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Appunti per Galatina in tour, 19 maggio 2013, h. 18.30-20.00 PDF Stampa E-mail
Archivio attività
Scritto da Rosa Dell'Erba   
Lunedì 24 Giugno 2013 08:21

Le passeggiate per i centri storici sono state oggetto di un’opera di John Ruskin, studioso vittoriano, intitolata Mattinate Fiorentine,(Mornings in Florence) pubblicata dal 1875 al 1877 sei lettere e sei itinerari, ma sarà con Le Pietre di Venezia, opera del 1852 che l’interesse degli inglesi per il patrimonio architettonico darà un contributo decisivo alla nascita di una nuova disciplina: il restauro dei monumenti. Le Pietre di Venezia (The Stones of Venice) sottolinea l’imprescindibilità della conoscenza dei materiali, compresi quelli lapidei a cui il salentino Cosimo De Giorgi dedicò un piccolo trattato.

L’interesse degli inglesi per l’Italia è ben noto, soprattutto per la Toscana, ma spingersi a Sud, a Galatina per la precisione, alla metà dell’’800 era impresa da pochi. Janet Ross (1842-1927) nata Duff Gordon, londinese di Bloomsbury ( Queen Square,8) giunse a Galatina nel 1884. Il viaggio in Puglia alla scoperta della storia di Manfredi, fu ricco di sorprese e di conoscenze di illustri studiosi- compreso il De Giorgi- come della musica e della cucina popolare (alla Ross fu anche servita la “scapece”).

Janet fu ospite a Statte (località, in prossimità di Taranto) nella tenuta di Leucaspide proprietà di Sir James Lacaita studioso e politico di originario di Manduria, residente a Londra. Dopo il matrimonio con Ross un diplomatico, visse in Egitto, in Toscana dove acquistò Villa Poggio Gherardo a Settignano, Lastra a Signa.

Accompagnata dallo scultore e pittore Carlo Orsi, si spinse fino a Lecce dove soggiornò nella prima locanda delle Puglie (l’attuale hotel Risorgimento che le ha intitolato l’american bar) e da Lecce visitò Soleto e poi Galatina giungendovi in carrozza.

L’esito del viaggio in Puglia fu La Terra di Manfredi, 1888, distribuito nel 1889 in inglese: The Land of Manfred, un volume di 27 capitoli illustrato da Carlo Orsi. Fu tradotto in italiano solo nel 1899 -dieci anni dopo- grazie alla pugliese Ida de Nicolò Capriati per Valdemaro Vecchi di Trani. Nei precedenti anni nessun editore fiorentino fu disposto a pubblicare il viaggio a Sud della Ross! Prima di intraprendere il suo viaggio fu vivamente sconsigliata, come lei stessa racconta, ma Janet (come tutte le donne che si rispettino) seguì la sua intuizione e la passione romantica per Manfredi.

A Galatina incontrò Pietro Cavoti che, geloso dei monumenti della sua città, fornì poche notizie sui cicli pittorici del cantiere cateriniano a cui la Ross era interessata. (cfr. lo scambio epistolare pubblicato da Luigi Galante, Pietro Cavoti, i tesori ritrovati).

Abbiamo iniziato la nostra passeggiata con il caldo afoso di inizio estate, incontrandoci nel solito posto, Palazzo della Cultura, che anche d’inverno, ci trova infreddoliti e incuriositi, a condividere hobby e interessi e a stare insieme.

Ci siamo soffermati dapprima su alcune notizie che gli storici ci hanno tramandato: ad esempio si è ipotizzata la presenza di un tempio dedicato a Minerva nell’area della Chiesa Madre, spazio urbano che la letteratura conferma come religioso, anche nell’antichità, mentre il primo insediamento abitativo era nella Contrada Pisanello, sito da cui provengono parte dei materiali presenti nel museo. Come illustrato nella lezione della professoressa Liliana Giardino per l’Università Popolare nel corso di Archeologia, le città di fondazione messapica,( Galatina non fa parte di queste) come ad esempio Muro, Castro, Vaste, Ugento imitavano il modello delle poleis greche, ma in modo non coerente, dal momento che la recinsione muraria non sempre era il confine tra l’area delle sepolture e l’abitato urbano.

