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Programma gennaio 2019
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Filosofia
Scritto da Luca Carbone   
Martedì 02 Aprile 2013 16:11

Mentre il mondo va per la sua strada, apparentemente intocco, e si bea dei glutei al sole di Nicole Minetti, dei cinguettii internettiani di Obama, cliccando un miliardo e passa di volte, per la modica cifra di decine di milioni di dollari, il videotubato Gangnam Style e danzandolo nelle metropoli – una cerchia agguerrita e sparuta di “operatori scientifici” prosegue imperterrita nell’opera di demolizione del Novecento, il secolo forse più frainteso della storia occidentale – con facce simpatiche e piglio spigliato, leggermente abusando forse solo delle immancabili pubbliche prebende.

Così Carlo Rovelli si congeda dal 2012, su Domenica del 30 dicembre – prestigioso autorevole inserto culturale dell’autorevole e prestigioso quotidiano di Confindustria Italia, il Sole tutto il dì – che evidentemente, per gli straordinari solari, paghiamo due volte – a onor del vero come tutti i grandi quotidiani di vaglia e grido, da contribuenti, col virtuoso meccanismo dei finanziamenti pubblici alla carta stampata, e coi nostri spiccioli in edicola, acquistandolo.

Il rovello del Rovelli è il Tempo. E sin qui poco male, anzi bene. Chi, almeno una volta, nella vita non s’è arrovellato per il tempo? Tacendo del fatto che ormai “non abbiamo mai tempo” per tutto quello che dobbiamo dovremmo improrogabile fare. Sull’ansia da perdita del tempo (ma dove si perde il tempo? E perché non si ritrova?) sembrano basarsi un incalcolabile numero di diuturne e notturne interazioni quotidiane: chi non lo prova e sa? Anche un ragazzino di anni quindici ormai “non ha mai tempo” – è il refrain d’ogni disbrigo quotidiano… ma questo è un altro discorso.

Gli scienziati, alla cui eletta ristretta incompresa schiera appartiene l’arrovellantesi Rovelli, con un curriculum invidiabile di pagine 23, si domandano invece se è poi vero che il tempo “scorre”. Amleti novelli s’accrocchiano in mega conference, in prestigiose sedi sparse per il mondo rimpicciolito e, ahimè, s’arrovellano, presente Rovelli stavolta: scorrere o non scorrere? That is the problem. E sin qui, niente di male, anzi bene. Anche se appare licito qualche dubbio sul fatto che virginale sia la dipintura.

Dal Rovelli dipanante i suoi rovelli apprendiamo che accrocchiati a Città del capo, vertice del triangolo affricano, con a capo un luminare cambriggiano (più doc del parmigiano) con l’apporto d’Australiani (ma Del Piero, austero, non gioca!) scienziati dalle molte discipline e filosofi si sono arrovellati sull’essere del tempo – che non sembra tanto un – essere – quanto uno scorrere.

– Sciacquone è il   tempo? “E se ne porta… ogni umano accidente”? –

Accidenti al tempo, dunque. Ma forse (indegnamente semplifico), convergono i divergenti luminari nel vertice d’Affrica, sembra solo che il tempo scorra. Forse non scorre, ma È, mentre “noi” scorriamo. E se così fosse, allora si sbaglierebbe chi dicesse – e avesse detto – che il tempo scorre. Chi? l’ha detto! Chi? Ha osato. Persino un liceale “aifonato” a questo punto subirebbe l’incipit della rivelazione. I suoi neuroni pescando nella melassa nozionistica ammassata nella corteccia alla rinfusa vedrebbero brillare sul fondo della noia scolastica oceanica il titolo del libro del più famoso, e famigerato, e infamato aggiungo, “filosofo” del Novecento – ma certo! Essere e tempo, di Martin Heidegger da Messkirch. L’abbiamo! Il reo, e confesso, è lui – a parte i suoi posteriori intrallazzi nazi – anteriormente s’è messo ad almanaccare sul Tempo, a braccetto con l’Essere. Ha scritto appunto il non solo incompiuto, ma anche inintelligibile – chi non lo sa? – voluminoso volume, non privo di una certa capacità di seduzione. Ha avuto successo, persino tra le donne. Poi, la non meno voluminosa, caduta. Ma centriamolo in “volo”, siamo Santi Scienziati “noi”, mica Santi Inquisitori.

Che ha detto, quindi, il “filosofo”? Che noi “abitiamo il tempo” – anche se il tempo scorre.

