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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 1. Favola del paese Terra-Ferro PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Giovedì 25 Luglio 2013 16:09

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Da qualche parte, una volta, c'era un paese. Questo paese si chiamava Terra-Silverra. Terra-Silverra, tradotto nella nostra lingua significa – Terra di Bosco, ovvero Terra di Legno.

Fu chiamato così in quanto ogni cosa in quel posto veniva ricavata dal legno. Il legno era il materiale principale del paese.

Poi, dopo tanti e tanti anni, presero a chiamare quello stesso paese Terra-Pierro, che tradotto nella nostra lingua significa – Terra-Petra, ossia Terra di Pietra.

Lo chiamarono in questo modo, perché tutto quanto in questo paese veniva fatto con la pietra. La pietra divenne il materiale principale del paese.

E poi, passati molti e molti anni ancora, lo stesso paese fu chiamato il regno Terra-Ferro. E secondo te, perché mai avrebbero deciso di dare questo nome ad un regno?

Adesso ti racconto la sorprendente storia della sorprendente scoperta fatta da un vasaio.

Nel regno, quando non era ancora un regno, ma era solo un paese di nome Terra-Pierro, ovvero Terra di Pietra, c'era un'infinità di pietre diverse. Pietre di ogni sorta. Tra le altre c'era una pesante pietra rossastra. Si innalzava con rocce acuminate. Giaceva nella terra a spessi strati. E mai nessuno aveva potuto neppure immaginare quanto fosse straordinaria, meravigliosa e persino magica questa pietra rossastra.

Ma successe che un vasaio, per pura curiosità, del tutto naturale, volle costruire in pietra rossastra la volta della fornace di cottura del suo vasellame.

Dopo aver costruito la volta di pietra rossastra, il vasaio accese la fornace con legna assai ardente ed andò via.

La legna assai ardente bruciò un giorno e una notte. Il mattino seguente il vasaio tornò per vedere, se il suo vasellame era stato cotto bene. Avvicinandosi alla fornace, riuscì a stento a rimanere in piedi e all'istante gridò per tutto il vicinato:

«Ferro! Ferro!»

La parola “ferro” nel linguaggio della popolazione di questo paese significava “miracolo”.

Ma che cosa era accaduto?

Era accaduto l'inaudito. Si era sciolta la pietra della volta, si era fusa come la cera, come il catrame. Si era fusa e aveva cosparso con qualcosa di molto pesante e scuro tutto il vasellame che era all'interno della fornace.

Alle grida accorse tutto il vicinato, che pure rimase sconvolto dalla sorpresa. Chi mai poteva credere che una pietra si potesse sciogliere!

Cercarono di salvare il vasellame. Si misero a spaccare la volta della fornace. Ma non era per nulla facile. La volta si era agglomerata in una grossa palla bollente, che non si riusciva a spaccare con le asce e i martelli di pietra, usati a quei tempi. Soltanto quando la massa agglomerata si raffreddò e la si poté finalmente spaccare, la gente, proprio come il vasaio, esclamò:

«Ferro!»

La parola “ferro”, come sai già, nel loro linguaggio suonava come un miracolo. Ed era un miracolo vero e proprio, perché la pietra rossastra, fondendosi a caldo, si era trasformata in un materiale nuovo, assai più resistente e pesante della pietra.

Questo magnifico materiale, riscaldato ad alta temperatura, diveniva morbido e plasmabile come una comune argilla. Lo si poteva battere, appiattire, forgiare... Con esso si potevano fabbricare asce, punte di frecce, zappe, che si dimostrarono molto più resistenti di quelle di pietra, usate in precedenza. Proprio per questo non si sarebbe potuto attribuirgli nome migliore e più appropriato di “ferro” – miracolo!

Passò poco tempo e tutti cominciarono a far fondere la pietra rossastra per ricavarne il nuovo materiale – il ferro. Molto presto di ferro se ne produsse talmente tanto, che iniziarono a farne quello che non si poteva fare di pietra, per esempio seghe, affilatissimi coltelli. Adesso il ferro era divenuto il materiale principale del paese. Proprio per questa ragione la gente decise di chiamare il proprio paese, Terra-Petra, con il nome di Terra-Ferro, ossia una Terra dove il Ferro regna su tutto. Credo, che per te sia chiaro, ragazzo mio: il materiale scoperto dal vasaio altro non era che il ferro – un metallo.

Gli abitanti del regno Terra-Ferro, si misero a costruire grandi fornaci di pietra resistente al fuoco per produrre il ferro. Per produrre tanto ferro, costruivano fornaci molto alte, resistenti ad alte temperature e alte pressioni, che vennero perciò chiamate – altiforni.

Anno dopo anno il regno Terra-Ferro, diveniva sempre più ricco e potente. Comparvero non soltanto le seghe di ferro, ma anche gli aratri di ferro, le assi di ferro dei carri, le armi di ferro, i casalinghi di ferro e il vasellame... E poi le macchine utensili di ferro, le macchine in genere di ferro, le navi di ferro e le ferrovie.

Il regno Terra-Ferro divenne un ricchissimo regno. Tuttavia non ebbe affatto un buon ordinamento. L'ordinamento non era buono, perché alcuni in questo regno lavoravano e producevano tutto, ma non vivevano granché bene e molti di loro vivevano perfino malissimo. Altri invece non facevano, né producevano nulla, ma godevano di ogni bene. Credo, caro ragazzo, che tu sarai d'accordo con me, e cioè che un ordinamento del genere non possa essere definito equo.

Immagina un po', ragazzo: tu stai pescando con la mia canna da pesca e io sto bello comodo, spaparanzato, seduto sulla riva. Tu hai pescato ventun pesci: e io ne prendo venti per me ed uno, uno soltanto, lo lascio a te. Questo da parte mia è molto disonesto. E’ mai possibile che di ventun pesci io ne debba prendere venti, solo perché li hai pescati con la mia canna?

Era così, tuttavia, che si comportavano gli uomini nel regno Terra-Ferro: da un lato c’erano quelli cui apparteneva tutto, dall’altro, invece, c’erano quelli che non avevano nulla, tranne le loro braccia da fatica. Ma la realtà, purtroppo, era quella: tale era l'ordinamento nel regno Terra-Ferro.

Nel regno Terra-Ferro regnavano tre re. Sì, sì, tre re insieme, contemporaneamente. Uno di loro era chiamato il re Ferroso, ovvero il re di Ferro. E' a lui che apparteneva tutto il ferro e tutto quello che era fatto di ferro.

Al re Ferroso appartenevano tutte le miniere: i sotterranei immensi in cui veniva estratta la pietra rossastra, che adesso veniva denominata: minerale fossile di ferro.

A lui appartenevano tutti quanti gli altiforni in cui avveniva la fusione del ferro più duro, più resistente, denominato acciaio. Dal ferro più duro, più resistente facevano macchine utensili, automobili, macchine per fabbriche, locomotive, navi e binari delle ferrovie.

Al re Ferroso appartenevano tutte le macchine utensili e le attrezzature con cui si fabbricavano tutti prodotti di ferro, si forgiavano assi e alberi meccanici, si tornivano, si levigavano, si foravano, si rettificavano le parti grandi e i dettagli piccoli di ferro delle macchine.

Al re Ferroso appartenevano macchine che appiattivano lingotti d'acciaio e lamiere, e laminavano, trafilavano per farli diventare binari delle ferrovie.

Insomma, il re Ferroso era il padrone assoluto del materiale principale del regno Terra-Ferro, l'unico padrone e mercante del ferro.

Era un re oltremodo ricco, potente e terribile.

Il secondo re del regno Terra-Ferro, era denominato il re di Legno. A questo re appartenevano tutto il legno, tutti i boschi e le foreste. Gli appartenevano tutte le asce e le seghe. Apparteneva a lui tutto quello con cui dal legname si produce ogni oggetto di legno.

Al re di Legno appartenevano tutte le segherie, dove veniva trasformato il legno in assi, assicelle, travi e travicelli.

A lui appartenevano tutte le fabbriche, dove si producevano dei mobili. A lui appartenevano le fabbriche e le botteghe degli artigiani, dove si facevano botti, tini, porte, infissi e telai, tasselli di parquet, tinozze per fare il bucato, barche, carri, catrame e pece, trementina e carta. Sì, non ti stupire, ragazzo mio, anche la carta, come il compensato, è una figlia carnale del legname.

Insomma, il re di Legno era padrone e mercante unico di tutto il legname del regno Terra-Ferro.

Il terzo re del regno Terra-Ferro, era definito il re d'Oro. A costui apparteneva tutto l'oro del regno. E anche se dall'oro non si poteva fare né un'ascia, né una sega, né delle forbici, in quanto l'oro è un metallo tenero, tuttavia con l'oro, nel regno Terra-Ferro, si poteva comprare tutto. Persino il re Ferroso insieme a tutto il suo ferro. Perfino il re di Legno con tutto il suo legname.

Il re d'Oro possedeva tutte le banche. Nelle banche venivano custodite montagne di monete d'oro, che si potevano dare in prestito ai mercanti, così loro potevano acquistare le varie merci e rivenderle.

S'intende, il re d'Oro non prestava mai dei soldi gratis. Se dava a qualcuno dieci monete d'oro, pretendeva di farsene restituire perlomeno dodici.

Non ti pare, ragazzo mio, che questo si può benissimo definire lucro o un vile profitto, da usuraio? Quale termine più appropriato trovare per costui; per chi si arricchisce con l’oro senza faticare, prestandolo soltanto?

In ogni modo, tali erano le leggi nel regno Terra-Ferro.

Tre re governavano sul popolo nel regno di Terra-Ferro, tramite i loro fedeli servitori. Ai servitori fedeli venivano conferiti lunghi e importanti titoli: super-superalti funzionari, ober-camer-ufficiali, vice-governatori, governatori generali, senatori dignitari, stabss-polizeimeister, stabss-quartiermeister, kurfürsten-jurista, magnus-magister, super-super consiglieri-equilibristi... Mai nessuno avrebbe potuto elencare tutti questi nomi, titoli, ranghi e gradi di queste persone importanti, abitanti in sontuosi palazzi e che indossavano abiti sfarzosi molto particolari.

Ma, sebbene occupassero importanti ranghi ed indossassero gli abiti arcistupendi, queste persone erano comunque soltanto dei servitori mansueti e ubbidienti ai tre re, in quanto erano i re a pagar loro gli stipendi, a conferire onorificenze, ad assegnare promozioni e, appena non erano soddisfatti del loro operato, li scacciavano senza preamboli.

