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La famiglia: ancora di salvezza o palla al piede? – (13 aprile 2013) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 14 Aprile 2013 07:20

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 13 aprile 2013]

 

Nel nostro paese la famiglia è il caposaldo del vivere civile. La famiglia è un ammortizzatore sociale potentissimo, diventa l’ancora di salvezza nelle avversità, e il nucleo familiare si stringe attorno a chi attraversa momenti difficili, riaccoglie nel suo seno chi non ce la fa, si prende cura dei giovanissimi e degli anziani. Senza la famiglia c’è solo la disgregazione sociale. Ho vissuto a lungo in paesi anglosassoni, dove la famiglia ha un ruolo molto meno rilevante che da noi. I giovani anglosassoni abbandonano il nucleo familiare al più presto possibile e iniziano una vita autonoma in età precoce, senza attendersi gran che dai genitori e dal resto del tessuto familiare. Se le cose vanno male perdono tutto, e ci sono tanti, tantissimi senza casa, che vivono ai margini della società. Da noi non ci sono perché c’è la famiglia. Noi siamo più civili, solidali. Loro sono insensibili, aridi, senza radici.

Questo è il lato buono della famiglia e fino a poco tempo fa non riuscivo a vederne uno negativo. Ma da un po’ sappiamo che il lato negativo c’è. La famiglia non aiuta solo nelle avversità, la famiglia aiuta anche a trovare lavoro, ad avanzare nella carriera. Se nella famiglia c’è un personaggio potente, ne basta uno, ed ecco che tutta la famiglia si rivolge a lui (o lei) e lo zio, il cugino, il nonno, la cognata... risolve. Di solito trova lavoro ai familiari e, se è molto potente, anche agli amici dei familiari. Li aiuta. Questi vincono i concorsi non perché sanno fare qualcosa ma perché “sono” qualcosa. Sono nipoti, figli, mariti, mogli, cugini o cugine, fidanzati, amici di qualche potente (il familiare).

Nei paesi anglosassoni le assunzioni e le promozioni di solito avvengono in base alle competenze, da noi avvengono molto spesso in base alle appartenenze. Se si appartiene alla famiglia “giusta” (o ad altri gruppi assimilabili a quello familiare) la strada è spianata, altrimenti la strada è bloccata. Non ha importanza, in questo sistema, se si è bravi oppure no, l’importante è che si conoscano le persone giuste: quelle che fanno le raccomandazioni. Anche nei paesi anglosassoni ci sono le raccomandazioni, ma si tratta di quello che un tempo si chiamavano “referenze”. Io ti raccomando una persona perché ti garantisco che abbia le competenze che ti sono necessarie. Ti faccio un favore a raccomandarla. Nel nostro caso, invece, la raccomandazione si fa per chiedere un favore e, in cambio, si garantisce di essere nella condizione di restituire il favore. Magari con il voto. La “logica” familiare, infatti, viene allargata a gruppi di appartenenza più vasti. Potrebbero essere i partiti, o i sindacati, o altre associazioni di “confratelli” che, nella pratica, si riconducono alla famiglia. Anche la mafia si basa sulle famiglie, sui clan. 
Questo modo di costruire le relazioni sociali si sta rivelando un miracolo di solidarietà nei momenti avversi, ma è anche una delle principali cause delle avversità stesse. Perché uno stato che basa la propria funzionalità promuovendo l’appartenenza in barba alla competenza alla fine fallisce a causa dell’incompetenza che completamente lo pervade. 
Stiamo assistendo al fallimento del nostro sistema sociale ed economico. Le imprese, statali e non, basate sulla promozione dell’appartenenza stanno fallendo una dopo l’altra. Non riescono a competere con chi ha promosso la competenza. E’ vero, noi siamo penalizzati dalla concorrenza dei cinesi, ma ci batte anche la concorrenza dei tedeschi. I cinesi basano la loro concorrenza sul lavoro a buon mercato, ma i tedeschi no, loro basano la loro concorrenza sulla competenza. “Loro” fanno bene le cose, noi no. In più i nostri competenti che non hanno appartenenze che garantiscano una carriera se ne vanno, e i più vanno in Germania. Lì contribuiscono alla concorrenza verso lo stato che li ha espulsi. E lo stesso avviene in molti altri paesi sensibili alla competenza e insensibili all’appartenenza. 
La mortificazione della competenza e la sublimazione dell’appartenenza stanno distruggendo il nostro paese, diminuendone la competitività, e le famiglie non riusciranno a sostenere questo fallimento per molto altro tempo. Dovremo smettere di dare così tanta importanza all’appartenenza e iniziare a far valere la competenza, perché se non lo faremo diventeremo ostaggio delle altre economie. Già lo siamo. Dovremmo essere capaci di tenerci i nostri preziosissimi legami familiari ma di inventare modi di incentivare la competenza che siano più forti delle appartenenze. In USA, per esempio, nelle università non si scandalizza nessuno se marito e moglie lavorano nella stessa struttura, se le competenze sono elevate in entrambi. Anzi, se un coniuge è di altissimo livello, spesso si propone l’assunzione dell’altro coniuge (se di livello qualitativo adeguato) per avere la certezza che entrambi restino nella struttura. Le università fanno a gara per attirare i ricercatori migliori offrendo sistemazioni per l'intera famiglia (fatte salve le competenze di entrambi). E’ un modo per garantire la famiglia, garantendo anche la qualità. Se la competenza effettiva diventerà il metro della valutazione anche da noi, l’appartenenza sarà solo un dettaglio secondario. Negli altri paesi ci riescono. Noi no. E inventiamo codici etici draconiani per evitare il familismo (a volte distruggendo le famiglie) ma non promuoviamo l’etica della competenza.

 


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