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Su Totò 8. Totò, il teatro della vita e i "nuovi" giovani PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Liliana de Maria   
Venerdì 26 Luglio 2013 15:19

[in Totò. Tocchi e ritocchi, a cura di Giovanni Invitto, Il Raggio Verde, Lecce 2009]

 

Di notte, quando sono a letto,

nel buio della mia camera,

sento due occhi che mi fissano,

mi scrutano, mi interrogano.

Sono gli occhi della mia coscienza.

Totò

 

Totò rivela qui la sua ricchezza d’animo.

Nonostante siano passati ormai oltre quarant’anni dalla sua scomparsa, la sua memoria è ancora viva nella nostra cultura cinematografica e non solo. Totò consumò la sua arte in migliaia di film popolari e solo alcuni grandi registi seppero dare rilievo alle sue eccezionali doti di attore, vero animale da palcoscenico.

Attraverso il cinema, forma di racconto tipica della cultura moderna, Totò è riuscito a rendere comprensibile alla moltitudine la storia, le superstizioni, le vicende umane, in modo ilare per mezzo della sua abilità d’improvvisazione, della sua straordinaria mimica facciale, del suo saper utilizzare il corpo come un meccanismo disarticolato.

Con i suoi atteggiamenti di “pagliaccio–gentiluomo” rende la vita meno difficile da sopportare anche quando – pensiamo ad esempio al film Siamo uomini o caporali? – si racconta di guerra, di sofferenza, di miseria.

In una sola espressione Totò ha messo in scena la vita!

Il cinema ha così una delle sue svolte più caratteristiche prendendo dalla vita elementi veri per rappresentare delle finzioni: abbiamo dunque sullo schermo operai, professori, ogni categoria umana, con tutti i loro “tic” e le loro manie, che seppero rendere a volte con notevole verità e autorità il proprio personaggio. Rappresentarono, cioè, se stessi.

Totò rende quasi ridicola la realtà. La sua è una comicità aggressiva che serve a  stemperare l’insensatezza e ambiguità del reale; il suo spirito dissacrante, ma allo stesso tempo intelligente e pungente, riesce a prendere in esame diversi fenomeni che accadevano nella società del tempo. Pensiamo, ad esempio, alla celebre battuta: “Che tempi! Gli ospedali sono tutti pieni, i cimiteri esauriti”. Non sembra forse che, a distanza di anni, nonostante il progresso tecnologico e il miglioramento delle condizioni di vita, questa frase esprime al meglio uno dei tanti problemi del nostro tempo? E che dire ancora di “Siccome sono democratico, comando io”?

Possiamo solo affermare che Totò oggi è attuale più che mai. Sebbene egli, quando era in vita, fosse spesso osteggiato da una critica poco lungimirante che non apprezzava la sua “verve” comica e che gli negò sino alla fine il riconoscimento di un grande spessore artistico, ora, finalmente, il cinema s’impadronisce del suo personaggio, lo esalta e continua ad esaltarlo.

C’è da dire, però, che spesso la televisione nazionale utilizza nei suoi palinsesti, i film di Totò come riempitivi senza senso, specie nelle ore di minor ascolto. Ma Totò, oltre ad essere un bravo attore, era anche un eccellente compositore di poesie che, in chiave realistica, si soffermavano su temi filosofici, politici e a carattere familiare della Napoli dei primi anni del ‘900.

Leggendo una raccolta di poesie scritte da Totò, mi sono imbattuta in una, intitolata ‘A vita, che recita così:

 

A vita è bella, sì, è stato un dono,

un dono che ti ha fatto la natura.

Ma quanno po’ sta vita è ‘na sciagura,

vuie mm’ ‘o chiammate dono chisto ccà?

E nun parlo pe’ me ca, stuorto o muorto,

riesco a mm’abbuscà ‘na mille lire.

Tengo ‘a salute, e, non faccio per dire,

songo uno ‘e chille ca se fire ‘e fa.

Ma quante n’aggio visto ‘e disgraziate:

cecate, ciunche, scieme, sordomute.

Gente can un ha visto e maie avuto

‘nu poco ‘e bbene ‘a chesta umanità.

Guerre, miseria, famma, malatie,

crestiane addeventate pelle e ossa,

e tanta gioventù c’ ‘o culo ‘a fossa.

Chisto nun è ‘nu dono, è ‘nfamità.