Quindi il modello greco, fu attuato nel quadro della civiltà messapica e magno-greca non sempre con una cultura originale, frutto di un’ assimilazione consapevole dei modelli (ricordiamo l’altra lezione di Archeologia della professoressa Silvestrelli sulla ceramica a figure rosse), anzi questa cultura sembrava fiorire all’ombra di un forte potere accentratore aristocratico, non democratico, come in Grecia. Grazie agli studi della professoressa Carmela Massaro abbiamo appreso che Galatina conferma questa ambiguità, osservata negli insediamenti abitativi del Salento, anche in età medievale: quando compaiono le “quasi città” e Galatina rientra in questo gruppo.(cfr. C. Massaro, Economia e società in una “quasi città” del Mezzogiorno tardomedievale :San Pietro in Galatina,2006).

In realtà il contributo dato dalla Massaro tende proprio a sottolineare l’importanza dei centri del Sud, da sempre dequalificati nel nome di una grande assenza: quella della civiltà comunale. Oggi noi siamo certi che, invece, si trattò di centri urbani organizzati, ma a cui mancavano dei privilegi.

Prima degli Orsini Galatina appare “come un modesto insediamento rurale denominato casale”( corrispondeva a poche decine di fuochi) solo sul finire del 1300 si parlerà di terra. L’uso di questo termine implicava l’esistenza delle mura.

Si parla di casale in età pre-orsiniana: nel 1276 in un documento del re Carlo d’Angiò Galatina risulta uno dei 44 casali. C’è da sottolineare che la realtà del Regno di Napoli era particolare perché aveva più città della Francia.

Ma cosa si intendeva per città? La città era sede vescovile ed aveva la “dignitas” del riconoscimento regio che Galatina otterrà nel 1793.

Terra: questo termine era usato indifferentemente per castrum e casale anche se quest’ultimo aveva una configurazione più elementare rispetto al primo e ha al suo interno agglomerati abitativi che possiedono un territorium non necessariamente agricolo.

Galateo ad esempio parla di Castro come oppidum 100 fuochi scarsi.

Galatina aveva un’area destinata al centro religioso che coincide con l’attuale piazza S. Pietro e che era contrapposta all’area di S. Caterina dove probabilmente vi era un “seggetto”, la bagliva, un hospicium.

Nel secondo ‘400 erano 4 i fortilizi, ma solo quello in piazza S. Pietro era utilizzato come prigione. Al di là del fossato vi era uno spiazzo denominato “Fontana” dove i contadini trituravano le biade e dove si svolgevano le fiere.

I Capitoli della bagliva regolavano le attività commerciali ed economiche (transazioni, testamenti).

E’ necessario tenere a mente alcune date importanti per orientarci: in età svevo-angioina il casale di S. Pietro in Galatina rimane come corpo feudale della contea di Soleto creata dagli angioini come punto di riscossione feudale delle rendite. Il casale crescerà d’importanza quando ai de Toucy subentreranno i de Baux d’Orange con Hugues provenienti dalla Provenza.

Ugo muore nel 1331,il figlio Raimondo nel 1375 muore senza eredi.

Sveva del Balzo (sorella di Raimondo) eredita la contea e sposa Roberto Orsini, conte di Nola. Nasce Niccolò Orsini che avrà come figli: Roberto e Raimondo detto “Raimondello” il quale aggiungerà al suo cognome de Baux in memoria del prozio morto nel 1375.

1385 Raimondello sposa Maria d’Enghien titolare della contea di Lecce.

Dal 1375 al 1463 fiorisce nel Salento l’età orsiniana.

