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Materia d'ombra PDF Stampa E-mail
Poesia
Scritto da Antonio Prete   
Martedì 30 Novembre 2010 17:26

Il principio


L’onda dolce collinare

e il diffuso chiarore della nebulosa

in quale punto si specchiano e comprendono?

C’è un alfabeto che modula, insieme,

il suono dell’origine e il ronzio dell’ape?

Quale respiro accoglie  il grido del mare

e il profumo del fiore?

 

Cometa in fuga sopra il deserto,

il principio era miraggio e assillo,

mentre il velo della notte si apriva

indecifrato sulla stellata riva.

 

 

Privazione, con figura

 

E questa che è figura d’ombra, colma

della sua assenza, questo vuoto segno

che, privo d’anni, privo di pensieri,

mostra una vita che è meno di niente,

una vita che pare trasparente,

e ha un volto ch’è soltanto d’aria e vento,

cenere d’ogni desiderio spento,

questo corpo di mancanza che è assillo

nella stanza del tuo rammemorare,

inesistenza che ascolta il respiro

quieto dell’erba e delle pietre, questa

mancata specie, che serba il profumo

di quel che non accade, t’appartiene

certo, come la stella alla finestra,

come appartiene la ferita a questa

materia d’ombra con lampi, che è vita.

 

 

Di là dalla cornice

 

La sedia dal terrazzo guarda il lago,

vuota, assorta. Plana un gabbiano

nell’ombra, risale un altro alla luce

rigando il cielo. Sullo specchio

un addio di colori. Intorno il cerchio

dei monti affonda piano nella sera.

 

Una vela. Di là dalla cornice,

beffarda fluttua e ventosa la vita

 

 

Sul tappeto della sera

 

 

Now, as desire and the things desired

Cease to require attention

( W.H.Auden,  Horae Canonicae )

 

Ora che il desiderio abbassa la vela,

e viene con un tepore di piume la sera,

ora che il corpo si allontana da se stesso

cercando il respiro delle piante,

ora che il giorno è un numero cieco

nel labirinto dei numeri ciechi,

mostrami la trama di quel che è stato,

la filigrana del vento nelle parole,

mostrami delle stelle, del loro moto,

la musicale geometria.

 

 

Quel che separa dal grido della rondine

è una strada di polvere nera,

dove camminano pensieri già sfiammati,

dove quel che è accaduto ha il passo

d’una nuvola rossa che si spegne.

 

 

In questa  privazione di celeste,

che è torpida mancanza dell’estremo,

in questa nebbia che separa il corpo

dagli altri corpi ed è arida implosione

della gioia, ora che gli angeli nell’ombra

col liuto dalle corde spezzate e le chiome

raccolte in nastri blu mi guardano

con un sorriso d’enigma,

in questo arido giardino del silenzio,

fai sentire il tuo passo sul tappeto

della sera, il tuo passo che sorvola i secoli

e sa l’abisso dell’inesistenza.

 

Che dall’opaco si dischiuda un giorno

ubriaco ancora del suo azzurro.

 

 

 

Già l’autunno

 

Già l’autunno, con la sua spenta gloria,

l’abbrunirsi delle foglie e dei pensieri,

lo specchio d’acqua nel giardino,

i fiori reclinati nel riflesso,

e la luce che abbraccia il rimpianto

carezzandogli le guance.

 

Già l’autunno, con la sua tenue lingua

e i trionfi della fuggitiva stagione

composti, quieti, in un’ allegoria.

Stanno a sera gli ulivi pensosi dei loro frutti,

gonfie le nubi corrono intorno alla luna,

mentre Andromeda dallo zenith veglia

sul notturno vorticare dei mondi.

 

E occorre apprendere come ospitare

nel solco della notte la veglia,

come trattenere il vigore nella tenerezza,

per quando appariranno laggiù

le cupole lucenti dell’antica città.

 

 

 

Rosa dell’infinito

 

Un fagiano, l’ improvviso sfrascare,

il volo verso la linea dei lecci.

Quale nodo o legge lo accorda

al vortice infiammato di un astro

che deflagra e s’inabissa?

 

Che cosa unisce, nell’ombra della sera,

il passo del ragazzo all’urlo dell’onda

sulla scogliera, al sonno del cane sul viale,

all’impeto del vento nel faggeto?

 

Dall’origine gettati nel mondo,

siamo respiro del tempo, diceva,

del suo transito verso l’oltretempo,

mentre si sfoglia e profuma la rosa

dell’infinito, e vola senza posa.

 

 

 

Della bellezza

 

Sotto la tenda degli alberi

guizza, affannato,

un brulichio di viventi.

In alto, la sfumata perfezione

dell’orizzonte.

 

Così, scaglie aspre d’esistenza

dormono nel tuo sorriso.

 

Sta con noi il lampo dell’apparenza.

La terra ruota, imperturbata,

tra le stelle.

