvenuta quella che Hegel, interprete del Don Chisciotte, chiama la “prosa del mondo”- farà del personaggio di don Chisciotte la immaginosa e struggente testimonianza di un’alterità nel sempreguale dominio delle convenzioni, di una leggerezza fantasticante nel grigio del sopravvenuto mercato, di una passione nel gelo del calcolo e del prevedibile. E a proposito di libro, occorrerà ricordare che Cervantes immagina la sua opera come una traduzione di un libro scritto in arabo dal Cide Hamete Benengeli intorno alle avventure dell’Hidalgo della Mancia, un libro che l’autore dice d’aver trovato un giorno nell’Alcalà di Toledo e d’aver poi affidato per la sua prima traduzione a un ragazzo moro spagnolizzato, a un “morisco aljamiado”.  Libro nel libro, libro nato dal libro : mess’in scena che nella modernità sarà replicata con inventiva energia da Leopardi, il quale tradurrà da testi originali anch’essi inesistenti e proporrà versioni da immaginari libri apocrifi, volgarizzzamenti da cartapecore antiche, citazioni da libri mai scritti: dalle adolescenziali Odae adespotae alle Operette morali , dall’ Inno a Nettuno al Martirio dei santi Padri , dal Cantico del gallo silvestre al Frammento apocrifo di Stratone, il poeta recanatese costruirà una sua straordinaria biblioteca fantastica, altra faccia di quella paterna biblioteca nelle cui stanze ha consumato il fiore della giovinezza. L’anonimo manzoniano che presiede ai Promessi Sposi è anch’esso un libro di finzione da cui nasce un altro straordinario libro. Molte saranno le variazioni libresche nella narrazione e forse nessuno meglio di Borges ne ha saputo esprimere la portata insieme fantasticante e meditativa.

Ma torniamo all’azione del libro sulla formazione del personaggio, sulla vita del personaggio. Il grande poème di Baudelaire dedicato al viaggio -all’ “amer savoir” che viene dal viaggio, appunto Le Voyage-mostra ad apertura l’immagine del ragazzo “amoureux des cartes et d’estampes” , intento a leggere e a sognare la vastità del mondo :

Ah! Que le monde est grande à la clarté des lampes!

Aux yeux du souvenir que le monde est petit!

 

Il mondo è sconfinato al lume delle lampade!

Agli occhi del ricordo com’è piccolo il mondo!

 

Un’immagine che tornerà, con la lampada che illumina però un foglio vuoto, nel Mallarmé di Brise marine, la poesia che dirà del libro e dell’immaginazione, del sapere e dell’altrove, il cui primo verso è appunto:

La chair est triste, hélas! et j’ai lu tous les livres.

 

La carne è triste, ahimè, e ho letto tutti i libri.

 

Il ragazzo baudelairiano che scruta le carte riappare in Cuore di tenebra di Conrad : Marlow racconterà che all’origine della sua avventura nel cuore dell’Africa ci sono le carte geografiche, le ore passate da ragazzo a guardare sui libri geografici il disegno dei continenti, e soprattutto gli spazi vuoti sulla terra. In quegli spazi vuoti un giorno sarebbe andato, quegli spazi si sarebbero riempiti di fiumi, di laghi, di nomi. Sarebbero diventati un “luogo di tenebra”.

Flaubert ha scritto un grandissimo romanzo in cui il personaggio è imprigionato  nell’esistenza immaginaria che i romanzi d’amore letti nell’adolescenza hanno alimentato: Emma Bovary cerca fantasmagorie e passioni simili a  quell’amore folgorante che vibrava nelle narrazioni lette da adolescente,  ed è invece circondata dal grigio della ripetizione, dall’inettitudine, dalla vuota chiacchiera di un paese di provincia.  Vittima del romanzesco, sconta in ogni incontro il varco implacabile che separa il desiderio dal gesto, l’attesa dalla situazione, la bellezza dal calcolo.

