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Il turismo e la bellezza salentina di mare e di terra - (agosto 2013) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 22 Agosto 2013 15:42

Le scelte apparentemente inconciliabili del turismo in Salento

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, agosto 2013]

 

Non credo ai proverbi. Spesso dicono tutto e il contrario di tutto. Tipo: “l’unione fa la forza” a cui fa da contraltare “chi fa da sé fa per tre”, o “chi non risica non rosica” accompagnato da “tanto va la gatta al lardo... che ci lascia lo zampino”. Per le discussioni in corso sul futuro del Salento mi vengono in mente due proverbi opposti. “Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca” e “prendere due piccioni con una fava”.

E’ in corso una discussione sulle tipologie di offerta turistica da promuovere in Salento. C’è chi ambisce ad un turismo di classe, che attiri persone con buone disponibilità economiche, desiderose di godere la bellezza dei nostri luoghi, la delizia della nostra gastronomia, la natura, le masserie fortificate, gli angoli magici e tranquilli. E c’è chi vuole Rimini, con moltitudini di vacanzieri desiderosi di fare baldoria al suono di musiche tribali, che simulano il battito cardiaco. Possiamo avere entrambi i tipi di turisti?  Una spiaggia popolata da orde dedite a danze sfrenate, scandite dal bum bum bum di grossi altoparlanti, e istruite da sacerdotesse discinte che, con movimenti lascivi, incitano alla partecipazione, non è compatibile con la frequentazione di chi vuole godersi il mare, nuotare, leggere un libro, sonnecchiare pigramente e rilassarsi. Magari giocare con i propri figli, esplorare i fondali con una maschera, o semplicemente sentire il rumore del mare, stando distesi sulla sabbia calda, ma non troppo, vicino al bagnasciuga. Senza correre il rischio di essere colpiti da una palla sfuggita a una coppia che gioca con i racchettoni, incurante del resto del mondo.

La stessa spiaggia non può rispondere alle esigenze di queste due tipologie di turismo. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Mi direte: hai 62 anni, è evidente che non ti piace la spiaggia dedicata ai giovani. No, non è così. Ho iniziato ad andare in moto dall’età di 14 anni e ho continuato fino a 38 (senza mai possedere un’automobile, se non nell’anno trascorso in California) e per me le vacanze erano una tenda, un sacco a pelo, i miei amici e amiche, e posti sperduti, magari in Corsica o su piccole isole dell’arcipelago toscano, lontane da tutto. Campeggio libero, su spiagge deserte o in cale rocciose dove l’acqua ha il colore di smeraldo. La condizione necessaria era che non ci fosse nessuno. C’erano invece compagni di liceo, e poi di università, che amavano le folle e volevano andare in discoteca. Per loro una spiaggia deserta era un mortorio. Per noi era (e continua ad essere) il paradiso. Una volta abbiamo provato una vacanza “mista”, con discotecari e amanti del “niente”, ma dopo un giorno e mezzo ci siamo separati. Le visioni di cosa sia una vacanza sono inconciliabili. Non è questione di età, è questione di visione della vita.

E i due piccioni con una fava? A Gallipoli c’è una spiaggia per le orde danzanti, ma a pochissima distanza, a Lido Pizzo, c’è una spiaggia di quelle che piacciono a me e che è stata votata tra le più belle spiagge d’Italia. Possono coesistere le due visioni della vita? Possono, a patto che siano rigorosamente separate. Chi sta sulla spiaggia “tranquilla” ama anche passeggiare lungo la riva e non gradisce addentrarsi in tratti di costa popolati da orde danzanti. Non gradisce neppure le pallonate di improvvisati Maradona che sollevano tonnellate di sabbia.

Ci potrebbero essere spiagge dedicate ai riti tribali, altre magari per i nudisti, altre ancora per chi vuole godersi il mare in santa pace, senza dover rimirare apparati genitali in bella mostra di sé. Si potrebbero differenziare le politiche dei gestori di stabilimenti balneari, e magari anche le tipologie di licenze. E poi ci sono le coste rocciose, che si difendono da sole dagli amanti del ballo sulla spiaggia. Non si balla sugli scogli.  Una definizione delle tipologie d’uso dei litorali potrebbe salvare capra e cavoli. Magari permettendo la costruzione, sulle coste rocciose, di stabilimenti balneari che imitino l’architettura dei trabucchi del Gargano, fatti con i tronchi portati dal mare, senza alterare la costa con strutture di cemento. Un mosaico di destinazioni d’uso del litorale potrebbe mettere tutti d’accordo, con un differenziamento delle offerte che venga incontro a esigenze spazialmente e culturalmente incompatibili. E poi potrebbe anche avvenire che i danzatori possano sentire la necessità di un po’ di tranquillità e che i tranquilli, una volta ogni tanto, possano aver voglia di scatenarsi un po’. L’importante è che le destinazioni d’uso siano ben definite. Ora non resta che definirle per bene, in modo da conciliare le esigenze di tutti, e forse, una volta tanto, potremo avere la botte piena e la moglie ubriaca (spero che le mogli mi perdonino per l’uso di questo proverbio, che le vede accostate alle botti...).

