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Stagione teatrale a Lecce
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Teniamoci stretto il nome: Università del Salento – (9 maggio 2013) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 09 Maggio 2013 17:07

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 9 maggio 2013]

 

L’Università degli Studi di Lecce ha cambiato nome, sotto il rettorato Limone, ed è diventata Università del Salento. Il cambiamento aveva un senso e, per quel che vale il mio parere, penso che sia stata una scelta giusta. Sono stati i salentini, e non i leccesi solamente, a tassarsi per iniziare l’avventura della nostra Università che, quindi, deve essere intitolata a tutto il territorio. Prima di tutto ai contadini del Capo (e non solo) che, prima dello Stato centrale, hanno “capito”.

Ora qualcuno chiede che venga intitolata a Codacci Pisanelli, il fondatore dell’istituzione. Il motivo è validissimo, perché Codacci Pisanelli è stato il traduttore delle istanze dell’intero Salento e, senza di lui, probabilmente non saremmo qui. 
Appena la proposta è stata lanciata, altri si sono presi la briga di trovare altre personalità eminenti, chi ha pensato a Vanini, altri propongono Costa e, perché no?, Trinchese. La lista dei nomi sta diventando sempre più lunga. L’amico Pino Coluccia ha già scritto sul Quotidiano che questa corsa al nome non ha gran senso. A ben pensarci non posso non concordare con lui. Quando arrivai a Lecce, un quarto di secolo fa, mi accorsi con grandissimo piacere che la strada principale della mia nuova città aveva un nome assai familiare, che mi fece subito sentire a casa. Salvatore Trinchese era uno zoologo marino (proprio come me) e aveva lavorato a lungo a Genova, nella mia stessa Università. Un collega! Pensai, allora, che tutti fossero al corrente dell’importanza di quella figura e che, di riflesso, il mio mestiere ne uscisse nobilitato. Ma mi accorsi presto che nessuno sapeva chi fosse Salvatore Trinchese. Nella cartellonistica stradale qualcuno le aveva persino santificato. Via San Trinchese, era stato scritto sui cartelloni che indicano i parcheggi delle bici di scambio! Come facciamo presto a dimenticare. Già oggi, per gli studenti della nostra Università, Codacci Pisanelli è un personaggio del lontano passato, e pochi sanno la sua storia. Se poi usciamo dalla scala salentina, e ci muoviamo a livello nazionale, sono davvero in pochi a sapere chi sia. Su Google, il suo nome (tra virgolette) porta a un ragguardevole numero di 70 mila citazioni e la voce di Wikipedia gli rende grande onore. Il nome di Paolo Emilio Taviani vi dice qualcosa? Mi riferisco soprattutto ai giovani. Il nome porta a 438 mila citazioni su Google. Come Codacci Pisanelli è stato membro della Costituente, e ha svolto ruoli importanti nell’Università di Genova, oltre che in molti governi, dove è stato anche Ministro dell’Interno. Ma chi se lo ricorda, oramai? Se l’Università di Genova si chiamasse Paolo Emilio Taviani farebbe un mero esercizio di autoreferenzialità, e il suo nome non direbbe gran che a un non genovese, non parliamo poi di uno straniero. Certo, i genovesi potrebbero chiamare la loro università con nomi di genovesi di sicuro impatto, tipo: Cristoforo Colombo, oppure Andrea Doria. Magari Fabrizio De Andrè. Ma non lo fanno. Perché scegliere un nome porterebbe a non sceglierne molti altri.

Per me, Codacci Pisanelli, come anche Angelo Rizzo, merita di essere ricordato con edifici, aule, premi. Ma pensate se, in futuro, un docente dell’Università del Salento prendesse un Nobel. Che facciamo? Togliamo il nome di Codacci Pisanelli e mettiamo quello del Nobel? Di sicuro molto più famoso a livello globale? A parte che un salentino da Nobel lo abbiamo già avuto. E’ il matematico Ennio De Giorgi. Se ci fosse il Nobel per la matematica, Ennio De Giorgi lo avrebbe certamente meritato. Gli è stato intitolato il Dipartimento di Matematica e Fisica della nostra Università. E va benissimo così. 
Questo gioco al nome mi pare davvero sterile. E non posso non concordare con Pino Coluccia che ben altri sono i nostri problemi. Il nome è un’etichetta. Preoccupiamoci del contenuto. La scellerata politica italiota sembra far di tutto per distruggere il nostro sistema universitario. Certo, arrivano centinaia di milioni di euro per fare appalti edilizi, ma non basta avere una bella automobile. Ci vogliono i soldi per la benzina, per il bollo, per l’assicurazione. E ci vogliono piloti capaci di guidarla. Altrimenti si corre il rischio di andare fuori strada, o di non uscire dal garage. Il nostro capitale umano si sta riducendo sempre più. I “vecchi” vanno in pensione e i “giovani” sono fuori dalla porta, col cappello in mano, attendendo qualcosa che non arriva mai. Li formiamo, li mandiamo in giro per il mondo (anche se ora una follia burocratica ci impedisce di farlo), e vorremmo anche poterne tenere qualcuno con noi, per dare continuità a quel che facciamo. Ma questo appare sempre meno possibile. Avremo palazzi dai nomi altisonanti, ma chi ci metteremo dentro, a lavorare? Questi sono i veri problemi, questo è il contenuto dei palazzi. Corriamo il rischio di avere involucri vuoti. Magari con un’etichetta dal nome prestigioso. 
Nel mio piccolo, sono fiero di lavorare nell’Università del Salento e se dico “Salento” in tutt’Italia, e sempre più in tutt’Europa e non solo, i miei colleghi sanno di che sto parlando. Se ora dovessi dire che appartengo all’Università Codacci Pisanelli, o all’Università Vanini, o De Giorgi, o Costa, o Trinchese sono sicuro che un punto interrogativo passerebbe davanti agli occhi di possibili interlocutori (non dei matematici di tutto il mondo, se il nome fosse De Giorgi).

Teniamoci stretta l’Università del Salento, e che il territorio si preoccupi della sua buona salute e del suo prestigio: è qui che si forma il futuro di questa terra. Pensiamo alla sostanza, e lasciamo perdere la forma, quella arriva quando la sostanza è robusta. Ed è la sostanza a dover essere il nostro miglior biglietto da visita. A sentire “Università del Salento” devono venire in mente i nomi dei nostri docenti del passato, e anche un pochino di quelli del presente, dei “maestri” che  hanno sostenuto e sostengono un progetto scientifico e didattico alto. Ognuno di loro, e un pochino anche noi contemporanei, ha contribuito e contribuisce a “fare il nome” della nostra Università. 
Spero che i candidati a rettore concordino con questa visione e che si pronuncino al riguardo. E spero che chi si affanna tanto a proporre nomi si metta a proporre veri sostegni a questa bistrattata istituzione che merita molto ma molto di più di quel che adesso ha.


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