Quale dei senatori o dei governatori vorrebbe rimanere senza posto, senza retribuzione, senza titolo?! Quindi governavano il popolo del regno Terra-Ferro, in modo da compiacere ai loro padroni e ad esclusivo vantaggio dei tre re. Varavano le leggi che convenivano ai re, punivano la gente indocile e nei giornali glorificavano, esaltando la grande saggezza dei tre regnanti, e la giustizia e moralità dell'ordine che regnava nel regno Terra-Ferro.

Venali e scaltri servitori dei tre re, illudendo la popolazione con delle belle parole, minacciandola di sofferenze immani, obbligavano la gente a sopportare ogni sorta di ingiustizia e a lavorare con rassegnazione. Quelli invece che non volevano lasciarsi assoggettare e si ribellavano, quegli uomini che dicevano che nel regno Terra-Ferro potrebbe esistere un ordinamento assai diverso, venivano arrestati, incatenati, messi nelle prigioni sotterranee o, da vivi, venivano gettati da un’alta rupe dentro una cascata. Perciò gli uomini tacevano e, giorno per giorno, mese per mese, anno per anno, lavoravano come schiavi a favore dei tre re, creando con le proprie mani tutte le ricchezze del regno di cui si appropriavano i re coi loro servitori.

E' così che si viveva: gli uni lavoravano, gli altri si arricchivano.

Tutti e tre i re erano molto avidi. Ognuno dei re avrebbe voluto assoggettare tutto il regno ed obbligare gli uomini del regno a lavorare soltanto per il proprio tornaconto. Quindi erano tra loro ai ferri corti. L'ostilità era tale che sarebbero stati pronti ad ingoiarsi vivi l'un l'altro.

Maggiormente era indignato il re di Legno, perché il legname ogni giorno calava di prezzo e per questo il re di Legno non poteva diventare il più ricco e il più potente. Il legno costava sempre meno, poiché nel regno, giorno per giorno, si produceva sempre più ferro. Molte cose, che prima venivano fatte di legno, adesso si producevano di ferro. Persino i cucchiai. Per non parlare di botti e di secchi.

Prima si andava a prendere l'acqua coi secchi di legno e si usavano botti di legno. Ed adesso avevano cominciato a produrli di ferro. Le botti e i secchi di ferro non si screpolavano, come quelli di legno e si usavano molto più a lungo. Peraltro, fecero le condutture dell'acqua potabile con i tubi di ferro.

Tutte le botteghe di legno del re di Legno erano strapiene di merci di legno, ma nessuno le comprava, neppure a metà prezzo.

Comunque il guaio principale del re di Legno non era poi tanto determinato da questo. Il re Ferroso aveva iniziato a costruire, in sostituzione dei ponti di legno, dei ponti di ferro. Aveva prodotto lamiere di ferro poco costose, e la gente aveva smesso di ricoprire i tetti delle case con assi di legno e con assicine. Perfino le palizzate di legno erano state sostituite con belle ringhiere di ferro.

Il re Ferroso diveniva sempre più ricco. E non lo era mica per niente! Anche perché nel regno, invece delle navi di legno, nei cantieri navali cominciarono a costruire imbarcazioni di ferro. E nel momento in cui gli uomini con mente lucida inventarono locomotive, telefono, telegrafo, e poi le mani operose costruirono tutto questo, il borioso re Ferroso smise perfino ad accorgersi dell'esistenza del re di Legno.

Il fabbisogno di ferro era cresciuto a dismisura. Il re Ferroso si faceva dare dal re d'Oro tantissime botti con le monete d'oro e costruiva con quei soldi sempre nuovi altiforni, officine metalmeccaniche, apriva tante altre miniere nuove. Mentre il re di Legno chiudeva segherie e altre imprese per la trasformazione e lavorazione del legno.

Adesso il ferro era apprezzato da tutti. Con il ferro si poteva fare tutto. Si potrebbe forse costruire un’automobile o una macchina da cucire con il legno? No! Aveva mai qualcuno visto un filo di ferro fatto di legno o le forbici di legno? No, certamente, no.

Ed era molto bello, ragazzo mio, che fossero stati creati così tanti oggetti di ferro. Il male stava nel fatto che il re Ferroso produceva tutte queste belle ed utili cose di ferro non per far vivere meglio la gente, ma soltanto per il proprio tornaconto, per un arricchimento personale. L'avidità sfrenata portò il re Ferroso a decidere di voler distruggere definitivamente il legno dalla faccia del regno Terra-Ferro. Nulla volle prendere in considerazione, decise di produrre perfino dei mobili di ferro. Desiderò persino sostituire i pavimenti di legno con un freddo parquet di ferro.

«Ammettiamo che il legno non sia un materiale fondamentale, ma per quale ragione si devono fabbricare in ferro le cose che, per comodità e bellezza, dovrebbero essere di legno?» – si domandò la gente. «Chi sarà mai quello sciocco, che si sente a suo agio e molto comodo, seduto su una gelida sedia metallica ad un tavolo di ferro?»

Ma al re Ferroso non importava niente del comfort della gente! Senza sosta, notte e giorno, pensò a come porre fine definitiva all'esistenza del re di Legno. Così, per realizzare questo intento, invitò un giorno nel suo castello di ferro, una vecchia, sdentata strega cattiva di nome Muffa.

Il re Ferroso offrì alla vecchia strega, Muffa, un vino di betulla, un brasato di schegge di pino, un sughetto di segatura di quercia, una fibra di legno sottaceto, i ramoscelli secchi dell'albicocco e tante altre pietanze legnose.

Non stupitevi di questo fatto, ragazzi! Il re Ferroso sapeva bene che la vecchia strega, Muffa, si nutriva esclusivamente con le piante esistenti in natura. Non per niente la vecchia strega aveva un nome così orrendo.

Sfamata come si deve l’immensa voracità della strega, il re Ferroso invitò i migliori sarti a cucire per la strega Muffa gli abiti più sfarzosi e belli. La strega, nonostante fosse vecchia e brutta, adorava agghindarsi e abbigliarsi all'ultimissima moda.

«Cosa vuoi da me per tutto questo?» – ­­domandò la vecchia strega al re Ferroso.

Il re Ferroso, con tono adulatorio, rispose: «La più gentile e la più antica delle fate, mia cara, cara, signora Muffa!.. Sono molto addolorato che lei abbia perso l’appetito di una volta e abbia quasi smesso di consumare e distruggere il legno e ogni cosa da esso prodotta!»

Ti rendi conto, ragazzo mio, che razza di discorso fece il re Ferroso?! Pensa, come mai si mise all'improvviso a preoccuparsi tanto dell'appetito della vecchia strega?

«Ahi!» – rispose la strega e strinse le labbra a boccuccia. «Per alimentarsi di legno, servono tanti buoni denti. Il legno adesso, invece, viene trattato con le resine e il catrame, verniciato con le tinture ad olio e laccato, impregnato con certe sostanze che i denti mi hanno del tutto rovinato e consumato. Me ne sono rimasti soltanto tre: uno superiore e due inferiori.»

Dopo aver detto questo, la vecchia strega aprì la bocca. E il re Ferroso vide solo tre denti, ma anche quelli dondolavano e stavano nella bocca per miracolo.

«Ma che peccato, è una cosa terribile!» – espresse la sua finta compassione, il re Ferroso. «Signora mia, io adesso inviterò per lei un ottimo dentista!»

Un dentista entrò quasi subito nel castello di ferro del re Ferroso e si occupò della bocca sdentata della vecchia strega. Dapprima estrasse facilmente i tre denti marci dalla bocca della strega, e poi propose di installarle una bella dentiera d’acciaio a trentadue denti acuminati.

«Mi donerebbe assai di più una dentiera tutta d'oro» – cercò di obbiettargli la vecchia strega.

«Ma no, cara signora, no, ma cosa sta dicendo!» – protestò, scuotendo le mani, il re Ferroso. «L'oro è un metallo troppo tenero. Non c'è neppure paragone fra dei bei denti d'acciaio e quelli d'oro. Coi denti di acciaio, lei potrà perfettamente rosicchiare il più duro e resistente legno. Rovere. Faggio. Carpino. Per non parlare di tutte le conifere...»

Da lì a poco la vecchia strega poteva vantarsi di possedere due mandibole d'acciaio e tre set completi di denti d'acciaio di ricambio. Inoltre una dentiera di porcellana da indossare nei giorni di festa.

«E' un omaggio alla bellezza» – disse il re Ferroso, sorridendo astutamente. «I denti di porcellana, però, sono assai fragili e friabili, perciò, cara signora, quando avrà appetito, prima di mangiare, li cambi con la sua forte protesi d’acciaio.»

La strega ringraziò il re Ferroso e nella stessa notte rosicchiò a zero tutti gli angoli del grande palazzo di legno del re di Legno. Il palazzo cedette e s’inclinò.

Il giorno dopo, sui quotidiani di proprietà del re Ferroso, apparvero articoli di fondo che mettevano in risalto quanto il legno non fosse duraturo e quanto, in definitiva, il legname fosse un pessimo materiale. I giornali descrivevano dettagliatamente come l’immenso palazzo del re di Legno, costruito con il migliore e pregiato legno, nel giro di poco tempo era stato mangiato da Muffa.

Passarono pochi giorni e i denti d'acciaio della vecchia strega causarono ulteriori disastri. Crollò l'ultimo ponte di legno nella capitale del regno Terra-Ferro. Le prime pagine dei giornali del re Ferroso, a lettere cubitali, spararono a zero:

«Abbasso il legno! Il legno porta la distruzione e il fallimento! Il Ferro, soltanto il Ferro è un materiale affidabile e sicuro da cui si può produrre tutto!»

Il re di Legno era dimagrito di sei pud1 in pochi giorni. Era diventato in poco tempo canuto e, diventando canuto, tutt’ad un tratto era divenuto calvo, sino a perdere tutti i suoi capelli. La regina di Legno, per farsi calmare i nervi, prendeva le gocce di valeriana a secchiate di legno. Inutilmente. Passava tutto il tempo cadendo da uno svenimento all'altro. Ed intanto, la vecchia strega Muffa, utilizzando bene i suoi nuovi denti, continuava a divorare tutto quello che era di legname: pali telegrafici, chioschi di legno dei gelati, pareti e muri di legno delle case, serramenti di legno delle finestre, infissi, pavimenti... Dal suo devastante operato non s’intravedeva una via di salvezza!

