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ANTONIO BUTTAZZO TIPOGRAFO LECCESE PDF Stampa E-mail
Bibliofilia
Scritto da Maurizio Nocera   
Lunedì 22 Novembre 2010 08:43

 

Antonio Buttazzo nacque a Lecce il 2 gennaio 1905. Suo padre, Umberto, era compositore di caratteri mobili presso lo Stabilimento Tipografico del barone “Giurdignano”. Nella famiglia dei Buttazzo è nota la storia che nonno Umberto compose e promosse la stampa della prima edizione (1926) del libro di Francesco D’Elia, “Vita di Giuseppe De Dominicis (Capitano Black)”. Nell’archivio della tipografia si conserva ancora una copia di questa rara opera. Risale al 1926 la nascita della tipografia dei Buttazzo, figlio e padre in società, che inizialmente la denominarono “La Teatrale”, perché stampava prevalentemente manifesti che annunciavano spettacoli ed eventi, tra cui non pochi annunci dei concerti di Tito Schipa, il grande tenore leccese, che con il suo talento tenne alto il nome di Lecce nel mondo, del quale il tipografo leccese fu amico. Successivamente, quando la clientela si estese ad altre storie e vicende produttive, la tipografia fu denominata “Del Commercio” con un organico operativo di cinque operai. La sua prima ubicazione fu in via Dei Conti di Lecce.


Nel 1930, dopo il matrimonio del titolare con la squinzanese Carmela Blasi, la tipografia aprì una succursale anche a Squinzano denominandola appunto “La Squinzanese”. Nel 1934 l’officina tipografica dei Buttazzo si trasferì in via Boemondo e solo nel 1992, quando ormai la denominazione definitiva era divenuta “Del Commercio”, l’attuale titolare, Alberto Buttazzo,  figlio di Antonio, la ritrasferì nell’attuale definitiva sede, in via Dei Perroni 21 (nei pressi della Chiesa di San Matteo). Qui ancora oggi si possono vedere le antiche macchine con in parte il loro originario arredamento. Si tratta di macchinari funzionanti in quanto la tipografia è tuttora al servizio di una clientela, particolarmente interessata ai bei caratteri composti tipograficamente. Obiettivamente per chi ama l’arte della stampa non può rimanere insensibile davanti a questa officina leccese, per via soprattutto della personalità del suo fondatore, Antonio Buttazzo, che la volle così come la pensò. Ancora oggi è possibile ammirare i caratteri in legno di vari dimensioni; le differenti forme di cliscè in linoleum, tra cui uno, straordinario, composto al tempo in cui la tipografia era da poco diretta dal figlio Alberto. Su questo cliscè c’è impresso il gioco di lettere voluto da Carmelo Bene per il suo “Gregorio Cabaret dell’800”, un’opera sui poeti minori dell’800, preparata nei primissimi anni ’60 da Carmelo Bene nel suo Teatro Laboratorio di piazza San Cosimato a Roma e rappresentata a Lecce al Teatro Ariston nei primissimi anni ‘60. È possibile vedere ancora il tagliacarte manuale della fine dell‘800, fabbricato dallo Stabilimento Meccanico Ing. M. Gaia, e distribuito dalla Cartotecnica Arti Grafiche di Brescia, con numero di matricola 2656; e un altro tagliacarte automatico (anni ’70), prodotto dall’Adast – Maxima MH80-3, made in Czechoslovakia. È possibile ammirare anche una “Grafo-Press GPC” (anni ’70), prodotta dall’Adast, sempre made Czechoslovakia.Vi sono poi più banconi con piano per la composizione manuale; diverse marginiere e cassettiere per caratteri in piombo di vari corpi e lunghezze; ed una cucitrice a filo metallico. Per servire meglio la sua clientela, Antonio Buttazzo stampò un particolarissimo libretto dei caratteri disponibili presso l’officina. Il libretto in questione si compone di 22 pagine numerate più due bianche, spillato e in-16° con intestazione “Tipografia del Commercio – via Boemondo 19 – Lecce – tel. 1274 – CATALOGO CARATTERI”. Originale il frontespizio che tiene scritto questa legenda: «Fabbrica di: Pirottini per pasticceria – Sottocarte frangiate per torte – Sottocarte per gelateria – Tondi di cartone per torte – Tovagliolette di carta – Carta da avvolgere – ecc. – Calendari – Almanacchi – Blocchi – Ventagli estivi». Già questo indice ci dà l’idea del particolare tipo di stampa che Antonio Buttazzo  privilegiò. La sua non era un’officina pensata e organizzata per stampare libri, che pure stampò ma senza grande enfasi. Tra di essi uno indubbiamente merita la menzione, perché si tratta di un’opera tipografica molto bella. È il “Missa De Ss. Sacramento / Ex Missali Romano Desumpta – Lycii 1956”, che Antonio Buttazzo stampò con caratteri mobili e in-8° (21,5 x 31,2 cm). in occasione del XV Congresso Eucaristico Nazionale, tenuto a Lecce dal 29 aprile al 6 maggio 1956. Questo Messale fu commissionato da Francesco Minerva («Dottore della Sacra Teologia, Per Grazia di Dio e della Sede Apostolica, Vescovo Leccese») il quale, in apertura del volume, fece scrivere: «Questo libretto, che per l’inizio del Congresso Eucaristico da tutta l’Italia nella Nostra Città Episcopale, abbiamo dato mandato di pubblicare, integralmente estratto da edizioni approvate e con le stesse attentamente collazionate, sappiamo e attestiamo che è uscito in un solo modo. / In quorum etc. / D. Lecce, dalla Nostra Sede Episcopale, nella Festa della Resurrezione D. N. J. C. / 1 Aprile A. D. 1956. / + Franciscus Ep. Lyciensis / (L. + S)». Il “Messale” è scritto integralmente in latino e si compone di soli sei fogli (12 pagine, 24 facciate), stampato su carta uso mano di 120 grammi, con inchiostri tipografici nitidissimi (rosso e nero), e con la copertina con caratteri impressi in oro. Antonio Buttazzo ne stampò una tiratura limitata; alcuni esemplari rilegati furono destinati alle gerarchie ecclesiastiche, pochi altri, spillati e con copertina in cartoncino rosso, furono destinati ai congressisti. Si tratta di una bella opera d’arte tipografica, della quale si sono salvati pochissimi esemplari. Antonio Buttazzo non stampò libri, tranne qualche eccezione, ma prodotti tipograficidall’apparenza di valore minore. Nel libretto “CATALOGO CARATTERI” cita i corpi dei caratteri usati come minuscoli, maiuscoli e maiuscoletto indicandoli così: 6 tondo, corsivo, compatto; 8 tondo, corsivo, compatto; 10 tondo, corsivo, compatto; 12 macchina e, a seguire, il 14, il 16, il 24, il 28, il 36, sino a giungere ai corpi “elefanti” come il 48, il 60, il 72. Diversa la denominazione dei caratteri messa a disposizione dei clienti: dal noto Bodoni ai più amati caratteri da macchina da scrivere. Interessante anche l’indicazione delle differenti filettatture, dei fregi e delle cornici, tra cui bellissima una con un fiore a otto petali inscritto in un gioco arabesco. Proprio perché compositore e stampatore di manifesti, Antonio Buttazzo diede grande importanza alle lettere iniziali; ai testi in carattere «macchina da scrivere», o al carattere Garamond, anticipando un’iniziale di grande effetto in carattere Raffia. La bellezza del suo “Messale”, di cui si è detto sopra, sta anche in questo gioco di iniziali e di testo spesso in colori rosso e nero di grande effetto. Come grande effetto avevano i suoi annunci pubblicitari con fregi, composizione di caratteri arabescati, diversità di colori. A volte questi annunci egli li stampava con delle annotazioni. Ne cito una fra le tante, dei primi anni ’30, rivolta alla sua clientela: «Lecce (data del timbro postale) – EGREGIO SIGNORE,/ Ho il piacere [di] portare a conoscenza della S. V. che avendo già in funzionamento una modernissima macchina da stampa “Automatica”, di grande precisione e rimodernato tutto l’impianto tipografico, Vi prego volermi interpellare per la stampa dei seguenti lavori: - Assegni Bancari in tricromia/ - Cambiali/ - Etichette in genere in quatricromia/ - Edizioni di lusso e comuni/ - Lavori commerciali extra lusso e comuni/ e tutto quanto altro occorre al Vs. fabbisogno./ I prezzi, data la celerità della suddetta macchina, variano sino al 25% di riduzione, praticati dai Vs. fornitori./ Con la certezza di un Vs. gentile riscontro, distintamente Vi saluto./ A. BUTTAZZO».