Nel 1399 investitura di Raimondello al Principato di Taranto grazie al re Ladislao di Durazzo (che muore nel 1417),che lo ricompensa per averlo aiutato contro Luigi II d’Angiò.Morto il padre Nicola Orsini, Raimondello diventa comes Soleti

1406 Raimondello muore

1420 Gio. Antonio ottiene il dominio feudale

1446 Maria d’Enghien muore lasciando in eredità le contee di Lecce e Soleto.

Soleto comprendeva: Soleto, S. Pietro in Galatina, Cutrofiano, Sternatia, Aradeo, Sogliano, Zollino.

In età orsiniana “il casale si cinge di mura e s’incastella” mercato il giovedì, esenzione dalle decime, l’oppidum compie un fortissimo sbalzo in 65 anni la popolazione si triplica nel 1378 :850 abitanti, nel1443: 2600-2900 persone. Nonostante nel 1463 re Ferdinando aveva onorato Galatina della sua presenza,nel 1479 infeuda la contea di Soleto a Giovanni Campofregoso, 1485 a Giovanni Castriota Scanderbeg: Galatina non poteva ambire al titolo di città perché non era sede vescovile come Lecce, Nardò, Otranto, Gallipoli. Ci aveva tanto sperato!!!
C’è da dire, però, che i vescovi trovavano rifugio a Galatina per sfuggire alla minaccia turca. Solo a partire dal 20 luglio 1793 Galatina potè fregiarsi del titolo di città.



Durante le trasformazioni urbane si assiste alla fuga di coloni dai borghi, alcuni di questi scompaiono o vengono assorbiti come Tabelle e Tabelluccio. Molte chiese greche vengono distrutte. Di questa età noi conosciamo solo le emergenze: il patrimonio storico- artistico e architettonico con le pergamene, il cantiere di S. Caterina.

L’età dei Castriota, il XVI secolo, vede una nuova chiesa: S. Maria della Grazia nota come Chiesa del Collegio o Immacolata.

L'edificio, completato nel 1743, sorse su una preesistente chiesa risalente al 1508. Qui sono sepolte Maria Castriota, sorella di Ferdinando, e la duchessa Adriana Acquaviva, moglie dello stesso duca di Galatina. Lo stesso edificio custodisce, poi, anche le spoglie mortali del principe di Bisignano, Nicolò Berardino Sanseverino.


La bella facciata della chiesa i cui due ordini sono raccordati da grandi volute prospetta sulla piazza Alighieri





Camminando in direzione della piazza S. Pietro ci siamo fermati in prossimità del castello.

Il castello come tipologia edilizia nasce in età medievale allo scopo difensivo: all’inizio solo una torre di legno racchiusa in un recinto, dopo in pietra assume la struttura fortificata con merlature, a coda di rondine a rettangolo simboli di parte guelfa e ghibellina. Col tempo la torre verrà incorporata in un complesso fortificato più esteso e sarà denominata maschio o mastio.

Di età medievale nel Salento è rimasta la torre federiciana di Leverano con la scala elicoidale che segue il perimetro della muratura e gli ambienti al centro. Generalmente c’era un ambiente di soggiorno con camino e una camera al piano più alto.

Il sistema di fortificazione che interesserà sistematicamente il Salento a partire dal 1480 diverrà regola dalla metà del 1500 quando il Regno di Napoli diverrà Vice Regno spagnolo e i Vicerè verranno ad abitare nel Salento.

Nello stesso periodo la Puglia con i suoi 800 km di coste verrà munita di torri costiere alla distanza di un chilometro e mezzo l’una dall’altra: le torri viceregnali sono riconoscibili dalla forma tronco-piramidale del primo ordine. Le torri a pianta circolare, sono preesistenze bizantine: una di esse è visibile a S. Caterina al Bagno.

Una fortificazione costiera imponente è la cosiddetta Torre del Fiume “Le quattro colonne” di cui sono rimasti solo i bastioni.

Ma quanti castelli ha la Terra d’Otranto?