Il re di Legno, disperato, già era pronto a buttarsi giù a capofitto da un altissimo dirupo in un profondo lago, ma...

Non lo fece. E perché lui non lo fece? Cos'è che lo fermò?.. Che cosa?

Non lambiccarti il cervello, giovane amico. Non indovineresti mai lo stesso, quello che successe dopo. E non solo tu... Persino gente adulta e quella più sagace, non avrebbe potuto spiegare il fatto, come mai al re di Legno, calvo come una palla da biliardo, all'improvviso ricrebbero tutti i suoi capelli... E non bianchi, canuti, ma verdi, color foglie aghiformi di pino, esattamente, come li aveva avuti in precedenza.

Si trattò comunque del semplice fatto che il re di Legno aveva trovato a questo punto degli alleati.

Chi?

Primo, venne dal re di Legno, un panciuto, come una grossa teiera, mercante di stoviglie. Costui, qualche tempo prima, commerciava con ottimo profitto ogni tipo di vasellame di terracotta, tazze di porcellana, piatti di Faenza, bicchieri di cristallo e vetro. E adesso? Cosa gli succedeva adesso?!

Gli successe l'identica cosa che era accaduta al re di Legno.

E precisamente?

Il re Ferroso si era messo a produrre le stoviglie di ferro a buon mercato: boccali di ferro, piatti di ferro, scodelle, vasi, pentole, perfino orinali, ricoperti da un attraente strato finissimo di smalti. Tutti rimasero sbalorditi nello scorgere le belle stoviglie smaltate all'ultimo grido, che, peraltro, erano assai più convenienti: non si rompevano e non temevano né fuoco, né acqua bollente.

Ora avrai compreso, che cosa aveva portato il mercante di stoviglie panciuto come teiera al re di Legno?

Il panciuto mercante di stoviglie spifferò nell'orecchio del re di Legno un incredibile segreto che, solo a prima vista, poteva sembrare incredibile, ma era davvero il più probabile di tutte le probabilità sulla terra.

Il mercante rivelò al re di Legno un nome: Pen-Doc. Il nome tanto strano apparteneva ad un uomo d'affari che pure, grazie al re Ferroso, era divenuto vagabondo e accattone. Della sua vita si sarebbe potuto scrivere un bel libro, assai istruttivo, da far leggere sia agli adulti e sia ai bambini. Questa volta, però, posso soltanto accennare brevemente a quello che successe a Pen-Doc.

Il nome Pen-Doc era un derivato, composto dalle prime lettere di tre parole: Penna d'oca. Era, inoltre, un titolo che veniva assegnato al più capace di tutti gli altri a temperare e decorare le penne d'oca, permettendo al titolare di fornire le sue belle penne in ogni cancelleria del regno Terra-Ferro.

Per molti anni Pen-Doc aveva vissuto senza alcun problema, agiatamente. Era stato propenso persino, a breve, a farsi prestare dal re d'Oro un migliaio di monete d'oro per mettere in piedi un proprio allevamento avicolo e non strappare più le penne dalle ali di oche altrui, ma...

Ma sul mercato, a questo punto, apparvero le penne di acciaio. Lo capisci?! Iniziarono a vendere nelle cartolerie le penne d'acciaio per scrivere. E non appena ciò avvenne, tutti si misero a scrivere con le penne d'acciaio economiche, comode, durevoli e Pen-Doc rimase in mezzo alla strada, povero e disoccupato.

Pen-Doc sarebbe morto di fame, se al mondo non fossero esistiti dei vecchietti che preferivano le cose abituali, di vecchio stampo, a quelle moderne.

Erano rimasti nel regno dei vecchi cavillosi da azzeccagarbugli, che non vollero nemmeno sentire di mettersi a scrivere con le moderne penne di metallo. E proprio a loro, ogni settimana Pen-Doc forniva poche decine di penne d'oca, guadagnando una miseria.

Uno di quei vecchi, che continuavano a scrivere con la penna d'oca, era un archivista. Archivista, che tu sappia, si chiama colui che sta a custodire come la pupilla dell'occhio, un archivio. L'archivio è un deposito, dove vengono custodite carte e documenti antichi, lettere, disposizioni, decreti, annali e cronache, dossier giudiziari e tantissime altre scartoffie e cose scritte, che debbono essere conservate.

Una volta, Pen-Doc, aspettando nell'archivio principale, per puro passatempo, diede un'occhiata ad alcuni documenti antichi. Passando fogli ingialliti dal tempo, scritti fittamente con l'inchiostro oramai sbiadito, aveva letto un antichissimo decreto, riguardante un incarceramento a vita di una certa dama di nome Corro de Rouillé.

Dopo aver finito di leggere l'incartamento, Pen-Doc fece un salto di gioia sino al soffitto e corse a precipizio dal suo amico, il mercante di stoviglie, al quale raccontò per intero quella incredibile storia, che, come detto prima, in realtà era la più probabile di tutte le probabilità sulla terra.

Ecco questa storia. Ascolta, mio giovane amico, ascolta!

Tantissimi anni fa, nei tempi in cui il regno Terra-Ferro non era ancora governato da nessun re né di Legno, né di Ferro, né d'Oro, ma era soltanto un paese in cui la gente non solo produceva per conto suo le proprie merci, ma le vendeva pure per conto suo o le scambiava con altre utili merci, governavano questo paese uomini saggi, scelti dalle popolazioni di città e di villaggi fra gli anziani più longevi e intelligenti. Gli uomini saggi, ovvero, semplicemente, i Saggi, votavano democraticamente uno tra loro, nominandolo Giudice Capo. Il Giudice Capo era la personalità più stimata e autorevole del paese.

Un giorno, nel paese Terra-Ferro, arrivò una straniera con uno strano, insolito nome, madame Corro de Rouillé.

E dato che nel paese Terra-Ferro, neppure una persona conosceva delle lingue straniere, tutti parlavano in terraferrese, la loro lingua madre e basta, così che nessuno fece caso al nome strano “Corro de Rouillé”. Probabilmente, anche tu, ragazzo mio, non sai ancora che cosa si celi dietro questo nome. Ma lo saprai presto, a chi realmente appartiene un nome terribile come questo.

La bella ed elegante signora straniera di nome madame Corro de Rouillé veniva invitata dappertutto come ospite d'onore. Tutti i terraferresi desideravano vederla dentro la propria casa in mezzo ai propri ospiti. Ma... (da adesso in poi il termine “ma” prenderà sempre più posto in questa favolosa storia. E a questo “ma” seguirà sempre qualcosa di sorprendente.)

Ma presto cominciarono ad accorgersi di un fatto molto strano: dovunque si presentasse madame Corro de Rouillé, sparivano senza lasciare traccia o venivano rovinati gli oggetti di ferro. Coltelli, forbici, spade, corazze. Persino aghi.

A questo punto misero madame Corro de Rouillé sotto controllo. Proposero a madame, come domestica personale, una ragazza molto sveglia, che, mentre aiutava, intanto osservava. Passarono alcuni giorni e la domestica riferì al Giudice Capo una incredibile novità, che risultò essere davvero la più probabile di tutte le probabilità.

La domestica svelò che il bel volto dell'adorabile madame Corro de Rouillé non era affatto del color rosa dei petali della rosa, come lei lo faceva sembrare, ma era di un colore marrone-ruggine che ricordava il manto dei rospi delle paludi torbose e che per nascondere il vero color del suo viso arrugginito, madame Corro de Rouillé lo copriva con uno spesso strato di fondotinta e cipria rosé. Che le sue mani e braccia, dal colore dei liquami paludosi, venivano sempre nascoste dai lunghi guanti. E che, sotto i suoi bei foulards di seta e di pizzo, madame Corro de Rouillé nascondeva dei duri capelli color rosso-fiamma, arruffati e mai pettinati.

Ma non erano poi queste cose essenziali. Per rincorrere il mito della bellezza si ricorre a volte a tanti espedienti! L'essenziale risultò essere altro: madame Corro de Rouillé non mangiava il cibo comune a tutti gli altri, dato che si nutriva esclusivamente degli oggetti metallici... Sì, sì, sì... Come dei lecca-lecca, succhiava le spade e le sciabole, si cucinava una minestra con gli anelli di catene di ferro, invece della pasta corta e lunga, mangiava dei chiodi di diversa misura e il tondino di ferro al sughetto d’acciaio fuso. E, senza alcun ritegno, in un boccone si ingoiava delle asce intere e sputava soltanto i loro manici di legno.

Il Giudice Capo comprese chiaramente che madame Corro de Rouillé altri non era che una perfida, pericolosa strega. Perciò ordinò di arrestarla e incarcerarla in una fortezza. Ma...

Ma il comandante della fortezza non era un uomo abbastanza intelligente, come sarebbe consono e ovvio per uno che dovrebbe svolgere a dovere la sua mansione, in quanto, sapendo bene che la strega si nutriva di ferro puro, quel tale avrebbe dovuto rendersi conto che per la strega era un gioco da ragazzi sbafare le porte e le ringhiere di ferro della fortezza.

La strega non attese neppure un attimo, rosicchiò le porte della sua prigione, come fossero di puro cioccolato e si dileguò a gambe levate.

Tutti cercarono la strega. Fanteria. Cavalleria. Bersaglieri. Polizia. Carabinieri. Alpini. Forestali. Barcaioli. Cercarono per più di tre mesi e non la trovarono. Ma...

Ma la strega era stata individuata per puro caso da uno sveglio ragazzino, figlio di un tagliaboschi. Successe che la strega, travestita da mendicante, gli si avvicinò, chiedendogli di darle, per carità, un chiodino.

Il figlio del tagliaboschi le diede un chiodino, poi un altro, facendo finta di non vedere come lei li inghiottiva. Il ragazzino intuì che la mendicante era proprio quella pericolosa strega, che tutti stavano cercando ormai da mesi, perciò la invitò dentro la casa sua, proponendole di riposarsi sul letto di ferro battuto.

La strega gioì ed entrò volentieri nella modesta casa del tagliaboschi. Si sentì ancor più allegra, quando il ragazzino le chiese di restare per fare da guardia alla casa, dicendole che lui doveva uscire per raggiungere il padre e portagli il pranzo.