Eppure quanta gioiosa tensione conoscitiva, quanta provvisoria e tuttavia sfiorata felicità ci può essere nel ragazzo che scopre il libro e il mondo attraverso il libro.  Ricordo con quale forte adesione lessi da ragazzo i passaggi di Un uomo finito in cui Papini racconta la sua scoperta del libro, a partire dalla lettura di quella “specie di Mille e una notte della natura, un librone colla costola verde sfilaccicata, colle pagine vaste, larghe, rincincignate, rossastre  d’umidità, spesso strappate a mezzo o sudicie d’inchiostro”, cui segue  l’accesso al cesto di libri polverosi, abbandonati in una  stanza nascosta che dava sui tetti, e infine il tentativo di entrare a tredici anni nella grande Biblioteca Nazionale, tentativo frustrato e poi replicato con successo un anno dopo. Ritrovavo in quelle pagine il mio stesso amore per il libro, la passione della lettura e il desiderio nascente di diventare un giorno scrittore. Riandando a quei lontani anni d’adolescente,  ricordo che scrissi un brevissimo racconto intitolato L’ Autunno e il Libro (dev’essere stato uno dei miei primi scritti, se non il primo, che vidi stampati su un giornale).

*

Il libro e il cielo. Il cielo come libro. Antichi esegeti hanno voluto scorgere un riferimento al libro, al cielo come un libro, già nel versetto dei Salmi che a proposito della creazione dice extendens coelum sicut pellem : se si intende quel pellem come una pergamena ecco che appare il libro. La creazione come il dispiegarsi del libro. E nel Commento a Giovanni di Origene –trovo l’indicazione in un recente saggio origeniano  dell’amico Domenico Pazzini- si dice del vangelo scritto nelle “tavolette del cielo” e lì, nella volta celeste, decifrato.

Certo è che scrutare i segni del cielo, il passaggio di comete, il movimento delle costellazioni ha significato da sempre leggere presagi e indovinare destini, confrontare un tempo terrestre fuggitivo con un altro sovrumano tempo, contemplare il lontano e l’inattingibile (contemplare viene da templa coeli, diceva Vico, cioè dalle “regioni” –templa-  in cui  gli antichi suddividevano il cielo per poterlo scrutare). Una crittografia stellare da decifrare nelle notti, che sono anche notti oscure dell’anima. Un alfabeto –alphabet des astres, dirà Mallarmé- che si oppone al désastre , alla distanza dagli astri che è il mondo umano, con il suo tragico.  Il deflagrare e formarsi di stelle, la fuga di galassie, il passaggio di meteore, la geometria delle ellissi si dispiegano come il racconto di un oltretempo che mostra da una lontananza assoluta  quel “granel di sabbia” che è la terra (l’immagine è nella Ginestra leopardiana), lascia apparire   questa “aiuola che ci fa tanto feroci” di cui dice Dante (Par., XXII).

E sempre  Dante, quel Dante che ha aperto la Vita Nuova con l’immagine del libro interiore (“In quella parte del libro della mia memoria … si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova”), sul finire della sua peregrinatio, nell’ultimo canto del Paradiso, proprio per  dire dell’estrema visione, dell’azzardato sguardo nel principio e nel divino, ricorre all’immagine del volume :

Nel suo profondo vidi che s’interna,

legato con amore in un volume,

ciò che per l’universo si squaderna:

 

sustanze e accidenti e lor costume

quasi conflati insieme, per tal modo

che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.