Ho provato a contare quelli segnalati nella storica pubblicazione di De Vita sono 64 in provincia di Lecce, 28 per Taranto, 21 per Brindisi.

Il castello di Galatina ha un impianto quattrocentesco, dal 1485 la “quasi città” diventa ducato e passa ai Castriota, il principe Giorgio Castriota detto “lo Scanderberg”, l’eroe albanese che difese la cristianità dall’assalto ottomano, gli succedono Giovanni e Ferrante.

Durante la loro signoria, furono costruiti i due portali sormontati dall’imponente stemma. Irene 3° duchessa di Galatina portò in dote S. Pietro in Galatina al principe Pietro Antonio Sanseverino di Bisignano, ma a causa dei debiti del figlio Niccolò Bernardino Sanseverino di Bisignano, Galatina a Noha furono vendute ai nobili Spinola di Genova, banchieri del Regno feudatari dal 1616 al 1801, anno in cui passarono per successione ai duchi Gallarati Scotti di Milano che furono gli ultimi signori di Galatina.

Successivamente il castello fu acquistato da Francesco Mongiò dell’Elefante il cui stemma è scolpito nell’avancorpo (1900). Lateralmente fu costruito anche un corpo di fabbrica con galleria per le botteghe. La famiglia Mongiò è tutt’oggi proprietaria del palazzo e vi risiede.


L’edificio non presenta più alcun elemento della fortezza bastionata collegata alla porta della piazza o “dei beccai”. Gli arredi che risalgono al 1500 sono i portali uno che affaccia sulla piazza Alighieri, l’altro sulla piazza S. Pietro. Lo stile è catalano-durazzesco cioè portale scolpito inquadrato da cornice sormontata da luce a finestra, sorta di piccola cimasa di coronamento.

Fu residenza di Monsignor Adarso de Santander dell’ ordine dei Mercedari

Siamo arrivati in

Piazza S. Pietro

non senza fare un cenno all’importanza della varietà della pietra leccese.

Cosimo De Giorgi in Note e ricerche sui materiali edilizi adoperati nella provincia di Lecce, pubblicato dapprima in una serie di articoli su “La Puglia Tecnica” rivista barese, nel 1901, ripubblicato da Laterza l’anno successivo, rieditato da Congedo nel 1981, in occasione del Convegno Internazionale “La pietra: interventi conservazione e restauro” tenutosi al Museo Provinciale dal 6 all’8 novembre 1981, tratta della pietra leccese “come materiale edilizio e decorativo” tralasciando la geologia, come precisa egli stesso.

De Giorgi sottolineò le qualità del solidissimo càrparo con cui furono costruiti molti dei monumenti della terra d’Otranto tra cui la basilica di S. Caterina d’Alessandria, la federiciana Torre di Leverano, ma anche le mura messapiche di Manduria, Vaste, Muro, le fortificazioni e le torri costiere e l’edilizia civile tra il XV e il XVI secolo. Lo studioso salentino riporta un elenco di 6 varietà di pietra leccese: due pietre leccesi (una molle, la saponara; l’altra sabbiosa leccese màzzera) e quattro calcari (pietra gentile o leccisu, Petra de Curse, leccese bastarda, Piromafo).


Nella bella piazza dove abbiamo ammirato il basolato lucido ci siamo avvicinati a

-Palazzo Zimara-Arcudi-Calofilippi, poi Galluccio e Banca Mongiò

Già Zimara, Arcudi, con preesistenze cinquecentesche e motto “a ciascuno è bello il suo” più la colonna angolare.

Nel 1600 questa dimora fu abitata da Teofilo, Marcantonio e Alessandro Tommaso, autore della Galatina Letterata (1709).

Nel 1700 ai Calofilippi, ai Capece e ai Galluccio. Portale e balcone sono settecenteschi. I lavori condotti dai Preite, copertinesi,si conclusero intorno al 1776.

Una recente segnalazione è quella di Luigi Galante che sulla base di documenti ritrovati nel Fondo Cavoti ha identificato il distrutto Palazzo Arcudi come quell’edificio non più esistente tra Palazzo Tondi Vignola e il Bar.


