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Gianni Giannotti: un "possibile" ritratto PDF Stampa E-mail
Sociologia
Scritto da Luca Carbone   
Venerdì 05 Luglio 2013 12:09

[L'articolo, già apparso in una versione ridotta nelle pagine del "Quotidiano" qualche anno fa, è ora riproposto in versione integrale ed aggiornata per il decennale]

 

È sempre difficile, racchiudere in una definizione, in poche battute, le attività articolate lungo l’arco di una vita, e determinate da scelte e motivazioni complesse; ma lo è ancora di più quando queste attività sono state impegnate nell’introdurre innovazione, senza rinunciare ad un confronto costante con la propria migliore tradizione. Possiamo immaginare che il compito sociale dell’intellettuale (quando il singolo ne sia all’altezza, come nel nostro caso) sia proprio questo: mediare, essere ponte, collegamento, tra passato e futuro – dare spessore al presente. È un’immagine peraltro utilizzata da un autore molto caro al giovane Gianni Giannotti, Friedrich Nietzsche. A questi, al confronto tra la visione della storia di Nietzsche e di Marx, Giannotti dedicava un saggio giovanile, ma tutt’altro che acerbo (Crisi della filosofia. Filosofia della crisi; 1965).

Giannotti si era laureato in Firenze con lo storico della filosofia Eugenio Garin, ed aveva collaborato appassionatamente con lo storico Delio Cantimori. Nonostante la sua successiva, feconda, scelta, di impegnarsi nello studio delle scienze sociali, (supportata da un Master in Inghilterra dov’era in compagnia di quello che sarebbe diventato uno dei più importanti economisti del mondo, Samir Amin) – ed in particolare della sociologia americana, impegnandosi anche in numerose ricerche empiriche – Egli non ha mai interrotto il dialogo e il rapporto con le discipline storiche e filosofiche.

E questa notazione fa emergere un’altra delle polarizzazioni che caratterizza l’attività dell’intellettuale: il tentativo incessante di avvicinare teoria e prassi. Giannotti rifiutava (con solidi argomenti teorici) l’impegno nella “teoria per la teoria”, che troppo spesso, sotto l’apparenza di un atteggiamento olimpico e super partes, si presta a diventare esercizio di legittimazione dell’esistente; ed, al contempo criticava i limiti (sulla scorta anche di una visione politica della praxis) del crescente “decisionismo pragmatista”; che si basa su e riproduce e amplifica una visione meramente strumentale dei rapporti tra uomo e uomo.

Come si è abusato del sostantivo “intellettuale”, sino quasi a svuotarlo di senso; così si è abusato dell’aggettivo che potrebbe essergli accostato, per definire la qualità del lavoro di Giannotti: militante.

Ma, nel suo caso, la militanza intellettuale, non si è consumata certo “sulle barricate” o nella “discesa in piazza a fianco della gente”; è stata piuttosto una militanza, vigile e instancabile, in alcuni degli ambiti teorici dove più entravano in tensione, in contraddizione, tradizione ed innovazione, teoria e prassi.

La militanza intellettuale è un mestiere molto difficile, in questo senso.

Poiché comporta non solo l’essere disposti a mettere continuamente in discussione i propri presupposti e l’impegno a dare il meno possibile per scontato; ma comporta soprattutto la rinuncia a posizioni dogmatiche e massimaliste, o, più banalmente la rinuncia a remare portati dalla corrente.

Non stupisce allora, che nella vita – forse a volte, nella stessa giornata – di Gianni Giannotti, avesse luogo un dibattito politico sul tema della partecipazione della “base” alle decisioni dei partiti ed una discussione competente sulla filosofia del linguaggio di Wittgenstein; il confronto con gli industriali sui problemi (quanti e quali!) dello sviluppo locale meridionale e l’apertura del proprio insegnamento universitario agli apporti teorici di seminari, organizzati da Piero Fumarola, cui partecipava direttamente – ma dal carcere – Renato Curcio; il dialogo, nella Biblioteca del Fulgenzio, con Padre Rosario De Paolis o l’Arcivescovo Mincuzzi e l’analisi, teoricamente appassionata, del processo di “disincantamento del mondo” sulla scorta di Weber ed Adorno.

Tutto questo a testimoniare l’irriducibile complessità e difficoltà del ruolo dell’intellettuale nella, così detta, post-modernità.

Complessità e difficoltà che non si attenuano quando si accede a ruoli istituzionali. È, anzi, forse proprio in rapporto alle routine burocratiche e di potere che risulta più difficile e problematico non cedere alle “inerzie” dei sistemi, mantenendo uno standard qualitativo elevato ed una non meno elevata indipendenza di giudizio e di azione. Chi opera al di fuori di frame istituzionali incontra mille difficoltà, questo è noto; ma non pertanto si possono sottovalutare le difficoltà di chi, pur lavorando nelle e per le istituzioni e le organizzazioni si adopera per modificarle e migliorarle. Non è, senz’altro, una posizione “comoda”.

