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Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 94 - (2 settembre 2013) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Martedì 03 Settembre 2013 08:55

Le false promesse del “piano casa”

 

[in MicroMega online del 2 settembre 2013]

 

 

E’ opinione diffusa che la restrizione del credito in atto (sia per le imprese, sia per le famiglie), almeno con riferimento all’Italia, sia imputabile alla sottocapitalizzazione dei nostri Istituti di credito. E’ bene chiarire che – come certificato nell’ultimo Rapporto OCSE con riferimento all’eurozona – la sottocapitalizzazione interessa principalmente le banche francesi e tedesche, a fronte del fatto che il problema pare non sussistere affatto per le banche italiane. Il recente declassamento, da parte delle agenzie di rating (per quanto possa ancora valere il loro giudizio), delle principali banche italiane – e la contestuale valutazione positiva delle banche tedesche - va semmai imputato a una valutazione in ordine alla probabilità che i rispettivi governi intervengano per “salvarle” e, dunque, in ultima analisi, alle risorse alle quali Italia e Germania possono attingere per ripianare le perdite dei propri Istituti di credito.

Va rilevato che la misurazione del grado di capitalizzazione degli Istituti di credito risente moltissimo delle diverse metodologie utilizzate. E tuttavia, pressoché tutta l’evidenza empirica disponibile mostra una sostanziale (e relativa) robustezza del nostro sistema bancario. A fronte di ciò, tuttavia, la restrizione del credito ha assunto, in Italia, dimensioni estremamente rilevanti.

Come certificato dalla Banca d’Italia (http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_125/QEF_125.pdf), dal 2008 al 2011 il numero di nuovi mutui si è ridotto, in media, del 9,1% su base annua, a fronte di un aumento medio dell’8,5% nel triennio precedente. Nel 2012, il numero di nuovi mutui si è quasi dimezzato rispetto all’anno precedente.

Con il “Piano casa”, il Governo – soprattutto per impulso del Ministro Lupi - prova a porre rimedio al problema impegnando un importo pari a circa 200 milioni di euro per agevolare l’erogazione di mutui, affidando alla Cassa Depositi e Prestiti il ruolo di garante nei confronti del sistema bancario. Al di là degli aspetti tecnici, il meccanismo ipotizzato dovrebbe tradursi in un trasferimento di risorse pubbliche, mediato dal canale bancario, alle famiglie (in particolare ai giovani precari) perché possano acquistare casa. Si osservi che un provvedimento simile era già in discussione, ed era sostanzialmente pronto, fin dal 2011 e che non è chiaro perché non fu emanato in quel periodo.

Si tratta di una misura che desta perplessità, per le seguenti ragioni.

1) Il meccanismo ha, innanzitutto, un vulnus, che deriva dal fatto che – come considerazione generale - chi gestisce risorse non proprie, con promesse di assicurazione in caso di perdita, assume più rischi di quanti ne assumerebbe se fosse nella condizione di gestire le medesime risorse in piena autonomia. In più, la diagnosi dalla quale il provvedimento parte non sembra essere corretta. Se, infatti, le banche italiane non hanno problemi di sottocapitalizzazione, e se – a fronte di questo – hanno erogato una quantità di mutui costantemente decrescente negli ultimi sei anni, per quale ragione dovrebbero ora cambiare rotta e concedere più facilmente finanziamenti? In altri termini: è sufficiente la garanzia offerta dalla Cassa Depositi e Prestiti per indurle a modificare le proprie strategie? Inoltre: per quale ragione si è ritenuto necessario far transitare le risorse alle banche? E cosa assicura che, in casi di insolvenza, le banche riescano a recuperare interamente crediti inesigibili? Per provare a dare risposta, si parta dalla constatazione in base alla quale la gran parte dei profitti bancari deriva da attività speculative e da operazioni di acquisizione e fusione (http://keynesblog.com/2013/08/09/politiche-monetarie-espansive-e-restizione-del-credito/). Si consideri anche che la restrizione del credito (alle famiglie e alle imprese) è essenzialmente imputabile alla caduta della domanda aggregata, in larga misura imputabile alle politiche di austerità messe in atto negli ultimi anni. La caduta della domanda aggregata ha prodotto, infatti, un aumento del tasso di disoccupazione e, in particolare, del tasso di disoccupazione giovanile. In un contesto di elevata incertezza e di restrizione dei mercati di sbocco, le imprese hanno prevalentemente somministrato contratti a tempo determinato. Ciò ha reso sempre meno conveniente, per il sistema bancario, erogare mutui a famiglie con figli disoccupati o precari, essendosi progressivamente ridotte le garanzie che queste potevano offrire. Vi è di più. L’aumento della disoccupazione giovanile ha notevolmente eroso i risparmi delle famiglie, rendendo ancora più difficile – per i giovani – ottenere un mutuo offrendo garanzie derivanti dal patrimonio delle loro famiglie.

2) Il Governo dichiara che le misure adottate servono a favorire la ripresa del mercato immobiliare. Nel far questo, tuttavia, non tiene conto che le garanzie offerte dallo Stato potrebbero non avere effetti sulle aspettative bancarie in ordine alla solvibilità dei propri clienti. Ciò sia perché ritenute insufficienti, sia perché le banche sono ancora poste in condizione di poter incrementare i propri utili agendo in mercati finanziari pressoché totalmente deregolamentati, dove è più facile (e più rapido) guadagnare mediante attività speculative. Si calcola, a riguardo, che, nel corso dell’ultimo anno, gli istituti di credito italiano hanno acquistato titoli di Stato per un valore stimato di circa 72 miliardi, in una condizione nella quale gli interessi sui titoli del debito pubblico italiano sono fra i più alti d’Europa (http://www.scenarieconomici.it/i-tassi-di-interesse-sul-debito-pubblico-corrodono-leconomia-italiana/). Gli acquisti, in misura massiccia, sono resi possibili dai finanziamenti che le banche hanno ricevuto per dalla BCE, tramite soprattutto il c.d. LTRO (Long-term financing operation), per un ammontare stimato pari a circa 260 miliardi. Si tratta di prestiti che ora giungono a scadenza, proprio nel momento in cui il Governo trasferisce fondi pubblici alle banche. La tempistica dell’intervento lascia pensare che – intenzionalmente o meno – esso non sia altro che “aiuto di Stato” alle banche.

Se la questione viene posta in questi termini, non c’è da confidare nel fatto che il “Piano casa” attenui la spirale recessiva in corso e che abbia effetti significativi sul mercato immobiliare. Si tratta di una spirale che va dalla restrizione del credito alla riduzione di investimenti, occupazione e del tasso di crescita, generando un aumento del rapporto debito pubblico/PIL e (a parità di imposizione fiscale) il conseguente aumento dei tassi applicati sui titoli di Stato, accentuando l’incentivo – per le banche – a privilegiare operazioni speculative rispetto ad allocazioni “produttive” del credito.

 


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