 

 

 

La bellezza rimasta sulla terra... è in mare


[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, agosto 2013]

 

I parchi nazionali sono musei all’aperto, allestiti per farci vedere quel che sta diventando sempre più raro: la bellezza della natura. Entriamo in un museo per vedere opere d’arte, ma l’arte, in un parco, non è rappresentazione di bellezza mediata da un interprete umano. L’artista è la natura. Noi l’abbiamo distrutta, violentata, corrotta e ora siamo costretti a tenere in un museo quel che dovrebbe essere tutto attorno a noi.

In Salento non ci sono parchi nazionali, a terra. Oramai non ci sono territori integri, allo stato naturale, tali da meritare un certificato di qualità dallo stato italiano. Ma in mare sì. Si chiamano Aree Marine Protette. Una, molto grande, esalta le qualità del mare di Porto Cesareo e Nardò, un’altra certifica la qualità di Torre Guaceto, subito a nord di Brindisi. Ed è in arrivo una terza Area Marina Protetta, per proteggere il magico tratto di costa che va da Otranto a Leuca, già parco regionale a terra.

Abbiamo ancora molti tesori sottomarini. Bastano una maschera subacquea e un paio di pinne e si può già vedere la natura in azione, se poi si è in grado di immergersi con un autorespiratore gli spettacoli sono incomparabili. E’ una bellezza che i salentini hanno iniziato ad apprezzare da poco tempo. Venticinque anni fa eravamo allegramente intenti a smantellare le rocce per prendere i datteri di mare, e ci sembrava strano che qualcuno potesse preoccuparsi per un po’ di alghe, spugne, briozoi, madrepore, in altre parole di tutto quello che i biologi marini chiamano benthos (gli organismi che vivono a diretto contatto con il fondo marino). Questi organismi fanno il paesaggio sottomarino e se li togliamo è come se disboscassimo un’area. Ci vuole molto perché ricresca un bosco, e ci vuole molto perché si riformi quel che abbiamo distrutto sotto il mare. Ma sta tornando. Abbandonate, con poche eccezioni, le cattive abitudini stiamo diventando cultori della bellezza della natura. Ma quali sono i paesaggi sottomarini che ci attirano di più? Ci ho pensato molto, e ho persino scritto un libro sull’argomento (si chiama Ecologia della Bellezza). Noi siamo animali terrestri e ci piacciono gli alberi e i fiori. In mare non ci sono alberi e, dato che non ci sono insetti, i fiori delle poche piante marine (come la Posidonia) non sono appariscenti. Ma in mare ci sono animali che sembrano piante. Un tempo si chiamavano zoofiti (animali piante). Non ci sono animali che vivono attaccati al suolo, a terra. Ma in mare sì. Sembrano piante, ma devono mangiare altri animali per vivere. I più famosi sono i coralli e le gorgonie. E poi ci sono gli anemoni di mare, le attinie. Pensateci, sembrano fiori. Hanno una corona di tentacoli che sembrano i petali di un fiore, ma sono invece una trappola mortale per ogni animaletto che venga in loro contatto. Al centro c’è la bocca. Molti di questi organismi sono coloniali, come le gorgonie, e sembrano alberi. Alberi carichi di fiori. E poi ci sono le spugne. In Salento ce ne sono di molto grandi, le axinelle. Sono arancioni e anche loro sembrano alberi. Gorgonie e spugne fanno vere e proprie foreste, e al loro interno brulica la vita. E poi ci sono i briozoi, che formano incrostazioni rosse e gialle, alcuni assomigliano al corallo rosso, ma a differenza del corallo si rompono facilmente. Meglio non prenderle. Meglio non toccare nulla. Guardare sì, toccare no.

Ma anche le foreste di alghe sono bellissime, e possono fare fronde lunghe anche più di un metro. Al loro interno, sulle rocce, si celano granchi, e pesci, e grandi vermi marini, gamberi.