Come si è concretata l’attività di Gianni Giannotti?

Vi sono innumerevoli tracce “intangibili”, sedimentate nei rapporti e nelle relazioni, non sempre “morbide” o solo costruttive, con chi, come Giannotti, aveva fatto dell’onere della scelta e delle responsabilità conseguenti un punto saldo della propria etica comportamentale al livello del territorio; e possiamo immaginare dalla testimonianza di Norman Birnbaum (uno dei più importanti sociologi politici degli USA), richiesta e ricevuta dallo scrivente e pubblicata per la prima volta su questo sito,  quali e quante tracce abbia accolto e lasciato Giannotti nei suoi rapporti con Umberto Scassellati, Giorgio Ruffolo, Gianni Baget Bozzo, Franca Olivetti Manoukian – per ricordarne solo alcuni.

Vi sono però, parimenti, innumerevoli tracce, “tangibili”; documentate.

Con accettabile approssimazione, si può affermare che le principali linee di ricerca, teoriche e pratiche, approfondite da Giannotti, lungo l’intero arco della sua attività, sono ravvisabili in tre volumi di particolare rilevanza, che egli pubblica, con importanti case editrici nazionali, prima di approdare nell’Università di Lecce ed istituirvi l’insegnamento di Sociologia.

Il primo è una curatela, pubblicata per i tipi di Boringhieri, dal titolo L'analisi ecologica: panorama della letteratura, con  introduzione di Franco Archibugi,1966 (seconda edizione 1971); con il quale introduce, per primo in Italia, le tematiche ed i metodi della human ecology, elaborati dalla Scuola di Chicago. L’attenzione ai contesti urbani, alla pianificazione, programmazione, amministrazione; ai fenomeni della marginalità e della devianza sociali rimarranno sempre presenti nella sua attività. Come attestano, tra altro, le numerose, e spesso, “pionieristiche” ricerche empiriche da lui condotte e/o coordinate: da quella sul Centro Storico di Lecce, a quelle sull’Università di Lecce, alle ultime tre, su anziani e giovani nel  Salento, su lavoro e non-lavoro nel Salento, sulle famiglie e i servizi sociali in Puglia. In questa linea di attività rientra anche l’organizzazione delle nove edizioni della Conferenza Salentina sull’Emarginazione – un’opportunità per far interagire conoscenze e competenze complementari ed interdisciplinari, locali e nazionali su tematiche fortemente attuali per lo sviluppo e la qualità della vita del territorio.

Il secondo volume viene pubblicato per i tipi del Mulino La scienza della cultura nel pensiero sociale americano contemporaneo (1967), ed è dedicato alle origini e agli sviluppi della scienza antropologica statunitense, nel serrato dibattito, ricco di importanti implicazioni epistemologiche, metodologiche ed, in ultima istanza, “ontologiche”, sviluppatosi tra teorici americani ed europei, di differenti discipline. Esattamente dieci anni dopo, Giannotti tornerà su alcuni dei nodi problematici già affrontati nel suo, per alcuni aspetti forse ancora ineguagliato a livello nazionale, Lo sviluppo della teoria sociale negli Stati Uniti, edito per i tipi di Lacaita. Senza contare l’interesse per la sociologia della conoscenza, sulla scorta dei lavori di Schutz, e di Berger e Luckmann; e sul versante della micro-sociologia per le implicazioni delle ricerche di Goffmann. Alcune di queste linee di ricerca sono state “consegnate” a saggi brevi ma eccezionalmente densi nei quali ad una lettura non rapsodica emergono prese di posizione teoriche tanto sfumate quanto rilevanti in merito ai dibattiti “interni”, e tuttora attuali, alla disciplina sociologica a livello nazionale ed internazionale. E sarebbe una buona opportunità di ripensamento degli stessi raccogliere e pubblicare in un unico volume tali contributi. Ma a testimoniare dell’interesse non accessorio del Giannotti per le articolazioni interdisciplinari di sociologia ed antropologia sono ancora le linee di ricerca elaborate, con forte autonomia, da almeno due dei suoi primi “allievi”, poi collaboratori e colleghi: Piero Fumarola, che ha lavorato lungamente con Georges Lapassade, ad esempio, sui fenomeni di trance, sia in contesti urbani sia nelle religioni quali il sufismo ; e Luigi Perrone, uno dei maggiori esperti sociologici nazionali sul fenomeno delle immigrazioni, e sulle implicazioni dell’incontro/scontro tra culture differenti.

