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Home Poesia Poesia Albe infrante (1982-95) - Parte seconda
Albe infrante (1982-95) - Parte seconda PDF Stampa E-mail
Poesia
Scritto da Gianmarino De Riccardis   
Martedì 20 Agosto 2013 15:42

Davanti a luoghi di strade perniciose

rincorro il venditore bilingue

che sapeva di me

quando sostavo nella darsena dei rigattieri

mentre ora resisto all’usura

e replico i giorni nella morte sottile.

Ancora immobile davanti a te Magda

resta poco del lago

del bivio dove ti incontrai.

Ora lì giacciono diversi giacigli infestati

dagli avi lubrici

cosparsi di giada nei vicoli ciechi

ai margini di un abbandono.

Ora riscatto i momenti dissanguati

rintracciandoti

al vagare del dio serpente

nelle aureole invaghite di versi

nei solstizi dissipati

nelle stagioni perdute

immaginandoti.

 

 

 

 

Ferme sui rami

tratteggiate

strame inutili

stanano le selve

gravide di sangue

e traghettano la livida zattera

fino a ripararsi

nel cavo orale di qualche dio.

E tu continui il gioco monocorde

invochi la dea cieca invano

le stai intorno col corpo riverso

foriero di insidia

residuale rifiuto

intanto –di mai in mai- dici

-vado carponi-

e scavi sottecchi l’epidermide

intoccabile

raggiro vizioso

dove muore il rumore del mare.

La veste di Ermione lacera e spumeggiante

di acqua lesa

ricopre le gobbe del giorno tossico

mentre i limitrofi dormono d’attesa

stremati al sibilo serale

… e noi due misuriamo la distanza

delle labbra

figlie purpuree d’empietà.

 

 

1

 

Guardavo il finire del mio orizzonte

dal desco del re

gli scudi inzuppati di rosso

ingiuria mortale

battaglia perduta

alla prima luce dell’Est.

Le donne vestite

nell’ammanto del cielo autunnale

dipinto sopra ai davanzali

riversi sul mare.

L’ora giudicante

rivolse le tiepide mani agli astanti

e iniziò da colei

che rea spettatrice

rovinò nella sera

le calze a rete e i gioielli del re.

 

2

 

Scoglio proteso

riparò le sue ali

per un millennio

come la Fenice alla corte del pericolo

si schiariva la valle

e schizzò via il morbo di vivere

nei ripostigli del pensiero.

Quando giunsero dal Nord

le neglette Parche.

 

 

1

Il gorgo avvolge con le spire

dalla fonte del vento

il corpo tuo

splendente e primigenio

svelato all’attesa del giudizio.

Al tuo nascere qualcosa si spezzò: un argine ancestrale.

Ora domini l’afflato della terra.

 

2

Sferza l’ira divina

fin nei più oscuri meandri

del magico giorno

che trascolora

e di te ricopre intorno

la disperata assenza

che copre

nel furioso avanzare delle nuvole

i cieli e la terra.

S’addentra come in cieche grotte

la nera mano che scatena

il tumultuoso celarsi

dello spasimo

gettato sugli uomini.

Ma all’alba tornerà il sereno

il lento trascorrere quotidiano

rigurgito sospeso

lento consumarsi del tempo

l’ombra delle morte.

 

 

3

Sui loro corpi la violenza dissacratrice

la dissoluzione

nel crespo tramonto di sangue.

Cercò ancora l’ultimo appiglio

la cieca salvazione dei sensi

quando il nero marasma

travolse il suo destino

il suo volere informe

e scomparve.

 

 

Incantamento


Così le dedicava:

Giochi di perle e sacrifici

agli dei pagani offrirei,

ti donerei casti fiori per

cospargerne il corpo

e una manciata di stelle per adorarti

regina. Di esse corona farei sul tuo capo e i cori celesti

estasiati al tuo incedere

canterebbero inni.

Ti donerei il mio sangue per

far pulsare il tuo cuore e

gemme purissime per adorarne

il tuo viso.

Ti offrirei stille d’argento

perché brillassi nel cielo

e per raggiungerti seguirei

della cometa la scia.

Ti donerei il mio candore

e la mia forza, l’istinto

e la passione, e per te

un millennio aspetterei

per liberarti e sentire il tuo nome”.

 

Si destava dalla stessa luce invaso nel corpo.

Magda smarrita in scopi eterni

oscurata in altri naufragi.

 

 

 

Insieme

 

Ti cerco sempre,

negli occhi sfuggenti dell’infanzia,

nel buio ricordo di sere interminabili

e di tenui penombre nei vicoli.

Ti cerco,

nel raccogliere le reti

imbevute dopo il naufragio

e nei lunghi silenzi del riposo.

Ti cerco sempre,

tra i sassi e la ghiaia,

nelle ore infuocate di albe infrante,

nelle distese

e in ogni angolo angusto della memoria.

Ti ho persa

tra le argentee rocce,

lo spazio di un mattino ha rotto l’incanto.

E qui son fermo,

di fronte al mare che più non sento,

come te disperso,

anima prigioniera,

in questa spessa densità di nuvole.

 

 

 

La croce di stelle sciala

le luci del Nord ed i riflessi

di abbagli sperduti sugli spazi

schiumanti di acque abbattute

dagli scogli della mia terra di un tempo

e il mio regno che muore

in un cono d’ombra

abissale

senza limite

con me dio assente

sbranato dal rimorso.

Urlo il tuo nome sugli alberi

sulle cortecce ormai come di pietra

regno promesso

terra di Aragorn ormai senza re.

Distruggo col pensiero lo scheletro

di ciò che rimane

giorno dopo giorno.

Vena di bosco, acqua sorgiva

verso il sole frontale

compagna di esodi inutili.

 

 

 

La mente si frange dappertutto

attracco ai meriggi

l’emblema irrisolto che mi dissotterra

incredibile pericolosa schiuma natante-nauseante

ci distoglie ai convivi soppressi

impeto astrale continua assordante

in luoghi comuni vie decentrate

nell’espandersi ancorato (si scarna)

alle zone morte della Cappadocia

sulle punte incrinate a fuochi

e libertine proprio nel sesso

quindi m’escludo libero le vele

ti imprimo nella rimembranza

e mi addormento

Magda.

 

 

 

Limiti

 

1

Additavo quella duna

per giungere alle tue dita

dal girone degli ignavi in giù.

Presa dalla anguicrinite Erinni

verso scoscesi sentieri

in solitaria attesa

di una evocazione

vaga nell’assioma esistenziale

di chi non vede.

 

2

Per questo la musica si rivoltò

rovesciando il tuo dolore

nel suo universo azzurrino

portata da una voce

sul palcoscenico dei tuoi giorni.

Insieme nel pallido viaggio

mutilo di immagini e solo

in una selva di variabili.

Ma hai salvato gli occhi fatui

ora guardano sterpi sotto il ponte.

La notte piroetterà sulle funi

l’invisibile cometa

e saranno solo sguardi allora

a prenderti per mano.

 

 

3

Ruvida e luminosa la pelle franta

sopra ad ali di corvo.

Ci fissiamo come vecchi zingari in attesa

dell’oracolo finale

e il tuo è quasi perso in un attimo.

Inciampi nei mesi e ti corrode l’occhio vigile.

Donerò alla casa un’epopea

il frutto incestuoso e fitto

con cui drogare la vita

l’ultima notte.

 

 

L’ombra dei miei giorni

non squadrò mai il mio collo

scoperto agli stracci e alle stagioni

amico di naufraghi e deserti

testimone di veti

segreto di fiori

inestinguibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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