 

 

 

Raccoglimento

 

E  questo desiderio che si libra

talvolta come acrobata stellato

di rosso e di turchino

o come angelo dalle dita sottili di vento,

questa scheggia luminosa che s’insinua

tra angustia e finitudine,

non sai se è sogno di una mai posseduta

trasparenza o è soltanto quieta voglia

di una prossimità tutta corporea agli alberi

che in pensosa teoria salgono a mezzogiorno

verso la chiarità della collina.

 

 

 

Dell’armonia

 

Sta l’istante nella trama del tempo,

nel cuore di quella luce che accoglie

il prima  e il dopo e custodisce

il ricordo e il presagio, poi che accorda

presenza e sparizione con il suono

dell’onda temporale che trascorre.

 

Così l’albero che freme in pianura,

solitario, le braccia spalancate

nella sera, risponde allo stormire

di foreste montane.

Così il cerchio

del visibile s’inanella in altri cerchi

in cui ruotano globi e fiammeggianti

precipitano stelle.

 

C’è nel respiro del vivente l’eco

di questa universale geometria?

 

 

 

Parvenze

 

Paiono venature di una foglia

oppure veli di nuvole in fuga

quelle che furono figure di un amore,

mentre gli inverni lavavano le strade

e il lento crepitio delle domeniche

incendiava i calendari.

 

Corpi leggeri, ora hanno il passo dolce

delle parvenze che dileguando

mandano un loro profumo:

in quell’ essenza fluttuante traluce,

insieme, il fiore della vita

e la sua immedicabile ferita.

 

Ma è davvero incenerita quella che fu

febbre di abbracci, ebbrezza di calda

prossimità?

Forse volteggia ancora,

invisibile stilla,

là dove nuovi amori aprono i petali,

forse è infinitesima favilla

di quell’ardore che muove in mezzo agli astri

questa sperduta terra.

 

 

 

Pietà

 

Il Figlio è moltitudine involta

in foschi sudari su piazze deserte,

la scolta in cerchio annerata d’ armi,

distratte in alto le palpebre del cielo.

 

Trafitti gli alfabeti dei legami.

Essiccate le mani dei soccorritori.

 

S’allontana dal Golgota il cireneo,

intorno gli urla

la vita d’ognigiorno.

 

 

Tragico quotidiano

 

El mar se volvía a cerrar sobre ellos

(R. Zurita, Los países muertos)

 

 

Urlando si richiude  sopra i corpi

il bagliore della schiuma.

Il desiderio, un sibilo di vento,

il nome, un grido perso sopra le acque.

Il gommone squassato, il suo singulto:

atroce scherno di un azzardo.

 

La follia del blu mescolata all’urlo

dei superstiti, negli occhi l’insulto

dell’ultima stella,

desaparecidos,

virtute e conoscenza

inghiottite nel gorgo.

Il rumore del mare è il compianto

dei sommersi.

 

 

Crociere di stormi,  nel cielo dell’alba,

migrano verso l’isola. Sulla costa

il sole già fruga nel bianco delle case.

Laggiù, l’aria è tersa.

 

 

 

Il dubbio

 

C’è tra l’essere e il non essere un varco

oscuro, un vuoto di senso e di forma

nel quale quel che prima riluceva

ombra è di sé, filigrana d’oblio,

mancanza dove albeggia ancora l’iride

del possibile e nascosto respira

il  seme d’altri trasognati mondi?

 

O questa luce d’inverno che indugia

nella striscia ultima dell’orizzonte

e il guizzo di celeste che trascorre

nello sguardo del cane sono il lampo

che ha per origine e meta soltanto

il gelido incavo del senzatempo?

 

Se lo stesso pensiero -si diceva

mentre ascoltava il passo della sera-

se la parola fossero respiro

e anche sfida di quella privazione ?

 

 

Stele

 

nel ricordo di Edmond Jabès

 

 

E’ carico di diamanti il mattino,

la notte è spoglia d’ogni bene, solo

la povertà le appartiene.

 

Il sole è ostaggio della sua abbagliante

profondità, dicevi.  E’ l’ombra

che ci mostra il cammino.

 

Il Nome, una favilla nella cenere.

Sarcofago del silenzio è il cielo.

 

Dalla luce sepolta nella pietra

traevi un lampo per la parola.

Al vento che sferzava le dune

chiedevi il suono della lettera perduta.

 

L’inizio è miraggio dell’inizio,

il bianco  è promessa di sapere.

 

 

 

Soltanto segni

 

a Bernard Noël

“la vie est la trace

de la vie…”

( B. Noël, La chute du temps )

 

Sulla pelle del giorno

il  vento ha tatuato

chiome d’alberi

e solchi che portano al confine.

 

 

Nella bocca la saliva

ha sbiancato l’azzurro.

 

Le mani della sera

carezzano le forme

opalescenti

dei desideri.

 

Gli occhi non sanno

dove gli anni edificarono

le loro prigioni.

 

Al mattino sulla sabbia

contro la linea del mare

si allineano lettere di plastica

compongono nomi

vuoti di respiro

poi volano al primo soffio

cadendo sulla schiuma delle onde.


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