Il terzo volume, un volume anche quantitativamente impegnativo (oltre 500 pagine), L’imprenditorialità al bivio, pubblicato con Vallecchi, contiene tutti gli altri motivi sui quali Giannotti non ha cessato di lavorare, e teoricamente e sul campo; alla luce delle opere di Marx e Veblen egli esaminava i problemi dello sviluppo industriale, della modernizzazione, dell’impatto delle innovazioni sulle economie e sulle strutture di potere tradizionali, delle interazioni e tensioni tra “comunità” e “società”. Tra “qualità umana della vita” e alienazione delle società-sistemi capitalistiche: tematiche che affronta ancora nell’’82, ne Un fiore nel deserto (ed. Milella). Per un  studioso e teorico della forza di Andrea Pascali, forse il più importante saggio di “sociologia critica” scritto in Italia, ed ancora totalmente attuale.  Alcuni di tali temi, ha sviluppato autonomamente, nella ricerca e nella didattica, oltre a quelli legati alla metodologia della ricerca sociale, Luigi Za, a lungo assistente di Giannotti, poi collega. Nell’insieme dei docenti dell’attuale area sociologica dell’Università del Salento, che hanno collaborato con l’Insegnamento di Sociologia, operano attivamente Franco Merico, come sociologo delle emigrazioni e Presidente dell’Associazione Salento Crocevia intestata a Giannotti, e Maria Mancarella, come sociologa della famiglia e del “genere”. Molteplici, proficui, intensi peraltro sono state le interazioni di Giannotti con colleghi di altre aree disciplinari, quali don Gaetano Quarta, Mario Signore, Giovanni Invitto, Cosimo Perrotta, Carlo Alberto Augieri; anche qui per ricordarne solo alcuni; ma parimenti con competenze extra-accademiche come quelle dell’architetto Salvatore Mininani, del magistrato Mario Fiorella, della psicologa Tetti Minafra. Tutte queste linee di ricerca, confluivano, s’intrecciavano, si arricchivano spesso, nella dimensione della didattica universitaria. Il testimone della quale è poi stato raccolto da Marcello Strazzeri e dai suoi collaboratori, quali Mariano Longo e Angelo Salento (di nuovo per accennare solo a pochi), che hanno, insieme ad alcuni dei già ricordati, ma in piena autonomia teorica, con un impegno costante ed a tratti molto duro, permesso la nascita di Facoltà, Dipartimento, Corsi di Laurea in Servizio Sociale e Sociologia.

A questa impresa Giannotti ha contribuito, non solo con l’attività didattica ordinaria, ma con dei corsi di Lezione, scritti dopo la grave malattia (un ictus) che lo ha colpito cinque anni prima della morte; in particolare un corso di Sociologia Generale ed un corso sulle tematiche del sottosviluppo meridionale, che verranno pubblicati a breve. Heidegger a lezione riassumeva la vita di Aristotele con le parole: “Nacque, lavorò, morì”; senza eccedere in paragoni, naturalmente, si potrebbe ripetere per Giannotti “Nacque, lavorò, si ammalò, lavorò, morì”; per sottolineare la sua “etica pratica” del lavoro intellettuale, sostenuta da una “vocazione” per così dire indomabile.

Da ultimo vanno ricordati altri due aspetti dell’attività di Giannotti, che pure lo appassionavano e impegnavano. L’attività politica, che sin da giovane laureato lo hanno visto militare nelle fila del Partito Socialista, nell’area lombardiana, sicuramente minoritaria, ma politicamente, nel senso alto e impegnato della parola, più avvertita; un’attività vissuta nelle sezioni di partito e nelle piazze; sino alla crisi “craxiana” del ’92. L’attività di pubblicista, portata avanti con impegno, anch’esso costante, proprio sulle pagine di Quotidiano; portata avanti attraverso editoriali e pagine culturali, animato dalla volontà di confronto e di valutazione dei processi sociali, politici, economici, culturali dei quali non si sentiva mai solo studioso “distaccato” ma anche sempre testimone profondamente partecipe; partecipante con i suoi lettori di quel processo di crescita culturale continua comune e condivisa, che vedeva come condizione necessaria per affrontare le sfide, poste all’individuo, dalla società “post-post-fordista”, per usare una sua definizione.

Ho già accennato al fatto che non fosse sempre facile interagire con Giannotti, e lo dico con la schiettezza di chi gli è (stato) “giovane” amico, prima che collaboratore, e di chi peraltro non aveva in comune con Lui scelte ed opzioni teoriche fondamentali; non è bene in genere farsi immagini troppo idilliache dei rapporti intellettuali e degli “intellettuali militanti” in particolare. Tuttavia vorrei chiudere testimoniando come uno dei suoi tratti per me più sorprendenti e rilevanti fosse la capacità non retorica di riconoscere la dignità dell’avversario, fosse questi accademico, politico, teorico. Sapeva essere appassionatissimo uomo di parte ma sapeva affrancarsi da quello “parteggiare [che] fu sempre in tutte le cose la peste d’Italia”, come aveva scritto, profeta inascoltato, Carlo Pepoli.

 

 

Nb: Una sequenza di titoli non è sufficiente a restituire la forza di un pensiero, alla quale restituzione troppo spesso vediamo che non bastano le più vigorose pagine, tuttavia a titolo di invito accludo a questo ritratto, tra i possibili, la bibliografia quasi completa degli scritti di Giannotti, poiché senza alcun dubbio, per me, il volto più autentico di un autore è nelle sue opere.


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