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Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 76 – (18 aprile 2013) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Giovedì 18 Aprile 2013 18:31

La recessione trainata dal credito


[Micromega online del 18 aprile 2013]

 

L’allarme lanciato da Confindustria – e dal Governatore Draghi - sui rischi che l’economia italiana corre a seguito dell’intensificarsi della restrizione del credito bancario non può essere lasciato cadere nel vuoto. Nelle condizioni date, infatti, dalle strategie perseguite dalle nostre banche non ci si può che aspettare un ulteriore aumento del numero di fallimenti di imprese e ulteriori significative riduzioni degli investimenti, con effetti negativi su occupazione, salari e tasso di crescita. Non vi è dubbio che, a partire dallo scoppio della crisi, sia in atto una consistente riduzione dell’offerta di credito su scala globale, con effetti di compressione degli investimenti e dell’occupazione, così come non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che le politiche di austerità messe in atto negli ultimi anni hanno amplificato il problema, in particolare in Italia. La condizione nella quale oggi ci troviamo richiama, mutatis mutandis, il keynesiano paradosso della “scarsità nell’abbondanza”: a fronte di rilevanti iniezioni di liquidità nel sistema, con un tasso di interesse BCE collocato al minimo storico dello 0.75%, la liquidità potenzialmente disponibile per le imprese è di entità estremamente modesta ed è in costante riduzione.

Va rilevato, tuttavia, che il comportamento delle banche risponde a criteri pienamente razionali in una logica di massimizzazione dei profitti, e che esso è reso possibile e conveniente dal combinato delle politiche di austerità e della deregolamentazione dei mercati finanziari.

Il fondamento di razionalità che è alla base della riduzione dell’offerta di credito risiede in questo meccanismo. La caduta della domanda aggregata – derivante dalla riduzione della spesa pubblica e soprattutto dall’aumento della pressione fiscale -  rende più rischiosi i finanziamenti, dal momento che riducendo i profitti, riduce conseguentemente il valore delle garanzie che le imprese possono offrire. A seguire, le banche concedono meno prestiti e tendono a concederli prevalentemente, se non esclusivamente, a imprese di grandi dimensioni, la cui probabilità di fallimento viene stimata, di norma, inferiore a quella delle piccole e medie imprese (che, incidentalmente, costituiscono la grande maggioranza delle imprese italiane). In più, potendo le banche ottenere profitti mediante attività speculative, diventa per loro poco conveniente assumere il rischio del finanziamento di progetti di investimento. Si consideri, a riguardo, che – su fonte Banca d’Italia – la gran parte delle risorse ricevute dalle banche commerciali attraverso la raccolta di depositi e soprattutto dalla BCE è destinata, ad oggi, prevalentemente all’acquisto di titoli di stato UE.

A questo si aggiunge un problema ulteriore. Come documentato, fin dal 2010, dalla Banca d’Italia (http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_63/QEF_63.pdf), la riduzione del credito attiene anche al lato della domanda, ovvero dipende anche dalla riduzione della domanda di finanziamenti espressa dalle imprese. Il fenomeno può essere spiegato alla luce delle seguenti ragioni:

1) La riduzione della domanda di finanziamenti bancari dipende certamente dal peggioramento delle aspettative imprenditoriali, e, dunque, dalla volontà da parte delle imprese di non accrescere i loro investimenti, o di posticiparli.

2) Vi sono poi fattori che incidono sulla necessità di indebitarsi. In particolare, la decisione di domandare credito da parte delle imprese può essere messa in relazione all’andamento dei salari e dell’occupazione. Si consideri innanzitutto che l’indebitamento delle imprese nei confronti del sistema bancario serve, alle imprese stesse, principalmente per la retribuzione dei fattori produttivi (e, dunque, anche dei salari). In una condizione, come quella attuale, nella quale i salari (monetari e reali) sono in costante riduzione, ed è in costante riduzione il tasso di occupazione, non c’è da stupirsi se le imprese ricorrano sempre meno al credito bancario e sempre più all’autofinanziamento. Su queste dinamiche, l’evidenza empirica è inoppugnabile. Come documentato dalla Banca d’Italia (http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/ecore/2012/analisi_m/domanda_e_offerta_di_credito_2012.pdf), a partire dal 2009 si è assistito a una continua e significativa riduzione della domanda di finanziamenti per capitale circolante, oltre a un declino, ancora più marcato, della domanda di finanziamenti per investimenti. Al tempo stesso, come evidenziato, fra gli altri, dall’IRES, i salari monetari e reali hanno subìto una massiccia contrazione nel corso degli ultimi anni, con particolare riferimento al triennio 2009-2012 (http://www.cgil.it/Archivio/Ricerche%20IRES/CER-IRES_Presentazione_slide.pdf).

