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Fiume: tornare indietro col cuore PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Maria Marinari Moro   
Venerdì 05 Aprile 2013 15:55

[Pubblichiamo il ricordo di Maria Marinari Moro relativo alle vicende da lei vissute in prima persona nel secondo dopoguerra, quando molti italiani furono costretti ad abbandonare le loro case a seguito del Trattato di Parigi che sanciva la rinuncia dell’Italia a una buona parte della Venezia Giulia. Il Giorno del Ricordo, istituito dal Parlamento italiano nel 2004, negli ultimi anni (dal 2009 ad oggi) ha rinnovato nella scrittrice la volontà di rievocare quei tragici eventi. La loro memoria è ora consegnata ad alcuni articoli che si allegano al presente. Si ringrazia Maria Marinari Moro per la gentile cortesia con cui ha acconsentito alla pubblicazione in questo sito dei suoi scritti.]

 

PER  RICORDARE

 

[ne “Il Galatino”, a. XLVI, n. 5 (8 marzo 2013)]

 

Il 10 febbraio è il giorno in cui ricorre l’anniversario della firma, avvenuta nel 1947, del  Trattato di Parigi che sanciva la fine della seconda guerra mondiale. Oggi gli italiani sono invitati a celebrare il Giorno del Ricordo, istituito dal Parlamento italiano nel 2004. Con quel Trattato l’Italia, uscita sconfitta dalla guerra, ha dovuto rinunciare quasi completamente, ad una delle sue regioni, la Venezia Giulia, l’ultima ricongiunta al suolo italiano dopo la guerra del 1915 – 18.

Io sono nata a Fiume, la più estrema delle province di quella regione: le altre erano Trieste, Udine, Gorizia e Pola. A Fiume sono vissuta con la mia famiglia fino al 1946, anno in cui siamo stati costretti, noi e la quasi totalità delle famiglie italiane, a lasciare le nostre case e tutti i nostri beni, perché la nostra città, alla fine della guerra, nel maggio del 1945, era stata occupata dai partigiani jugoslavi del maresciallo Tito. Quell’occupazione (ma noi non lo sapevamo, allora, e furono colti di sorpresa anche gli alleati anglo-americani) dopo il Trattato di Parigi doveva diventare definitiva per noi fiumani e per tutta l’Istria, comprese Pola e Gorizia, che vide addirittura passare il nuovo confine tra le strade cittadine.

Anche Trieste subì l’invasione jugoslava, ma per soli quaranta giorni, dopo i quali sopraggiunsero le truppe americane che presero il controllo della situazione. Ci furono lunghe trattative tra le potenze alleate: la Venezia Giulia fu dapprima divisa in una “Zona A”, comprendente Trieste, con un piccolo territorio circostante, e Gorizia,  ed una “Zona B”, formata da Fiume, Pola e il resto dell’Istria. La “Zona A” fu posta sotto il controllo degli alleati, mentre nella “Zona B” rimasero al comando i partigiani jugoslavi.

Nei territori di confine, purtroppo, specialmente dopo un evento bellico, possono avvenire dei cambiamenti nella delimitazione dei territori appartenenti agli stati confinanti. E ciò potrebbe anche essere accettabile, se avvenisse attraverso la consultazione degli abitanti del luogo, che sono poi i veri fruitori del territorio, hanno lì le loro case, ci vivono con le loro mogli ed i loro figli, ci lavorano, e conoscono quindi la situazione che si verrebbe a creare in conseguenza dei cambiamenti proposti. Invece da sempre, purtroppo, anche ai nostri giorni, vale la prassi che i vincitori dei conflitti si siedano intorno ad un tavolo e dettino le loro condizioni ai vinti, ai perdenti, i quali non hanno voce, non possono fare obiezioni ed eventuali proposte, devono solo tacere ed accettare il volere dei più forti. Così nel Trattato del 1947 fu stabilito che tutta la “Zona B” rimanesse definitivamente sotto il dominio della Jugoslavia. Solo per Trieste e per una parte della città di Gorizia fu fatta un’eccezione: esse rimasero italiane, ma Fiume con le isole del Carnaro, Pola e tutte le belle cittadine della costiera istriana, che conservano tra le loro mura le antiche vestigia romane e le caratteristiche bianche costruzioni venete (Capodistria, Pirano, Parenzo, Rovigno, Albona) sono state cedute alla Repubblica Jugoslava, adesso portano nomi croati e non sono più abitate da italiani.