 

Il definire il dono della vita “un’infamità” mette in risalto il suo giudizio nei confronti di certa religione. Antonio de Curtis non era stato un uomo particolarmente religioso. Credeva nell’Artefice di questo Creato, ma non credeva in quell’Aldilà prospettato dalla religione cristiana; affermava, al contrario, che l’inferno e il paradiso sono entrambi in questo mondo in quanto da quell’altro mondo nessuno era mai tornato per descriverlo.

Il suo credo ed il suo modo di vivere sono espressione di un uomo provato nel proprio intimo: nonostante il titolo nobiliare egli rimase un uomo semplice, memore delle tristezze che hanno segnato la sua infanzia e adolescenza, nemico delle ingiustizie e delle disuguaglianze.

A tal proposito ricordiamo la poesia ‘A livella il cui concetto centrale è il livellamento, il rendere uguali tutti gli uomini nel momento della morte.

 

Ma chi te cride d’essere… nu ddio?

Ccà dinto, ‘o vvuò capì, ca simmo eguale?

Muorto si’ tu e muorto so pur’io;

ognuno comme a ‘n’ato è tale e qquale

[...]

‘A morte…’o ssaje ched’è?... è una livella.

 

Con questo suo pensiero, il messaggio subliminale che Totò ci dà è l’esatto opposto di quello che si è portati a credere, ossia la dicotomia che vede la morte come dolore e ingiustizia, e la vita come gioia e felicità. Dimostra pertanto come, in realtà, sia la vita ad essere ingiusta e non la morte.

Giunto all’età in cui si “tirano le somme”, Antonio de Curtis, in un’intervista, fa il punto della sua vita e della sua carriera, come fanno tutti, d’altronde: «Io non ho ancora fatto nulla, sarei potuto diventare un grande attore e invece su cento e più film che ho girato, ne sono degni non più di cinque, ma anche se fossi diventato un grande attore, cosa sarebbe cambiato? Noi attori siamo solo venditori di chiacchiere, un falegname vale cento più di noi, almeno il tavolino che fabbrica resta nel tempo, dopo di lui, noi attori, anche se abbiamo successo, duriamo al massimo una generazione».

Molto spesso mi chiedo se la nuova generazione, cui io appartengo, possa sottovalutare gli insegnamenti di vita che il grande attore e maestro Totò ha reso accessibili a tutti. Come ci si può appassionare ad un personaggio, non del proprio tempo, che ha caratterizzato un determinato periodo storico? Sicuramente il primo modo per conoscere qualcosa è far riferimento alla cultura familiare. Ogni famiglia presenta una propria cultura, simbolo del momento in cui si è costituita e del periodo in cui è vissuta.

Ad esempio, io ho conosciuto indirettamente e ingenuamente il personaggio di Totò nei pomeriggi domenicali quando, non essendoci impegni lavorativi, si passava il tempo vedendo i film cosiddetti “in bianco e nero”. Se all’inizio trovavo tutto ciò abbastanza irrilevante perché, comunque, era un modo come un altro per rilassarsi, col passare dei giorni, anzi delle domeniche, iniziai ad appassionarmi ai film di Totò, intervallati di tanto in tanto dai commenti dei miei genitori, soprattutto di mio padre che ci spiegava espressioni dialettali napoletane o ancora i contesti storici e la morale nascosta nei film.

Continuai così, forse anche per un po’ di curiosità, a vederli con molta più attenzione e ad appassionarmi sempre più al personaggio di Totò. Ogni suo film genera in me una vera e propria “catarsi”, una purificazione della mente e dell’anima dalle fatiche della vita quotidiana che vengono rappresentate egregiamente con ilarità da questo attore.

Mi piaceva e mi piace tutt’ora crogiolarmi nella sua comicità tutta partenopea che, forse per il suo volto asimmetrico o per il suo modo di muoversi e gesticolare, viene resa unica. Totò è stato definito, da Nino Manfredi al telegiornale del 15 aprile 1967, il “Principe della risata” ma anche “l’ultima maschera della commedia dell’arte”. La “commedia dell’arte” intende quest’ultima parola “arte” come mestiere, abilità. Il comico dell’arte deve essere insieme mimo, cantante, musicista eccetera, così come lo era Totò.

