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Don Chisciotte e il suo scudiero a Milano PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Antonio Prete   
Sabato 08 Giugno 2013 17:04

Di come don Chisciotte, accompagnato dal suo scudiero, entrò un mattino nella città di Milano per incontrare il Duca Visconti di Valmadrera e del discorso che tenne quando a Sancio fu data in concessione la Cascina di Monlué.

 

Era risalito  col suo scudiero, provenendo da Pamplona,  proprio attraverso la gola di Roncisvalle, battendo sentieri sassosi e impervi, ma abitati dalle voci degli antichi cavalieri, era risalito fino alle colline dell’Armagnac e da lì, attraversando villaggi circondati da vigneti e sostando in antichi bianchi castellari, s’era poi avventurato nelle foreste della Montagne Noire, aveva seguito i sentieri del Roussillon  fino a frugare, con molti smarrimenti, i boschi delle Cévennes.  Era stato questo l’inizio del grande viaggio, al quale altri viaggi seguirono, di anno in anno, di secolo in secolo, sempre con il suo stralunato scudiero, e con il vecchio caro Ronzinante, il quale, pur con tutte le sue crepature agli zoccoli e tutti i suoi acciacchi, non poteva essere comparato, quanto a pazienza, fedeltà e valentia, neppure al Bucefalo di Alessandro e tantomeno al Babieca del Cid. Perché ormai don Chisciotte viveva fuori dal suo romanzo, tu che stai leggendo lo sai bene che certi personaggi non solo sopravvivono al loro autore ma attraversano le foreste della storia e le selve delle lingue per incontrare nuovi lettori e chiamarli come testimoni attivi delle loro persistenti o rinnovate avventure. Per qualche tratto questi lettori raggiungono il corteo che accompagna le imprese dell’eroe, proprio come accadde al baccelliere Sansone Carrasco quando volle incontrare sotto le mentite spoglie del Cavaliere degli Specchi prima e poi del Cavaliere della Bianca Luna l’hidalgo dalla Trista figura e volle persino sfidarlo a duello, con la buona intenzione, certo, di farlo rinsavire e ricondurlo al villaggio. Poi se ne tornano, questi lettori,  nella quiete o nel tumulto delle proprie faccende, aspettando un nuovo meraviglioso passaggio che li sottragga al grigio ripetersi dei giorni. Sulle avventure che don Chisciotte compì in Linguadoca e in Provenza le cronache si ingarbugliano, si sovrappongono falsificandosi a vicenda, si intricano sovrapponendo gesta compassionevoli a inspiegabili furori, esercizi di specchiata ascesi a cadute nei lacci di seducenti principesse trasformate per incantesimo in contadine. Se ora racconto quel che accadde a don Chisciotte e a Sancio Panza dopo che, varcato il  Moncenisio,  si diressero  verso la città di Milano, camminando per giorni lungo greti di fiumi e sopra colline coltivate a vigna, è perché a mia volta raccolsi testimonianze dirette e mi trovai io stesso, insieme con altri amici, ad accogliere i due personaggi, come poi dirò. Di tali lettori-testimoni non ci sarebbe bisogno alcuno se le carte di un qualche novello Cid Hamete Benengeli potessero essere ritrovate, magari presso una libreria antiquaria, o sui banchi della fiera degli O bei o bei! appunto a Milano. In questo caso, facendo tradurre dall’arabo le pagine, si potrebbe divulgare la vera storia del personaggio don Chisciotte e del suo scudiero, anche la storia successiva a quella narrata dal Cervantes, smascherando così le falsificazioni, e imitando in questo lo stesso cavaliere dalla Trista figura, il quale nella seconda parte del libro smentì via via il racconto che delle sue gesta aveva fatto l’Avellaneda, improvvido e spavaldo divulgatore di una falsa continuazione del romanzo.

