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I fondi europei non bastano, ci vogliono i cervelli! - (29 agosto 2013) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 29 Agosto 2013 09:19

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di giovedì 29 agosto 2013]


Non è vero che non ci sono soldi. Non è vero. Ce ne sono montagne, e lo sappiamo benissimo. Sono i fondi europei. C’è un piccolo dettaglio. Per averli bisogna fare progetti credibili e poi bisogna spenderli per fare le cose che si sono promesse nei progetti. E c’è un controllo. Fino a quando i fondi europei arrivano alle regioni, si fa il bando casalingo e vincono sempre i soliti, senza che ci sia alcun controllo dei risultati, tutto continua come prima. Ma se bisogna andare in Europa, e concorrere con gli altri, le cose cambiano. E poi non siamo neppure capaci a spendere i fondi europei che si distribuiscono con sistemi “casalinghi”. Non sto parlando di Puglia, sto parlando di Italia. Quando qualche amministratore locale mi dice: non ci sono soldi, io rispondo sempre che non è vero, che è una frottola. Ci sono i fondi europei. Mi guardano e accennano a un sì, ma poi si capisce che non ci sono le strutture adatte per spenderli. Negli uffici dei comuni è difficile che ci siano persone capaci di affrontare un bando europeo, di capire come vincerlo, di riuscire a gestire quei fondi. E la carenza non è solo nei comuni, è in tutte le strutture.

Lo so per esperienza. Coordino un grosso progetto europeo sulla creazione di reti di aree marine protette nel Mediterraneo e nel Mar Nero e sulla possibilità di installare piattaforme eoliche off-shore in entrambi i mari. Coinvolge 22 paesi di tre continenti (Africa, Asia, Europa). Quando ho letto il bando (in inglese, ovviamente) mi son detto: lo posso fare. Conosco persone in tutti gli stati dei due mari, tutti. E ne so di aree marine protette. Ho persino lavorato, con il mio gruppo, a progetti di fattibilità di impianti eolici a mare. Abbozzare l’architettura scientifica (ovviamente in inglese) è stato uno scherzo. Ma quando si è trattato di metter su l’architettura amministrativa di un grande progetto europeo ho dovuto ricorrere all’aiuto di tre amministrativi, messimi a disposizione dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dal Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare. A questi se n’è aggiunto un quarto. L’architettura scientifica del progetto è stata realizzata da un solo cervello (il mio...), al quale se ne sono aggiunti molti altri nella seconda fase progettuale ma, sin dall’inizio, ce ne sono voluti quattro per fare quella amministrativa. Senza quei quattro, tutta la mia competenza scientifica sarebbe stata completamente inutile. Basta un piccolo vizio formale e il progetto viene scartato. Non ha importanza quanto sia valida la scienza, le regole vanno rispettate. Poi ho scoperto che il mio è l’unico progetto marino del settimo programma quadro ad essere coordinato da un italiano. Con 8.500 chilometri di coste, ne dovremmo avere decine. Ho anche scoperto, me lo hanno detto i funzionari ministeriali, che ogni anno l’Italia dà all’Unione Europea una cifra, mettiamo 100, per la ricerca scientifica e la nostra progettualità, quando va bene, riporta a casa 60. I restanti 40 finanziano le ricerche degli altri paesi. Non so se è chiaro... I fondi europei sono fondi messi nelle casse dell’Europa dai vari paesi dell’Unione. Una parte di quei soldi ce l’ha messa l’Italia. Se non riusciamo a portare a casa neppure quello che ci mettiamo, pur avendo corsie preferenziali per avere sostegni, e se poi, anche se ce li danno, non riusciamo a spenderli, allora significa una sola cosa: siamo un paese di incapaci imbecilli. Avete qualche altra spiegazione? Io non ne trovo. Ho fatto le selezioni per assumere una persona che mi aiutasse direttamente nella gestione del progetto (di amministrazione non capisco assolutamente nulla, sono un totale incapace) e, assieme a due delle persone che mi hanno aiutato a fare il progetto, ho esaminato molti curricula. Non siamo riusciti a trovare una persona con le caratteristiche di esperienza che andassero bene a noi e, alla fine, abbiamo preso una candidata perché ha dichiarato di amare l’alpinismo e la capoeira. Prendiamo questa, mi son detto, almeno ha grinta. E sono molto contento della scelta. Ha imparato presto e ora è una colonna del progetto.

Dobbiamo formare persone capaci di affrontare i bandi europei, persone che sappiano affrontare un audit finanziario, e che conoscano a menadito tutte le regole. E poi dobbiamo metterle al “servizio” dei cosiddetti “creativi”, quelli che dovrebbero scrivere “cosa” fare, mentre gli amministrativi trovano i meccanismi di “come” farlo. Si può fare. Se ci sono riuscito io ci può riuscire chiunque. Però, in Italia, va avanti l’amico dell’assessore, o quello del direttore generale, o del ministro. Le competenze non contano nulla, contano le conoscenze, ma non quelle tecniche, quelle che dovrebbero servire a fare i progetti, contano le conoscenze di quelli che decidono come spartire i fondi. Il risultato di tutto questo è il disastro dell’intero sistema Italia. L’Europa ci può dare soldi, ma a noi serve il cervello, e quello non ce lo possono dare. Il bello è che chi  ci ha spinto in questo barile di melma non ha abbastanza cervello da capire che il gioco è finito, non può durare oltre. E poi, nessuno ammetterà mai di essere un incapace e si toglierà di mezzo, no? I capaci se ne stanno andando all’estero, e gli incapaci sono nei posti chiave. Perché le cose cambino, temo proprio che dovrà prima crollare tutto, nella speranza che gli incapaci siano travolti dalle macerie. E speriamo che poi i capaci ritornino e aiutino questo povero paese a rimettersi in piedi.


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