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Programma gennaio 2019
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Abbiamo toccato il fondo, ora dobbiamo risalire – (17 maggio 2013) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 17 Maggio 2013 15:05

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di venerdì 17 maggio 2013]


Alla fine di aprile ho tenuto un corso esitvo a Venezia, presso l’Accademia veneta di scienze, lettere e arti. L’Accademia ha sede in un magnifico palazzo sul Canal Grande e, prima delle lezioni mattutine sono andato a prendere un caffè in un bar dall’altra parte del canale, attraversando il ponte dell’Accademia. La vista è magnifica e non ho resistito: mi sono messo a fare qualche foto, assieme a orde di giapponesi e americani. Mentre facevo le foto è arrivata una nave da crociera. Enorme. Trainata da un rimorchiatore. Le fanno passare davanti a piazza San Marco così i turisti possono vedere Venezia da una posizione privilegiata. E poi passano davanti all’imboccatura del canale, rasenti alla costa. Per un po’, il paesaggio veneziano muta radicalmente, con quell’alieno che occupa uno spazio che non gli compete. Guardando la manovra mi son detto: ma se una volta dovessero sbagliare, quel mostro potrebbe finire su quella chiesa, su quei palazzi. Ho pensato a Costa Concordia, e alla tragedia del Giglio. Un’isola dove ho fatto le mie vacanze estive per dodici anni di seguito, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. E ora ecco Genova, con la portacontainer che scontra la torre dei piloti e la butta giù, uccidendo portuali e marinai. Mio padre era un portuale, e anche i miei zii e i miei cugini. Avrei potuto esserci anche io, se la vita non mi avesse portato verso altre strade. Quello che avevo paventato a Venezia si è avverato a Genova.

Disgrazie, si dice. Ed è proprio così, sono disgrazie. Ma stanno avvenendo sempre più frequentemente. E’ evidente che le misure di sicurezza non sono sufficienti, e probabilmente anche le infrastrutture non sono adeguate.
Non sono solo le navi a creare problemi. Ci sono le ferrovie (ricordate Viareggio?), le autostrade, gli aeroporti. E poi crollano le scuole, e le case. Ci sono le frane, le alluvioni, l’erosione costiera. Stiamo ricevendo una miriade di segnali che ci dicono che c’è qualcosa che non va, e dovremo metter mano alla soluzione di questi problemi, perché pagare i danni costa molto di più che prevenire le catastrofi. Per risolvere questi problemi bisogna modificare i comportamenti, questo è ovvio. Non si passa vicino alla costa con un mastodontico battello, sia essa la costa del Giglio o quella di Venezia. Ma nei porti bisogna pur portarle, queste grandi navi. E quindi bisogna innovare i sistemi di progettazione delle navi, e il disegno delle aree portuali, in modo che non si creino condizioni che possano portare alle catastrofi. Ovviamente ci saranno delle spese per la ricerca e l’innovazione, ma queste si tradurranno poi nel rinnovo del parco nautico, nella ristrutturazione delle infrastrutture e delle strutture. Le tecnologie che inventeremo potranno essere esportate. Migliorerà l’economia, migliorerà la qualità della vita e aumenterà la sicurezza.

Dobbiamo mettere in sicurezza il nostro territorio e dovremo rivedere il nostro modo di adoperarlo. E’ necessaria una vera e propria rivoluzione o, meglio, un’evoluzione. Fino a quando le cose vanno bene, non ci sono motivi per cambiare. Ma ora le cose stanno molto male, male per l’ambiente, male per l’economia, male per la salute. Ora i motivi per cambiare ci sono, e chi inizierà a cambiare prima degli altri sarà avvantaggiato. C’è bisogno di una visione per queste cose, ci vogliono politici che sappiano guidare i processi di rinnovamento, li incentivino e li agevolino. Anche rimuovendo le montagne di ostacoli burocratici che rendono impossibili le più elementari attività nel nostro paese.
Quando si guida un’auto in condizioni difficili, e magari si inizia a perdere aderenza, viene quasi per istinto di spingere il pedale del freno. Diminuire la velocità, di solito, è una buona cosa. In certe condizioni, invece, frenare porta alla catastrofe. Bisogna accelerare e tirarsi fuori dagli impacci. Le misure per uscire dalla crisi sono state prima di tutto un bella frenata. Invece di diminuire gli sprechi (che continuano allegramente) abbiamo deciso di non pagare i fornitori dello stato, oppure impediamo che i ricercatori che hanno progetti di ricerca possano spendere i soldi che hanno ricevuto. Così diminuiscono le uscite. Ma questa frenata corre il rischio di mandare il paese a gambe all’aria. Si parla di rischio, ma il rischio consiste nel prevedere che qualcosa di male possa avvenire. Qui non siamo più ai rischi, qui qualcosa di male sta già avvenendo. La gente perde il lavoro, gli esodati non hanno lavoro e non hanno pensione, i giovani non trovano lavoro e non hanno prospettive... le navi si schiantano sulle torri di controllo, contro le isole, le città si sgretolano. Non sono rischi, sono realtà. In questi frangenti ci vuole coraggio e bisogna osare nuove strade. Abbiamo i piedi sul fondo, ora si tratta di decidere se lasciarsi andare e affogare oppure darsi una bella spinta e usare il fondo per risalire a galla. Sempre che il fondo sia compatto, e non ci siano le sabbie mobili. Voglio ripetere ancora una volta una semplice formula: competenza, onestà. Per troppo tempo siamo stati governati da incompetenti disonesti. La corruzione devasta il paese e non risparmia niente e nessuno. L’incompetenza trionfa. E non riusciamo a fare leggi che colpiscano la disonestà e l’incompetenza, promuovendo l’onestà e la competenza. Le nostre prigioni sono piene di poveracci che hanno sbarcato il lunario vendendo droga. Gli incompetenti corrotti sono ancora al timone di troppe navi che, spesso, hanno interi equipaggi di incompetenti corrotti. Sono così tanti che condizionano i risultati elettorali. E in Lombardia, dopo Bossi padre e figlio, Don Verzè e il San Raffaele, Formigoni e Comunione e Liberazione, le elezioni sono vinte ... proprio da loro o dai loro replicanti. Forse sul fondo ci sono davvero le sabbie mobili. Ma non possiamo arrenderci! Il fondo solido e compatto sono i tanti onesti e competenti che stringono i denti e fanno il loro dovere. La spinta deve far leva su di loro.


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