Quando don Chisciotte giunse a Milano correvano già gli anni  Sessanta del Novecento, e in tutto il tempo intercorso dalla sua prima vita terrestre, vera vita anche se pur sempre fantastica, aveva attraversato periodi di solitari rifugi nei boschi, ma anche periodi di acclamate pubbliche attenzioni, come nell’epoca in cui certi filosofi lo consideravano fulgido esempio dell’ideale che sopravviveva in un mondo fatto prosa e ripetizione di gesti, di costumi, di idee, o lo ritenevano emblema della differenza, in un tempo in cui, per via del dominio della merce e del denaro, tutte le cose erano tra loro scambievoli. Don Chisciotte era giunto, di lettura in lettura, di interpretazione in interpretazione,  nel Novecento, e negli anni Sessanta di quel secolo era da molti indicato come  esempio di irriducibile resistenza all’ovvio, al puramente utile, al quietamente ragionevole.

Per venire ora al motivo che persuase l’ hidalgo a raggiungere col suo scudiero la città di Milano  occorre un’ altra precisazione. La fedeltà di Sancio, per lungo tempo priva di altra ragione che non fosse la speranza di una qualche ricompensa al suo disagevole servizio, aveva lasciato via via nel tempo il posto a una forma di amicizia, se non addirittura di solidarietà, con il suo illustre signore e compagno di viaggi. Lo scudiero aveva intrapreso a considerare  le bizzarrie dell’ hidalgo ora con una vena di compassionevole comprensione ora con una sorta di saggezza disposta a vedere di ogni accadimento il lato positivo. Per esempio sopportava ormai e persino accettava volentieri gli incantamenti dichiarati dal suo padrone perché in essi vedeva l’occasione di un divertimento, di una distrazione dal santo servizio della cavalleria. Accadeva sempre più di frequente che in una festa campestre si mescolasse gioiosamente all’allegro trambusto dei balli, risollevando lo spirito  e i sensi, resi torpidi dall’ascesi predicata dal suo cavaliere. E poteva anche accadere che in qualcuna di quelle circostanze si nascondesse con qualche bella contadina dietro un cespuglio. Ma più spesso si immergeva in silenziose considerazioni sulle bizzarrie del mondo, e andava meditando su quanto insondabili e assurdi fossero i casi della vita.  Era  ormai nota a molti lettori l’ acquisita sapienza dello scudiero, meritevole di elogi.

Nel frattempo, a Milano, presso il Circolo della Stampa, la cui sontuosa settecentesca sede si trovava in corso Venezia, era temporaneamente ospitato un altro Circolo, privo di sede propria, un Circolo dei lettori: un’associazione i cui membri, oltre a promuovere, com’era scritto nello statuto, la diffusione della lettura, assegnavano ogni anno un premio singolare. Nell’affollata scena mondana dei premi letterari questo premio si distingueva perché non era dato a un autore vivente ma a un personaggio, e poiché ogni personaggio è sottratto all’ordine della realtà sia fisica sia temporale, poteva succedere che il premio fosse dato a un personaggio di lontane epoche. Nell’anno 1963 il Circolo dei lettori con unanime decisione volle assegnare il premio a Sancio Panza, personaggio rimasto spesso nell’ombra, o meglio all’ombra del cavaliere dalla Trista Figura. Nel verbale della riunione un lettore aveva però proposto e ottenuto questa aggiunta non prevista dallo statuto ma da tutti approvata : il personaggio premiato, nel ritirare il premio, può essere accompagnato da un altro personaggio dello stesso libro, e nel caso in questione ci si augura che  l’accompagnatore possa essere lo stesso nobilissimo hidalgo della Mancia. Seguiva la firma del presidente del Circolo, un lettore forte, come si usa oggi dire,  che in quell’occasione dopo il nome proprio e il cognome aggiunse un titolo nobiliare, Duca  Visconti di Valmadrera, titolo che era davvero appartenuto nel passato ai suoi antenati, ma del cui polveroso ornamento egli si era da tempo liberato non senza sollievo. Fatto questo non infrequente, in quegli anni: conobbi io stesso il discendente  di un nobile casato toscano che vendette l’ereditato stemma gentilizio a produttori di vino tedeschi, i quali esibirono sulle etichette delle bottiglie la testa di moro e le insegne guerresche dell’antica impresa. Ma torniamo al nostro scudiero e al suo hidalgo, che un giorno  furono visti lungo il Naviglio Grande mentre risalivano a piedi verso Porta Ticinese, l’uno non più sopra il suo asino con le bisacce in groppa e la borraccia all’arcione, l’altro non più sopra il suo prodigioso ronzino. Che cosa fosse accaduto ai due pazientissimi animali non è dato di sapere, almeno allo stato attuale delle narrazioni.

