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Su Totò 4. Le due Italie dell'italiano Totò PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Michela Nacci   
Lunedì 15 Luglio 2013 16:09

[in Totò. Tocchi e ritocchi, a cura di Giovanni Invitto, Il Raggio Verde, Lecce 2009]

 

Nei film di Totò è spesso presente il tema dell’italiano tipico che va all’estero (per es. Totò le Moko), che si confronta con l’estero. In questo caso l’ironia è diretta tanto sull’identità italiana quanto su quella straniera, ma l’identità italiana è presentata come unitaria: l’italiano è lo scaltro, scafato, ironico che riesce a prendere in giro l’identità altra dal punto di vista del “parla come magni”. Nei film di Totò è presente anche il tema del Nord e del Sud dell’Italia: se infatti Totò presenta il tipo unitario dell’italiano quando questi si confronta con il non-italiano, presenta invece vari tipi di italiano, spezzando l’unitarietà del carattere nazionale e dividendolo a sua volta in tipi regionali, locali, campanilisti. In questo caso è l’identità nazionale a essere presa di mira dall’ironia, dallo sberleffo di Totò: è resa macchietta, stereotipo, tic, battuta.

L’Italia di Totò è prima di tutto ed essenzialmente divisa in due: il Sud (e il Sud per eccellenza è Napoli, la Sicilia non esiste) e il Nord (rappresentato da Milano, ma anche da curiose località non centrali nella geografia nazionale eppure significative, si pensi a Cuneo: “Sono uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo.”). Il Nord è già estero: Totò e Peppino si vestono con cappotto e colbacco come se dovessero andare al Circolo polare artico quando si recano in treno a Milano. Non solo: nella scena della richiesta di informazioni, si rivolgono al vigile urbano in francese (ma pensando di parlare tedesco), e si stupiscono che questi parli italiano.

Ma la sensazione di incontrare lo straniero non emerge solo nella discesa dal treno a Milano: anche nella scena dell’on. Trombetta in Totò a colori si incontrano non tanto due professioni o classi o ceti diversi: si incontrano due tipi che non fanno parte dello stesso Paese. L’onorevole parla un italiano perfetto, Totò parla come sempre italiano ma con un forte accento napoletano. L’onorevole è razionale, aderente alla realtà, Totò è irrazionale (getta le valigie dalla finestra invece di metterle sul portavaligie, ride del Parlamento, della sorella che è sposata con un certo signor Bocca – Trombetta in Bocca, e così via). L’onorevole è l’Italia legale – come si sarebbe detto in altri tempi -, Totò è l’Italia reale. L’onorevole è la politica, Totò l’antipolitica, come si direbbe ora. L’onorevole è l’Italia ufficiale, parlamentare, della Costituzione; Totò è l’Italia del popolo, del buon senso, dello sberleffo.

Così si delineano – sempre – due Italie: quella formale, di Roma, delle istituzioni, della legalità, del perbenismo, e quella reale, popolare (aristocratica o popolare, e – prima di tutto nello stesso Totò, principe De Curtis - aristocratica e popolare insieme), irridente e sgangherata. La seconda (quella popolare) non si riconosce nella prima, considera la prima come un corpo estraneo, artificiale, fittizio, all’interno del Paese. La prima (quella ufficiale) non conosce la seconda. E dunque abbiamo che se l’Italia legale non conosce quella reale, dall’altra parte l’Italia reale non riconosce quella legale. Le due Italie parlano fra loro come due nazioni straniere che non comprendono l’una la lingua dell’altra. Sono due nazioni che vivono all’interno dello stesso Paese ignorandosi, irridendosi, disconoscendosi.

La stessa situazione si presenta nella scena di Milano: qui si tratta del Sud rispetto al Nord. Sono due nazioni diverse, non fanno parte dello stesso paese. Totò e Peppino si portano dietro cinque chili di pasta e le galline, il cibo di casa (il pane e i salami) per sopravvivere in terra straniera. Non parlano la stessa lingua del vigile urbano. La situazione si ripete con le due Italie di Totò guardie e ladri: da una parte le guardie, dall’altra parte i ladri, poveracci tutti e due ma in lotta eterna l’uno contro l’altro. Ancora una volta, l’Italia di chi è irregolare, si arrangia e infrange la legge per vivere, ironizza sull’Italia legale e le fa uno sberleffo, la invita a darsi alla macchia, ad abbandonare il legalismo e ad arrangiarsi anche lei o, comunque a chiudere un occhio. E infine bisogna ricordare le due Italie di Siamo uomini o caporali? L’Italia è profondamente, radicalmente divisa in due da questa distinzione: uomini da una parte, caporali dall’altra, che si ripetono eternamente nella storia del Paese.

Diversa cosa quando Totò incontra lo straniero: qui le due Italie si riuniscono in una sola, ed emerge una immagine unitaria del carattere nazionale: l’italianità è incarnata da Totò, e si contrappone allo spirito nazionale americano, o francese, o tedesco, o spagnolo, o nord-africano. Ad esempio nella scena della vendita di Fontana di Trevi, dove Totò imbroglia l’americano facendogli credere di essere il proprietario della fontana e di aver diritto a tutte le monetine che vengono gettate nella sua acqua dai turisti. Qui l'americano è il credulone ignorante e ingenuo pronto a essere turlupinato; è spinto dal desiderio di guadagno. L’italiano invece è il furbo, spiantato, che vive di espedienti, e che si diverte alle spalle del prossimo.

