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Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 04 Luglio 2013 08:39

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 4  luglio 2013]

 

Il professor Loris Sturlese ha spiegato chiaramente cosa aspetta la nostra Università, assieme a tutte le altre. E’ stata attuata la valutazione del sistema universitario e, in teoria, le università dovranno avere una certificazione di qualità basata sugli esiti di tale esperimento. Già, è un esperimento. Come ricorda Sturlese ci saranno le teaching universities e le research universities. Che significa? Teaching vuol dire insegnare, e le teaching universities sono quelle dove l’insegnamento prevale sulla ricerca. I nostri corsi sono stati accreditati e, come dice giustamente l’amico Loris, grazie all’impegno di Vincenzo Zara, siamo una buona teaching university. Abbiamo obbedito diligentemente alle prescrizioni ministeriali, riarrangiando i corsi e le facoltà, e ora siamo in regola. Ora bisogna vedere come usciremo dalla valutazione della ricerca. Perché la vera sfida è nell’essere research university. Di nuovo: che significa? La differenza tra un’università vera  (una research university) e una mera prosecuzione del liceo (la teaching university) è proprio nella ricerca. L’organizzazione didattica ha un valore marginale, quel che conta davvero è la ricerca. Il valore di un’università si basa su quanto siano “bravi” i suoi professori. E come si fa a valutarlo? Non è facile. Lasciatelo dire a me, visto che sono presidente di un subGEV. Ah, beh, tutto chiaro no? I GEV sono i Gruppi Esperti Valutazione, e sono divisi in subGEV per delineare aree omogenee nell’ambito delle varie discipline. Nel GEV di Biologia ci sono quattro subGEV e ne presiedo uno. E quindi qualche esperienza ce l’ho, visto che mi hanno chiamato a svolgere un ruolo abbastanza importante nell’ANVUR. Non sapete cos’è l’ANVUR? Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e la Ricerca. E come è stata valutata la ricerca? Semplice, ogni Dipartimento universitario ha dovuto mandare, per ogni suo docente, un certo numero di prodotti che, poi, sono stati valutati dai GEV. I prodotti sono i lavori scientifici. I professori universitari devono contribuire in modo originale al progresso della loro disciplina e, per farlo, devono pubblicare i loro risultati, e lo devono fare su tribune che valorizzino al massimo il loro lavoro. Meglio sono i lavori e meglio è. Questo sistema di valutazione lo proposi, più di dieci anni fa, per dividere una parte dei quattro soldi destinati alla ricerca di base presso il mio Dipartimento. Prima erano divisi a pioggia. Il metodo Boero, lasciatemelo dire, era: vediamo cosa ha prodotto ognuno di noi negli ultimi cinque anni e assegniamo i fondi in base al numero e alla qualità dei prodotti.

E questo lo facemmo, tra molte resistenze, quando di valutazione non parlava ancora nessuno. La mia fu una mossa subdola. Perché il gruppo di Zoologia, la mia disciplina, era il più produttivo del dipartimento, secondo quei parametri, e lo è ancora. Non c’era bisogno di ANVUR, non esisteva ancora. Ma lo avevamo capito. Lo avrà capito tutta l’università? Mah! lo vedremo il 16 luglio, quando a Roma verrà presentato l’esito delle valutazioni dei dipartimenti e, quindi, delle Università. Speriamo bene. Avendo sferzato il mio dipartimento con queste valutazioni annuali, tra noi è iniziata una gara a chi produce di più e meglio. Con tanto in indici H, Impact Factor, citazioni. Non ve li spiego tutti, sono cose spesso puerili, roba da fanatici. Ma se si vuole eccellere a livello internazionale bisogna essere dei fanatici. L’altro giorno mi è scattato l’indice H, ora è a 37. E’ il più alto tra quelli degli afferenti al mio Dipartimento. Ah, cammino a un metro da terra. Basta andare qui e lo vedete:

http://scholar.google.com/citations?hl=en&view_op=search_authors&mauthors=disteba

Siamo ordinati per numero di citazioni, e al primo posto non ci sono io, sono al terzo. Ma se cliccate sui nomi e guardate l’indice H, vedrete che il più alto è il mio. Non vi spiego cos’è l’indice H, fidatevi. Per entrare nella lista degli scienziati italiani top, comunque, bisogna superare il 30 di H. Per il momento, nel mio dipartimento, siamo in due. La mia soddisfazione più grande, però, è che nei primi dieci del dipartimento, quattro siano della mia “scuola”. Guardare quelle graduatorie è come guardare i listini di borsa, e controllare il valore delle proprie azioni. Il metodo Boero funziona. Se si vuole essere una buona teaching university basta ottemperare alle prescrizioni ministeriali. Ma se si vuole essere una research university bisogna avere alle spalle decenni di produzione scientifica di livello alto. E non solo a livello locale. I professori universitari sono anche stati valutati individualmente, in base alle loro produzioni scientifiche. E ora è in corso la valutazione per le idoneità a professore associato e ordinario. Per andare in commissione, i professori ordinari devono avere superato una valutazione. E l’idoneità si basa essenzialmente sulla produzione scientifica. Che poi è quello che predico, inascoltatissimo, da trent’anni. Ora, finalmente, ci stiamo arrivando. Dice bene l’amico Sturlese, nella nostra Università il metodo Boero (quello ora imposto dal Ministero e che io predico da sempre, perché mi conviene) non è stato adoperato, per la valutazione della ricerca. Chissà perché! Ma è in base alla rispondenza dei requisiti ANVUR che saremo un’università di serie A (research) o B (teaching). E’ per questo che chiesi, quando fu presentato il piano edilizio, se le risorse fossero state assegnate a seguito di un’attenta valutazione della ricerca, in modo da verificare chi avesse le carte in regola per ambire alla costruzione di nuovi laboratori, aule, etc.  La mia era una domanda subdola. Lo sapevo che non era stata fatta questa valutazione. Evidentemente a noi va bene la serie B. Per quella il metodo Zara funziona benissimo e, chiunque diventi rettore, deve assolutamente essere adoperato, perché bisogna ottemperare alle direttive ministeriali. Mi piacerebbe sapere dai candidati rettore se hanno intenzione di attuare il metodo Boero per la ricerca. Metodo che, fino ad ora, non è stato adoperato ma che è quello che ci permetterà di restare o di andare, a seconda degli esiti, in serie A.


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