C’è chi racconta d’avere ascoltato don Chisciotte declamare un’ ispirata elegia fluviale dedicata alle limpide acque del Naviglio e ai bei riflessi del cielo che nelle sue onde si riverberavano, degna cornice alle bionde fanciulle intente sui lavatoi a risciacquare panni, mentre cantavano canzoni d’amore sospirando, nelle pause, per l’amato lontano. E non poco, si racconta, dovette faticare Sancio a ridurre a miglior consiglio don Chisciotte quando, viste, nei pressi della darsena e lungo il viale Gorizia,  alcune alte gru sopra gli alti edifici, cominciò a dichiarare di volere affrontare quelle obbrobriose gigantesse perché avevano occupato la città e tolto al cielo la sua bellezza. O quando, vedendo in una libreria in corso di porta Ticinese esposto in vetrina il libro del Don Chisciotte aperto su una stampa del Doré, intraprese a confutare meticolosamente le scelte dell’artista nel disegno degli abiti cavallereschi, delle loro fogge, in nulla rispondenti alla verità storica, o meglio romanzesca.

A queste e ad altre dicerie la popolazione, presa dai suoi traffici, sia d’ordine mercantile sia d’ordine urbano, non dava alcun peso. Ma nel suddetto Circolo dei lettori queste voci si aggiungevano ad altre, una delle quali ad esempio narrava di un don Chisciotte che presso le colonne di San Lorenzo, anzi in piazza Vetra, precisava qualcuno,  avrebbe intrattenuto un folto gruppo di ragazzi narrando le sue passate avventure e invitando gli astanti a riacquistare con quotidiani esercizi l’uso di una sovrana facoltà quasi estinta per l’eccesso di realismo sopravvenuto, la stessa facoltà che lo aveva fatto vivere nel tempo e continuava a nutrirlo, cioè l’immaginazione. Qualcuno diceva che, entrato nel cortile di una casa a ringhiera, l’hidalgo aveva elogiato la struttura di quel castello ricco di feritoie, di ponti e di camminamenti per guardie, rivolti tutti  all’interno, e questo perché avevano, i nobili ospiti del maniero, rinunciato per sempre alle guerre. Quel che invece io posso raccontare riguarda l’ingresso di don Chisciotte e Sancio Panza nel salone del Palazzo di corso Venezia ornato di grandi dorate specchiere e di serici arazzi, perché  lì, insieme con altri lettori, mi trovavo in quel pomeriggio memorabile. Il cavaliere intuì subito che il Duca Visconti di Valmadrera era certamente il signore vestito di blu che in fondo al salone attendeva in piedi, dietro un tavolo, l’arrivo dei due illustri invitati, e a lui infatti si diresse presentando il suo scudiero con parole di elogio. La cerimonia ebbe inizio, e il Duca dichiarò le motivazioni del premio e la sua consistenza, cioè la concessione a Sancio della cascina di Monlué, il cui uso non aveva per ora un limite temporale. “È inteso, aggiunse, che questa concessione, conferita da noi a nome della Municipalità milanese, è estesa al nobile cavaliere don Chisciotte della Mancia”. E fu proprio l’hidalgo ad aprir subito bocca, cominciando: “Se sono io, nobilissimi ospiti, a prendere la parola del ringraziamento al posto del mio premiato scudiero, è perché  la parola, dopo lunghi esercizi e innumerevoli avventure, è il mio usbergo, la mia lancia, il mio elmo,  il mio stesso amato Ronzinante, sia benedetta la sua memoria. È vero,  ho trasformato la cavalleria, il suo ideale, in una parola, la parola del romanzo, ho trasformato la parola del venerato Amadigi nella parola di un cavaliere  fuori tempo, ma proprio mostrando quanto estranea quell’antica parola fosse alla nuova  epoca, ho sollecitato la ricerca di una nuova parola. Una parola che fosse adatta al nuovo tempo solo perché ad esso estranea, una parola in grado di scacciare le parole usuali, comode, frivole, le parole della giustificazione e dell’egoismo. Come vedete, sono rinsavito. E se qualche barlume dell’antica follia di tanto in tanto mi visita, è perché ci sono dei lettori che così mi vogliono. Sono quei lettori che mai si sono rassegnati alla mia saggezza, e spesso sono gli stessi che non riuscivano a  scorgere nella mia pretesa follia un’altra più festosa e sovvertitrice ragione. Il mio scudiero ha attinto una sapienza semplice, anche se ancora un poco incantata, non passando come me dalla parola eloquente della cavalleria, pur se qualche volta il mio dire lo ha contagiato, ma stando soltanto dietro le cose, dietro la presenza delle cose, non sovrapponendo ad esse gli artifici della lingua. Se si esclude il periodo del suo governo nell’isola, quando i miei politici  consigli diedero un buon frutto, il  suo ingenuo domandare e il suo borbottare hanno favorito l’acquisto di una virtù, la virtù preziosa dell’accettazione. Ma ora non voglio sia rinviato ancora l’ascolto del premiato mio scudiero, che invito qui a prendere il mio posto e a protrarre, da par suo, il mio dire”.