L'intelligente ragazzino, andando via, chiuse la porta di legno dell'uscio con un'asse di legno e corse a perdifiato nel vicino villaggio. La strega, nel frattempo, si precipitò a divorare il letto di ferro.

Dapprima mangiò una spalliera, poi un'altra. La strega ce la metteva tutta, si affrettava a masticare, voleva consumare tutto il letto prima che il ragazzino fosse tornato. E ci riuscì. Però non riuscì a svignarsela dalla casetta del tagliaboschi. La porta di legno e le imposte di legno delle finestre erano chiuse molto bene.

Se al posto di madame Corro de Rouillé ci fosse stata la brutta vecchiaccia Muffa, non le sarebbe costato nulla rosicchiare e mangiare il legno. Ma il legno non era mai stato il cibo per i suoi denti!

«Sono in trappola!» – osservò la strega e si mise a respirare sui cardini di ferro della porta. Il suo alito era talmente rovinoso per il ferro, che sarebbero bastati pochissimi minuti per far cadere dagli stipiti la porta, assicurata alle cerniere di ferro. Ma...

Ma la gente del villaggio arrivò per tempo. La strega fu messa dentro un sacco di tela e portata al cospetto del Giudice Capo.

Il saggio Giudice Capo ordinò ai maestri vetrai di soffiare un grosso barattolo di vetro molto spesso e chiudervi all'interno la pericolosa strega. E, quando la disposizione fu effettuata, la strega venne interrogata. Ammise subito che si alimentava di ferro e che il suo vero nome era Ruggine.

A questo punto il Giudice Capo ordinò di indire un consiglio degli scienziati. E, non appena gli scienziati del paese si riunirono, domandò loro: «Che modo c'è per distruggere la malefica strega, Ruggine?»

Gli scienziati risposero che, se si fosse trattato della solita ruggine, per eliminarla sarebbe bastato utilizzare olio, grasso, vernice, smalto... Una lotta contro la ruggine comune non presentava ormai grossi problemi. Ma davanti a loro, adesso c'era un mostro, che con il respiro e l'alito divorava tutto il materiale ferroso cento volte più voracemente della solita ruggine. Perciò contro di lei si sarebbero dovuti usare dei metodi molto specifici.

Gli scienziati chiesero al Giudice Capo dieci giorni, dieci ore, dieci minuti per ponderare. Alla scadenza dei dieci giorni, dieci ore, dieci miniti, tornarono dal Giudice Capo per riferire che un'orrenda strega del genere doveva essere lasciata per sempre dentro un barattolo di vetro e che quel barattolo andava riempito con olio di ricino molto denso e poi che il coperchio si sarebbe dovuto sigillare bene con ceralacca.

«Quando tutto questo sarà fatto» – aggiunse il Giudice Capo, – «bisognerà portare la strega, Ruggine, insieme con la sua prigione vitrea nel folto di una foresta, dimenticandosi per sempre la strada percorsa.»

La disposizione del Giudice Capo fu eseguita. La strega Ruggine, imprigionata all'interno di un barattolo di vetro con l'olio di ricino denso, fu portata nel fitto più profondo della grande foresta, dimenticandosi non solo della strada in cui il barattolo era stato abbandonato, ma perfino della stessa foresta.

Fu questa la storia letta nell'antico decreto da Pen-Doc, che la raccontò al panciuto mercante di stoviglie, che, a sua volta, parola per parola, la raccontò al re di Legno.

Nella testa del re di Legno, non appena sentì la storia, maturò subito un piano mostruoso. Si propose di ritrovare madame Corro de Rouillé e farla liberare dalla sua prigione di vetro. Infatti, se lei si fosse trovata in libertà, potrebbe potuto combinare molti più guai al re Ferroso di quanti la vecchia strega Muffa aveva arrecato al re di Legno.

Proprio da quel momento presero a ricrescere i capelli verdi sulla testa di legno del re di Legno.

«Oh, oh!» – esprimeva gioia maligna il re di Legno.

Lo scellerato, rallegrandosi, decise di ritrovare, a qualunque costo, il barattolo di vetro con la strega Ruggine. Una volta deciso, si rivolse con una richiesta alla polizia segreta. Ma...

Ma lì, dove opera la polizia segreta, non esistono dei segreti. La polizia segreta, rendendosi conto del pericolo che incombeva sulla testa del re Ferroso, ad un prezzo di milleduecento monete d'oro, gli rivelò in gran segreto i piani perfidi del re di Legno.

Venendo a conoscenza di questi perfidi propositi, anche il re Ferroso arse dal desiderio di ritrovare il punto esatto della prigione della strega Ruggine, ma non per ridarle libertà, affatto. No, decise di nasconderla ancora meglio, nel posto più sicuro, credette lui: il sotterraneo profondo del suo castello di ferro. Una volta deciso, promise in gran segreto una botte piena d'oro alla polizia segreta. Ma...

Ma alla polizia segreta, qualunque fosse il prezzo ricevuto, sembrava sempre poco o insufficiente. Questa era la vera caratteristica della polizia segreta. Quindi, cominciò a chiedere, in gran segreto, due botti piene d'oro al re di Legno. E lui acconsentì. Allora il re Ferroso promise cinque botti piene d'oro puro. Alla polizia segreta persino questa offerta sembrò insufficiente. Dieci botti d'oro esigette dal re di Legno. E il re di Legno, per quanto fosse avido e avaro, fu costretto ad acconsentire alle pretese della polizia segreta.

A questo punto iniziarono le ricerche del barattolo smarrito. In lungo e in largo, attraverso la folta vegetazione, come lupi in cerca della preda, correvano i poliziotti per boschi e foreste. In loro aiuto arrivarono gazze e corvi coi loro becchi curiosi, che ficcavano dappertutto. Ma invano, sebbene i poliziotti, per incentivare la curiosità naturale di questi uccelli, dessero loro da mangiare; gazze e corvi non riuscirono a scovare il barattolo di vetro. Perfino le lepri, alle quali era stato ordinato di frugare bene, sotto la minaccia di cucinarle in salmì, non portarono informazioni confortanti. Il re di Legno aveva perso oramai ogni speranza. Ma...

Ma nella vita succede, piuttosto frequentemente, che a svelare un segreto non sia un saggio, bensì un bambino. Successe così anche in questo caso. Il mistero lo scoprì una bambina di sette anni, la figlia di un cestaio. Il cestaio si guadagnava da vivere intrecciando ceste, canestri, gerle ed abitava in una casetta nella foresta. Mentre il cestaio lavorava, la sua figlioletta coglieva bacche. Un giorno la bambina vide nel fitto del noccioleto... Del resto, tu avrai già capito, che cosa vide la bambina. Si trattò proprio dello stesso barattolo di vetro... Quando la bambina tornò a casa, disse al padre: «Papà! Nel fitto del noccioleto ho visto nuotare una sirena.»

Il cestaio si stupì e non le credette.

«Ammettiamo pure che le sirene esistano al mondo, tuttavia non potrebbero mai nuotare nel bosco di noccioli.»

Ma la figlia non smise di insistere e trascinarlo nella foresta a vedere.

Il cestaio la seguì e ben presto vide quello che, così a lungo ed ostinatamente, aveva cercato la polizia segreta.

Dopo aver riflettuto un po', decise di denunciare il ritrovamento alla polizia. La polizia si precipitò nel fitto del noccioleto.

«Ah, ecco!» – disse il più importante e il più segreto dei segreti Ober-Stabss-Super-Polizeimeister. «Senza indugiare un solo istante, bisogna prendere le nostre dieci botti d'oro, prima che il re di Legno cambi idea.»

Il re di Legno dapprima consegnò l'oro promesso e soltanto dopo poté seguire gli agenti della polizia segreta nella foresta. Quando scorse il barattolo, ruppe la prigione di vetro di Ruggine con un martello di ferro. L'olio di ricino si riversò fuori e la malefica strega Ruggine ritornò in libertà. Senza dire un “grazie”, ingoiò all'istante il pesante martello di ferro, non sputando neppure il manico di legno. Era molto, molto affamata.

Lo stomaco di Ruggine era troppo vuoto, il suo alito talmente corrosivo e velenoso, che i poliziotti non si accorsero di come in un battibaleno sparirono i bottoni sulle loro uniformi e su tutti gli altri indumenti.

I poliziotti rimasero privi non soltanto dei bottoni, ma anche disarmati. Le armi d'acciaio svanirono con una velocità tale, che nessuno si accorse che nelle guaine di pelle delle sciabole e nelle fondine delle pistole rimasero solo, rispettivamente, le impugnature ed i calci d'osso.

Ringraziando” in questo modo i suoi liberatori, la strega Ruggine mandò un bagliore dagli occhi gialli da lince e si dileguò nel folto della foresta.

La polizia segreta, spartendosi tutto l'oro, giurò al re di Legno di non tradire mai il suo segreto. Al cestaio e alla bambina fu detto che nel barattolo stava nuotando un grosso rospo che era stato consegnato, come una rarità, al museo zoologico.

Il cestaio credette (non seppe mai il segreto del barattolo di vetro). Era solo molto perplesso per la sparizione inconcepibile della lama d'acciaio del suo coltello, con il quale di solito tagliava le verghe del salice. La lama del coltello si era sciolta davanti ai suoi occhi come un ghiacciolo.

Non comprese niente, come peraltro non capirono granché gli agenti della polizia segreta. Temo che anche tu non avrai ancora capito un decimo di quello che era davvero successo.

Successe una cosa orribile... Adesso ti racconto e capirai tutto e, comprendendo, dovrai convenire che al mondo le favole fantastiche non esistono invano.

Ascolta, mio giovane amico, ascolta!..

La spaventosa strega Ruggine dopo un po' uscì dalla foresta, si lavò alla meglio dall'odioso olio di ricino, e si avviò da sua zia – la vedova di un Drago a sei ali.

Dopo la morte del Drago erano rimaste alcune coppie di ali di ricambio; la perfida strega Ruggine aveva in mente di farsi dare una coppia di ali, perché adesso aveva timore di camminare sulla terra e aveva deciso pertanto di volare.

La zia vedova, dapprima aiutò Ruggine a lavarsi dagli ultimi residui dell'olio di ricino e poi si mise a cucirle le grandi ali del suo defunto marito, Drago. L'operazione fu molto dolorosa.