-Palazzo Mezio

L’impianto cinquecentesco del palazzo è confermato dai documenti d’archivio che indicano l’edificio come casa di Federico(1551-1612) e Silverio(1571-1651)che vi nacquero. Il bel portale a bugne disposte a raggiera è stato modello probabilmente per i portali dei palazzi Luceri( piazza Libertà) e Nico detto “Pindaro”( via Scalfo). Le bugne scolpite in forma di cuscini dai cui lati cadono morbide nappe e lo stemma retto e inquadrato dalla coppia di leoni, i fasci di paraste scanalate, l’abaco curvilineo dei capitelli si raccordano con le cornici delle finestre ornate da maschere vegetali antropomorfe.

Il rifacimento settecentesco ha impegnato i De Giovanne, come ci ha spiegato Giovanni Vincenti nel bel corso sulla Storia di Galatina e in uno degli accorpamenti fu inglobato un piccolo edificio a volta, impreziosita, questa, da arredi scultorei visibilmente cinquecenteschi.

Qual era la destinazione d’uso del piccolo edificio? Una chiesetta? I documenti lo attesteranno oppure no, intanto visitiamolo, perché di prezioso in quel luogo non ci sono solo le sculture in pietra ma le “Pietre Preziose” di Fabio. In Via Vittorio Emanuele II sono concentrate, infatti, molte gioiellerie dunque una sorta di Ponte Vecchio di cui essere fieri!

Abbiamo salutato Fabio e ci siamo diretti in

Via Garibaldi

Non potevamo oltrepassare la chiesetta di S. Paolo senza fare un rapido cenno alle sorelle Farina, ritratte nella tela settecentesca del Lillo, guaritrici dei tarantolati grazie all’uso dello “sputo medicinale” che avrebbero trasmesso all’acqua del pozzo. Con la costruzione della chiesetta questa facoltà passò dalle sorelle al Santo.

Palazzo Tondi Vignola, poi Congedo

E’ tardo settecentesco: l’uso della conchiglia nella decorazione scultorea e nel portone ligneo lo conferma. La citazione pedissequa dei repertori ornamentali classici: dalla dentellatura ai timpani delle finestre, il rivestimento a bugnato liscio appena accennato in facciata, il fregio della trabeazione di gusto classico, è neo-classico, infatti nel 1793 fu benedetta la cappella di S. Paolo e il 1795 risulta essere la data di fine lavori dell’edificio.

Attiguo al palazzo un altro corpo di fabbrica che fa angolo con il vicolo era, secondo la documentazione d’archivio, casa Capani.

Continuando lungo via Garibaldi ammiriamo un altro edificio di impianto cinquecentesco:

Palazzo Coletta-de Mico, poi Vernaleone

Il bel portale cinquecentesco, come l’androne, arricchito di sculture sulla volta, è raccordato dalle cornici delle sette finestre del prospetto che recano delle epigrafi. L’iscrizione del 1914 è dedicata al medico filantropo Paolo Vernaleone, che qui visse. Il palazzo è stato studiato da G. Vincenti nel 1988.

Dopo aver commentato la sobrietà delle decorazioni scultoree, tipiche del ‘500 ci siamo diretti verso


Piazzetta Libertà

Il Palazzo Luceri ha attratto l’attenzione di tutti non solo per la presenza della punta lanceolata nella decorazione del bel portale settecentesco (che ricorda quello di Palazzo Mezio),ma anche perché è di proprietà di residenti inglesi.


Alla nostra destra uno dei palazzi più famosi di Galatina: nella sua esuberanza decorativa di gusto Rocaille, Palazzo Scrimieri-Congedo, già Tafuri-Mongiò, sorprende per la freschezza dei colori pastello che esaltano maggiormente la spumeggiante decorazione. L’impianto è cinquecentesco, il palazzo fu ricostruito nel 1584 e ammodernato nel gusto Rococò negli ultimi decenni del XVIII secolo.


