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Programma gennaio 2019
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Stagione teatrale a Cavallino
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Prime annotazioni per la storia di una svista PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Luca Carbone   
Sabato 01 Giugno 2013 12:26

Tra i molti difetti irreversibili che infestano la mia già modesta vita annovero quello d’essere  ostinato lettore degli scritti più e meno noti del maledetto gobbo, come gentilmente lo apostrofava in una lettera il Marchese Gino Capponi, aggiungendo toscanamente “che s’è messo in capo di coglionarmi” – l’aggravante è che mi provo a leggerli come sostiene che si possa fare un altro aristocratico d’antan – l’Alfieri: “Leggere, come io l’intendo, vuol dire profondamente pensare; pensare, vuol dire starsi; e starsi vuol dire sopportare”. Intendimento enigmatico anziché no, e tanto fuori moda quanto però seducente.

Parlo naturalmente, lo chiarisco per quell’unico lettore digiuno di belle lettere che dovesse essere incappato nella lettura di questo trastullo, degli scritti di Giacomo Leopardi. Questa noterella vien fuori da un recente tentativo di rilettura, durante il quale mi sono trovato davanti a questi detti:

 

“E tutte quelle somiglianze dell'infinito che io studiosamente aveva poste nel mondo, per ingannarli e pascerli, conforme alla loro inclinazione, di pensieri vasti e indeterminati, riusciranno insufficienti a quest'effetto per la dottrina e per gli abiti che eglino apprenderanno dalla Verità. Di maniera che la terra e le altre parti dell'universo, se per addietro parvero loro piccole, parranno da ora innanzi menome: perchè essi saranno instrutti e chiariti degli arcani della natura; e perchè quelle, contro la presente aspettazione degli uomini, appaiono tanto più strette a ciascuno quanto egli ne ha più notizia.

Finalmente, perciocchè saranno stati ritolti alla terra i suoi fantasmi, e per gl'insegnamenti della Verità, per li quali gli uomini avranno piena contentezza dell'essere di quelli, mancherà dalla vita umana ogni valore, ogni rettitudine, così di pensieri come di fatti; e non pure lo studio e la carità, ma il nome stesso delle nazioni e delle patrie sarà spento per ogni dove; recandosi tutti gli uomini, secondo che essi saranno usati di dire, in una sola nazione e patria, come fu da principio, e facendo professione di amore universale verso tutta la loro specie; ma veramente dissipandosi la stirpe umana in tanti popoli quanti saranno uomini. Perciocchè non si proponendo nè patria da dovere particolarmente amare, nè strani da odiare; ciascheduno odierà tutti gli altri, amando solo, di tutto il suo genere, se medesimo. Dalla qual cosa quanti e quali incomodi sieno per nascere, sarebbe infinito a raccontare”.

 

Parla Giove, agli altri Dei, nella prima delle Operette Morali, intitolata Storia del genere umano.

Stavo leggendo dall’edizione economica (pregio non secondario tra gli altri, della stampa: lire 14.900) edita dalla Newton Compton, collana Gli Elefanti, titolo: Tutte le prose e tutte le poesie, Anno Domini 1997. Prego il malcapitato lettore di prestar attenzione alla data.

Se si è letta attentamente la breve pagina, anche estratta dal contesto, ci si può esser accorti di una leggera incongruenza, certo più patente alla lettura per esteso. In questo passaggio: “perciocchè saranno stati ritolti alla terra i suoi fantasmi, e per gl'insegnamenti della Verità, per li quali gli uomini avranno piena contentezza dell'essere di quelli, mancherà dalla vita umana ogni valore, ogni rettitudine, così di pensieri come di fatti”: come potranno avere gli uomini “piena contentezza” dell’essere dei fantasmi – le illusioni grandi quali  “Giustizia, Virtù, Gloria e Amor patrio” – che la Verità – cioè la ragione e la scienza – avrà mostrato loro non essere che fantasmi, appunto? Ho rigirato nella mente il dubbio per qualche poco. Ma avendo prossima, almeno per l’alimentazione dei miei difetti, una preziosa risorsa, la Biblioteca della Città di Galatina, ho deciso di procedere ad una verifica del testo in questione – ed alla prima occasione così ho fatto.