Ma perché gli italiani, soprattutto tra il 1945 e il 1948-50, decisero di abbandonare le loro città, dove risiedevano ormai da generazioni e dove si erano pur succeduti governanti diversi, dagli antichi Romani alla Repubblica di Venezia, dall’Impero Austro-ungarico al Regno d’Italia?

La risposta non è facile, perché la situazione della Venezia Giulia, regione di frontiera e confluenza di popoli e di lingue diverse, si presentava come una società multietnica e multiculturale; nelle città principali e nelle cittadine costiere dell’Istria la lingua parlata era in maggioranza l’italiano, nell’interno della penisola istriana  prevaleva il croato, nelle zone intorno a Trieste e a Gorizia lo sloveno.  Dopo la caduta di Venezia, che aveva fondato, per le necessità dei suoi commerci, insediamenti lungo le coste dell’Istria e della Dalmazia, la regione fu incorporata nell’Impero austro-ungarico, che trasformò soprattutto Fiume e Trieste in importanti porti commerciali, dove, attratti dalle floride condizioni delle due città, si riversarono in forte numero austriaci, ungheresi, croati, sloveni provenienti dalle zone circostanti. Tutte queste popolazioni si unirono agli italiani già residenti e ben presto impararono a coabitare pacificamente, integrandosi tra loro senza particolari difficoltà, pur mantenendo intatte le caratteristiche delle varie nazionalità. In ciò furono facilitati dalla oculata amministrazione degli Asburgo, i quali miravano a smussare tra i loro eterogenei sudditi le divergenze più acute: a Fiume, per esempio, che apparteneva alla Corona d’Ungheria come corpus separatum, dove si parlava in prevalenza l’italiano, accanto alle scuole ungheresi esistevano scuole italiane e croate e fu concesso ai fiumani di usare la lingua italiana negli atti pubblici e di eleggere un podestà italiano e rappresentanti italiani al Parlamento ungherese. Molti fiumani parlavano, oltre all’italiano, l’ungherese, il tedesco, il croato, ed io ho avuto amiche che a scuola parlavano in italiano, a casa, con i genitori e con i nonni, in croato e magari, con qualche altro parente, in ungherese o tedesco.

Ma nel 1918, caduta la monarchia austriaca, la Venezia Giulia venne assegnata all’Italia, dove, pochi anni dopo, si instaurò la dittatura fascista, che si basava su principi ben diversi circa il trattamento da riservare alle minoranze etniche: esse, praticamente, non esistevano, non dovevano esistere, e questo valeva soprattutto per i croati e gli sloveni. Perciò furono abolite le scuole croate dell’Istria e quelle slovene dell’entroterra triestino e goriziano, furono chiusi tutti i circoli culturali non italiani (e questo colpì soprattutto gli intellettuali sloveni, i più attivi ed apprezzati in questo campo); non si potevano usare le lingue croata e slovena in luoghi pubblici, neppure nelle chiese, per cui i parroci dei piccoli paesi istriani dovevano fare le loro prediche in italiano, lingua pressoché sconosciuta ai loro fedeli (i vescovi di Trieste e di Gorizia elevarono la loro protesta presso il governo italiano, ma non ottennero nulla, anzi furono entrambi allontanati dalle loro diocesi). Era proibito imporre nomi slavi ai neonati ed i cognomi croati e sloveni venivano d’ufficio italianizzati “per restituire alla forma italiana i cognomi che si supponeva fossero stati abusivamente alterati durante la dominazione straniera”: così era prescritto dal R. D. 10 gennaio 1926. Nei registri scolastici delle scuole italiane, che tutti indistintamente dovevano frequentare, anche i nomi dei piccoli scolari venivano “tradotti” in italiano (Bogdan diventava Diodato, Vladiza si mutava in Vladimira, Gorazd in Gerardo, ecc.), con grande stupore degli interessati, che spesso si dimenticavano di rispondere all’appello. Rimanevano,invece, invariati nomi e cognomi ungheresi o austriaci. Tuttavia, nonostante i Regi Decreti fascisti, nella vita quotidiana i rapporti fra la comunità italiana e quelle croata e slovena erano improntati, generalmente, alla massima tolleranza da entrambe le parti: vivevamo nella stessa città, abitavamo gli uni accanto agli altri senza particolari problemi; frequentavamo gli stessi luoghi di lavoro e di svago (caffè, cinema, teatri, concerti, ristoranti). Soprattutto a Fiume non si dava troppa importanza alla differenza di lingua o di religione: i cattolici frequentavano le loro chiese, dove anche gli slavi trovavano sempre un sacerdote che parlasse la loro lingua; i componenti della numerosa comunità ebraica avevano a disposizione due belle sinagoghe; i protestanti, in maggioranza valdesi, e gli ortodossi, meno numerosi, si riunivano liberamente nei loro luoghi di culto. Erano frequenti i matrimoni fra italiani e slavi e anche quelli fra cattolici e persone di diversa religione.