– Un’abitazione scomoda, da abitanti irrequieti –

Ma si sa, il pensatore veniva da un paesino contadino e intuiva, cioè vedeva, il tempo scorrere da un “ora” ad un altro “ora” – da istante a istante – e raggiunto fulmineo il successivo, il precedente piomba nel passato – l’attuale si pavoneggia come presente, ed il successivo si fa desiderare come avvenente. Tutto molto intrigante ed edificante ma, ahimè, “primitivo”. Fidarsi del primitivo è bene quando è un buon rosso pugliese, o Cimabue, ma non fidarsi è meglio quando sono in ballo questioni complesse. Di chi fidarsi, allora? Ma degli arrovellanti convergenti, è lampante!

Se ci fidassimo del “filosofo” contadino il sole starebbe ancora girando intorno ad una terra piatta – ci ammonisce il Rovelli il 30 dicembre dell’anno di grazia duemilatredici – e son stati proprio loro, gli antenati degli scienziati, a provare che è la Terra che, poverella, gira intorno al Sole, ed è una palla. Mon dieu! Che rivelazione, che rivoluzioni.

La Terra dunque scorre ancora (“ancora”?!) intorno al sole, mentre (“mentre”?!), birbo, non scorre il tempo.

Di questo se ne sono accorti gli scienziati, quelli dopo gli antenati, guardando gli Universi, quelli “infiniti” e quelli infinitesimi. I batteri del Rovelli saranno orgogliosi d’abitare un così meraviglioso universo, ch’è per loro il corpo del Rovelli! Batteri di scienziato, internazionali; non batteri “primitivi”, di “filosofo” paesano.

E dire che non ce n’eravamo ancora accorti, che distratti, di queste meraviglie. Neanche della terra scorrente. Sarà stato perché l’ha detto il maledetto gobbo, in quel suo libretto di “sogni poetici, d’invenzioni, di capricci malinconici”? che l’editore Stella voleva pubblicato nella collana per le dame? “Ma ora se noi vogliamo che la Terra si parta da quel suo luogo di mezzo; se facciamo che ella corra, che ella si voltoli, che ella si affanni di continuo, che eseguisca quel tanto, né più né meno, che si è fatto di qui addietro dagli altri globi; in fine, che ella divenga del numero dei pianeti (…) il fatto nostro non sarà così materiale, come pare a prima vista che debba essere; e… gli effetti suoi non apparterranno alla fisica solamente: perché esso sconvolgerà i gradi della dignità delle cose, e l’ordine degli enti; scambierà i fini delle creature; e pertanto farà un grandissimo rivolgimento anche nella metafisica, anzi in tutto quello che tocca alla parte speculativa del sapere”.

Il tempo non scorre, dunque. Scorre la terra e scorriamo noi, ma il tempo è un blocco.

Certo non tutto è chiaro, il Rovelli ammette, ma è chiaro ormai che meglio è affidarsi agli arrovellatori raziocinanti trasvolando continenti che ai filosofi paesani passeggianti per sentieri inconcludenti.

Si posa sul tavolo il giornale, dopo aver riletto – ed una ridda di dubbi e spettri ci assale, nella semi-incoscienza post-prandiale. Qualcosa, non è neanche il caso di notarlo, nei Tempi, non torna. È il caso di dirlo: non scorre. S’accampano spettri di nomi e nomi di spettri: Brentano e Simmel e Weber e Jaspers e Cassirer e Scheler – su tutti, Husserl.

Ma dipoi anche gli Junger ed Heisenberg e von Weiszsäcker e Löwith Arendt Marcuse Jonas Gadamer Fink e ancora Medard Boss, e quanti e quali altri ancora, ce ne fosse ancor bisogno? Tutti quest’ultimi turlupinati dall’anzianotto, scarpe grosse cervello fino? Mein Gött, che Göttdämmerung!

Chi glielo racconta al buon Rovelli ch’è il contadino s’è nutrito e alimentato, s’è misurato e confrontato e s’è forgiato ad una delle più spaventose fucine di lavoro intellettuale e scientifico ed artistico e poetico e politico – comune – che s’è avuta nella storia occidentale? Il cui fuoco divampava da Vienna a Parigi, da Monaco a Mosca, da San Pietroburgo a Dublino, da Stoccolma a Chicago? e persino sotto l’itale coltre cattoliche inamovibili? E dalla quale fuoruscì anche l’amata sua quanta “fisica”? Chi glielo racconta, che per questo forse tanti e tante l’hanno letto e tanti e tante combattuto? E vanno ancora e leggendolo e combattendolo?

