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Il fascino pungente del macrozooplancton gelatinoso - (28 luglio 2013) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 19 Agosto 2013 09:36

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 28 luglio 2013]

 

Macrozooplancton gelatinoso. Leggendo queste due parole avete immediatamente capito di che voglio parlare, giusto? Sbagliato! Non capisce nessuno, a parte i pochi fanatici che fanno il mio mestiere. Sì, per quanto strano possa sembrare, sono pagato per studiare il macrozooplancton gelatinoso. E le Nazioni Unite, attraverso la FAO, hanno persino pubblicato un libro (scritto da me) sull’argomento (lo trovate qui: http://www.fao.org/docrep/017/i3169e/i3169e.pdf). Ora devo svelare il mistero, altrimenti la lettura si ferma qui. Sto parlando di meduse. E non solo. Nel mese di maggio, le coste del Salento sono state invase dalle salpe (da non confondersi con i pesci dallo stesso nome), organismi gelatinosi che possono formare catene di individui, ognuno con una macchia arancione molto evidente, lunghe anche 6 o più metri. La gente le chiamava meduse, ed era preoccupatissima. Questi lunghi serpentoni sono assolutamente innocui, non pungono, semplicemente perché non sono meduse, anche se sono gelatinosi. Dato che mi sono sobbarcato la missione di aumentare l’alfabetizzazione marina dei lettori di Quotidiano, comincio la lezione. Tutti i viventi sono fatti di cellule. Sono i mattoni che compongono i corpi degli organismi, anche il nostro. Ma ci vuole qualcosa che tenga assieme i mattoni, perché l’edificio resti in piedi: il cemento. Negli organismi il cemento è la matrice extracellulare. Qualcosa che non è fatto di cellule e che tiene assieme le cellule. Bene, nelle meduse, e in altri animali, c’è più matrice extracellulare che cellule. E quella matrice la chiamiamo “gelatina”. Da qui, l’epiteto “gelatinoso”. Gran parte della gelatina è fatta di acqua, ma c’è anche collagene e molto altro. Collagene vi suona familiare, lo so. Ma scommetto che pochissimi sanno che significa. Però non posso iniziare una lezione sulle proteine, e quindi vi invito a cercare su wikipedia. Ora che abbiamo capito cosa vuol dire gelatinoso, con macrozooplancton come la mettiamo? Bè, macro vuol dire grande, e zoo vuol dire animale, e quindi stiamo parlando di animali grandi. Il plancton è l’insieme di organismi, animali e vegetali, che vivono in sospensione nell’acqua e non sono in grado di muoversi contro corrente (anche se possono muoversi eccome ma, ripeto, non controcorrente). Ecco svelato il mistero: plancton animale di grandi dimensioni e composto prevalentemente di matrice extracellulare. Semplice, no? In questa categoria ci sono le meduse, ma non solo. Ci sono anche i taliacei, come gli zoologi chiamano quei serpentoni che ci hanno deliziato a maggio. Ci sono molti tipi di taliacei, e quelli che abbiamo visto si chiamano salpe. Filtrano l’acqua, proprio come le cozze, e non pungono. Ve le potete mettere al collo, come una collanona. Poi ci sono gli ctenofori. Mai sentiti, eh? Lo so che il grado di alfabetizzazione marina è bassissimo, nel nostro paese. Non ve ne fate un cruccio, non è colpa vostra. Ci educano così. Sapete a memoria il Cinque Maggio (Ei fu siccome immobile, dato il mortal sospiro...), ma non sapete cosa sono gli ctenofori (e neppure i taliacei, se è per questo). Gli ctenofori sono simili alle meduse, ma non si muovono con pulsazioni, come fanno le meduse, e neppure formando correnti d’acqua come fanno le salpe, che viaggiano a getto, come i jet. Hanno otto serie di bande ciliate sul loro corpo, e con queste si muovono. Sono iridescenti. L’animale si muove, ma non si vedono contrazioni, pulsazioni. Si vedono solo iridescenze sul suo corpo. Gli ctenofori sono voracissimi carnivori, ma non pungono. Per noi sono innocui.

Va bene, la lezione col ditino alzato è finita. Ora passiamo alle meduse, visto che di salpe ho già parlato abbondantemente a maggio, su queste pagine.