Quando le ali cucite attecchirono alla schiena di Ruggine, il suo aspetto divenne molto simile a quello di un immenso pipistrello. Imparò a volare e poté sollevarsi talmente in alto che persino le pallottole di lunghissima gittata non potevano raggiungerla e colpirla. Soltanto gli aerei, forse, la potevano intimorire, ma pure loro, volando assai più veloci di Ruggine, non le potevano tuttavia arrecare alcun male. In quanto a lei bastava semplicemente soffiare contro gli aerei, per farli cadere a terra in mille pezzi, ossidati, avvelenati dal respiro corrosivo della perfida strega Ruggine, tanto fatale per il metallo ferroso.

Nel regno, per ora, oltre al re di Legno e alla polizia segreta, nessuno era a conoscenza dell'orrendo mostro lasciato in piena libertà a girare per il mondo. Nel frattempo, sopra la capitale e le altre città del regno, sempre più spesso cominciò ad apparire e planare, planare un'alata strega. Ma...

Ma la popolazione del regno si accorse ben presto del fatto che tutti gli oggetti di ferro si ossidavano, arrugginivano molto più velocemente di prima.

A questo proposito si sparse per il regno ogni sorta di pettegolezzi, dicerie, giudizi infondati. Le bottegaie e le strillone del mercato si agitavano, gridando che il fatto si spiegava con l'eccessiva umidità nell'aria per le incessanti piogge. I monaci dell'ordine dei Sette Serpenti Sapienti mormoravano senza sosta alla gente, che la ruggine si era rinforzata e potenziata a causa del declino della fede nei Sette Serpenti Sapienti. Gli astronomi da strapazzo affermavano che la ragione più plausibile del caso stava nell'apparizione nei cieli di una nuovissima cometa, alla quale diedero il nome di Antiferrita.

I direttori della carta stampata, corrotti a questo punto dal re di Legno, utilizzarono a loro piacimento le dicerie e le voci, cercando di compromettere definitivamente il potere del re Ferroso. La stampa diede molta risonanza al fatto che, probabilmente, il re Ferroso produceva un ferro molto scadente da un pessimo minerale fossile di ferro.

Ma, da lì a poco, in un giornale apparve un articolo scritto dal vecchio archivista con tutta la storia della perfida strega Ruggine, imprigionata nel barattolo di vetro con l'olio di ricino. A tutti divenne chiaro, a questo punto, che era stato qualcuno a far uscire in libertà la strega Ruggine.

Intanto, la perfida strega Ruggine, giorno per giorno, si faceva sempre più notare. Cominciarono a fermarsi gli orologi da polso e da tasca: dapprima sparivano le lancette, poi le rotelline degli ingranaggi che sono le parti più delicate dell'intero meccanismo di un orologio. Il respiro corrosivo di Ruggine, che ora volava molto in alto sulla terra, divorava soltanto gli oggetti piccoli: aghi da cucito, penne da scrivere.

Pen-Doc fu molto felice per la liberazione di Ruggine: tutte le persone ripresero a scrivere a penna d'oca. Da un giorno all'altro il loro fabbisogno cresceva e aumentava. Pen-Doc aprì un grande laboratorio per produrre penne d'oca per scrivere e si mise a venderle al triplo del prezzo.

Si sparse la voce che le stoviglie di porcellana, vetro, terracotta erano assai migliori di quelle di metallo, perfino di quelle ricoperte da begli smalti, poiché bastava che saltasse un pezzetto di smalto o fosse leggermente sfregiato per consentire alla strega Ruggine di penetrarvi. Una tazza o un bollitore si bucava ed era da buttare. E’ in questo modo devastante che Ruggine aveva avvelenato l'aria col suo alito.

La popolazione subì una vera catastrofe.

Il mercante di stoviglie, invece, realizzava strepitose vendite e favolosi guadagni, aumentando quotidianamente i prezzi di tazze di porcellana, servizi di piatti di Faenza, bicchieri di vetro e vasellame di ceramica. La gente era costretta a comprare le sue stoviglie, in quanto erano strettamente indispensabili. Per prendere il caffè, il the o il latte era necessario utilizzare una tazza, così come mangiare la minestra o una bistecca era indispensabile avere un piatto. Nessuno più voleva acquistare le stoviglie di ferro, neppure al prezzo di fabbrica.

Adesso era il re Ferroso a diventare, giorno per giorno, sempre più cupo, nero e calvo. Era consapevole, certamente, che non era stato altro se non il re di Legno a liberare dalla sua prigione la più malvagia tra le streghe malvagie: Ruggine.

Ma, mio caro ragazzo, il fatto non poteva essere provato, come non si poteva più acchiappare Ruggine e imprigionarla nel barattolo di vetro pieno d'olio di ricino. Adesso, come sai, al suo servizio c'erano pure le ali. Per ora, tuttavia, la vita della gente era abbastanza sopportabile. Il ferro, anche se arrugginiva, esisteva ancora. La gente aveva fede in tempi migliori e nutriva la speranza in un miracolo. Attendeva passivamente il riscatto dalla maledizione e una liberazione felice. Ma la liberazione felice non arriva mai da sé. Così è, caro ragazzo: la liberazione non arriva mai da sé, per conto suo.

Ma, mentre la gente si attendeva il miracolo e intonava canti alla divinità di Terra-Ferro – ai Sette Serpenti Sapienti, il più astuto fra i più astuti dei re – il re d'Oro – fece caricare tutto il suo oro a bordo di quarantotto aerei-cargo e lasciò per sempre il regno Terra-Ferro.

L'astuto re d'Oro aveva capito per primo che bastava trattenersi nel regno Terra-Ferro per un'altra settimana e gli aerei, mangiati dalla perfida strega Ruggine, non avrebbero potuto mai più volare.

Ed ebbe ragione. Di quarantotto aerei, carichi d'oro, riuscirono ad atterrare solo sette in una lontana nazione straniera d'oltremare. Tutti gli altri aerei precipitarono nel mare, perché perfino gli strati superiori dell'aria, quelli oltre le nuvole, erano stati avvelenati da Ruggine.

Fu una tremenda catastrofe aerea.

Sette aerei si salvarono da Ruggine e furono risparmiati per la sola ragione che erano fatti interamente in oro puro. Ma la gente del regno Terra-Ferro, persino dopo questo caso, continuò a sperare in un miracolo. La buona, brava gente non sapeva quanto fosse spietata la strega Ruggine, quanto fosse vendicativa, brutale e crudele. L'aria, ogni giorno che passava, si avvelenava sempre di più. Sempre più spesso si guastavano le reti telefoniche e telegrafiche. I fili ossidabili dei cavi delle linee telefoniche e telegrafiche divenivano sempre più sottili e fragili. I cavi si strappavano. Venivano sostituiti con dei cavi nuovi, ma anche quelli nel giro di poco tempo subivano la stessa sorte.

Le città di sera e di notte sprofondavano nel buio più totale. Suppongo che ti immagini il perché di questo. E' ovvio: la corrente elettrica, che faceva accendere le lampadine elettriche, arrivava nelle case lungo fili e cavi metallici. Ma che fine avevano fatto?

Iniziarono ad illuminare le strade col fuoco dei falò e torce catramate. Nelle case si accesero i lumini ad olio, che facevano fumo, davano pochissima luce e portavano alla disperazione la gente, abituata alla luce elettrica.

Gioiva soltanto il re di Legno. La situazione disastrosa di molte migliaia di persone portava nelle sue tasche profitti immensi. La sua legna andava a ruba, poiché le comode cucine a gas smisero di funzionare, perché il gas arrivava negli appartamenti lungo tubi di ferro e pure quelli venivano sbafati dalla brutta strega Ruggine.

«Venderò ancor più legna, quando arriverà l'inverno» – esultò il re di Legno.

L'acqua, riscaldata nei bollitori delle centrali termiche, non portava più il suo calore lungo i tubi nelle abitazioni, perché Ruggine aveva consumato tubi e bollitori. L'ottimo e confortevole riscaldamento era stato ridotto proprio a zero. La gente si doveva costruire le stufe di pietra per riscaldarsi e cucinare a legna come nei tempi remoti.

Tutto si mosse a ritroso. Il nuovo cambiava in vecchio, il vecchio in ancor più vecchio, il più vecchio ancora in antico. Dove c'era una lampada elettrica, si era accesa adesso una lampada a petrolio. Ma anche quella era sostituita da una sverza accesa a torcia, perché il bruciatore delle lampade a petrolio veniva fabbricato con il ferro.

Ogni cosa, ragazzo mio, andò a ritroso. Prova soltanto ad entrare di più nel merito del problema, per comprendere sino a che punto fosse stato demente il re di Legno! Quello sciocco era felice della scomparsa dei tubi di ferro che portavano gas, acqua fredda e calda. Era contento del fatto che era sparito l'impianto idraulico e che la gente si era messa a scavare dei pozzi per lavarsi e bere. Gioiva, vedendo i binari delle ferrovie rovinate per metà da Ruggine e scorgendo che i treni andavano sempre più a rilento; desiderava che i treni rimanessero per sempre fermi, in modo che la gente, per spostarsi, debba usare i carri di legno... Era felicissimo che avessero chiuso al traffico tanti ponti di ferro e che presto tutti sarebbero definitivamente crollati.

Il re di Legno si fregava le mani per la contentezza: «Molto presto tutto sarà di legno. Ed io, re di Legno, diventerò l'unico re del mio regno!»

L'avidità del re di Legno era smisurata, ma la sua stupidità era ancor più grande. L'imbecille si era dimenticato che il legname gli veniva procacciato da mani operose, armate d'ascia e di sega d'acciaio. Non riusciva a comprendere che senza una scure non era possibile abbattere perfino una snella betulla. Non si rendeva conto, quel tonto, che, rinunciando all'acciaio e al ferro, si sarebbe privato di tutte le macchine per trasformare e lavorare il legno, che nelle sue segherie si ricavavano dai tronchi d'albero le assi, si facevano diventare lisce le assi di legno, le si trasformavano in tavoli, armadi, sedie, tini, botti e in tutte le altre cose che si producevano dal legno.

Una pialla piallava le assi di legno con la sua lama di ferro. Adesso era stata privata della lama, della sua parte principale. Era rimasto solo un ceppo di legno, da buttare, come una scarpa vecchia. I manici di legno delle asce erano rimasti senza asce. I loro manici di legno erano diventati orfani senza seghe e scalpelli. Sparirono dalla faccia del regno Terra-Ferro ottimi strumenti e utensili che tanto servivano alla gente.

