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Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
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Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
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Stagione teatrale a Lecce
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 70 – (7 marzo 2013) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Giovedì 07 Marzo 2013 13:15

Debito pubblico e politiche antirecessive

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di giovedì 7 marzo 2013]

 

L’esito elettorale ci consegna un quadro politico nel quale, date le forze in campo, sarà molto difficile continuare a perseguire politiche di austerità. In questi ultimi anni  - e anche in campagna elettorale – si è detto, salvo poche e rilevanti eccezioni, che la stabilità dei conti pubblici è un obiettivo da perseguire in quanto tale. Al di là del fatto che gran parte dell’elettorato sembra non aver accettato questa impostazione, occorre chiarire che – sul piano strettamente economico, e a maggior ragione in un contesto di crescente disoccupazione e caduta del PIL – il perseguimento del rigore finanziario è del tutto controproducente. Ciò per una duplice ragione: le politiche di austerità hanno soltanto effetti recessivi (sono, stando al Fondo Monetario Internazionale, “una sofferenza inutile”) e non raggiungono il risultato che si prefiggono, ovvero non generano riduzioni – ma semmai incrementi – del rapporto debito pubblico/PIL.

In più, l’obiettivo della stabilità dei conti pubblici soggiace a un duplice equivoco.

1) Non è vero che il debito pubblico italiano è eccessivamente elevato. Lo era negli anni ottanta e novanta, anni nei quali, su questo aspetto, l’Italia oggettivamente costituiva un’anomalia nell’ambito dei Paesi OCSE. Per contro, negli ultimi anni, l’indebitamento italiano è stato sostanzialmente in linea con quello dei principali Paesi industrializzati e, in alcuni casi (Giappone in primo luogo), notevolmente inferiore.

2) Il secondo equivoco riguarda la fallace equiparazione del debito di uno Stato con il debito di una famiglia: mentre è evidente che una famiglia non può indebitarsi oltre un dato limite, ciò non accade per un singolo Stato. Uno Stato può ripagare i propri debiti generando avanzi primari (ovvero riducendo la spesa pubblica e aumentando l’imposizione fiscale) o “monetizzando” il debito, ovvero vendendo i propri titoli del debito pubblico alla Banca Centrale. A riguardo, va osservato che il fatto che, per Statuto, la Banca Centrale Europea non possa farlo non implica che tecnicamente non può farlo. Occorre ricordare che la Banca Centrale Europea è la più ‘conservatrice’ fra le banche centrali dei principali Paesi OCSE, ovvero è la Banca Centrale che, per Statuto, ha come unico obiettivo la stabilità dei prezzi, non anche, come accade, ad esempio, per la FED statunitense l’obiettivo dell’aumento dell’occupazione e della coesione sociale.

E occorre precisare che la Banca Centrale non incontra vincoli tecnici alla produzione di moneta. Avendo la moneta circolazione puramente fiduciaria, la produzione di moneta non incontra vincoli di scarsità. A ciò si può aggiungere che l’immissione di moneta non necessariamente determina pressioni inflazionistiche: queste ultime sono generate, nella gran parte dei casi, dal crescente potere di monopolio delle imprese e, dunque, dal fatto che i mercati tendono a discostarsi sempre più da configurazioni di concorrenza. In altri termini, l’inflazione è, di norma, un fenomeno derivante dalle dinamiche dell’economia reale e, in larga misura, prescinde dalle variazioni dell’offerta di moneta.

Lo Statuto della BCE è stato redatto in una condizione completamente diversa da quella attuale: una condizione nella quale la principale preoccupazione dei governi europei (e della Germania in primis) era semmai il verificarsi di pressioni inflazionistiche. Con ogni evidenza, dato il calo della domanda aggregata in tutti i Paesi aderenti all’Unione Monetaria Europea, questi timori sono oggi del tutto infondati. E lo Statuto della BCE è modificabile. Peraltro, i recenti provvedimenti voluti dal Governatore della BCE, Mario Draghi, finalizzati all’acquisto di titoli del debito pubblico dei Paesi dell’eurozona “in misura illimitata” sembrano attestare il fatto che la stessa BCE sta procedendo a una revisione del proprio ruolo e delle proprie funzioni. Appare qui poco rilevante l’argomento utilizzato contro l’idea che la BCE possa agire come “prestatrice di ultima istanza”, ovvero possa acquistare titoli del debito pubblico. Questo argomento risiede nella convinzione che, sapendo di poter comunque vendere i propri titoli, i singoli Governi siano incentivati a usare la leva fiscale in modo “dissennato”, producendo sprechi e inefficienze. Va tuttavia rilevato che, anche nel peggiore dei casi (ovvero, nei casi nei quali i singoli Governi siano fortemente propensi a far uso ‘improduttivo’ della spesa pubblica), questo effetto si può generare solo recependo l’ipotesi estrema secondo la quale le distorsioni nell’uso di risorse pubbliche siano di entità tali rendere nulli gli effetti dell’aumento della spesa pubblica sull’occupazione e la produzione. Si tratta anche di un’ipotesi che non trova alcun riscontro nei fatti. Sia qui sufficiente ricordare che, proprio a ragione delle politiche di riduzione della spesa pubblica e di aumento della pressione fiscale messe in atto negli ultimi anni, circa centomila individui hanno perso lavoro nel corso dell’ultimo mese, come rilevato nell’ultimo Rapporto ISTAT, con un tasso di disoccupazione giovanile (che tende al 40%) che ha raggiunto, in Italia, il suo massimo storico. E’ in aumento il numero di fallimento di imprese, sono in atto circa 150 crisi aziendali, e l’Italia si accinge a diventare (e in parte già lo è) Paese esportatore netto di manodopera – soprattutto di forza-lavoro giovane e altamente qualificata - dopo almeno un decennio nel quale il nostro Paese ha attratto immigrati. E il rapporto debito pubblico/PIL è aumentato di ben 6 punti percentuali nel corso dell’ultimo anno. Ciò che, invece, trova ampiamente riscontro nei fatti – come peraltro recentemente attestato dal Fondo Monetario Internazionale - è che non può esistere un’austerità espansiva e che, dunque, dalla riduzione della spesa pubblica e dall’aumento della tassazione c’è da aspettarsi soltanto maggiore disoccupazione, più povertà, minore crescita.


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