Ma la situazione cambiò  dopo l’entrata in guerra dell’Italia, specialmente dopo la primavera del 1941, quando le truppe italiane invasero la Croazia, che divenne un Regno indipendente retto dal principe Ajmone di Savoia e costituito dalle province di Lubiana e della Dalmazia. I croati non reagirono militarmente all’invasione, ma ben presto, come era prevedibile, si formò, sotto la guida del maresciallo Tito, un forte movimento partigiano, che si opponeva con azioni di guerriglia di ogni tipo all’esercito invasore. Durissima fu la repressione dei militari italiani: trai 1941 e il 1943 furono fucilati centinaia di ostaggi,  incendiate migliaia di case, distrutti interi villaggi; vennero deportate in campi di concentramento (che non avevano nulla da invidiare ai lager tedeschi) 30.000 persone, molte delle quali morirono di stenti e di malattie ( solo nel campo allestito sull’isola di Arbe in Dalmazia, che raccoglieva soprattutto donne e bambini, mogli e figli di partigiani jugoslavi, morirono per un’epidemia di tifo almeno 4500 persone). Tutte queste azioni di rappresaglia non facevano che aumentare l’odio verso gli italiani, che vennero giudicati peggiori dei tedeschi per le loro crudeltà.

Ma poi le sorti della guerra si capovolsero e nell’aprile del 1945 i partigiani jugoslavi si spinsero fino a Fiume e raggiunsero persino Trieste.

Ricordo ancora quel drammatico 3 maggio 1945, quando vedemmo sfilare per le vie di Fiume uno strano corteo di persone che indossavano berretti militari con una stella rossa e divise lacere e piuttosto approssimative, armati di fucili, pistole e mitra: erano i partigiani di Tito che erano riusciti a precedere le truppe inglesi ed americane e venivano ad occupare (loro dicevano a “liberare”) la nostra città. Le truppe tedesche, che fino a quel giorno avevano avuto i pieni poteri in quelle zone, il prefetto e le altre autorità fasciste erano fuggiti poche ore prima, lasciando i cittadini indifesi. I membri del Comitato di Liberazione Cittadino, rappresentanti di tutti i partiti, che si era formato clandestinamente nei mesi precedenti, furono raggiunti quel giorno stesso nelle loro case da squadre di partigiani ed eliminati uno ad uno: così la città rimase abbandonata a se stessa.

Gli jugoslavi si insediarono subito da padroni: nominarono un prefetto e un viceprefetto croati; imposero una moneta d’occupazione, la jugo-lira, che poteva circolare solo nei territori da essi occupati; i negozi venivano espropriati ed i loro proprietari ridotti a semplici commessi con modesti salari; le case di abitazione erano requisite, alla famiglia del proprietario veniva lasciata una stanza (quando andava bene) e le altre erano assegnate dall’apposito comitato cittadino ai componenti delle tante famiglie di jugoslavi che cominciavano a trasferirsi nelle città occupate.