Mai al re di Legno, accecato dall'avidità, venne in testa che, perdendo il ferro, avrebbe perduto tutto quello con cui gli uomini operosi lavoravano il legno, portandogli nelle tasche ricchezze immense.

Non comprese neppure quando il fatto gli fu contestato dall'artigiano di penne d'oca da scrivere. Il mastro Pen-Doc andò a trovare il re di Legno e gli disse: «E' assolutamente necessario arrestare e imprigionare per sempre la strega Ruggine nell'olio di ricino!»

«Questa poi, e perché?» – si stupì il re di Legno.

Pen-Doc gli rispose: «Sono fallito. Non ho più neanche un coltello. Come farò a temperare le mie penne d'oca?»

Il re di Legno gli replicò: «Ma che sciocchezze! Si può benissimo scrivere con bastoncini di legno!»

La sua testa di legno era capace di pensare soltanto al legno. Addirittura, quando la strega Ruggine mangiò l'ultima sveglia del regno, lui promise a tutti di produrre orologi di legno. Nulla volle tenere in considerazione. Era assetato dal desiderio di possedere il regno in cui tutto fosse fatto di legno. Aveva presentato persino un progetto per costruire delle legnovie, dopo che erano sparite le ferrovie.

«E che cosa si metterebbe in movimento lungo queste legnovie?» – si domandò la gente. «Non sono rimaste locomotive. Forse, lei, re di Legno, saprà costruire locomotive nuove di legno?»

«Certo!» – rispose l'imbecille.

Intanto la strega cattiva Ruggine si mise a volare sempre più bassa sopra la terra. Non temette più gli aerei che erano spariti oramai da tempo dalla faccia del regno Terra-Ferro. Non ebbe paura né di pallottole, né di ordigni. Le armi erano distrutte e la gente non sapeva fare gli archi con le frecce con punte di pietra. Ma anche se lo avesse saputo, una freccia rimane sempre una freccia: non poteva di certo ferire a morte la perfida strega Ruggine.

Arrivò il tempo in cui la gente cominciò a scorgere nel cielo un immenso pipistrello, che volava sopra la capitale. Tutti, proprio tutti, sentirono la sua voce minacciosa: «Sono Corro de Rouillé... Da ora in avanti sarò io la vostra unica regina... Le vostre vite sono in mio potere...»

Anche il re di Legno ascoltò queste parole e non fece altro che sogghignare. Continuò, poveretto corto di mente, a ritenersi ancora un re. Era invasato dalla sicurezza sul potere del legno, anche se oramai tutte le macchine avevano smesso di funzionare nei suoi stabilimenti.

Il suolo del regno Terra-Ferro era quasi completamente ricoperto di uno spesso strato di polvere marrone. Sembrava come se fosse passata sopra la terra una strana peste marrone.

La popolazione cominciò ad abbandonare le proprie case, perché nelle abitazioni non si reggevano né soffitti, né pavimenti. Ora, mi chiederai, del perché crollassero i soffitti ed i pavimenti.

La risposta è semplice. Le costruzioni, in genere, stanno in piedi sostenute da resistenti pali di ferro o di calcestruzzo armato di ferro. Ed adesso questi pali, rosicchiati da Ruggine, dapprima diventarono friabili e sottili e si incurvarono, poi sparirono del tutto, diventando proprio quella polvere marrone.

La vita nei palazzi cittadini senza tetti di ferro di copertura, senza pavimenti e soffitti, era divenuta impossibile.

Le città si spopolarono. La stragrande maggioranza delle persone si diresse verso villaggi, boschi e foreste, in cui si costruivano con tanti sforzi dei rifugi interrati e delle capanne. Per le vie delle città rimasero a gironzolare soltanto cani affamati, abbandonati dai loro padroni. Tutti i negozi erano vuoti, perché non esistevano più né camion, né ferrovie per approvvigionare i negozi delle merci.

Il re Ferroso uscì di senno. Vagabondando per i campi-profughi, esortava la gente a far mettere alla gogna il collo del re di Legno e buttarlo in una profonda fossa a marcire per sempre.

Il castello di ferro del re Ferroso si disintegrò. I suoi altiforni si erano spenti da tanto tempo. Gli stabilimenti metalmeccanici diventarono alte colline di polvere marrone.

Un giorno successe che il re Ferroso, nel suo vagabondare per boschi, incontrò una sua vecchia conoscente – la brutta vecchia strega, Muffa. Disperato, si mise davanti a lei in ginocchio ed esclamò: «Imploro te, la potente fra le fate, ti supplico, taglia con i tuoi denti la gola del re di Legno!»

«Con che cosa?» – rispose la vecchiaccia orrenda, aprendo la sua bocca sdentata. «Non ho più i tuoi denti d'acciaio e con quelli di porcellana per bellezza, si possono masticare a malapena pezzi di legno marcio.»

La strega crudele Ruggine, non aveva risparmiato neppure la sua cugina di primo grado – la vecchia strega Muffa, per il troppo veleno e la cattiveria acida che aveva dentro il corpo.

Non sembrerà vero, ma a questo punto, la disperazione arrivò anche nel palazzo di legno del re tonto di Legno.

Stava seduto affamato e molto adirato in una sala legnosa del suo legnoso palazzo. Tutta la servitù con il maggiordomo a capo, aveva piantato in asso il padrone. Non avevano nulla da mangiare ed erano fuggiti per procurarsi del cibo in qualche modo, magari con pesca e caccia.

La gente del regno Terra-Ferro cominciò a vivere come migliaia di anni fa, quando il loro regno si chiamava ancora il paese Terra-Silverra, ossia la Terra di Legno. La gente perse il materiale principale – il ferro. Non aveva nemmeno un po' di metallo per forgiare buone punte di frecce e sfamarsi di caccia. Quindi ognuno dovette reimparare a ricavare dalla pietra le punte di pietra delle frecce, le accette di pietra, le stesse dei tempi remoti dei suoi lontanissimi avi semiselvaggi, che avevano popolato allora il paese Terra-Pierro – un paese di Pietra.

La gente trovò chi riusciva a forgiare le accette d'oro. Le accette d'oro, però, perdevano il filo quasi subito. Ed allora gli uomini compresero che un'ascia di pietra era molto meglio di quella d'oro. Con un'ascia di pietra per lo meno si poteva abbattere un albero e spaccare la legna.

L'oro perse qualsiasi valore, perché non serviva a nient'altro che per monili. Adesso, che la morte per fame incombeva su tutti, alla gente non passava neanche per la mente di pensare a dei gioielli. Per due grandi manciate di medaglioni, orecchini, catenine, anelli, spille d'oro, si poteva ottenere in cambio un piccolo pugno di frumento.

Ma, perché il pane aveva un prezzo tanto alto? E mai possibile che arrivassero nel regno anche tempi di una grande carestia di pane? Il grano non poteva aver paura della perfida strega Ruggine! E' vero, nessun cereale ha paura della ruggine, ma a questo punto divenne molto difficile coltivarlo. Sparirono tutti trattori. Non rimasero più aratri di ferro. L'uomo dovette arare il terreno con una zappa di legno, strappare con le mani le spighe mature e poi macinare il grano in farina, sempre a mano, tra due pietre.

Si può mai produrre molto pane, perdendo l'aiuto di una falciatrice, mietitrice, seminatrice o di un mulino? Potrebbero produrre tante cose le mani non armate di una macchina o almeno di qualche attrezzo semplice, come falce, rastrello, vanga? Direi di no!

Di mangiare invece avevano bisogno tutti. Patirono la fame tutti, ragazzo mio.

Quindi tutti dovettero coltivare il grano. Ministri e giudici, poliziotti e governatori. Nessuno ormai poteva pagare loro stipendi né in denaro, né con le merci, perché nel regno non erano rimaste più scorte di nessun prodotto. Il regno non poté più mantenere né scienziati, né musicisti, né artisti.

Adesso dovettero tutti, per non perir di fame, diventare agricoltori, cacciatori, pescatori.

I ragazzini smisero di studiare, perché i genitori non potevano più offrire il sostentamento neppure ad un solo maestro di scuola, perché non riuscivano a produrre quanto basta di prodotti alimentari – grano e carne. Un maestro non poteva, rimanendo affamato, insegnare ai ragazzini le materie, neppure di scuola elementare.

Agli uomini erano cresciuti capelli e barbe lunghissimi. Non avevano né di che farsi la barba, né di che tagliarsi i capelli. La gente non si tagliava più le unghie, né curava l'abbigliamento. Aveva per la testa altri grattacapi a cui pensare! Coglieva funghi e bacche, essiccava le radici delle piante, grattava la terra con le zappe di legno, per coltivare almeno un po' di grano o di altri cereali.

Quando si usurarono tutte le scorte di abbigliamento, la gente iniziò a coprirsi il corpo con pelli grezze di animali. Erano più facili da procurare, invece di mettersi a tessere le stoffe. Per la tessitura delle stoffe, si doveva far crescere lino o cotone, o tosare la lana delle pecore. Poi, dalla fibra ottenuta, si dovevano filare i fili. E soltanto dopo, dai fili, tessere le stoffe.

Ma anche tutto il macchinario tessile era sparito, perché anch'esso era costruito con il ferro. S'intende, si potevano costruire le macchine tessili di legno, su cui tessevano i trisavoli degli abitanti del regno Terra-Ferro, tuttavia servivano degli attrezzi di ferro. Per lo meno un coltello. E quello, dov’è che si prendeva?

Ma non c'era neppure tempo per mettersi a tessere. Il giorno intero veniva impegnato per procurarsi del cibo. La gente lottava per sopravvivere.

Perfino il re di Legno, pur odiando il ferro, comprese finalmente che dal ferro dipendeva quasi tutto, tutti i beni comuni della vita. Abitazione. Abbigliamento. Acquedotto. Alimentazione. Elettricità. Trasporti. Insomma, tutto quello che veniva prodotto dal ferro o suo tramite.