Nella tipografia è possibile ammirare ancora una gigantesca “Marinoni” tipografica piana con volano manuale e con aggiunta successiva di motore, formato 70 x 100, prodotta alla fine dell’800; e un’altra, pur’essa di grandi dimensioni, del tipo sempre “Marinoni” tipografica piana con volano manuale, formato 70 x 100, prodotta alla fine dell’800 dalla “Società delle Macchine
Grafiche” – Milano. È possibile ammirare ancora una Pedalina con aggiunta successiva di motore, formato 35 x 50, prodotta agli inizi degli anni ’20 dalla “Società Augusta Torino – Unione Nazionale Fonderie Caratteri e Fabbriche Macchine” – Anonima per Azioni con numero di matricola 5338; e un’Automatica cilindrica “Intrepida – Tris” (anni ’70), formato 46 x 65, prodotta dalla “Fabbrica Macchine Grafiche – Mussano & Sisto” – Torino, distribuita da P. Capitini – Milano. La macchina della tipografia “Del Commercio” è stata fabbricata in pochi esemplari. Ci sono poi: una Pressa idraulica per fustellare “Monos” (anni ’50), prodotta dalla “Costruzioni Meccaniche Mona Secondo” di Somma Lombarda; ed una Pirottinatrice a caldo (anni ’50), prodotta dalle “Officine Meccaniche Nino Baslino” – Milano [questa macchina si usa per arricciare i pirottini (sottofondi cartacei dei dolcetti)]; una Perforatrice (inizi ‘900) per segmentare i fogli di carta tipo francobolli; una cesoia manuale. Alcune di queste macchine tipografiche, in particolare la “Marinoni” tipografica piana con volano manuale e con aggiunta successiva di motore, fu acquistata da Antonio Buttazzo nel 1949 da tale Zaccaria di Galatina, proprietario della “Editrice Salentina” allora in fallimento. La “Salentina” fu poi acquistata dai titolari della tipografia “Paiano”, sempre di Galatina. A volte può capitare che facendo la storia di una di questa macchine tipografiche si possa poi arrivare a capire anche alcuni importanti passaggi nella storia della nascita e dell’evoluzione dell’arte della stampa nel Salento. Antonio Buttazzo aveva il gusto della bella stampa e conosceva bene cosa significasse vivere e lavorare in un’officina tipografica. Sapeva leggere e interpretare i manoscritti che i clienti gli sottoponevano; aveva padronanza dell’ortografia della lingua italiana; sapeva comporre ed usare il materiale di composizione e soprattutto aveva una buona pratica del calcolo tipografico che, per un’azienda come la sua, adatta alla stampa di manifesti di grandi dimensioni, significava tutto; sapeva eseguire le bozze a colori conoscendo anche il modo di collazionarle; sapeva scomporre, riordinare e conservare il materiale di composizione; conosceva le impostazioni delle forme per la stampa; aveva pratica di tipoprogettistica sapendo interpretare i bozzetti altrui. I suoi torchi hanno stampato alcuni tra i più belli manifesti e locandine leccesi. Ancora oggi, a distanza di 50-60 anni dalla stampa, questi prodotti cartacei stupiscono per la loro bellezza compositiva. I grandi caratteri ottenuti da intarsio xilografico si stagliano sulla carta come monumenti in pietra dura nell’austerità degli inchiostri che il tipografo leccese sceglieva tra differenti tonalità cromatiche, il rosso, il nero, il verde e l’azzurro. Conosceva gli stili, il disegno delle lettere, ed aveva grande conoscenza dell’armonia e delle proporzioni come pure della tecnica pubblicitaria. Poneva grande attenzione alle esigenze della clientela, della quale ne studiava la personalità, per cui la sua proposta del formato del manifesto, dei testi contenuti, degli stili, dei colori, come pure della carta da stampare dovevano rispondere immediatamente ad un senso sentito del gusto estetico. Altre sue attenzioni riguardavano i margini, la superficie delle masse scritte, le forme spaziali.  