Contemporaneamente continuavano, a Fiume, a Trieste e in tutta l’Istria, gli arresti di personaggi noti e meno noti, fascisti ed antifascisti, giovani ed anziani, militari (a Fiume furono arrestati 10 carabinieri e 50 guardie di finanza), semplici operai, impiegati, professionisti, artigiani: venivano prelevati senza alcuna spiegazione e non tornavano più nelle loro case, di loro non si sapeva più nulla. Gli arresti erano stabiliti, senza alcun processo, dalla polizia segreta jugoslava, l’OZNA (Sezione per la sicurezza del popolo), che aveva pieni poteri e decideva chi era “nemico del popolo” e doveva essere eliminato.

Delle persone scomparse non si conosceva la sorte: della maggior parte di esse non si sono più avute notizie, di altre si sono trovati i miseri resti in fosse comuni lontane dalle città o nelle foibe della zona carsica. Ma questo si venne a sapere solo alcuni anni dopo la fine della guerra: l’esistenza delle foibe non fu denunciata né da parte italiana né da parte jugoslava, per evidenti motivi politici.

Le foibe sono voragini naturali, di varia larghezza e profondità, utilizzate spesso dagli abitanti dei paesi circostanti per gettarvi rifiuti di ogni genere. Esse sono sparse su tutto il territorio carsico, e a volte nascondono caverne di una bellezza impensabile,  come le Grotte di Postumia vicino a Trieste, arricchite da stalattiti e stalagmiti di un abbagliante candore. In Italia, dopo la definizione dei nuovi confini, ne sono rimaste solo due, nei dintorni di Trieste: quella di Bassovizza e quella di Monrupino. Solo queste si son potute esplorare, almeno in parte; di quelle rimaste in territorio jugoslavo non si sa quasi nulla.

Solo adesso gli storici cominciano a studiare il fenomeno delle foibe e a cercare di chiarire il motivo di tanta crudeltà; oltre agli italiani Gianni Oliva, Raoul Pupo, Roberto Spazzali, recentemente si sono occupati della vicenda “foibe” anche alcuni storici croati, come Jože Pirjevec, docente di storia all’Università di Koper (Capodistria). Sono ottime iniziative, purché non diventino aride discussioni sul numero di cadaveri che ogni foiba poteva contenere e quanti invece la “propaganda nazionalistica” sostiene che ne siano stati trovati; o se si debbano considerare solo i civili sepolti nelle foibe o anche i militari caduti in combattimento, i quali ultimi andrebbero sottratti dal totale … I poveri morti delle foibe hanno tutti diritto alla nostra pietà e al nostro rispetto: gli innocenti, perché condannati ingiustamente a morte e ad una morte atroce; i colpevoli, perché avevano anch’essi diritto ad un equo processo che li inchiodasse alle loro responsabilità e stabilisse una giusta pena proporzionata alle loro effettive colpe. Questi morti, ed i loro familiari, attendono ancora che, da una parte e dall’altra, ciascuno riconosca i propri torti e chieda loro umilmente perdono.

In Istria, intanto, e nelle città giuliane occupate la vita si svolgeva tra mille difficoltà: i viveri erano scarsi e razionati; molte persone perdevano il posto di lavoro e venivano sostituite da personale croato scelto dalle nuove autorità, mentre continuavano gli arresti non motivati, che solo raramente erano seguiti da processi presieduti da giudici poco affidabili. Sui muri, nelle vetrine dei negozi, vuote di merci, si moltiplicavano le scritte inneggianti a Tito, alla fratellanza fra i popoli, alla libertà, ma la realtà quotidiana smentiva tutte queste belle parole. Via via che i giorni passavano la fiducia veniva meno in tutti noi e a poco a poco capimmo che nelle nostre città non avremmo avuto un futuro compatibile con quelli che erano stati i nostri modelli di vita.

Così ebbe inizio il lungo esodo delle popolazioni giuliane: cominciarono i cittadini italiani di Pola, nel 1946, cui si aggiunsero 5000 abitanti dell’Istria, che intendevano anch’essi prendere la via dell’esilio; da Fiume, tra il 1946 ed il 1948, ma anche negli anni successivi, dei 60.000 abitanti almeno 55.000 lasciarono la città; da tutta la Venezia Giulia e dalla Dalmazia i profughi furono circa 350.000; tutti optarono per mantenere la cittadinanza italiana, “per sé e per i loro figli”, come prescriveva l’art. 19 del Trattato di pace.