Il re di Legno, come un selvaggio primitivo, correva con la clava in mano nei boschi: per mangiare cacciava dei porcospini. Affamato, graffiato, stracciato, coperto appena un po' da corteccia di betulla, malediceva ora la sua avidità e l'avarizia. Gridava e ululava la propria disperazione, proprio come una bestia feroce. Versava le lacrime di coccodrillo! Il suo pentimento così tardivo non serviva, in quanto non poteva modificare nulla. L'intera popolazione per colpa sua subì sofferenze immani e privazioni inaudite, perfino tanti di loro pagarono le sue colpe con la vita. Tutto grazie all'avidità e all'ambizione dei re e dei potenti, al loro desiderio incontenibile di possedere e di sfruttare tutto e tutti a loro piacimento. Esattamente, come l'abnorme avidità e l'ambizione del re di Legno avevano generato un inqualificabile misfatto mostruoso al suo regno. Liberando la strega Ruggine, l'azione del re di Legno aveva portato alla devastazione il regno Terra-Ferro e il popolo ad una morte quasi certa per stenti.

Il re di Legno crepò, tuttavia, molto prima, dentro una macchia fitta del bosco, tutto solo, come un animale repellente scacciato dalla gente, accompagnato soltanto dal malaugurante gracchiare delle cornacchie.

Poco dopo arrivò la fine pure del re Ferroso, che subì una totale distruzione corrosiva della strega cattiva Ruggine. Il cervello di ghisa del re Ferroso era talmente roso che, non connettendo più, si diede un forte colpo mortale di testa contro una palizzata di legno. Sino all'ultimo minuto era stato ai ferri corti col legno, aveva odiato il legno e il destino volle che patì di legno!

Ma la gente infelice, disperata, portata alla miseria nel regno che perdette il ferro, continuò a credere, che, prima o poi, da altri paesi e regni sarebbero arrivati navi o aerei, portando loro la salvezza. Non smisero di sperare. Ma...

Ma invano. Il regno, dove viveva la gente infelice e disperata, che perse il ferro, si trovava su un'isola. Veniva bagnata da ogni parte dal mare. E non appena una nave entrava nelle sue acque territoriali, volendo attraccare in un suo porto, veniva distrutta ed affondata. Oppure se un aereo di qualche altro Stato entrava nello spazio territoriale del regno Terra-Ferro, la fine che subiva era di disintegrarsi in mille pezzi per aria. Tu certamente sai bene, caro ragazzo mio, come mai ciò accadeva.

Ormai, in ogni parte del mondo, presero a chiamare il regno Terra-Ferro, Terra-Morra, dal significato orrendo di una Terra di Morte, e nessuno, da quel momento, ebbe più coraggio di varcare la sua frontiera e mettere un solo piede sul suo suolo. Il tempo intanto non attendeva, scivolava sempre avanti e avanti. Ma...

Ma in ogni paese, in ogni regno si trova sempre qualche bambino molto intelligente. Un bambino intelligente nacque alla figlia del cestaio, quando lei divenne adulta e prese marito. Il figlio che nacque in questa famiglia era non solo molto intelligente, ma anche assai coraggioso. Quando il figlio crebbe un po', divenendo un ragazzino, sua madre gli raccontò la storia segreta della sparizione misteriosa di un coltello del suo babbo, cestaio. Inoltre gli raccontò di un grosso barattolo di vetro nella foresta e di una cattiva strega, che lei aveva creduto essere una sirena. A questo punto, la figlia del cestaio cresciuta, sapeva bene che razza di “rospo” nuotava allora nel barattolo.

Il ragazzino espresse il vivo desiderio di visitare, insieme con la madre, i luoghi, in cui un tempo suo nonno intrecciava gli oggetti di vimini. Andarono là, un giorno. La madre fece vedere al ragazzino il barattolo rotto. Il ragazzino a lungo girò attorno, come se cercasse una traccia. Finalmente trovò una bottiglietta con al collo una cordicina di lino.

Lui, veramente, non poteva immaginare che cosa fosse questa bottiglietta e come mai si trovasse lì. Invece io racconterò a te di questa bottiglietta.

Ascolta!

Nei tempi remoti, in cui un reo veniva imprigionato in un sotterraneo o in un tetro castello di penitenza, i carcerieri legavano al collo del prigioniero una cordicina di lino con una bottiglietta, nella quale veniva messo un piccolo papiro con la descrizione del reato e la sentenza. Una bottiglietta così era appesa anche al collo della malefica strega, Ruggine. Lei, non appena in libertà, se la strappò dal collo e la scaraventò nell'erba. Quando il ragazzino, con la sua vista da falco, vide dentro la bottiglietta, tutta sporca all'esterno, un rotolino di papiro, lo tolse, facendo molta attenzione e chiese alla madre di leggerlo.

La madre lesse. Nel papiro erano elencati tutti i misfatti della strega Ruggine, arrivata nel regno Terra-Ferro, sotto il nome di Corro de Rouillé.

Così il ragazzino capì ogni cosa. Una volta compreso, si mise a ragionare su come si sarebbe potuta riacchiappare la strega Ruggine.

Passarono gli anni... Il ragazzino era divenuto un bravissimo giovane. E un giorno...

No, di tutto quel che accadde dopo, debbo narrare più dettagliatamente. Quindi, ascolta!

Una volta il figlio della figlia del cestaio era a caccia di fagiani in un bosco, dove incontrò una vecchia decrepita. La vecchia stava rosicchiando un ceppo di tronco d'albero.

«Nonnina!» – disse il giovane. «Se lei ha tutta questa fame, eccole un fagiano. Se lo arrostisca e lo mangi.»

La vecchia, abbagliandolo con gli occhi, gli rispose: «Vai per la tua strada, giovanotto. Io non mangio la carne. Il mio nutrimento è solo cibo di legno.»

Allora il giovane, essendo bravo e rispettoso, propose alla vecchia: «Se vuole, nonnina, le riduco il legno in poltiglia. Mi sembra che lei abbia difficoltà a mangiare senza denti.»

«Ne avevo una volta, eccome!» – replicò la vecchia, «Ma sono stati rovinati dalla perfida strega Ruggine...»

Si mise a parlare senza fermarsi. E mentre il giovane stava pestando del legno per farlo diventare un puré, lei gli svelò un mistero.

Credo che tu, ragazzo mio, abbia già indovinato che la vecchia decrepita non poteva che essere la vecchia strega Muffa. Quando la strega si fu corroborata col puré di legno di pino, il giovane apprese le parole che seguono: «Macché, vedrai, bravo giovane, pure questa carogna senza cuore molto presto incontrerà la sua morte. Lei sta patendo già la fame nera!»

«Come mai è alla fame?» – domandò il giovane.

La vecchia gli rispose: «Perché aveva da tempo sbafato ogni scorta del suo cibo di ferro ed adesso si nutre soltanto degli scarti metallici agli ammassi delle scorie di altiforni.»

Il giovane non comprese nulla delle sue parole. Lui non poteva sapere come veniva fuso il ferro, quando c'era. Come avrebbe potuto apprendere che dagli altiforni, oltre al metallo, venivano scaricate anche delle scorie? Nelle scorie erano sempre trattenuti degli scarti residui di ghisa o d'acciaio. Perché non era sempre possibile versare le scorie dall'altoforno tanto accuratamente, da non lasciare dentro un po' di ferro. Proprio queste misere gocce di metallo, scaricate insieme alle scorie, erano resistite al respiro rovinoso di Ruggine. Erano resistite, perché furono ricoperte dalle scorie, che, indurendosi come vetro, preservarono il metallo residuo dalla strega Ruggine. A questo punto, i luoghi dove venivano ammassate le scorie degli altiforni erano un richiamo irresistibile per la strega affamata.

Quando il giovane sagace si mise a pestare in purea il secondo ceppo d'albero; la vecchiaccia Muffa si rabbonì ancor di più e spifferò al giovane tutte le cose che conosceva della strega Ruggine.

«Tutte le notti, quella carogna, arriva lì e lì atterra» – informò la vecchiaccia Muffa e fece vedere la strada verso gli ammassi delle scorie.

Il giovane ringraziò la vecchia e si mise in cammino sulla via indicata.

Tutt'attorno regnava un silenzio tombale! Abbandono, desolazione! Nessun'anima vivente, neppure il fischiettio di qualche uccello, niente. La ferrovia, sui cui binari camminavano tempo prima convogli carichi di minerale fossile di ferro, era ricoperta quasi totalmente da un'alta e folta vegetazione. In questo silenzio tombale si innalzavano, come colline lucide e nere, gli ammassi delle scorie di altiforni.

Era duro da credere che una strega tanto potente potesse nutrirsi di minuscoli granelli di ferro, rodendoli da pezzi di scorie. Ma era vero. Portando disgrazia agli altri, sbafando, consumando tutto il metallo, espose ad un immenso guaio anche se stessa.

Se avesse avuto un po' di ritegno nel mangiare il ferro, la gente avrebbe potuto integrare le scorte di metallo e avrebbe avuto anche lei il pane per i suoi denti. E adesso?

Adesso invece erano rimaste in stato d'abbandono tutte le miniere. Spenti tutti gli altiforni... Che cosa poteva mangiare la strega Ruggine, quando nel regno non veniva prodotto neppure un pezzo di ferro?

La perfida strega Ruggine non temeva ormai di scendere dal cielo sul suolo del regno. Sentiva di trovarsi al sicuro. Né una pallottola, né un aereo, non essendocene nel regno, potevano più raggiungerla. Tuttavia, essendo una fifona per natura, arrivava sulle colline lucide e nere degli ammassi delle scorie di altiforni soltanto dopo il tramonto del sole.

Il sagace giovane si nascose tra i cespugli di sambuco. Quando arrivò la sera, vide nel cielo un immenso pipistrello. Più si abbassava e più grande sembrava. Quando il sole calò del tutto, si sentì un forte fruscio delle grandissime ali. Era ancora abbastanza chiaro da poter scorgere bene la strega. Il giovane era impressionato dal pallore del suo viso. Il rosso-ruggine, evidentemente, da tempo aveva abbandonato le sue guance infossate. Le braccia divenute stecchini, sbattevano a fatica e lentamente le ali dall'enorme apertura. Le gambe lunghe e magre della strega facevano venir in mente gli steli neri dei girasoli. Ecco come era a questo punto l'aspetto fisico della spietata strega Ruggine, che aveva mangiato tutto il ferro e con esso il proprio benessere.

Finalmente, decise di scendere sulla terra e si mise a staccare dei pezzi dalle scorie. Il giovane le era tanto vicino che avrebbe potuto acchiapparla per le ali e, staccandole con un'accetta di pietra, portare la strega al giudizio della gente. Ma ciò comportava troppi rischi... E se la strega avesse sbattuto le ali e fosse volata via, non appena il giovane, quatto quatto, le si fosse avvicinato...

