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La natura, per noi – (6 giugno 2013) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 06 Giugno 2013 07:44

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 6 giugno 2013]

 

Il mio amico Luca Carbone, un fine conoscitore di Leopardi e di Heidegger, mi ha sorpreso dicendo che io parlo di natura ma che quel che la gente capisce, ad evocare la parola, è ben altro da quello a cui mi riferisco. Mi ha fatto venire in mente, ricordandomelo lui, che un tempo le donne (solo loro, non gli uomini) chiamavano “natura” il loro apparato sessuale. Che poi è proprio quello che pensava Courbet quando dipinse il famoso quadro L’origine del mondo, intitolando così una raffigurazione dei genitali femminili.

Oggi, la natura è vista come uno spot di qualche ortaggio e di qualche biscotto industriale spacciato per naturale. E anche quello che ci fanno vedere in televisione, in moltissimi programmi dedicati alla “natura”, è solo una serie di aneddoti pseudo-educativi. La natura sono i panda, i pinguini e i delfini, le balene e i leoni. Animali carismatici, che evocano emozioni. Devono essere bellissimi, oppure pericolosissimi. Comunque estremi. E le loro storie sono antropomorfizzate. Una natura da Esopo, con tanto di volpi e di uva. Nel sistema educativo è la stessa cosa. La natura non c’è. Ci sono dettagli incomprensibili (tipo la struttura del DNA, insegnata come una poesia a memoria: adenina, timina, guanina, citosina) e spiegazioni raffazzonate. Ritenute tanto inutili che un ministro della pubblica istruzione, si chiamava Moratti, e fece anche il sindaco a Milano, tolse la teoria dell’evoluzione (la chiave di volta della biologia) dai programmi della scuola dell’obbligo. Come se mai vi fosse stata insegnata. Guardando come è spiegata, è come se non ci fosse, e guardando le ore dedicate a questi argomenti, è proprio come se non fossero neppure sviluppati.

Non c’è posto per la natura nella nostra cultura. Ho scritto un libro intitolato Economia senza Natura, il prossimo sarà Cultura senza Natura. Perché chi ha disegnato i nostri programmi scolastici pensa che scienza e matematica siano sinonimi e che le scienze naturali siano solo una serie di aneddoti che si possono o non si possono raccontare: la vera cultura è un’altra. Riassumibile in due frasi emblematiche: “ei fu siccome immobile” e “raggio per raggio per tre e quattordici”. Poesie e teoremi. Nessuno sa come funzioni un ecosistema, e nessuno sa come funziona il proprio corpo. Si imparano pezzi di informazioni ma restano scollegati e non portano a vera conoscenza. I mattoni di informazione non sono assemblati a formare un solido edificio di conoscenza, e quel che rimane è solo un cumulo di mattoni.

Il risultato di questo è evidente: un disastro. Un disastro per come abbiamo gestito l’economia, che non prevede la natura. Ed è anche un disastro l’uso dell’ingegneria, che ha devastato la natura. Non si insegna la natura, a economia e a ingegneria. E l’educazione sulla natura è stata nulla, prima del percorso universitario. La colpa non è di economisti e ingegneri, non sono loro ad essere cattivi, sono stati formati così, proprio come Jessica Rabbitt. Esercitano le loro competenze. Gli uni pensando solo alla crescita degli indicatori, incuranti dei costi ambientali, gli altri pensando che con il cemento si possa curare ogni male, e rimediare a ogni imperfezione della natura. Il risultato di questo modo di gestire le cose è evidente, lo ripeto. I sistemi economici sono in grave dissesto, e viviamo nel più completo scempio del nostro territorio, con un dissennato uso del suolo, con impianti industriali che seminano morte e distruzione. 
Se educati opportunamente, economisti e ingegneri, invece di rappresentare un problema potrebbero darci le soluzioni, perché le loro discipline sono essenziali per il nostro benessere e il nostro progresso. Ma prima devono imparare come funzionano e come sono fatti i sistemi in cui il loro ingegno andrà ad operare. Ora non lo sanno, per loro la natura non esiste. E non solo per loro. Se esiste, è uno spot pubblicitario, con un mugnaio che si dà da fare per produrre pane e biscotti che dureranno a lungo sugli scaffali dei supermercati, all’interno di belle confezioni che aumenteranno la produzione di rifiuti.


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