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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 6. Come domarono il Samovar PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Martedì 27 Agosto 2013 09:00

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


La gente racconta le stesse favole, anche se in modo diverso. Ecco cosa mi raccontò mia nonna...

Fokà, Testa Quadrata, il Capomastro dello Stato, aveva un figlio. Anche lui di nome Fokà, come il padre, e, come suo padre, Fokà Fokič era assai sveglio e intelligente. Niente poteva sfuggire al suo perspicace sguardo. Ad ognuno sapeva assegnare un mestiere. Insegnò persino ad una cornacchia a gracchiare prima della pioggia, facendola diventare un'ottima esperta delle previsioni del tempo.

Un giorno, Fokà Fokič stava seduto, a prendere il the. Il suo sguardo perspicace si soffermò a guardare il Samovar sulla tavola, da cui, attraverso la valvola dello sfiato, usciva un denso vapore forte con un fischio sibilante. Tanto forte era il vapore che, persino sulla testa di quel panciuto di Samovar, tremava la teiera di porcellana sopra il suo fornello-diffusore di calore.

«Guarda, guarda, che forza potente viene sprecata per niente! Sarebbe bello trovarti, mio caro Samovar, un buon mestiere» – disse Fokà Fokič, riflettendo intanto sul modo con cui ciò si potrebbe fare.

«Quale altro mestiere?» – sbuffò, ansimando il panciuto Samovar indolente. «Sono già fin troppo impegnato nel far bollire l'acqua, scaldare la teiera di porcellana, rallegrare le anime col mio canto ed abbellire una tavola.»

«E' vero» – disse Fokà Fokič. «Ogni scemo è capace soltanto di cantare e di ostentare la bellezza. Per esempio, Samovar, non sarebbe niente male adattarti a trebbiare il frumento.»

Il panciuto Samovar sentì la predica, ribollì tutto, si mise a sputare acqua bollente. Sembrava che, da un momento all'altro, si sarebbe messo a correre via per sfuggire dalle mani di Fokà Fokič, che lo strinse forte tra le braccia, lo portò sull'aia e sistemò sul Samovar una ruota motrice con un’ingegnosa leva.

Montò la ruota motrice con la leva ingegnosa e si mise a far bollire il panciuto Samovar al massimo vapore. Tutta la testa del Samovar bolliva, facendo girare la ruota motrice e la sua leva ingegnosa si metteva a lavorare, come un braccio.

Fokà Fokič aveva collegato, con una cinghia di trasmissione, la ruota motrice del Samovar al volano per la trebbiatura, cosicché: «Ehi, trebbiatore, non aprir la bocca, non perder tempo, dài, slega subito i covoni e mettili nella trebbiatrice!»

Samovar cominciò a trebbiare il frumento, ma a questo punto dovette cambiare il suo nome in “Generatore di Vapore”. Però il suo carattere rimase sempre identico. Litigioso. A non star attenti, da un momento all'altro, sarebbe potuto scoppiare di rabbia e scottare col suo vapore.

«Ah, ecco come sei!» – disse Fokà Fokič. «Aspetta, caro mio, ci penso un po' e ti trovo un impiego migliore!»

Non dovette pensare a lungo. Da lì a poco accadde che il miglior cavallo da traino di Fokà Fokič cominciò a zoppicare. Siccome doveva in città, pensò bene di sottomettere Samovar a trainare carichi con la forza motrice della sua potente e bollente rabbia.

Fokà Fokič distese il borioso Samovar su un fianco, incurvò il suo tubo in modo che guardasse in alto, gli montò sotto delle grosse ruote di ferro, forgiò delle leve-bielle ingegnose in modo da far girare le ruote, e, per non lo fare scoppiare, lo rivestì di uno spesso strato di ferro resistente. Poi agganciò al Samovar una carrozza e alla carrozza un carro, mise sopra tutto il carico che doveva trasportare, alzò il vapore e…

«Ehi, gente, non aprir la bocca, non perdere tempo, gira dove ti pare e piace. Dài, forza, aumenta il vapore, che si parte!»

Samovar cominciò a trasportare la gente e le merci; ma dovette un'altra volta cambiare il suo nome in “Locomotiva a vapore”. Tuttavia il suo carattere divenne sempre più borioso e arrabbiato.

«Ebbene» – disse Fokà Fokič, – «se è così, penserò a trovarti un mestiere ancora più importante.»

Ancora una volta non dovette attendere a lungo. L'estate che venne si distinse per l'assenza di vento. Per la bonaccia sul mare, le vele delle navi si piegarono come l'erba secca. Ma si doveva navigare, per portare il grano oltre il mare. Fu allora che a Fokà Fokič venne in mente di portare Samovar sulla nave.

Detto fatto. Allungò il tubo di Samovar ancor più in alto e lo collocò nella stiva. Costruì le ruote a palette, cui adattò le leve a biella e: «Ehi, capitano, non perdere tempo! Comanda al timoniere da che parte tener la rotta della nave!»

Samovar cominciò a trasportare la gente e le merci oltre il mare; cambiò un'altra volta il suo nome in “Piroscafo”. A questo punto cambiò anche il carattere, divenne docile. Arrendevole.

In tal modo si svolse l'intera faccenda. Gli altri, probabilmente, la narrano diversamente. E' solo che mia nonna non mentirebbe mai, di certo! Aveva visto tutto ciò con i suoi occhi e lo aveva raccontato a me. E io – a voi.


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