Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
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Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
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Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
Memorie Narranti: l'Università Popolare aderisce all'iniziativa del Patto per la Lettura in occasione della giornata della memoria
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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 3. L'impresa di Markel Dassefacelov & figli PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Lunedì 19 Agosto 2013 16:03

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


Nei tempi più remoti dei tempi antichi accadde questo. Visse in quegli immemorabili tempi Markel Marchiovič Dassefacelov. Quest'uomo faceva tutto da sé. Arava i campi, forgiava il ferro, realizzava altiforni rudimentali, in cui fondere il minerale di ferro, andava a caccia, pescava.

Sua moglie, Markelovna Dassefacelovna, teneva tutto il lavoro femminile sulle sue spalle: filava il lino, tesseva la tela, salava-conciava le pelli fresche, per tutti cuciva vestiti e scarpe, friggeva, bolliva, lessava, infornava, educava i figli nel segno dell'operosità e dell'intelligenza.

Giudiziosi ed abili crescevano i figlioli, maschi e femmine. Al padre e alla madre somigliavano i giovani, Markelovici Dassefacelovici. Nessun lavoro temevano: spaccare la legna, arare la terra con l'aratro di legno, fucinare-forgiare il ferro, modellare il vasellame d'argilla e costruire le fornaci per la sua cottura. Seminare il grano, raccoglierlo, ventilarlo, macinarlo: sapevano fare tutto.

Ma cominciò ad accorgersi, Markel, che il figlio maggiore era incline, più degli altri, a lavorare nel campo e che la stessa terra a lui fruttava meglio di tutti gli altri.

Il secondo figlio, invece, non si spostava dall'incudine e forgiava il metallo così bene come Markel mai se lo sognava.

Il terzo figlio, Sazon Markelovič Dassefacelov, idem; era adatto ad ogni lavoro, ma era tanto bravo nel pescare e nel cacciare da insegnarlo a tutti gli altri.

Era cresciuto intanto il quarto figlio, Platon Markelovič Dassefacelov, il quale prese una tale confidenza con l'accetta da costruire con il legno un'isba per ciascun fratello ed una bella casetta a torre per ogni sorella.

Markel vide che anche le figlie erano cresciute, da brave lavoratrici, come i loro genitori; ma vide anche che in ognuna delle ragazze batteva una venuzza lavorativa tutta sua, particolare. La prima sapeva cucire gli abiti da non poter staccare gli occhi, la seconda tesseva le tele da far aprir la bocca di meraviglia. Nelle mani della terza sorrideva il vasellame. Qualsiasi oggetto, da una tazza al vaso di terracotta, rallegrava la gente.

Queste faccende impensierirono Markel Dassefacelov. Pensò a lungo. Quando arrivò il tempo per Markel Dassefacelov di salutare per sempre la sua famiglia, chiamò attorno a sé tutti quanti e fece loro un discorso di addio, dicendo: «Figli miei! Vedo che ognuno di voi ha superato tutti gli altri fratelli in un solo mestiere. Ciò mi fa credere che le diverse mani abbiano una diversa presa e che ogni testa abbia una capacità ben precisa. Quindi continuate a coltivare sempre più la capacità che più vi è propria. Suggerite la stessa cosa ai vostri figli e ai nipoti!»

Markel morì. E le fatiche di Markel divisero fra loro figli e figlie. Tuttavia non si scisse l'impresa del padre. Ognuno, pur vivendo in casa propria, forniva i frutti del proprio lavoro anche a tutti gli altri. Un figlio per tutti arava, seminava, raccoglieva il grano. L'altro fondeva per tutti il minerale del ferro e forgiava il ferro. Il terzo guadagnava a modo suo nel bosco, vestiva i fratelli e le sorelle di calde pellicce.

Le figlie anche: chi tesseva le tele, chi le tele tingeva, chi le pelli fresche dei montoni conciava e alluminava, chi cuciva gli abiti e le scarpe, chi modellava il vasellame... Sempre per tutti.

Così sulla terra apparvero i mastri artigiani e si generarono i vari mestieri. La gente cominciò a vivere meglio.

Dai figli e dalle figlie di Markel, oramai sposati, crebbe e si allargò la famiglia, nacquero dei nipoti, dei pronipoti, che, ancor più, diventarono dei maestri con le mani dalla presa forte. Ognuno nel suo mestiere fece il passo talmente lungo, che obbligò il vento, l'acqua e il fuoco a lavorare al proprio servizio.

In questa favola la morale è assai semplice: quando inizi a cercare la strada del lavoro, un tuo sentiero felice, ricordati le parole sagge di Markel Marchiovič Dassefacelov. Pensaci bene, controlla, assicurati quale venuzza lavorativa davvero palpita in te, qual è il mestiere che meglio di altri ti riesce: quello è il tuo!

Prendilo e coltiva, sviluppa, innalza ancor più il suo valore. Non sbaglierai di certo. Andrai molto lontano, se troverai il tuo mestiere. Non per niente, Markel, per la brava gente aveva legato un nodo-promemoria: «Le diverse mani hanno una diversa presa, ogni testa ha una capacità ben precisa.»


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