Tra le meravigliose carte vigilate dal busto di Pietro Siciliani, discepolo del Puccinotti, intimo amico a sua volta del Contino, vi è anche un’edizione delle Operette vivente Leopardi,  quella del Piatti, anno 1834, dove a pagina 20, ultimo rigo possiamo leggere: “avranno piena contezza dell’essere di quelli”. Contezza, quindi, non contentezza: piena consapevolezza, scrive Leopardi, ed il senso quadra col contesto. Non pago ho voluto verificare ancora, aggiungendo al piacere di sfogliare l’edizione del Piatti, anche quello di sfogliare una ristampa dell’edizione postuma di Le Monnier curata dai fratelli Ranieri, Antonio e Paolina, in due volumi. Nel I volume al 15° rigo della pagina 201 leggiamo la frase nella versione riportata per ultima, con contezza. Per rassodare infine “scientificamente” l’evidenza ho potuto consultare un’altra delle edizioni di riferimento, presente nel notevolissimo Fondo Donato Moro, l’edizione mondadoriana curata dal Flora, dove nel primo volume delle Poesie e prose, alla pagina 821 ancora troviamo “contezza” e non contentezza. È la quarta edizione dell’opera floriana, siamo nel 1953. Così sino a tutta la metà dello scorso secolo si è andato leggendo: “perciocchè saranno stati ritolti alla terra i suoi fantasmi, e per gl'insegnamenti della Verità, per li quali gli uomini avranno piena contezza dell'essere di quelli, mancherà dalla vita umana ogni valore, ogni rettitudine, così di pensieri come di fatti”.

Cos’è mai potuto accadere, dopo due Guerre Mondiali, e la costruzione e caduta del Muro di Berlino, tra il ’53 ed il ’97 dello scorso secolo per cui la contezza s’è volta in contentezza, stravolgendo il dettato leopardiano? Il guaio con i difettuzzi è che tendono a degenerare in ossessioni. M’è allora sovvenuto che avevo in casa un’altra edizione delle Operette, la feltrinelliana, curata dal prof. Prete, conosciutissimo ai miei due lettori, sopravvissuti sino a questo punto. Sono tornato con andatura spedita verso le mura che m’albergano (difetti inclusi), e dagli scaffali addossati alle quali ho dissotterrato l’edizione in questione, che da tempo non consultavo. L’edizione è del 1992, ma è riedizione di quella del 1976.

Sfogliando gli apparati curati dal Prof. Prete, in coda alla sezione Edizioni e Commenti, alla pagina 45, ho letto: “Il testo della presente edizione, come già quello del 1976, riproduce l’edizione curata da Flora (Milano, Mondadori, 1940), la quale si attiene all’edizione Moroncini del ’29”.

Pur di fare economie, vien quasi da pensare alla Newton Compton, hanno stretto anche sull’intelligibilità del testo. E ad ogni modo, riprendendosi quella del Flora, pensavo, il cerchio è chiuso, la cerca finita. Tuttavia ho sfogliato nuovamente l’operetta e non senza sorpresa, alla pagina 68, ritrovo la contentezza, e non più e non già la contezza ch’è nel Flora e nelle precedenti! Ammetto d’essermi un po’ meravigliato di questa svista, in un’edizione così rilevante; tanto, congetturo, da aver fornito la base per l’edizione della Newton.

Ma il guaio con le ossessioni è che tendono a degenerare in vizi. Il cattivo genio che m’ha messo per questa via in caccia di sviste mi ha perfidamente suggerito di cercare responsi dall’Oracolo dei Contemporanei, Google l’onnisciente. E così ho fatto.

Sin dai tempi di Delfo gli oracoli danno risposte ambigue, ed ho scoperto che il potente Google non smentisce la vetusta tradizione. Molteplici sono i link che danno libero accesso al testo delle Operette, come annota il curatore di un sito la cui consultazione mi permetto di consigliare per motivi che ognuno avrà modo di apprezzare da sé: www.fregnani.it:

“In rete possono trovarsi varie traslitterazioni: quelle dei «Classici italiani», di «www.leopardi.it», di «Wikisource» appaiono, chi più chi meno, sostanzialmente corrette, ma tutte viziate dall’ammodernamento degli accenti, conformi alla benemerita, ma talvolta superata, edizione di riferimento (Binni-Ghidetti); invece la Biblioteca Italiana, (con rifer. Besomi, ma credo mediato da P. Ruffilli), non presenta questa pecca ma contiene alcuni gravi errori, a cominciare dallo stesso titolo, ove DA LAMPSACO > *DI LAMPSACO. Nel frattempo segnalo che in rete si può trovare il testo completo delle Operette in vari siti:

http://www.bibliotecaitaliana.it

http://www.classicitaliani.it/index120.htm

http://www.liberliber.it/biblioteca/l/leopardi/index.htm

http://it.wikisource.org/wiki/Operette_morali

http://www.leopardi.it/operette_morali.php”.

