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Le cose che devono cambiare – (26 marzo 2013) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 26 Marzo 2013 17:32

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 26 marzo 2013]

 

Abbiamo provato di tutto, nell’affidare la nostra cosa pubblica a personaggi di vario tipo. Abbiamo provato con i politici di professione, con quelli improvvisati, con i tecnici, ma è sempre andata male. Non è questione di opinioni: il nostro paese sta attraversando una crisi inaudita e non si può negare che la responsabilità sia di chi lo ha governato. Dato che le abbiamo provate tutte, è chiaro che nessuna delle visioni correnti ha funzionato. A volte si sono risolti problemi contingenti, ma si è sempre evitato di pensare al futuro, oltre alla proverbiale “giornata”. Il futuro è arrivato, e i nodi stanno venendo al pettine, anzi ci sono già.

Una cosa possiamo dare per certa: le persone che abbiamo scelto, con poche eccezioni, sono state inadeguate. E’ possibile pensare che il nostro paese non abbia le risorse umane per tirarsi fuori da questo pantano? Secondo me ci sono. Magari le stiamo facendo emigrare dalla disperazione.

L’Italia ha abbracciato un sistema di sviluppo in cui lo Stato viene visto come un nemico e ognuno lavora per sé e per la propria famiglia, avendo il resto del paese come nemico. Questo atteggiamento è evidente dalla filosofia delle privatizzazioni. Tutti, ma proprio tutti, i nostri politici hanno pensato che la crisi delle aziende di stato si potesse risolvere con le privatizzazioni. Il primo governo guidato da un ex comunista ha iniziato una vasta politica di privatizzazioni, abbracciando l’idea che fosse impossibile far funzionare bene le cose di stato. Esattamente il contrario di quel che dovrebbe essere alla base della “visione” di chi si professa di sinistra. Lo stato è proverbialmente sprecone, inefficiente, clientelare. Gli statali sono fannulloni. In effetti, se le cose di stato arrivano invariabilmente al fallimento, un fondo di verità esiste.

In Inghilterra, chi lavora per lo stato si considera un “servitore civile”, si considera cioè al servizio dello stato. E questo significa anteporre il bene pubblico al proprio bene personale. Identificando, alla fine, il bene pubblico con il proprio bene personale. E’ la filosofia che tentano di inculcare gli spot della Presidenza del Consiglio che ci spiegano che è bene pagare le tasse, perché pagandole si migliorano i servizi. Un paese in cui sia necessario fornire queste spiegazioni ai cittadini è senz’altro un paese immaturo. I cittadini, però, sono restii a dare soldi allo Stato perché pensano che siano sprecati. I servizi non arrivano, e le tasse sono onerose. E quindi si decide di non pagarle, se si riesce. E se lo stato non funziona... allora si privatizza.

Insomma, abbiamo rinunciato all’idea di Stato. E ognuno ha pensato bene di risolvere i propri problemi con espedienti personali. Il risultato eccolo qui: non funziona. 
Bisogna ridare una reputazione allo Stato, bisogna rinnovare la fiducia dei cittadini nello Stato, in modo che lo vedano non come un nemico ma come lo strumento attraverso il quale realizzare il proprio benessere, e quello di chi verrà dopo di noi. 
Non possiamo pensare di risolvere questo problema utilizzando gli schemi del passato. Il loro fallimento è evidente. Ne dobbiamo trovare di nuovi. Il solo che mi viene in mente  è la valutazione dell’efficienza dei processi e il principio di responsabilità. Lo stato si basa sulla fiducia, e se si infrangono le regole viene meno la fiducia. Se i cittadini italiani non hanno fiducia nello Stato, come possiamo pensare che altri Stati abbiano fiducia nell’Italia? 
Se diciamo agli indiani che restituiremo i marinai e poi, una volta che ce li danno, diciamo che ce li teniamo, come possiamo pretendere che il resto del mondo abbia fiducia in noi? E se quelli fanno la voce grossa, noi ci affrettiamo a restituirli, come possiamo pensare di meritare il rispetto del resto dell’Umanità?

Prima di tutto, ognuno di noi deve sentire la responsabilità di far bene il proprio lavoro, con onestà e competenza. E chi non lo fa (e questo si vede con le valutazioni) deve essere messo in condizione di poterlo fare, oppure di lasciare il posto ad altri. Devono terminare le rendite di posizione, a qualsiasi livello, e dobbiamo ricominciare un vivere civile secondo principi che dovrebbero essere ovvi, tanto da esser scritti nella nostra Costituzione. Oggi siamo un paese in cui la furbizia prevale sull’intelligenza, e l’onestà viene derisa. La rivoluzione necessaria riguarda ognuno di noi. Ma dovremo essere più saggi nello scegliere i nostri rappresentanti. Fino ad ora non lo siamo stati. Ma è ovvio che chi abbiamo scelto rappresenta quel che siamo. Se non ci piacciono i nostri politici, significa che non siamo soddisfatti di noi stessi. Se cambieremo noi, cambieranno anche loro. 
A questo punto c’è un problema cruciale nell’uso della democrazia. Se la maggioranza del paese decide di continuare su questa strada, continueremo su questa strada. In democrazia la maggioranza vince, ma non è detto che abbia ragione. Se continueremo così il nostro paese fallirà e alla fine i nostri creditori si compreranno la nostra democrazia, imponendoci le loro regole. Non ci sono scelte. O decideremo di cambiare di nostra volontà o saremo costretti a farlo. Una cosa però è chiara: le cose devono cambiare! E l’Italia deve diventare un paese serio, onesto, affidabile. Oggi, purtroppo, non lo è.


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