«No» – pensò, – «si deve agire sul sicuro.»

Controllando con lo sguardo la strega, si mise ad escogitare una buona trappola. Il giovane notò che la strega di tanto in tanto si avvicinava al volo al foro della miniera, cercava di scorgere dentro qualcosa e avidamente aspirava col naso l'aria, socchiudendo gli occhi dall'estasi, come un animale affamato, che senta l'odor della preda. Tentò perfino di infilarsi nel foro della miniera, ma, probabilmente, la vigliaccheria ebbe il sopravvento sulla fame.

Non appena arrivò il mattino e la semiaffamata strega Ruggine dovette lasciare gli ammassi delle scorie, il giovane decise di penetrare all'interno della miniera.

Si trattò della sua prima azione eroica.

Non era mica facile scendere nelle viscere di una miniera abbandonata. Ma una persona coraggiosa, sveglia, sagace può fare ogni cosa, superare ogni insidia. Quindi, raccolse della resina da alcune piante, impregnò con la stessa un abbondante fascio d'erba, attorcigliata all'estremità di un bastone, e lo accese il fascio d'erba, impregnato di resina, con una scintilla, sfregando l'acciarino: come il risultato ottenne una bella torcia, con la quale si mise a scendere nella miniera.

Nel buio, cupo profondo della miniera, non penetravano non solo i raggi del sole, ma neanche il respiro velenoso, corrosivo della strega Ruggine. Per questo lì erano conservati alcuni attrezzi, lasciati per puro caso dai minatori. Il giovane fu fortunato ad imbattersi quasi subito in una grande, quasi nuova ascia da minatore, vicino alla quale c’era anche un pezzo di una raspa rotta. Il giovane riconobbe questi attrezzi, anche se mai aveva veduto in vita sua oggetti di ferro, perché era nato dopo la sparizione del ferro dalla faccia del regno Terra-Ferro. Ma i suoi genitori gli avevano raccontato tanto degli ottimi attrezzi e di utensili di ferro, disegnandoli sulla pietra bianca con il carbone.

Il ritrovamento era prezioso.

Era un vero tesoro. Il giovane avrebbe potuto subito diventare la persona più felice e fortunata del regno Terra-Ferro.

Pensa, ragazzo mio, che grande significato aveva allora possedere un solo pezzo di ferro nella realtà quotidiana, in cui tutti lavoravano con attrezzi di pietra. Cucivano persino il necessario con aghi fatti di pietra o con le lische di pesci.

A questo punto, tu, probabilmente, penserai che l'ascia non poteva essere portata fuori dalla miniera.

No, amico mio, l'ascia poteva essere portata fuori dalla miniera, perché la strega Ruggine, debilitata ed affamata, respirava appena e il suo alito non era ormai tanto distruttivo e corrosivo per il ferro.

Il coraggioso giovane lo sapeva. Tuttavia continuò ad essere cauto e lungimirante. Per appurare se fosse davvero così, dapprima portò fuori dalla miniera solo il pezzo di raspa trovata e l'appoggiò sopra un’asperità.

La strega, fiutando il ferro, arrivò addirittura in pieno giorno e leccò via il pezzo con la sua lingua marrone e poi subito spiccò il volo nel cielo.

«Ebbene» – pensò il giovane, – «adesso non mi scappi più!»

Dicendo così, si mise a scavare una fossa. Subito dopo, intaccò attorno alla fossa alcuni alberi, in modo che sarebbe bastato spingerne uno, perché tutti gli altri, per reazione a catena, cadessero, uno dietro l'altro, e ricoprissero la fossa.

Si trattò della sua seconda azione eroica.

Era molto duro intaccare dei grossi arbusti d'alberi con un'accetta di pietra. Ma lui lo fece. Poi scese un'altra volta nella miniera e portò fuori una grande ascia da minatore, che buttò in fondo alla fossa e si mise ad aspettare. Arrivò la sera, si sentì il fruscio delle ali. Il giovane si acquattò vicino ad un albero. La strega planò a lungo sopra la fossa, probabilmente riflettendo su come potesse essere rimasto intatto un tanto ghiotto pezzo di ferro. Finalmente atterrò. Si sedette sul bordo della fossa e nuovamente si impensierì.

La fossa era tanto stretta, che all'interno non si poteva neanche alzare un'ala. Allora la strega provò ad agganciare l'ascia con un lungo bastone, per tirarlo fuori. Ma la fossa risultò essere anche piuttosto profonda e la manovra non le riuscì.

Dalla bocca marrone di strega sbavava la saliva marrone. La strega si leccava, di tanto in tanto, le labbra. Quando ingordigia e fame presero il sopravvento, la strega Ruggine decise di saltare giù nella fossa... Sì, saltare dentro la fossa. L'avidità fa fare l'inimmaginabile... Rammenti, ragazzo mio, che cosa era successo al re di legno...

Non appena la strega, stringendo le ali al corpo, saltò dentro la fossa, il coraggioso giovane spinse forte l'albero. L'albero intaccato, inclinandosi nella caduta, fece cadere altri tre alberi intaccati e quelli, a loro volta, altri nove alberi ancora.

Tredici alberi, intaccati dal giovane, ricoprirono la fossa in modo che neppure cento streghe sarebbero riuscite a sollevarli per uscire fuori dalla fossa.

«E ora stai buona e calma!» – gridò il giovane alla strega. «Se non vuoi una morte orrenda, restituiscimi l'ascia di ferro.»

La strega sibilò come una serpe, ma obbedì.

«La ringrazio, signora» – disse il giovane con cortesia beffarda. «Questo suo gesto la aiuterà a morire di morte naturale per la fame di ferro, che lei stessa portò nel nostro regno.»

Dalla fossa si sentirono maledizioni e imprecazioni, ma il giovane era oramai lontano. Il bravo giovane andò dal popolo.

Si trattò della sua terza, grande, azione eroica.

Quando il popolo vide il giovane con in spalla un'ascia, esclamò: «Ferro! Ferro! Si è fatto il ferro!»

Il popolo circondò il ragazzo. Il coraggioso giovane felice alzò l'ascia in alto da farla vedere a tutti e disse: «Gente, vi ho portato il ferro!»

Si udì un urlo di gioia. La gente si mise a piangere di felicità. In molti si misero in ginocchio, baciando l'ascia di ferro, come una reliquia. Insieme ai genitori versavano lacrime di gioia anche bambini. Nonostante non avessero mai visto il ferro, ne avevano sentito parlare bene dai genitori.

«Ferro! Evviva il ferro!» – gridavano donne e uomini, giovani e vecchi. «Evviva il ferro!»

La parola “ferro”, come ricorderai, nel linguaggio del popolo di questo regno significava una volta “miracolo”. Poi così si chiamò il ferro. Questa parola divenne anche il nome del giovane, che aveva sconfitto la perfida strega.

Col nome del ferro, la gente chiamò il giovane coraggioso. Era davvero degno di questo nome.

Quando si placarono le grida d'entusiasmo, il giovane, cui il popolo aveva dato il nome stupendo, Ferro, disse: «Gente, adesso vi mostrerò Ruggine.»

E portò tutti vicino alla fossa.

«Guardatela!»

La gente vide il corpo magro, arrugginito della perfida strega. Cattiveria, rancore, crudeltà la portarono alla fine ambita da tutti...

 

* * *

 

...A questo punto si potrebbe anche concludere la favola del ferro perduto e ritrovato. Quello che è stato narrato sarebbe sufficiente a far comprendere a te, mio giovane amico, e ai tuoi coetanei il significato che ha il ferro nella vita della gente e sino a che punto si dovrebbe apprezzarlo, stimarne ogni oggetto prodotto, sia macchina utensile, sia trattore o sia pur attrezzo semplice del falegname... Ma...

Ma vorrei terminare la favola, raccontando il destino del regno Terra-Ferro, non soltanto divenuto nuovamente un Paese di Ferro, ma divenuto un Grande Stato di giuste leggi.

Mancò poco che i re, nella lotta mortale per il dominio, rovinassero definitivamente tutte le ricchezze di Terra-Ferro. Ma il popolo decretò che nel loro Stato non ci sarebbe mai più stato un solo re, tranne che nel mazzo di carte da gioco e nelle favole.

Inoltre, il popolo decretò che tutti i beni della nazione sarebbero appartenuti a coloro che li avrebbero creati. E che, da oggi in poi, lo Stato sarebbe stato governato dalla mente lucida e dalle mani operose del suo popolo.

E così fu, divenne come volle il popolo.

La gente di un libero paese, Terra-Ferro, di uno Stato dalla mente lucida e dalle mani operose, dovette ricostruire tutto daccapo. Da una grande ascia, trovata dal giovane Ferro, forgiarono alcune piccole asce, con le quali cominciarono ad estrarre il minerale fossile di ferro.

Costruirono altiforni nuovi.

Passarono anni e tutti si dimenticarono della crudele strega. La brava gente si dimentica assai presto delle disgrazie, calamità, offese, privazioni, guerre e devastazioni subite. E' fatto in questo modo il nobile cuore umano.

Ed è bello che sia fatto in questa maniera. Tuttavia, persino il cuore più nobile e buono non ci deve convincere, né ingannare, del fatto che nel mondo non esistano, oltre Muffa e Ruggine, altre forze malvagie.

Vi sono, mio caro ragazzo, vi sono. Nel mondo, purtroppo, esistono ancora non poche forze malvagie... Ma...

Ma di ciò, parleremo un'altra volta. Adesso invece cerchiamo di pensare a quello che sarai e farai, quando diventerai grande. Chissà, forse, vorrai estrarre il minerale fossile di ferro, fondere il ferro e l'acciaio o forgiarlo. Probabilmente tu, scegliendo la tua strada professionale, potresti diventare un ottimo maestro metalmeccanico, per trasformare il ferro e suoi derivati in meravigliosi oggetti. Macchine. Automobili. Ponti. Ferrovie. Navi spaziali...

Ma se tu, mio giovane amico, ti occuperai del legno, diventando un ottimo maestro falegname o carpentiere, non sarebbe per nulla peggio, poiché viviamo in un paese, in cui sono stimati e rispettati in modo autentico ed identico tutti i materiali, tutti i maestri e le maestre...

Così il vecchio saggio finì la sua favola del ferro.

 

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1 Antica misura di peso russa pari a kg 16,38


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