Il circolo vizioso che ne deriva è così schematizzabile. A fronte della riduzione dei salari, si riduce la necessità  per le imprese di accrescere la loro domanda di credito, a condizione che esse abbiano fondi interni di entità tale da poter consentire loro di pagare i propri dipendenti al salario corrente. In una prospettiva di medio-lungo termine, questo implica una continua erosione dei profitti, con conseguente caduta degli investimenti, dell’occupazione e dei salari. Il meccanismo si autoalimenta da momento che la compressione dei salari, riducendo i consumi, ha un effetto negativo sui profitti, sul piano macroeconomico, spingendo le imprese a praticare ulteriori politiche di compressione dei salari e/o a ridurre l’occupazione. In tal senso, vi sono effetti di retroazione fra dinamiche del mercato del lavoro e dinamiche del mercato del credito, nel senso che variazioni di occupazione e salari agiscono sulla domanda e l’offerta di credito, così come variazioni della domanda e dell’offerta di credito hanno effetti su salari e occupazione. In più, al ridursi dell’offerta di credito tende a ridursi anche la domanda di credito: con elevata probabilità di non ricevere quanto richiesto, può diventare razionale, per le imprese, smettere di cercare finanziatori[1]. In più, in condizioni di forte restrizione del credito, l’aumento della numerosità di fallimenti di impresa comporta una contrazione della domanda complessiva di finanziamenti.

3) E’ anche da considerare il fatto che la riduzione dell’indebitamento può essere conveniente per le imprese, dal momento che ne riduce le passività finanziarie, consentendo loro di ridurre i costi di produzione e di recuperare, per questa via, margini di competitività. E’ evidente che la singola impresa può trovare conveniente ridurre la sua esposizione debitoria, se è in condizione di pagare meno i propri dipendenti (e/o licenziare o non assumere) e investire meno. Ma l’effetto macroeconomico di una riduzione generalizzata della domanda di credito non può che manifestarsi sotto forma di minori consumi e minori investimenti, generando, di conseguenza, incrementi di disoccupazione e riduzione dei salari.

In un’economia di mercato, è impossibile obbligare le banche a finanziare le imprese e a non utilizzare le risorse a loro destinate dalla Banca Centrale per fare denaro a mezzo di denaro. In un’economia di mercato, per l’esperienza fatta in questi ultimi anni, sono anche inefficaci interventi di regolamentazione del settore. Ed è, del resto, opinabile la tesi, sostenuta in ambito confindustriale, secondo la quale il problema potrebbe essere in parte risolto bloccando la delocalizzazione delle attività finanziarie. E’ vero che (su fonte ANIA) solo il 2.5% del patrimonio delle assicurazioni italiane è investito in obbligazioni di imprese italiane, a fronte del 14.5% impegnato all’estero su titoli analoghi. Ma non si capisce per quale ragione, dal punto di vista confindustriale, occorrerebbe interferire nelle libere scelte degli operatori finanziari, preludendo la possibilità di agire sulle analoghe scelte di delocalizzazione delle imprese private.

Sembra, dunque, ragionevole che sia solo l’operatore pubblico a potersi far carico del problema, inibendo la spirale perversa degli effetti recessivi prodotti dall’operare del sistema bancario. Lo può fare in due modi: nazionalizzando gli istituti di credito e accrescendo i mercati di sbocco attraverso politiche fiscali espansive. Lo può fare, a meno di non incorrere in veti di natura puramente ideologica: dopo tutto, in questo gioco a perderci è soprattutto il capitale (e ovviamente il lavoro), a guadagnarci è essenzialmente la rendita finanziaria.

 


[1] Per ragioni di semplicità, si esclude qui il caso del finanziamento mediante emissione di titoli, che, peraltro, per quanto riguarda l’Italia, attiene a una minoranza di imprese.


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