Quello che manca nei film di Totò è il mondo delle classi sociali reali, normali, esistenti in quel momento. O meglio: nel mondo di Totò le classi sociali sono ridotte a due. Sono Miseria e Nobiltà: da una parte gli aristocratici, i rentiers, i “nobbili”, e dall’altra gli spiantati, il popolo, i nullatenenti. Mancano gli operai, i contadini o, piuttosto, sono lo sfondo del racconto, uno sfondo che non assurge mai al primo piano. Fanno la loro comparsa i borghesi (la famiglia di Totò diabolicus), i nobili (Totò a Capri e altri molti esempi), i sottoproletari (Miseria e nobiltà), gli spiantati in innumerevoli casi: quando Pasolini lo chiama a interpretare Uccellacci e uccellini, gli fa infatti interpretare questo ruolo: quello di chi non possiede niente, dell’emarginato e dunque dell’innocente, quello di chi sta fuori dalle classi sociali produttive. Ma i veri assenti sono i proletari, gli operai.

Quello che presenta Totò è un mondo “ancien régime”, pre-industriale, fatto di nobili, redditieri, fainéants, e di miserabili. In mezzo la gente che - come lui – si arrangia per vivere. Gli impiegati invece ci sono: in Totò cerca casa è lo stesso Totò che impersona l’impiegato preposto all’assegnazione delle case. Impiegato ignorante e caprone, che capisce fischi per fiaschi e dà informazioni sbagliate, fino alla scena famosa dell’apposizione dei timbri dove lo sberleffo si dirige sulla iperburocrazia e la stravolge. Sono presenti in abbondanza i carabinieri, visti come i veri nemici dei poveretti, allo stesso titolo delle altre forze dell’ordine. Sono presenti i negozianti, presentati come avidi e avari custodi dei vantaggi della loro posizione. Il mondo delle professioni liberali compare con il classico medico e avvocato, con il notaio: cioè con le professioni tradizionali del Sud.

Aristocratici e popolani hanno una caratteristica importante: fanno parte dello stesso mondo, si intendono, parlano la stessa lingua. È la lingua di una contrapposizione elementare ed eterna, di una intesa necessaria: di chi comanda e di chi ubbidisce, di chi sta in alto e di chi sta in basso, separati e distanti ma anche complementari l’uno all’altro. Non avrebbe senso infatti essere aristocratici se non vi fosse su chi esercitare la propria superiorità, e reciprocamente non si potrebbe misurare la propria nullità se non la sovrastasse l’incomparabile superiorità castale dei nobili, dei ben nati. Con chi sia, gli aristocratici sia il popolo si intendono, con chi non si intendono assolutamente, invece, è con i rappresentanti dello Stato, di un’Italia lontana e quasi di carta: l’Italia delle leggi, del Parlamento, dell’Unità, di Roma, delle professioni e del lavoro. Fra questa Italia e quella di Miseria e nobiltà passa una non conoscenza, un non riconoscimento, una estraneità totale: non fanno parte dello stesso mondo, non lo faranno mai perché non parlano la stessa lingua e non hanno alcun interesse comune, alcun valore condiviso. La vera capitale d’Italia per Totò è Napoli, non Roma.

È proprio perché Totò presenta questo mondo inattuale, pre-industriale, che gli è possibile portare uno sguardo irridente e stravolto sulla realtà italiana del periodo, quella che esisteva davvero, e dire alcune verità ridendo: la lontananza di Roma, la sfiducia dell’italiano che si arrangia per vivere nella legalità, lo sberleffo all’etica del lavoro e del risparmio, la fede nell’esistenza di due Italie diverse e inconciliabili, la credenza nella maggiore, imparagonabile saggezza della Italia arretrata su quella sviluppata, l’idea che in mezzo a tutti i cambiamenti, i progressi, le conquiste della modernità, niente di tutto questo sarebbe penetrato nell’eterno Sud italiano, luogo dello spirito, dell’arte d’arrangiarsi e dell’ironia mordace. Idea che niente avrebbe mai potuto modificare l’eterna lotta e l’eterna complicità fra ricchi e poveri, fra nobili e disgraziati, che le loro due posizioni erano fissate una volta per tutte, immodificabili.

Da questa posizione fuori della storia e solo da questa è possibile guardare all’Italia che crede alla modernità e che corre per inseguirla con il distacco e l’ironia e mettere in luce la sua inanità, il suo essere ridicola, il suo svolgersi alla superficie delle cose. Sotto, nelle profondità della storia, la stessa eterna riproposizione di forti e deboli, David e Golia, lo stesso eterno gioco a fregarsi, a mascherarsi l’uno con le vesti dell’altro, a prendersi in giro, a non prendersi sul serio. Dove quella del Signore è una categoria dello spirito nella quale si nasce e alla quale non si assurge, una condizione data nella società senza mobilità che Totò presenta e incarna. Perché, con le sue parole, “Signori si nasce, e io – modestamente – lo nacqui”.


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