Perché siamo partiti? Abbiamo agito bene abbandonando ad altri le nostre città?

I motivi sono tanti e si intrecciano fra loro. Lo storico sloveno Pirjevec sostiene che siamo andati via perché terrorizzati dalle notizie sulle foibe, abilmente sfruttate da “una falsa propaganda”; ma può una semplice azione di propaganda convincere 350.000 persone di ogni ceto sociale, di diversa cultura, di diverse nazionalità (perché ci furono molti croati e sloveni che scelsero la via dell’esilio), affermati professionisti e semplici operai, a  partire lasciando tutto, casa, lavoro, abitudini, tradizioni? A me pare che esprima meglio i nostri sentimenti il giudizio della prof. Ilona Fried, docente di letteratura italiana dell’Università di Budapest, nel suo bel libro Fiume – Città della memoria (1868-1945). A conclusione del suo lavoro ella afferma: “Quelli che hanno abbandonato Fiume, Rijeka, non ci torneranno più, né loro né i loro discendenti. La struttura della popolazione è cambiata. Gli ultimi arrivati non conoscono più la cultura accogliente di una volta, capace di attirare e assorbire … I membri di una società multietnica e multiculturale si mescolavano tra loro … e vivevano assieme in pace e sotto il segno della tolleranza … “. La Fried si riferisce in particolare ai fiumani, ma a me sembra che le sue osservazioni si adattino a tutti gli abitanti della Venezia Giulia e della Dalmazia. Noi volevamo rimanere nelle nostre terre, ma quelle che stavamo per lasciare non erano più le “nostre terre”, quelle dove eravamo vissuti sicuri e protetti, quelle in cui avremmo voluto veder crescere sereni i nostri figli. Per questo siamo partiti.

In Italia erano stati allestiti 109 campi profughi, collocati quasi sempre in locali di fortuna, privi delle più elementari comodità e di qualsiasi requisito igienico, come il Silos di Trieste (vecchio deposito di grano senza neppure finestre, risalente ai tempi degli Asburgo) o caserme e scuole in disuso. Gli esuli furono spesso accolti con diffidenza dai residenti, (qualche volta, per fortuna raramente, anche con aperta ostilità), ma nella maggior parte dei casi seppero conquistarsi  fiducia e rispetto con il loro dignitoso comportamento. Claudio Magris, in una intervista ad un giornale di Trieste, così si esprimeva al riguardo: “I profughi hanno dato nel complesso un grande esempio di dignità, di apertura, di moderazione e tolleranza, di intelligenza, pagando così essi soli una colpa che ricade su tutta l’Italia.”

In questi campi i profughi rimasero spesso per anni, finché non trovavano un lavoro, qualunque lavoro, pur di poter ricominciare e rifarsi una vita. Molti questo lavoro lo trovarono in Italia, ma molti altri si dovettero rassegnare a cercarlo fuori della madrepatria e si spinsero lontano, anche assai lontano, nelle Americhe, in Australia, nella Nuova Zelanda. Seppero adattarsi ai lavori più umili e faticosi, mettendo a frutto la tenacia, l’esperienza e l’attaccamento al lavoro tradizionali delle loro terre d’origine. Ovunque nel mondo seppero costituire ben affiatate comunità giuliano-dalmate, che tutt’oggi si distinguono nei più vari campi, dalla cultura alla scienza, dal lavoro allo sport. Soprattutto son riusciti a dimostrare che in ogni luogo della terra è possibile che gli uomini vivano l’uno accanto all’altro nel reciproco rispetto e nella reciproca tolleranza.

Il Giorno del Ricordo, la Giornata della Memoria resteranno vane parole se ciascuno di noi non si impegnerà personalmente, ogni giorno e in ogni occasione, a rispettare chi gli vive accanto, a considerarlo simile a lui nei diritti e nei doveri, superando ogni discriminazione per diversità di lingua, di religione, di colore della pelle. Solo così veramente ricorderemo, nel senso etimologico della parola, composta da re – tornare indietro e da cor, cordiscuore: RICORDARE significa “tornare indietro col cuore”, cioè improntare ogni nostra azione al rispetto della dignità di ogni creatura umana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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