L’eredità tipografica di Antonio Buttazzo sta tutta nella moltitudine di locandine, fogli volanti, lettere di partecipazione, biglietti da visita, pieghevoli, libretti d’opera, intestazioni di buste, manifesti (a carattere religioso, culturale, politico), cartelloni pubblicitari e avvisi, avvisi di autorità, annunci funebri, altro ancora. Molto di tutto questo è tuttora visibile e godibile. Basta solo recarsi presso la tipografia “Del Commercio”, dove si ha la netta sensazione di trovarsi dentro un museo dell’arte tipografica salentina. In città intorno alla figura di Antonio Buttazzo come esteta dell’arte della stampa esistono altri aneddoti. Nota, ad esempio, è la storia della stampa di un grande manifesto (64 fogli di 70 x 100 cm cadauno)  in occasione della venuta a Lecce dell’attore Antonio De Curtis, in arte Totò, al Teatro Apollo nel marzo del 1950. Del gigantesco manifesto egli stampò soltanto due copie, affisse ai lati del teatro, anticipando di gran lunga i manifesti “elefanti” che noi oggi vediamo sulle bacheche delle città. Nota è anche la storia della realizzazione di un altro manifesto, anch’esso di grandi dimensioni (6 fogli di 70 x 100 cm cadauno), commissionato dal Comune per le «Feste Religiose e Civili in Onore dei Santi Patroni Oronzo, Fortunato e Giusto». Si tratta di un bellissimo manifesto tuttora esposto nei locali della tipografia. Accanto ad esso altri stupendi esempi di manifesti dedicati ad altre celebrazioni patronali come, ad esempio, esistono ancora alcuni esemplari di manifesti dedicati alla festa del santo dei voli, San Giuseppe di Copertino, la cui bellezza non può che stupire. La combinazione delle giustezze con quella dell’alternanza dei colori fanno di questo tipo di prodotti tipografici dei veri capolavori d’arte del ‘900 come è il caso di un altro manifesto, anch’esso di grandi dimensioni tuttora esposto nei locali della tipografia: si tratta di un manifesto (9 fogli di 70 x 100 cm cadauno) del quale do il testo composto da Antonio Buttazzo: «Città di Lecce/ Politeama D. Greco/ 15-24 gennaio 1950/ Stagione Lirica Ufficiale/ sotto gli auspici della Direzione Generale del Teatro e del Municipio di Lecce/ Organizzazione Grandi Spettacoli Lirici – Bologna/ Le opere:/ WERTHER/ di G. Masserenet/ TRAVIATA/ di G. Verdi/ LA BOHEME/ di G. Puccimi/ L’ARLESIANA/ di F. Cilea/ Nuova per Lecce/ Gli interpreti: Bruna Baldini – Vivienne Careglia – Rina Corsi – Cornella Fiorella Forti – Augusta Oltrabella/ Gino Bonelli – Gino Calò – Enzo Cecchetelli – Gaetano Fanelli – Agostino Lazzari – Ottavio Marini – Tito Schipa – Carlo Tagliani – Mario Zana/ I Maestri: Graziano Mucci – Ino Savini/ Regista: Filippo Dodò/ Maestro del Coro: Luigi Trizio/ Maestro rammentatore: Uberto Zanoni – Maestro collaboratore: Giovanni Coluccia/ Prima danzatrice: Jolanda Rapallo». La descrizione testuale di questo manifesto è data unicamente per far vedere la ricchezza della composizione tipografica, che varia nei corpi e nel gioco dei due inchiostri amati dal Buttazzo, il rosso e il blu.Concludendo. Oggi, 29 maggio 2007, celebriamo Antonio Buttazzo quale buon tipografo leccese, lavoratore e uomo legato alla famiglia e alle più nobili tradizioni del Salento. Lo facciamo testimoniando il suo amore per l’arte della stampa. Ancora poche settimane prima di morire, egli si trovava a Milano per delle cure mediche. In una cartolina con effigiato il duomo, scrisse: «A mio figlio Alberto Buttazzo – via Boemondo 19 – Lecce / Albertino mio, / perché io potessi vivere in / tipografia anche da Milano, / tutte le sere, quando vai a / casa, scrivimi una cartolina / elencandomi tutti i lavori / che avete fatto. Se tu non / hai tempo oppure sei stanco / lo farai fare da Fidelia o / da Giovanna. / Salutissimi e bacioni / a tutti / Vostro papà». Quando scrisse questa cartolina era il 16 febbraio 1957, appena poco più di due mesi prima di quel 29 maggio 1957, giorno in cui egli, allora appena cinquantaduenne, morì nella sua cara città di Lecce.


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