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Stagione teatrale a Lecce
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Home Saggi e Prose Storia e Cultura Moderna A quarant'anni dalla morte di Tommaso Fiore
A quarant'anni dalla morte di Tommaso Fiore PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Franco Martina   
Lunedì 17 Giugno 2013 21:07

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di lunedì 17 giugno]

 

Fino a pochi anni prima della sua morte, di cui ricorre il quarantennale, Tommaso Fiore (Altamura, 7 marzo 1884 – Bari, 4 giugno 1973) assomigliava ancora molto a quel suo Socrate studiato da giovane sui testi platonici. Anche Fiore anziché chiudersi in una biblioteca se ne andava in giro per la Puglia a rivedere, conoscere, interrogare vecchi e nuovi amici. Anche lui non aveva mercanzia da vendere: non libri, non verità. A spingerlo verso quel lavoro erano due convincimenti profondi. Il primo era maturato nel primo dopoguerra e aveva trovato la sua espressione più incisiva nelle ‘lettere’ scritte per la “Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti e pubblicate tra il 1925 e il ’26. Esso era che i problemi dei meridionali li possono risolvere solo i meridionali. Non le personalità, bensì il popolo dei meridionali, quello che con un’espressione poetica chiamava ‘il popolo di formiche’. Su quel convincimento poggiava un intero programma di vita e di lavoro, teso alla costruzione di una coscienza civile nuova, ossia libera e critica. Era la stessa conclusione a cui era giunto, in quegli stessi anni, un altro grande gobettiano, Guido Dorso, che aveva descritto quel passaggio storico come una vera e propria “Rivoluzione meridionale”, perché comportava una rottura del patto trasformistico su cui si era svolta l'intera storia politica dell'Italia unitaria. Un meccanismo per cui un potere centrale erogava risorse ai controllori delle aree e strutture territoriali in cambio di consenso elettorale e quindi di legittimazione democratica. Un sistema che aveva il suo nodo gordiano nel rapporto tra sindaci e parlamentari.

 

Ma l'importanza di Fiore, cioè l'attualità del suo insegnamento per l’oggi, sta proprio nel non essersi fermato al solo convincimento teorico, quanto nell'aver speso tutta la sua vita per costruire la coscienza nuova che avrebbe consentito di rompere col passato. Coscienza nuova, non nel senso di creare un ‘uomo nuovo’, come aveva tentato di fare il fascismo. Perché essa rimandava a un uomo che sapesse pensare con la sua testa, capace di assumersi le proprie responsabilità, in grado di mettere in equilibrio il proprio e l'altrui interesse e di individuare volta per volta le priorità. Un uomo, insomma, in condizione di esercitare un ruolo di cittadinanza che altrove si era imposto attraverso la prova drammatica della rivoluzione politico-sociale. Questo impegno non era specifico di nessuno, perché doveva essere fatto proprio da tutti in tutti i luoghi e le circostanze. Non le istituzioni ma le relazioni umane, interpersonali, si caricavano così di una forte valenza etico pedagogica.

Il secondo convincimento riguardava invece un'idea unitaria della Puglia. La regione che, forse più di qualunque altra, sembra riflettere in sé i caratteri dell'intera penisola. Non solo marcate distanze tra nord e sud, est e ovest, ma anche significative differenze culturali, linguistiche e perfino religiose. Quanto basta insomma per alimentare diffidenze e gelosie campanilistiche se non contrasti e odi profondi, artatamente alimentati, come testimoniano i muri di periferia o i banchi di scuola. Ma l'idea di Fiore era che l'unità della Puglia riguardasse non il passato ma il suo futuro. Uscire da una medesima condizione negativa è più facile con l'unità che con le divisioni: valorizzando le differenze, le vocazioni, le diverse disposizioni geografiche e naturali, le esperienze storiche stesse, con spirito unitario e costruttivo. Ma a sorreggere il convincimento di Fiore c'era anche un'altra constatazione, maturata negli anni della sua esperienza politica diretta, quella di un autonomismo politico che si riduceva esclusivamente alla esaltazione e difesa di interessi locali, quelli del Comune, della Provincia. Una prospettiva dietro la quale si nascondevano inappagabili appetiti di vecchi e nuovi ceti politici che facevano della capacità di raccolta del consenso il grimaldello con cui scardinare i forzieri della spesa pubblica.

Del resto, nel modo di intendere l’autonomismo politico era più evidente l’appartenenza di Fiore a quel filone della cultura meridionale che da Genovesi arrivava a Salvemini e che, appunto, considerava la cultura non ozio disinteressato ma quotidiano impegno per migliorare le condizioni degli uomini: sapere operativo, che elabora strumenti concreti per ottenere risultati concreti. Non a caso lui, pugliese come Salvemini, sentì tutto il fascino della personalità di Cattaneo; non a caso lui, pugliese, strinse un sodalizio decisivo con Piero Gobetti.

Tanto Fiore che Dorso erano ben consapevoli che una simile impresa richiedeva tempi lunghi e sforzi crescenti per superare difficoltà sempre nuove e imprevedibili. E anche questo è un grande insegnamento per l’oggi. Soprattutto per chi immagina sia sufficiente un uomo, un voto, una legge per risolvere problemi carichi di storia e di fronte alla prima delusione conclude che tutto è sempre lo stesso, che nulla cambierà mai. Proprio per questo è necessario mantenere sempre viva e lucida la meta da perseguire, insieme al senso del lavoro per realizzarla, dando risposte alle critiche, sostegno agli scoramenti, smascherando illusioni, denunciando imbrogli. E magari affidandosi a una laica provvidenza che, per mezzo della saggezza, sappia trasformare le traversìe in opportunità.


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