– Bah! – Qualunque istorico della filosofia, della cultura, dell’arte, della scienza, della modernità; qualunque storico non storiografista – ad esempio. Ma non fanno parte della tribù del Rovelli. That is the problem.

Così senz’accorgersene – è la vera aggravante – il Rovelli commischia le più avanzate teoriche scientifiche alle più stantie stereotipie “filosofali” – che all’inverso della pietra alchemica abbiamo ritrovato per trasformar d’un fiat in paglia l’oro; e senz’accorgersi il Rovelli va confermando una stagionata annotazion d’annata, d’un carcerato d’eccellenza: “La mentalità scientifica è debole come fenomeno di cultura popolare, ma è debole anche nel ceto degli scienziati, i quali hanno una mentalità scientifica di gruppo tecnico, cioè comprendono l’astrazione nella loro particolare scienza, ma non come «forma mentale» e ancora: comprendono la loro particolare «astrazione», il loro particolare metodo astrattivo, ma non quello delle altre scienze…”.

Ma come?! Sobbalzerebbe il Rovelli, se mai leggesse – ma se ho scritto che ci siamo accrocchiati da più sponde e che malgré le divergenze è emersa la convergenza e che concorde mente le discipline hard and soft stanno utilmente dialogando da un capo all’altro del pianeta, qui mi si rintuzza all’esser dell’altrui scienza accorto? Ah, Rovelli del rovello, alle stelle non vassi per cammin breve! Come scribacchia ancora il carcerato, per comprendere un pelino il particolar metodo astrattivo dell’altre scienze un tocchettino delle disputazioni delle botteghe altrui s’ha da cognoscerlo – la posizion storica, la topografia ideale e i confini concettuali, come s’ha pur da cognoscere qualcosa del Chinese se si vuol parlarlo.

Ma per questo, ahimè balzano il tempo scorre, e sfreccia, anzi trasmoda; e non ne resta un ette mai da dedicarsi a tanta geo-sofia. Appiccichiamo, ergo, l’imparaticcio, e assicurando il bon ton dei nostri pari, che siamo in tiro, via! Cedo, ahimè, a rimostranze volgarucce…

– Ma quando te se spiccica e spiaccica pe’ novità de l’ultim’ora che l’antropologo tale ha scoperto er popolo ammazzonico tale che non ci ha manco la parola pe’ di tempo – te s’aggricchia er sangue ne le vene e pure ne l’arterie. Ah! Che ve posseno, fiji de… pagnotta. Ma nu’ ve state a ricorda’ de Sapìr e Uorf?! E sto fijio d’un cane nun sai c’ha scritto – or sono otto decenni quasi scorsi – “il linguaggio Hopi non contiene alcun riferimento al Tempo, sia esplicito che implicito”? Bellezza mia! È stato pablisced, morto anzi tempo Uorf, sessanta anni or scorsi – e voi ve fate un trip de mijaia de kilo-meters p’arripetere – bozzacchioni – tal quale il già detto e scritto e dibattuto e ributtato, come fosser ova fresche de giornata. E ve pagano, pure?! –

– Arroncigliati, verme plebeo, o ti scrafazzo!............. –

Tornando a botta, e rovello, e scusando l’infelice interruzione volgaruccia… Signore Domineddio, tu, solo, presiedi – ascondito – alle vie di noi inetti. Così al Rovelli metti in bocca… No!... in punta di dita, e non di lingua, ch’essi non più parlano se prima non digitano – le parole – le stesse di che egli (confutar credendo l’autor che le disse) s’abbevera chissà da qual fonte – e forse chissà per colmo di tua magnificenza – da quella ch’egli crede esser intima e sua propria solo.

Heidegger confuta con Heidegger, e, fato acerbo, l’ignora, il Rovelli digitando: “L’alternativa [allo scorrere del tempo dal passato verso il futuro attraverso il presente] è l’immagine dell’ «universo blocco»: passato, presente e futuro dell’universo rappresentati in un unico «blocco». Piuttosto che un tempo che “scorre”, siamo noi stessi, o meglio è la nostra coscienza, ad “arrampicarsi su per una linea dentro l’universo blocco…”.