Le meduse pungono. Hanno degli organelli, nelle loro cellule, chiamati cnidocisti. Sono piccole capsule e, all’interno, hanno un filamento rivoltato. Pensate a un guanto per lavare i piatti. Lo togliete, e le dita sono rivoltate, giusto? Soffiate nel guanto e... pop... le dita sono sparate fuori. Ora invece del guanto, pensate a una capsula (come il palmo del guanto) con un solo filamento all’interno, ripiegato come il dito di un guanto. Quando qualcosa tocca la cellula che contiene la capsula, con un meccanismo di scambio di liquidi tra l’interno e l’esterno della capsula (equivalente al soffio nel guanto) il filamento viene sparato fuori in modo rapidissimo. Il filamento ha un’apertura all’estremità e la capsula contiene veleno. Le cnidocisti sono microsiringhe che iniettano veleno. Ogni medusa ne contiene migliaia. Ma ci sono tante, tantissime specie di meduse. E non tutte hanno veleni che ci possono far male. Molte sono innocue. Intendiamoci, meglio sempre lasciarle in pace, perché gli animali vanno rispettati, però si possono avvicinare senza grossi pericoli. Altre, invece, fanno male. In Australia ce ne sono che uccidono. E hanno ucciso più persone degli squali. Da noi no. Questo pericolo non c’è. Però se vedete Pelagia in acqua, meglio non fare il bagno. Pelagia è una medusa di color porpora, con un ombrello di 6-16 centimetri, quattro lunghe braccia orali e lunghi, lunghissimi tentacoli. I tentacoli possono essere contratti ma, se distesi, arrivano lontano. Anche diversi metri. Con quei tentacoli Pelagia caccia le sue prede. Le cnidocisti dei tentacoli (ma tutto il corpo è dotato di cnidocisti, quindi attenzione!) sono dotate di un veleno che fulmina le prede in pochissimo tempo, poi i tentacoli sono contratti e le quattro braccia orali prendono le prede e le ingoiano. Pelagia va in branchi, come i lupi, solo che i branchi, se si parla di animali marini, si chiamano banchi (non chiedetemi perché). Se vi capita di nuotare, e entrate in un banco di Pelagia... sono dolori. Magari le vedete anche, ma i tentacoli distesi non li vedete, e vi pungono senza pietà. Sono anche dove non sembra che siano. I tentacoli si rompono quando noi ci allontaniamo, e restano sulla nostra pelle. E le cnidocisti  che non hanno ancora scaricato il loro veleno possono continuare a farlo, anche se il tentacolo è staccato.

Che fare se si viene punti? La prima cosa è: tranquillizzarsi. Non siamo in Australia, non c’è pericolo di vita. Solo un po’ di dolore. Lo dico perché qualcuno potrebbe nuotare al largo, ed esser punto. Se ci si fa prendere dal terrore, dall’ansia, dagli spasmi, si perde il controllo, ci si muove in modo convulso, si respira a fatica e... si corre il rischio di affogare. Inoltre, più vi muovete e più vi aggrovigliate nei tentacoli. La calma è sempre il modo migliore di affrontare le emergenze. Con calma, stringendo i denti, tornate a riva. Ora dovete togliervi i tentacoli che sono rimasti sulla pelle. Il primo impulso è fregare con le mani la parte dolente. Grave errore. Perché così spalmate ben bene i tentacoli sulla pelle, aumentando le scariche delle cnidocisti. Andate a cercare il vostro portafoglio (una volta me l’hanno rubato, mentre ero sulla spiaggia). In teoria dovreste avere la tessera sanitaria, e questo è il momento di usarla: con la tessera sanitaria (o con una carta di credito, ma anche con un coltello... però state attenti a non tagliarvi) “fate la barba” alla zona dolorante. In questo modo raschiate via i tentacoli (non pulite la tessera sanitaria sulla gamba, però, perché altrimenti avvelenate altre parti del vostro corpo). Lavate la parte dolorante con acqua di mare. Di mare! non acqua dolce. Ho detto che le cnidocisti scaricano grazie a scambi di liquidi tra l’interno e l’esterno delle capsule. L’acqua dolce facilita la scarica. Non usatela. E non usate il ghiaccio, perché è fatto con l’acqua dolce. Ora avete tolto i tentacoli e avete lavato la parte interessata. Quacuno consiglia di orinare sulla parte dolorante. Immagino la scena se qualcuno viene punto sul viso. Lasciate perdere. Il veleno di molte meduse è termolabile. Il che significa che perde di efficacia con le alte temperature. No, non usate il ferro rovente, per favore! Basta usare una pietra scaldata al sole, o la sabbia calda della spiaggia. Questo dovrebbe alleviare gli effetti nel momento dell’emergenza. Se poi il dolore persiste allora andate in farmacia e chiedete. Le farmacie sono lì per questo.

Ora che vi ho spiegato qualcosa di utile, vi chiedo un favore. Sono anni che faccio un esperimento di scienza dei cittadini. Chiedo alla gente di segnalarmi la presenza di meduse. Un artista formidabile (Alberto Gennari) e un grafico altrettanto formidabile (Fabio Tresca) hanno realizzato un poster bellissimo, dove si possono riconoscere le meduse urticanti (col nome in rosso) quelle poco urticanti (col nome in giallo) e poi il resto del macrozooplancton gelatinoso (col nome in bianco) e ci sono le istruzioni per inviarci le segnalazioni. Le potete fare anche da http://meteomeduse.focus.it/ sul sito della rivista Focus. Dal poster potrete riconoscere le specie pericolose e quelle quasi innocue (con veleni poco urticanti) come Rhizostoma o Cotylorhiza. Bellissime, spesso con branchetti di piccoli pesci che nuotano sotto il loro ombrello. Sono uno spettacolo. Se ci inviate le segnalazioni ci aiutate a ricostruire la presenza delle meduse lungo le coste italiane, e diventate dei cittadini scienziati. Occhio alla medusa! è un esperimento di scienza dei cittadini. E sul sito di Focus trovate la mappa con la distribuzione delle meduse, in base alle segnalazioni dei cittadini.

Bene, la lezione per oggi è finita. Ora andate a fare il bagno. E se vedete meduse in mare non perdete la calma. Non portatele a riva e non mettetele a seccare al sole. Il mare è anche loro, e anche loro hanno diritto di vivere. Francesco parlava al lupo, ma sono sicuro che parlerebbe anche alle meduse!


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