Piazza Galluccio

All’ingresso della piazza abbiamo ammirato il bel portale della chiesa dei Battenti soprattutto il repertorio scultoreo. La teoria di serafini nell’arco della cimasa ci hanno ricordato quelli del rosone di S. Croce e una cultura ormai lontana e conclusa: quella degli scalpellini e del loro gusto antiquario che inesorabilmente cede il passo, di generazione in generazione, alla koinè dei Manieri, agli stucchi e agli svolazzi degli abiti dei santi, agli angeli adulti della chiesa dell’Immacolata o a quelli reggi-candelieri della chiesa delle Anime, aggiornati su modelli napoletani (cfr. G. Vincenti).

In quel passaggio il Salento perdeva per sempre il sostrato della sua grecità tra magìa e irrazionalismo, schiudendosi ai prodromi della cultura illuminista.

Da piazza Galluccio ci siamo diretti a via dove, in fondo al vicolo abbiamo ammirato la casa-torre “di Adriano”(che insieme a Gigi possiamo incontrare da “Creazioni Luiss” ).

Grazie alla cortesia del proprietario, -Adriano appunto- (e alla signora Annamaria che ha facilitato i contatti) ho potuto descrivere l’interno con gli ambienti centrali e la scala ricavata nella muratura, era naturale il confronto con la torre federiciana di Leverano, aperta ormai solo grazie al FAI. Il ricordo di quella stretta scala elicoidale ricavata lungo la muratura della torre sveva, ha ricondotto il nostro discorso all’importanza delle fortificazioni nel Salento, alle torri di costa, distanti un km e mezzo l’una dall’altra.

Il gruppo era stanco e accaldato e il signor Antonica se n’è accorto invitandoci a entrare nel suo studio di artista, accanto alla casa-torre. Pareti piene di quadri e… dopo tanti scalini un delizioso terrazzino con pergolato affacciato sul corso d’Enghien.

Abbiamo ripreso il nostro percorso ammirando, lungo le viuzze che conducono alla chiesa di S. Caterina, il prospetto posteriore della “casa paterna” (confidando in una visita guidata da parte del prof. Beccarisi che ha pubblicato un noto studio dull’argomento) e la casa di Baldassarre Papadia.

Ci siamo anche chiesti dove sorgeva l’antico “seggetto” del Comune e l’edificio del vecchio convento.

Piazzetta Orsini

Palazzi : -Dolce Angelelli, Micheli e Romano alla via Umberto, casa di Antonio Romano che fu sindaco di Galatina e di suo padre, Salvatore, medico che sposò Vincenza Papadia. Ora quell’edificio è chiuso, ma qualche Natale fa ha ospitato un bellissimo presepe. All’interno vi è un bellissimo giardino con palme e agrumeto. Non potevamo omettere un cenno alla casa di Liborio Romano a Patù, oggi di proprietà del Comune e sede di un piccolo museo.

Abbiamo concluso la nostra passeggiata in piazzetta Orsini fermi davanti alla Basilica di S. Caterina d’Alessandria, ricordando uno dei recenti contributi di Mario Cazzato alla storia delle vicende costruttive della fabbrica religiosa riguardo l’autenticità della data scolpita nel portaletto laterale.

Ci siamo salutati, al tramonto, ammirando la bella facciata della chiesa, (anche Ornella che, di solito, filma tutto, rifletteva) ma non prima di aver ascoltato Gianluca che leggeva Salento di Vittore Fiore, che vi ripropongo:

E qui, se mai verrai, l’estate

quietamente si sfanno obelischi

e cattedrali come sortilegi

consumano in esilii avventurosi.

Prossimi alle scogliere noi

parleremo del Sud, dell’Europa,

dell’uggia e del campo di tabacco

che avanza in bilico tra noi e il mondo.

Buone vacanze, cari amici e………non abbandoniamo i centri storici!


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