“Direi che la migliore epigrafe per SEIN und ZEIT di Heidegger potrebbe forse essere una frase di Rivarol (…) «La più grande illusione è di credere che il tempo passi. Il tempo è la riva che sembra muoversi mentre noi gli scorriamo dinanzi» Heidegger non ha detto altro da un capo all’altro di SEIN und ZEIT…”. Che ne pensi… anzi no: che ne digiti (poiché prima digitano, che pensano) Rovelli? E che digiteresti, se leggessi; che avresti digitato s’avessi letto: “Il tempo non è più la successione da un «ora» ad un altro che sprofonda nel passato, mentre un terzo, che precedentemente doveva arrivare, diviene ora presente e così di seguito… all’infinito. Il tempo è piuttosto la contemporaneità del presente, del passato e dell’avvenire (…) noi viviamo in un mondo in cui tutto è contemporaneo e non successivo”. Chi questo dice, è un di quelli che il Rovelli chiama “più devoti Heideggeriani” – poiché Heideggeriani si diventa e s’è solo a costo di credere e far setta – Un che non si sottrae, devoto appunto, dal sottolineare come “il tempo a cui pensa Heidegger si differenzia dalla natura che gli era stata assegnata dalla filosofia. Per la filosofia il tempo era essenzialmente la successione da un «ora» a un altro «ora», in attesa che un terzo «ora» ancora a venire, segua a sua volta alla successione dei due «ora» precedenti, per così dire, lungo la stessa traccia”.

Se si fosse data la briga – cioè il tempo – di sfogliarlo da sé, Essere e Tempo, Rovelli, che non par senza cervello, l’avrebbe scoperto da sé che Heidegger è disfilosofo e critica la concezione filosofale e sensocomunale del tempo. Ma l’importante è rintuzzare i devoti heideggeriani ed il patriarca contadino, che osano svilir la “fisica” poiché non comprenderebbe il tempo che scorre. Perché son loro i paisà che si sottraggono allo “scorrere” del tempo; stavolta quello che scorre nella scienza – che, puta caso, è il tempo del pensiero. “Science is the process itself of the evolution of thinking”; canta il Rovelli. Che già suona bene in Inglese, figurarsi in Tedesco. Atroce s’arronciglia il dubbio: ma allora lo scienziato arrovellato, non può aver detto la stessa cosa del zappaterra disfilosofo? Bingo! Come il sardegnolo imprigionato ditta: “Trovare la reale identità sotto l’apparente differenziazione e contraddizione e trovare la sostanziale diversità sotto l’apparente identità, è la più delicata, incompresa e pure essenziale dote del critico delle idee…”.

Ma questi son rovelli fuori portata del Rovelli, e dei suoi compari, che, armati ignari di sineddoche, prendono la sola “propria” parte di scienza per la scienza tutta. Anche se, a quel che rimembro, non fu parto di Madama Fisica la parola-concetto “evoluzione”, messa in auge non da Darwin come i più ripetono, ma dall’abominevole Spencer, infamato un po’ a torto d’esser prodigo di sole scempiataggini.

Se avesse fatto caso ai miliardi di batteri che allegri l’infestano, di drento e di fuora, l’ arrovellatore, e magari en passant, come suggerisce il poeta, al fiorire d’un fiore, oltre a sospettare che l’ammasso dei suoi atomi non sarebbe bastato a dargli la faccia simpatica che ha – si sarebbe anche accorto che nel suo conto e racconto sul tempo trascura quell’unico, certo insignificante su cosmica scala, dettaglio che rende d’un qualche interesse arrovellarsi sul tempo  che – in mancanza di meglio nomi – logoramente chiamiamo vita. Si sarebbe accorto che in tutta la sua “fisica”, quello che non conta è il batterio: il vivente.

Un fenomeno emergente ma – parrebbe – non irrilevante. Tant’è che va includendo – nel suo amoroso seno – persino i fisici, che non la contemplano, la vita, tra gli accidenti notabili, dell’universe cose.