Preda del mio delirio ho consultato tutti i link, ed anche altri, scovati dall’implacabile Google, per scoprire che la maggior parte riportano alla contezza ed ignorano la contentezza; la maggior parte, ma non tutti – ed in particolare due mi danno da pensare (nei ristretti limiti in cui esercito tale facoltà, beninteso):

1)      http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_8/t345.pdf - Link alla versione online della Letteratura Italiana Einaudi, dove a pagina dodici ritroviamo la “contentezza”

 

come la ritroviamo tra i siti segnalati dal Fregnani nel pur ottimo sito della Biblioteca Italiana, curato da l’Università “La Sapienza”, che ha edito le Operette nel 2008:

2)      http://www.bibliotecaitaliana.it/xtf/view?docId=bibit001472/bibit001472.xml.

La nostra svistarella ha quindi varcato serafica il millennio e s’è accampata, anche se minoritaria mente, sul web, però in due delle più prestigiose sedi culturali italiane: l’Einaudi e La Sapienza. Ignoro se nel frattempo in casa Feltrinelli e Newton Compton siano corsi ai ripari, ma sono stanco della caccia, dalla quale traggo la “morale” che l’errore non lo fanno ma nemmen  l’emendano le macchine automatiche, almen per ora ed in materie delicate e che la cura per le così dette risorse umane, che i liberisti d’ogni risma che imperversano in ogni banda, trovano ormai troppo dispendiosa, produce in questa come in mille altre e più gravi cose danni non lievi in luoghi che del prestigio conserveranno di questo passo solo il fantasma, e me ne torno alla rilettura.

Che non ho intrapresa, lo chiarisco a beneficio del superstite leggente, ormai preoccupato della salute, immagino, della mia mente, per dar la caccia alla svista altrui ma per procurarmi una diversa vista, per così dire, sulla genitura del mondo, direbbe forse qualcuno e, aggiungo io, sul suo tramandamento. E non sembri eccessivo l’assunto, come annota infatti acutamente il prof. Prete l’operetta è una “riscrittura profana del libro della Genesi (Historia totius generi humani è…il titolo della Vulgata)”. E con un’ironia che a volerla inventare ci si dovrebbe lambiccare lungamente le sinapsi, l’interesse per noi di quello sguardo è dichiarato dalla nota imposta dal censore all’autore, dove questi dichiara: “Protesta l’autore che in questa favola, e nelle altre che seguono, non ha fatto allusione né alla storia mosaica, né alla storia evangelica, né a veruna delle tradizioni e dottrine del Cristianesimo”. Così mentre uno dei più rigorosi, se non il più rigoroso, tra i lavori del pensiero italiano dell’Ottocento diventa una sequenza di favole, Leopardi dichiara apertamente che ha scritto, cioè ripensato, la storia del genere umano con la contezza di non aver dato peso alle varianti cattoliche della stessa. Si comprende come, nonostante si dichiarino favole, le Operette finiscano nell’Indice dei libri proibiti e vi rimangano sino alla sua soppressione, nel secolo scorso. Ed un altro motivo ho di rileggere ancora l’Operetta – poiché “sostituendo” nel passo che abbiamo riportato, alla Verità, la Ragione, echeggia tra le righe un tema che avrà fortuna e letteratura sconfinate dalla fine dell’Ottocento alla fine del Novecento – che sarà cioè uno dei temi fondanti della sociologia come scienza – con il concetto ormai “classico” di processo di razionalizzazione, e con il suo controcanto, nella ormai classica anch’essa, definizione weberiana “liberazione del mondo dalla magia” – diventando humus per una delle più stimolanti e controverse teorie del XX secolo, nella Dialettica dell’Illuminismo, e che infine, in un cammino di cui ancora non presagiamo che i primi tratti, verrà esplorata come svolta millenaria dal pensatore tedesco Martin Heidegger nella diversificazione tra pensiero calcolante-computante e pensiero passionale-assenziente.

Ma queste sono evidentemente questioni per nullafacenti, delle quali mi scuso d’aver fatto cenno, per completezza d’informazione.

Galatina 29 maggio-1 giugno 2013


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