Totò fu un attento osservatore della realtà: metteva in scena fenomeni sociali di massa, il suo atteggiamento negativo nei confronti degli hippies, il boom economico; metteva in berlina il vezzo tutto italiano della raccomandazione.

Chi può dimenticare il capostazione di Piovarolo? Chi è che più di lui ha messo alla berlina i capi fascisti, i tedeschi, i camerati? Chi ha saputo, più di lui, mettere in mostra quale fosse l’aspetto comico durante il periodo delle guerre mondiali?

Egli ha saputo sottolineare con ilarità quella tanto declamata e combattuta divisione nazionale tra Nord e Sud: il Nord economicamente e socialmente più sviluppato del Sud in cui ancora vigevano le leggi dei latifondisti. Come non ricordare il film Totò, Peppino e la malafemmina, quando Totò e Peppino si recano a Milano per chiedere informazioni al vigilante di turno che credevano fosse straniero:

 

Totò: Noio vulevon savuà! Ya l’indirix! Ya.

Vigile: Si ma qui c’è bisogno che si parli l’italiano!

Totò: Noi vorremo sapere per andare dove dobbiamo andare, dove dobbiamo andare? Sa, una semplice informazione.

 

I suoi film rappresentano strettamente la realtà anche dal punto di vista dell’ambientazione (la dolce vita di via Veneto) e sono film di puro realismo. Stabile è il rapporto tra comico e spalla, con una novità: il “prevaricatore” è il comico e chi subisce è la spalla. I ruoli s’invertono; pertanto lavorare con Totò risultava difficile poiché egli era imprevedibile: da bravo comico dell’arte utilizzava un “canovaccio” per poi improvvisare. La spalla per Totò non solo era un partner che dava la battuta, che gli faceva da contrappunto per instaurare un discorso comico, ma era anche un vero e proprio punto d’appoggio.

Il fatto di provenire dal Sud portava lo stesso attore nei suoi film ad assumere una certa importanza e ruolo di contrasto specifico nell’incontro con esponenti del nord o ancora con uomini politici.

Si può quasi dire che Totò nei suoi film riusciva a trasfigurare quel desiderio di prevaricazione sociale della gente del Sud nei confronti di quella del Nord. La celebre espressione “signori si nasce e modestamente io lo nacqui” racchiude in sé la volontà da parte delle genti del Sud di dimostrare che anche se nati in condizioni misere e umili, signori si nasce, signori d’animo intendo. “È vero ho rubato per venticinque anni, ma l’ho fatto per alleviare le sofferenze di un orfano, povero, senza casa, senza madre, né padre: io!”

Le battute comiche di Totò sono diventate fucina di espressioni, entrate poi di diritto a far parte del linguaggio comune: “Ammesso e non concesso”, “Ma mi faccia il piacere”; o i suoi bisticci linguistici come “Dica duca, dica”.

Ricordiamo ancora l’importante interpretazione di Totò nel personaggio di Rosario Chiarchiaro, protagonista della novella La patente di Pirandello, che voleva ottenere la “patente” di iettatore! Viene qui rappresentata ed estremizzata la superstizione, usata dal personaggio solo con lo scopo di farsi conoscere come iettatore dallo Stato. Legalizzando, dunque, la sua nuova professione Chiarchiaro avrebbe potuto ricevere una rendita fissa che gli avrebbe permesso di mantenere la sua povera famiglia. Nel film vengono ricostruiti i diversi spaccati di quella realtà: la casa, il tribunale, le strade, il caffè, il laboratorio di fuochi artificiali dove lavorava Chiarchiaro e che, durante la sua ultima visita al padrone che lo ha licenziato, salta in aria.

Totò, insomma, ha presentato l’arte in tutte le sue sfaccettature: mimica (facciale, corporea), musicale, poetica, recitativa ecc.

Proprio per questo suo essere un “genio” dell’arte a tutto tondo, la sua comicità risulta essere una vera e propria terapia. Come dimenticare Totò nei panni di Antonio La Trippa, nel film Gli onorevoli, ambientato nel periodo della propaganda elettorale? O ancora nei panni di un’odiosa marionetta impegnata nella rappresentazione dell’Otello nell’episodio Che cosa sono le nuvole?, diretto da Pier Paolo Pasolini…

Egli temeva di durare solo una “generazione”, ma non è stato così: il suo personaggio è ormai una pietra importante della nostra storia culturale anche per molti giovani.


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