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Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
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Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
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Stagione teatrale a Lecce
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 72 – (23 marzo 2013) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Sabato 23 Marzo 2013 12:47

I danni dell’austerità su Scuola e Atenei

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 23 marzo 2013]

 

Le politiche di austerità, sotto forma di riduzione della spesa pubblica e soprattutto di aumento della pressione fiscale, messe in atto, in particolare nel corso dell’ultimo triennio, non solo non sono riuscite a raggiungere l’obiettivo prefissato di ridurre il rapporto debito pubblico/PIL (che, per contro, è aumentato di ben 7 punti percentuali nel solo 2012), ma hanno esercitato effetti significativi, e di segno negativo, sull’occupazione giovanile e, in particolare sull’occupazione intellettuale.

L’ultimo Rapporto Almalaurea certifica che l’elevato numero di laureati disoccupati è in larga misura imputabile alle piccole dimensioni medie delle imprese italiane, al fatto che sono poco innovative e poco esposte alla concorrenza internazionale. Essendo poco innovative, le imprese italiane esprimono una domanda di lavoro prevalentemente rivolta a individui poco qualificati. Si badi che il nanismo imprenditoriale è una caratteristica essenziale dell’economia italiana e che, tuttavia, le dimensioni del fenomeno sono aumentate proprio a seguito dell’adozione di politiche fiscali restrittive attuate in una fase di caduta della domanda aggregata. Ciò per le seguenti ragioni:

1) L’aumento della tassazione, riducendo i consumi, ha ridotto i mercati di sbocco per le (tante) imprese italiane – e ancor più meridionali – che tradizionalmente operano sui mercati interni. In moltissimi casi, ciò si è tradotto in un aumento dei fallimenti e, in molti altri casi, in licenziamenti. E’ aumentato il tasso di disoccupazione ed è aumentata la numerosità delle piccole e micro imprese. Può essere qui sufficiente ricordare che, stando alle ultime rilevazioni ISTAT, al 2012, in media le nostre imprese hanno quattro addetti, e che l’Italia si colloca, prima del Portogallo, al penultimo posto nella graduatoria UE27 per dimensione media di impresa.

2) L’attuazione di politiche fiscali restrittive, accrescendo il tasso di disoccupazione, ha ulteriormente incentivato le imprese italiane a competere mediante compressione dei salari, ovvero a ridurre ulteriormente le spese per innovazione. Due ulteriori fattori hanno contribuito a generare questi esiti. In primo luogo, le politiche di precarizzazione del lavoro, che, riducendo il potere contrattuale dei lavoratori hanno costituito una rilevante condizione permissiva per indurre le nostre imprese a ripristinare i loro margini di profitto attraverso la riduzione dei costi (dei salari in primis, e di tutti i costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori). In secondo luogo, la riduzione della domanda – conseguente alle politiche di austerità - ha ridotto sia i profitti correnti sia i profitti attesi, generando un calo degli investimenti fissi lordi nell’ordine del 5% negli ultimi mesi del 2012. E ciò è avvenuto in un contesto di restrizione del credito, in larga misura imputabile al fatto che le aspettative bancarie in ordine al rimborso del debito da parte delle imprese sono anch’esse peggiorate e al fatto che le banche hanno ripristinato i loro margini di profitto attraverso attività puramente speculative. In più, la restrizione del credito ha reso oggettivamente più difficile, per le imprese, il finanziamento delle innovazioni.

In questo scenario, non è sorprendente rilevare che, per i giovani italiani e le loro famiglie, studiare diviene sempre più costoso (per il combinato della riduzione dei redditi e dell’aumento delle tasse universitarie) e sempre meno conveniente.

Si ricordi che la nuova Costituzione italiana impone il raggiungimento del pareggio di bilancio, ovvero impone ulteriori compressioni della spesa pubblica e ulteriori aumenti della pressione fiscale. Da ciò discende che, almeno per quanto riguarda l’Italia, data sua struttura produttiva, aumentare i finanziamenti alle Università – quantomeno nel breve periodo - è palesemente in contrasto con questo vincolo. Ciò non solo per l’ovvia considerazione che, per eguagliare spese ed entrate, occorre accrescere ulteriormente l’avanzo primario e, dunque, continuare a drenare risorse (anche) dal sistema formativo; ma anche per il fatto che le politiche di austerità agiscono sulla struttura produttiva (accentuandone il nanismo) e sulle modalità di competizione delle imprese, disincentivando investimenti in innovazione.

Questa conclusione vale a condizione che l’economia italiana non intraprenda un sentiero di crescita tale da consentire di recuperare risorse sufficienti a riportare il fondo di funzionamento ordinario ai valori pre-crisi, come auspicato in un recente documento della Conferenza dei Rettori.

Tuttavia, anche se questo avvenisse, si tratterebbe comunque di un’”elemosina”. Il punto centrale è che le politiche formative messe in atto negli ultimi anni si sono basate su un radicale cambio di paradigma, che ha invertito il nesso di causalità che le aveva legittimate in passato: non è più l’istruzione a promuovere crescita, ma è la crescita economica a consentire di recuperare risorse per (eventualmente) finanziare il sistema formativo. In questa prospettiva, il finanziamento dell’istruzione è un puro costo. L’inversione del nesso di causalità viene spesso motivato adducendo il fatto che la c.d. “bolla formativa” dei primi anni Duemila (l’aumento delle immatricolazioni, il proliferare di sedi universitarie e di corsi di studio) ha prodotto un esercito di individui altamente scolarizzati, ma disoccupati o sotto-occupati. Verificato questo esito, ci viene detto, si è cambiato rotta, sottoponendo gli Atenei italiani a una drastica “cura dimagrante”. E’ un’interpretazione in qualche misura accettabile che, tuttavia, non tiene conto delle cause strutturali che motivano le nuove politiche per l’istruzione: cause che, in ultima analisi, rinviano alla decisione politica – assunta in sede europea – di rispondere alla crisi con politiche di austerità. Politiche che si stanno rivelando sempre più del tutto irrazionali per gli obiettivi stessi che si propongono, fonte di “inutile sofferenza” (stando al Fondo Monetario Internazionale) e causa principale del declino italiano.


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