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Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Home Arte Arte La “tristezza d’oro” nell’arte di Ferraro
La “tristezza d’oro” nell’arte di Ferraro PDF Stampa E-mail
Arte
Scritto da Gino Pisanò   
Lunedì 24 Giugno 2013 19:00

[“Apulia” giugno 2002]


Sul crinale dei rapporti culturali intercorsi fra Salento e Napoli nell’ambito del Novecento, si distingue un cospicuo contributo di Vittorio Pagano al periodico partenopeo “L’approdo del Sud” di Mario Moles. Contributo ancor più significativo ove si pensi che a far da tramite fra i due luoghi maggiormente rappresentativi dell’esperienza artistica e letteraria del Mezzogiorno peninsulare era un artista (scultore-pittore) oggi dimenticato, Giuseppe Ferraro (Castrignano del Capo 1902-Genova 1966), leccese-novolese d’adozione, testimone delle vicende storico-culturali di Terra d’Otranto comprese nel periodo 1923-1966, ossia fra l’esordio di “Fede”, la rivista di Pietro Marti, e la chiusura del “Critone” di Vittorio Pagano. Il quale, pur frequentando e ammirando Vincenzo Ciardo, il maggiore e più noto fra i salentini di ascendenza artistica partenopea, volle assumere in Pittura e scultura di Pippi Ferraro (un lungo articolo apparso sul citato “Approdo” nel marzo 1954, a. II, n. 10-11, pp. 1-4) proprio l’attività creativa di quest’ultimo a segno di un nuovo corso storico, nonché di un’antropologia culturale che aveva ormai «in una sorta di appassionato mitologismo caratteristico della gente del Sud» le sue più recenti e «necessarie» motivazioni.

Ferraro, che aveva studiato a Napoli, nel Regio Istituto d’arte, dove si era trasferito dopo il leccese discepolato nell’omonima scuola, appariva a Pagano come uno dei più emblematici rappresentanti di una generazione (iuniore rispetto a quella dei precursori e maestri Vincenzo Ciardo, Geremia Re, Antonio D’Andrea) che, riguardo alle arti figurative del secondo dopoguerra, ne lastricava di nuove ideologie e di nuovi linguaggi il sentiero, in un clima di universale rinnovamento e di riesplose passioni civili. Scriveva, infatti:

L’avvenuto risveglio […] può già condurre a una precisa individuazione di valori, può già comporsi in un quadro storico-critico di puntualissima rispondenza e rappresentatività. Risentito nelle varie esperienze del tonalismo, dell’impressionismo, dell’astrattismo, dell’espressionismo, del cubismo, del realismo […], per esempio, il paesaggio salentino risulta del tutto sottratto «alla convenzionalità generica e scolastica del cartolinismo di prima». Ebbene, aggiungeva Pagano, «Pippi Ferraro, pittore-scultore, è a questi effetti che ci va interessando», e rimarcava quanto segue:

Egli conta quarant’anni di lavoro (fin dall’adolescenza) ed ora ci induce ad affermare che il suo tirocinio è stato lungo e paziente. Ma, intendiamoci, lungo e paziente, solo se consideriamo come più valida e significativa la fase attuale in cui lo si trova. Infatti, c’è chi lo giudica maturo e formato da un bel pezzo, da quando le sue statue (specialmente i busti) cominciarono a imporsi in virtù d’una severa e disciplinata impostazione, d’una classica olimpicità, d’una sempre espertissima tecnica […]. Siamo noi, personalmente, a preferire l’ultimo Ferraro […] per essersi deciso ad una ricerca come quella dianzi [v. supra: il «risveglio»] messa a fuoco e che ci preme al momento più d’ogni altra cosa […] per ragioni extrartistiche o comunque collaterali all’arte, ma importanti, tremendamente importanti, per la rinascita e la vita della più mortificata terra d’Italia [scil. il Salento].

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