 

Torniamo alla figura del cielo come libro. Ecco Tasso : “il cielo è a guisa  di un grandissimo libro scritto da la mano infallibile di Dio, le stelle sono le sue lettere e i suoi caratteri”.  Siamo ancora nel fascio di luce che si riverbera dal sapere teologico. E’ Galileo, nel Saggiatore, a proporre di liberare la lettura del libro dell’universo dal rinvio al libro della rivelazione e riportarla nell’ordine del visibile, del conoscibile. Per far questo occorre, secondo Galileo, apprendere la lingua nella quale quel grande libro è scritto : “La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che costantemente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche …”. Un altro Libro, dunque, si dispiega al di là del Libro sacro, un altro sapere si distende consegnato alla scrittura celeste. E’ il sapere della scienza, il sapere cosmologico, un sapere che sarà tuttavia accompagnato dallo stupore, e dall’interrogazione. Leggere il cielo come libro vorrà dire osservare una scrittura infinita, definirne le forme e la materia. Dinanzi alla scienza cosmologica il libro dell’universo non è mai chiuso, la sua lettura è, come la scrittura, infinita, dunque sempre ricomincia. Per questo cosmologia e poesia hanno un forte legame.

*

Ultimo passaggio : se Stéphane Mallarmé fa del libro il punto ideale dove il silenzio e la parola, l’accadere e il pensare convergono –“tout, au monde,  existe, pour aboutir au livre”- Edmond Jabès fa del libro la sorgente di un’interrogazione incessante. La lettera, il solco della scrittura, il foglio, il bianco, il margine, la cancellazione, l’abrasione : intorno a questi elementi del libro la scrittura di Jabès ha costruito meditazioni e metafore, disseminato pensieri, inventato dialoghi e frammenti. Jabès dice, allo stesso tempo,  del libro sacro e del libro profano, del libro scritto, mai davvero compiuto e del libro dell’universo.

Ebreo, egiziano, in esilio a Parigi,  Edmond Jabès era poeta intento a interrogare della tradizione ebraica la storia dispersa, fantasticante, quella storia che si svolge nell’esilio e nel vuoto di una mancanza, nella privazione del Nome, nel silenzio del sacro, nella ferita apertasi col tragico del Novecento : “Non si racconta Auschwitz : ogni parola lo racconta”, egli diceva. Ogni libro di Jabès ha l’intestazione di Libro, da Le Livre des questions all’ultimo libro, Le livre de l’ hospitalité, un libro che  l’autore  mi diede ancora dattiloscritto sulla soglia della sua casa a Parigi, mentre lo salutavo dopo una bellissima conversazione mattutina. Non sapevo che quel saluto era un addio. Tradurre quel libro, ospitare Le livre de l’hospitalité nella mia lingua fu per me protrarre il tempo dell’addio e il tempo del dialogo. Il libro, diceva Jabès, è la sola dimora nell’esilio : “Io sono nel libro. Il libro è il mio universo, il mio paese, il mio tetto, il mio enigma. Il libro è il mio respiro, il mio riposo”, leggiamo nel Libro delle interrogazioni. Ma allo stesso tempo  il libro è il luogo di uno spaesamento, poiché testimonia dell’assenza di Dio: in ogni sua pagina trema questa sparizione. E c’è un altro turbamento, quello che Jabès chiama “disperazione del libro”: il fatto che il libro è sempre incompiuto, e la sua decifrazione è interminabile, plurale, infinita. Una decifrazione che lascia intatto l’enigma, e irrisolta la ferita.  Così si apre, nel silenzio del libro sacro, la parola dell’uomo. Che per Jabès muove anzitutto dall’ascolto di voci perdute: voci di poeti, di saggi e di folli, di martiri, di rabbini fantastici e reali. Per Jabès è il deserto,  con i suoi cieli di pietra, il suo vento, le sue sabbie, le impronte cancellate, il luogo privilegiato di questo ascolto. Il libro stesso appare come un immenso deserto, deserto del senso. Eppure nel bianco del libro, nel margine del libro, nel deserto del libro può iscriversi ancora la nascita : “Che tutto sia bianco perché tutto sia nascita”, scrive Jabès.  E’ la domanda di una rigenerazione del senso. E’ l’accamparsi leggero della speranza nel cuore di ciò che è assente, ferito, perduto. Riusciremo a scrivere le nuove parole in questo libro abraso, cancellato, in questa storia dove il tragico del nostro tempo ha lasciato solo memoria di ferite ?


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