Capita, nella sciocca e scioccante Babele che abitiamo – il così detto tempo “nostro” – che altri colleghi del Rovelli la vedano diversamente, e persino inversamente – che s’azzardino (e s’azzardano) a reputare irriducibile al tempo cosmico, il tempo dei viventi – a partire dai suddetti miliardi di batteri del Rovelli – elegantemente ammannendo, mezzo crucchi e mezzo angli, che “anche nei più semplici esseri unicellulari, è possibile osservare tra le loro componenti una reciproca interdipendenza, assai complicata e con funzioni separate. Esistono organi specializzati che non possono funzionare, o non possono funzionare bene, se altri organi non funzionano in modo corrispondente. In tal caso, certi meccanismi di controllo conservano l’unità e l’integrità di quella formazione entro il mondo circostante e ne garantiscono la sopravvivenza, in un costante scambio di prodotti con questo mondo. Tali formazioni, dunque, rappresentano un ordine di genere differente e, è corretto affermarlo, più elevato e complesso di quello dominante sul piano fisico-chimico. Al livello e alla solidità dell’integrazione con funzioni separate di unità composte in questo stadio del divenire naturale, corrispondono forme di disintegrazione che non hanno alcun riscontro sul piano fisico-chimico. I termini che usiamo per esse sono «malattia» e «morte»”. Potrebbe esservi un nesso tra tempo e morte? E più che un nesso, uno strano amplesso? E potrebbe esservi anche differenza tra “perire” e “morire”? Ma sembra che per i “fisici” non conti. E Rovelli, che sa che le domande gliele possiam fare, cita Einstein, che scrive alla vedova d’un caro amico, per mostrarci che i fisici sanno che la distinzione tra i tempi è un’illusione cocciuta: ma può dirci il Rovelli se da morto Einstein avrebbe scritto la stessa cosa? E da morto, il Rovelli, sa se ci avrebbe deliziato col suo rovello a fine d’anno? E potrebbe mangiare il Rovelli un insaccato di maiale vivo – non da morto s’intende?!

Poiché si spera – ma di tempo ne è scorso e la speranza non si avvera – che la smetteremo d’incolonnare il mondo e soprattutto i nostri simili sulla lavagna nella tabella dei Buoni e dei Cattivi, il nostro ultimo amico chiamato a parlare non esclude l’apporto dei “fisici” – alla conoscenza del mondo – ma chiede che limitino le loro pretese, d’ascendenza, d’altro canto, qualche maligno insinua, leggermente teologica: “Anche nello studio delle varie unità biologiche, i procedimenti e le spiegazioni di tipo fisico-chimico possono essere indispensabili, giacché gli organismi sono effettivamente composti di atomi e molecole. Ma è una speranza vana dei fisici e dei chimici (e in fondo soltanto espressione di una presa di potere) quella di ritenere che un giorno gli organismi potranno essere spiegati in modo sufficiente alla loro maniera, ossia riducendoli allo stadio d’integrazione di molecole ed atomi; ed è vana non già per la presenza di forze vitali extrafisiche, non si sa di che genere, bensì perché in questo caso l’organizzazione ed integrazione delle parti hanno un’influenza determinante sulle peculiarità e sul comportamento delle unità composte, e abbastanza spesso anche delle componenti”.  Qualche altro maligno potrebbe anche insinuare che “organizzazione ed integrazione delle parti” ricordano e riecheggiano l’aristotelica morphé…

Intanto, cedendo alla componente “angla”, il nostro con humour metaforico, appioppa ai “fisici” lo stigma di – dirlo duole – “primitivi” – forse, è vero, contravvenendo alle regole del bon ton scientifico: “Fondare il concetto di scienza su una disciplina particolare, ad esempio la fisica, corrisponde press’a poco al modo in cui certe popolazioni immaginano che tutti gli uomini abbiano un aspetto simile al loro, e, se ciò non accade, pensano che questi non siano uomini veri e propri”.

Se l’interdisciplinarità non è un pretesto per far bisboccia ai meeting – le questioncelle sollevate dal collega – scienziato, e pur non fisico – del Rovelli, e non da lui soltanto; quella della morte, quella del vivente, quella della differenza tra le scienze in base ai loro oggetti – tutte ben presenti al montanaro disfilosofo, e ben per tempo, e l’ultima dell’irriducibilità della biologia alla fisica in concordia piena col suo maestro Husserl da cui tanto lo divide, ma che in tutto lo si vuol vedere a forza contrapposto – potrebber esser un buon banco di prova, le dette questioncelle, per esercitarsi, liberi come da filosofemi raffazzonati così da neogesuitismi odifreddiani, allo “scorrere” nel tempo del pensare. Se imparassimo cioè a scorrer via dal tempo-blocco dei presupposti immoti di cui siamo forgiati, per approssimarci alla contemporaneità – storica – dei tempi che viviamo e in cui, ahinoi!, tutti moriamo.

Galatina, 1 – 9 Gennaio 2013

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