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Il museo della memoria fatto solo di emozioni PDF Stampa E-mail
Arte
Lunedì 01 Luglio 2013 07:56

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 29 giugno 2013]


A volte non si sa quale sia l’elemento che attrae lo sguardo verso un dipinto, quale sia la condizione che emoziona, che fa restare lì, con gli occhi affondati nella tela, o rapiti dalle immagini di un affresco.

Forse sono le forme, forse sono i colori, forse la combinazione delle forme e dei colori, le variazioni della luce e dell’ombra, la modulazione delle forme, la prospettiva, le proporzioni. Forse è l’incontro con la perfezione. Forse la scoperta dell’astratta bellezza. Però, a volte, c’è qualcosa che sfugge alla comprensione. A volte non si sa per quale ragione si resta incantati da un volto di Madonna in un’edicola di campagna, o dai dipinti screpolati in una cripta bizantina. A volte non si sa perché entusiasma il disegno di un bambino. Per quale motivo quelle immagini si depositano negli occhi e non si dimenticano più.

Ciascuno di noi ha un museo della memoria, che si compone indipendentemente da quelli che sono i canoni dell’arte, che probabilmente si struttura in una relazione con gli affetti, lo stato d’animo di un momento, una dimensione di sensibilità, per sensazioni, percezioni indecifrabili.

Forse c’è una componente di mistero nel rapporto che si stabilisce con le immagini, una mescolanza di cultura, emozione, mente, corpo, stupore. Spesso le nostre reazioni e le nostre interpretazioni di una pittura ignorano o non tengono conto di altre interpretazioni, più o meno autorevoli. Quello che pensiamo e sentiamo davanti ad un’opera di Caravaggio molto spesso è assolutamente indipendente da quello che si è detto su quell’opera, dalla conoscenza di Caravaggio.

Se non sapessimo che si tratta di quell’opera di quell’artista, avremmo comunque le stesse reazioni, proveremmo le stesse emozioni.

Probabilmente non c’è differenza tra la reazione che suscita in noi l’incontro con un uomo, una donna, e quella che è generata dall’incontro con una pittura.

Al primo incontro con una creatura non chiediamo da dove venga, né quale sia la sua storia: avvertiamo o non avvertiamo una prossimità sentimentale. Sentiamo se resterà nel nostro ricordo o se andrà via come non fosse mai venuta.

Nell’incontro con un’ opera d’arte accade più o meno la stessa cosa. Il suo complesso o un suo particolare smuove la nostra immaginazione, genera un’associazione con qualcosa, richiama un luogo, una figura, ci mette in una condizione di serenità oppure di inquietudine. Comunque non ci lascia indifferenti: cioè crea una differenza tra come eravamo prima di vederla e come siamo mentre la guardiamo o quando la ripensiamo.

Le opere d’arte che ci rimangono nella memoria conformano il nostro immaginario, la visione che abbiamo della realtà, il sentimento che proviamo verso noi stessi e verso gli altri, forse danno anche un’impronta ai nostri pensieri, e quanto più siamo stati innocenti al momento del primo incontro, inconsapevoli della storia che le riguarda, tanto più è forte il modo in cui le sentiamo nostre, quasi che fossimo stati noi per primi a scoprirle, a riconoscerne il valore, a fantasticare che dalle figure si generi una voce, che i colori si spargano sulla pelle.


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