E’ un mondo diverso da quello terrestre, molto diverso. Non siamo neppure in grado di capire bene come funziona. O meglio, i biologi marini lo sanno, ma solo loro. Un ambiente dove le piante sono spesso meno degli animali come può funzionare? Ci vuole la fotosintesi, e poi gli erbivori, e poi i carnivori. Ma se dominano gli animali abbiamo erbivori e carnivori e... l’”erba” dove è? In mare la funzione ecologica delle piante la fanno piccoli organismi microscopici, unicellulari, in grado di espletare la fotosintesi. E’ il fitoplancton. Non fa paesaggio, e quindi ha bassa importanza strutturale, ma la sua funzione è essenziale. A terra, il paesaggio è fatto dalle piante, e gli animali si muovono al loro interno. In mare, invece, al di sotto di una certa profondità, o comunque in zone ombreggiate, il paesaggio è fatto di animali, e le piante sono invisibili, sospese nell’acqua al di sopra degli animali. Dove la luce è sufficiente per la fotosintesi.

Un mondo diverso, quindi, a portata di mano ma diverso. Un mondo dove possiamo stare per poco tempo. Certo, possiamo stare a lungo sulla superficie del mare, con una barca. Ma sotto il mare il nostro tempo è limitato: non abbiamo le branchie. Bè, ci sono mammiferi e rettili marini che non hanno le branchie e vivono comunque sempre a contatto del mare. Abbiamo già parlato di loro: balene, delfini, tartarughe e foche. Ma noi non siamo adattati a una vita in mare. Come non siamo adatti alla vita su altri pianeti.

Pare che (finalmente, dico io) i governi che finanziano in modo veramente astronomico la ricerca di vita extraterrestre si siano stancati di promesse di omini verdi e abbiano tagliato i fondi per queste imprese fantascientifiche. Ci sono altre priorità, molto più stringenti. I marziani, se ci sono, possono anche aspettare. Mentre qui, sul pianeta terra, ci sono ancora moltissime forme di vita (soprattutto in mare) che ancora non conosciamo. Non sappiamo bene come funzionano gli ecosistemi marini, così diversi da quelli terrestri, ma investiamo risorse immani per cercare gli alieni su altri pianeti. E chi studia il mare si sente dire la solita frase: non ci sono fondi.

Perché allora ci sono fondi per i marziani? Semplice!: perché c’è una fittissima campagna mediatica per convincere chi paga le tasse che sia saggio investire fondi pubblici in missili dediti a missioni spaziali. Ma ci sono altrettante meraviglie sul nostro pianeta. Anzi, sul nostro pianeta ci sono di sicuro, mentre nello spazio, nonostante miliardi di dollari (o euro) investiti, non si è mai avuta una sola prova concreta di presenza di vita extraterrestre. Non parliamo poi di vita intelligente!

Ognuno di noi, a pochi passi da casa, può diventare esploratore, librarsi senza peso al di sopra del suolo (il fondo del mare) e vedere forme di vita completamente diverse da quelle a cui siamo abituati. Se poi si ha un microscopio e si porta un po’ di fondale a casa, si vedono cose ancora più strane. Con animali microscopici dai nomi impronunciabili: gastrotrichi, chinorinchi, sipunculidi, priapulidi, loriciferi, gnatostomulidi, rotiferi, tardigradi. Li avete mai sentiti? Mai. Sono talmente strani che i mostri dei film di fantascienza sono spesso ispirati ai loro corpi. Gli imbonitori che vendono marziani non hanno neppure la fantasia di inventare nuovi tipi di organismi, si limitano a copiare quel che la natura ha realizzato sul nostro pianeta e confidano nella nostra ignoranza per sorprenderci e, ancora una volta, convincerci che tutto cambierebbe se trovassimo i marziani.

Intanto stiamo distruggendo la vita sul nostro pianeta e in questo caso sì che tutto cambierebbe.

In queste settimane di luglio e agosto vi ho guidato sotto il mare, per raccontare le storie degli ambienti e degli organismi più appariscenti. Ma queste storie sono la punta dell’iceberg. Sotto, invisibile, c’è molto, molto di più. E ancora possiamo diventare esploratori e scoprire cose nuove. Oppure, se non siamo biologi marini, possiamo scoprire cose che solo pochi conoscono e che, invece, dovrebbero conoscere tutti. Perché conoscere come funziona il pianeta che ci ospita dovrebbe essere la base per ogni altra forma di cultura e, almeno nel nostro paese, purtroppo non lo è.