“Dov’è, esclamò restando seduto Sancio, dov’è questa cascina? Portatemi subito, che ho davvero molta fame, e spero che ci sia un buon formaggio di capra e un orciolo di vino rosso. Me lo merito, dopo tanto camminare, e dopo che ho anche ascoltato le parole del mio cavaliere senza interromperlo neppure una volta”.

Fu così che tutto il Circolo dei lettori si recò nella Cascina di Monlué, e si intrattenne a cena con i due personaggi, i quali lodarono, su tutte le portate,  il brasato al barolo, i caprini freschi e il gorgonzola, cibi accompagnati da un vino fermo dell’ Oltrepò, un vino che el buscia no, come ripeteva l’ostessa Tullia  servendolo, e da un’ ottima Bonarda che invece busciava al punto da spumeggiare foeura di biccèr. Dopo le crostate di mele,  prese ancora la parola don Chisciotte. Il quale, tra l’amarezza di tutti, disse: “Domani, cari amici, noi ripartiremo. È la finzione che ci chiede di proseguire, perché l’altro romanzo, quello che si scrive di giorno in giorno attraverso i lettori, senza requie, pieno di avventure mai immaginate dall’autore, quel romanzo continua, ed è per questo che ci tocca andare per città e per sentieri. Cosa molto faticosa, ora che non abbiamo più né io Ronzinante né Sancio il suo asinello, e  ai nuovi mezzi di trasporto non siamo del tutto abituati. Ma andremo lo stesso, per volontà di voi lettori, di paese in paese, di epoca in epoca. Addio, dunque, nobili amici”.

 

Più o meno con queste parole racconterei oggi una delle fantasticherie che accompagnarono la mia lettura del Don Chisciotte, quando, giunto all’ultima pagina, non mi decidevo a chiudere il libro. Non mi rassegnavo al ritorno dell’hidalgo rinsavito nella sua casa. Non mi rassegnavo che il Cide Hamete appendesse la sua penna a un fil di rame, consegnando al lettore come ultima scena un Alonso Quijano il Buono che, sconfessati i libri di cavalleria, e ricevuti i santi sacramenti,  esalava l’ultimo respiro  tra i pianti di Sancio, della nipote e della governante, mentre erano già pronti gli epitaffi composti dal baccelliere Sansone Carrasco.

Non mi ero ancora accorto che proprio dopo l’ultima pagina Don Chisciotte entrava in una nuova, rigogliosa, vita.


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