 

 

Il decalogo del biologo marino

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 23 agosto 2013]

 

Quando le persone ci vedono uscire dall’acqua, con le nostre attrezzature, di solito ci fanno una domanda: cosa avete preso? Ci si aspetta che chi va per mare debba per forza prendere qualcosa, di solito pesci. Quando diciamo che abbiamo preso campioni per studiare il mare, la domanda allora diventa: si può fare il bagno? I concetti di biodiversità, di ecosistema, e altro ancora, sono assolutamente alieni nella nostra cultura di base. Il massimo consentito è l’annuale rapporto di Goletta Verde che, in effetti, ci ha appena detto quali siano i mari migliori lungo l’intero litorale italiano. La classifica si basa su rilevamenti spesso concentrati sulla balneabilità delle acque. Si tratta di misurazioni necessarie ma non sufficienti. L’Unione Europea ha messo a punto undici parametri che, se soddisfatti, certificano il Buono Stato Ambientale, in inglese GES (Good Environmental Status). I colibatteri non bastano, per ottenere il (o la?) GES. E non basta neppure la chimica. Ci vogliono anche la biologia e l’ecologia. Molte di queste cose sono state descritte negli articoli precedenti che, ora, acquistano un significato complessivo. Non sono solo aneddoti e curiosità da considerare in un momento di vacanza. Sono le regole per salvaguardare il nostro mare. Eccole.

1: La biodiversità deve essere mantenuta. Questo ce lo chiede anche la Convenzione di Rio, del 1992: la Convenzione per la biodiversità. Dobbiamo fare l’inventario della nostra biodiversità, e poi dobbiamo fare in modo che le specie e gli habitat siano mantenuti. Per questo obiettivo siamo molto indietro.

2: Le specie non indigene non devono alterare negativamente l’ecosistema. Le specie non indigene sono gli “alieni” di cui ho parlato in un altro articolo. Si tratta delle specie che arrivano in Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, oppure che sono portate dalle navi, nei serbatoi della acque di zavorra o sulle carene. Oppure, ancora, le specie che a volte importiamo per incrementare l’acquacoltura. Ma che significa “non alterino negativamente l’ecosistema”? Perché, credetemi, non sappiamo bene quale sia il corretto funzionamento degli ecosistemi. C’è molto da studiare, ancora.

3: Le popolazioni di specie di pesci commerciali devono essere in buona salute. Come misurare la buona salute di una popolazione di pesci? Per esempio si potrebbe guardare la taglia massima degli individui pescati, e vedere quanti riescono a raggiungerla, rispetto al totale dei pesci pescati. Ma ci sono molti atri modi. Su questo le ricerche non mancano e, di solito, la “buona salute” delle popolazioni di pesci commerciali è ben lontana dall’essere raggiunta. Qui si tratta di regolare in modo ottimale lo sforzo di pesca. Facile a dirsi, difficile a farsi.

4: Gli elementi delle reti alimentari devono assicurare nel lungo termine l’abbondanza e la riproduzione delle varie specie. Qui siamo di nuovo in un campo in cui la ricerca è ancora troppo carente. Le reti alimentari marine sono complicatissime, e ancora non le conosciamo bene. Misurare l’abbondanza e la riproduzione di specie non commerciali richiede moltissimo lavoro, e non abbiamo termini di riferimento per capire quali siano le abbondanze e le riproduzioni ottimali.

5. L’eutrofizzazione deve essere mantenuta a livelli minimi. Su questo abbiamo lavorato molto, sia con i depuratori, sia con l’uso di fosfati nella produzione di detersivi. Non possiamo dire di essere a posto, ma la strada da percorrere è chiara.

6. L’integrità del fondo marino deve assicurare il funzionamento dell’ecosistema. Il fondo marino lo alteriamo con la pesca a strascico, con le trivellazioni, con i ripascimenti dei litorali, con le difese costiere, con i porti e con moltissime altre attività. Quanto queste interazioni alterino il funzionamento degli ecosistemi è molto difficile da valutare. Ma basterebbe tentare di alterare al minimo il fondo marino. Anche qui il lavoro è grande.

7. L’alterazione permanente delle condizioni idrografiche non deve influenzare negativamente l’ecosistema. Possiamo alterare le condizioni idrografiche sbarrando un fiume, oppure costruendo moli e difese costiere, immettendo acque a temperature troppo alte, creando barriere di temperatura. Su questo sappiamo poco, e ancora meno sappiamo come tali modifiche influenzino il funzionamento degli ecosistemi.

8. Le concentrazioni di contaminanti non devono dare effetti. I contaminanti possono essere chimici (come i metalli pesanti) o biologici (come i colibatteri). Su questo sappiamo molto di più, ci sono misure standardizzate, e limiti stabiliti. Bisogna solo farli rispettare.

9. I contaminanti nei cibi derivanti dal mare devono essere sotto i livelli di sicurezza. Anche qui sappiamo moltissimo, e ci sono procedure standard che sono già attuate. La sicurezza alimentare, soprattutto nel nostro paese, è una priorità.

10. La spazzatura marina non deve provocare danneggiamenti. Qui siamo in una terra incognita. Molti rifiuti solidi arrivano al mare. Alcuni affondano e sono riportati in superficie dai pescatori. Altri rifiuti galleggiano e poi arrivano sulle spiagge. La presenza fisica dei rifiuti altera il funzionamento degli ecosistemi. Dobbiamo trovare le zone di accumulo e le zone di provenienza, e poi dobbiamo mettere in opera metodi virtuosi di rimozione e smaltimento.

11. L’introduzione di energia (incluso il rumore sottomarino) non deve influenzare negativamente gli ecosistemi. Sappiamo che i cetacei possono essere disturbati dalle esplosioni, l’energia elettromagnetica che passa nei cavi sottomarini può disorientare i pesci che si orientano con i campi magnetici. Ancora una volta siamo quasi in terra incognita.

 

La biologia e l’ecologia marina sono il mio pane da quarant’anni. Finalmente trovo misure sensate, almeno in teoria. Già, in teoria. Perché su molte di queste cose non sappiamo quasi nulla e sarà molto difficile misurare questi parametri. E’ molto più facile misurare la concentrazione di colibatteri. Importantissima, ma non sufficiente a garantire il buono stato del mare. La difficoltà di ottemperare alle norme europee risiede nel fatto che abbiamo investito poco nella ricerca marina, e quindi ci sono tante cose che ancora non sappiamo. Il nostro paese dipende dal mare per una porzione rilevantissima del suo prodotto interno lordo. Le vacanze marine sono un volano economico enorme. Ma i turisti verranno se le nostre acque saranno in un buono stato ambientale. E poi, turisti o non turisti, è nostro dovere non distruggere l’ambiente e mantenerlo in buono stato. Sono molto contento di queste misure perché, finalmente, il nostro paese dovrà investire molto in ricerca marina, se vorrà ottemperare alle direttive europee. Per farlo, però, dovrà cambiare la nostra cultura. Qualche anno fa rimasi inorridito di fronte a un articolo intitolato “pagato dalla regione per ululare nei boschi” dove si denunciava lo spreco immane di diecimila euro per pagare un biologo incaricato di fare il censimento dei lupi. Questi censimenti si fanno con la tecnica del richiamo, è una pratica accettata a livello mondiale. Ho conosciuto il ricercatore che aveva ricevuto quei diecimila euro. Mi ha detto che la Provincia per cui lavorava gli revocò l’incarico. Il censimento non fu fatto, e l’Italia, credo, sarà costretta a pagare penali ben più salate di diecimila euro, per non aver ottemperato alle direttive europee. Ma per qualche giornale studiare la natura è uno spreco di denaro pubblico. Una volta tanto l’Unione Europea ci impone comportamenti virtuosi, cerchiamo di metterli in atto. Il nostro ambiente, assieme al patrimonio culturale, è la cosa più preziosa che abbiamo, e non si può delocalizzare in Cina. Vediamo di mantenerlo in buono stato.

Il sistema delle Università Pugliesi, con, Bari, Politecnico, e Salento, lavora da anni in modo sinergico per studiare il nostro mare anzi... i nostri mari. Siamo attori principali in molti progetti europei, nazionali e regionali e abbiamo corsi di laurea di indirizzo marino che attirano studenti da tutta Italia, e non solo. Siamo pronti a lavorare per far sì che la nostra regione, e l’Italia intera, sia in regola con le norme del GES e, se chi governa la cosa pubblica sarà saggio, ci sarà lavoro per chi deciderà di investire la propria vita nello studio del mare. Sono studi che si fanno per passione e non per denaro ma, una volta tanto, la passione e la possibilità di contribuire al progresso della propria terra hanno l’occasione di andare a braccetto.

Ho sempre paura di generare entusiasmo nei miei studenti. Fare il biologo marino è più difficile che fare il cantante o il calciatore, in termini di possibilità di veder coronato il proprio sogno. E di sicuro non si guadagnano cifre astronomiche. Però, almeno per me, è il mestiere più bello del mondo.

Ora, con queste nuove norme, la possibilità di coronare questo sogno (in chi ce l’ha) potrebbe essere molto più concreta.


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