Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
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Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
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Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
Memorie Narranti: l'Università Popolare aderisce all'iniziativa del Patto per la Lettura in occasione della giornata della memoria
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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 8. La scintilla inestinguibile PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Martedì 03 Settembre 2013 09:30

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


Una vedova cresceva suo figlio. Quel ragazzino era talmente bello che persino i vicini di casa non riuscivano a distogliergli gli occhi di dosso, non si stancavano mai di ammirarlo. Figuriamoci la madre, per quanto lo adorava e lo curava, non gli faceva muovere neppure un dito. Faceva tutto da sé. Portava da sé la legna e l'acqua, arava da sé, seminava, mieteva e perfino si caricava di lavori presso gli altri – per guadagnare di più e poter dare al figlio degli stivali eleganti e una bella fisarmonica.

Crebbe il figlio della madre. I capelli ondulati d'oro forgiato si arricciavano. Le labbra scarlatte per conto loro sorridevano. Bello come Adone. Un buon partito. Ma non trovava una fidanzata. Nessuna ragazza voleva sposarlo.

Tutte gli giravano le spalle.

Che strano, che mistero era questo?

Ma non c'era niente di strano, né di misterioso. La faccenda era semplice. Il figlio era cresciuto come una bella erbaccia estranea e persino dannosa sul campo di lavoro. Con le braccia, ma monco, con le gambe, ma zoppo. Non sapeva né falciare il fieno, né spaccare la legna. Né forgiare, né arare. Né intrecciare le ceste, né spazzare il cortile, né pasturare il gregge.

Mentre ammucchiava il fieno sul carro, cascò dal carro. Mentre pescava, finì nello stagno, poco mancò che affogasse. Mentre portava la legna, una scheggia gli finì nel ventre. Chi mai avrebbe potuto volerlo come compagno?

Per danzare nel girotondo non lo chiamavano. Per lavorare come aiuto mastro non lo accettavano. Gli affibbiavano i soprannomi: “nullafacente” e “bel cocchino di mamma”. Da tutti era considerato come un incapace, come una poltrona e come un bel fiore sterile, un uomo del tutto inutile.

Persino dai ragazzini più piccoli veniva preso in giro. Potete soltanto immaginare come si sentisse quel poveraccio!

Si immalinconì il giovane, scoppiò in pianto. E pianse e singhiozzò tanto forte che per la compassione sospirò perfino la stufa di mattoni dell'isba. I muri di quercia dell'isba si impietosirono. Il pavimento scricchiolò con ansia. Il soffitto si accigliò, si scurì, si mise a riflettere.

Si dispiacquero!

Il giovane, invece, continuando a struggersi in lacrime, diceva: «Mamma, mia cara, perché mi hai amato così tanto? A che pro tu, la mia genitrice, mi hai curato nell'ozio, mi hai accudito nell'indolenza e nella pigrizia, mi hai cresciuto nell'incapacità più totale? A che cosa servo adesso con queste mie mani così bianche, mosce, incapaci?»

La madre si raggelò, si impietrì, ma non seppe rispondere ai suoi rimproveri.

Il figlio le gettò in faccia la pura verità con le sue amare lacrime. La madre comprese che il suo amore cieco era risultato essere una disgrazia per il figlio.

Il figlio passava notti insonni domandandosi, senza riuscire a trovare una risposta, come andare avanti nell'affrontare la vita. Passava i suoi giorni in una solitudine penosa, da disadattato. Ma non esistono lacrime che non si sfogano, una pena che non si dissolve, un problema che non si risolve, una domanda senza risposta. Non per niente da noi si dice: nei momenti più brutti anche la stufa intende, le mura aiutano, il soffitto giudica, il pavimento con intelligenza scricchiola.

Suggerirono al giovane le risposte che cercava, lo consolarono. Gli asciugarono le lacrime, gli diedero un buon consiglio.

Il figlio si mise ai piedi gli stivali pesanti del defunto padre, indossò la sua tuta da lavoro ed andò per il mondo a recuperare gli anni oziosi, per crescere daccapo.

Non era facile, era perfino umiliante per un giovanotto alto e forte cominciar a scrivere il curriculum lavorativo da aiuto pastore, a ventun anni avere il primo approccio con un'ascia, imparare a battere il primo chiodo nel muro e iniziare ad irrobustire col vento e le intemperie le sue mani bianche, mosce, incapaci.

Soltanto il feroce gelo ed il caldo sole sanno con quali sforzi faticosi il bel figliolo coi riccioli d'oro arrivò ad essere un vero lavoratore e tornò alla casa paterna a testa alta con la qualifica di mastro. Prese in moglie una tessitrice, anche lei non era l'ultima delle maestre. La vecchia madre si affezionò alla giovane nuora come ad una figlia propria, e ancor di più, quando agli sposi nacquero i figlioli, poiché fecero un bel regalo alla vecchia madre: stare vicino ai nipoti. Erano tanto carini e belli quei nipotini, che si sarebbero meritati le copertine di patinate riviste di bellezza. La nonna li amava alla follia, ma li educava con intelligenza e raziocinio. Non come aveva fatto con il figlio.

Il cuore pieno di compassione della vecchia nonna si bagnava di sangue nel vedere il nipote maggiore prepararsi, mentre fuori faceva un freddo tremendo, per andare a tagliare la legna. Il cuore della vecchia ripeteva: «Fermalo, abbi pietà del ragazzino, prenderà tanto freddo e si ammalerà» – invece lei lo esortava: «Vai pure, vai, bravo, forte nipote mio. Temprati, forgiati al vento. Discuti col nonno-gelo. Rinforza ancor più l'onore paterno di lavoro col contributo della tua fatica.»

Alla nipotina, a volte, si chiudevano gli occhietti per il sonno, le manine giravano il fuso a fatica e la nonna, però, le diceva: «Ma guarda, guarda che brava filatrice fine ci cresce in casa, agile, svelta, instancabile, neppure un sonno pesante riesce a piegarla.»

Aveva una voglia matta di accarezzare la nipotina, imprimere un bacio ad ogni piccolo dito delle sue manine svelte, ma la vecchia nonna trovava dei difetti nel filato. Ora il filo non era tanto fine da essere tutto uguale, ora non era sufficientemente teso. La nonna indicava le mancanze, ma non dimenticava mai di sottolineare e lodare anche ogni cosa fatta bene. E non diceva semplicemente: «brava» e basta, ma con tutta la tenerezza e l'affetto di una nonna, con una bella parola di incoraggiamento l'anima della ragazzina riusciva a scaldare ed illuminare.

Si comportava così perfino con il nipotino minore, il suo preferito, cui non soleva mai dare una carezza vana. Se la dava, era sempre come un apprezzamento per qualche cosa che il bambino aveva fatto bene. Non era certo una grande cosa portare alla nonna una tazza o un cestino coi carboni per accendere il samovar, ma per un bimbo di quattro anni anche questo era stimato come un lavoro vero e proprio e un aiuto in casa.

Come non ripetere per un piccino così, durante il pranzo con tutta la famiglia raccolta attorno alla tavola: «Un vero lavoratore ci sta crescendo – il nostro più piccolo. E' di grande aiuto per me a casa. Non gli si deve neanche chiedere di aiutarti. Mi porta la scopa, mi mette in mano il carbone per il samovar, cura il samovar, mi avverte quando inizia a fischiare, perché è pronto, e non si dimentica mai di dare da mangiare al nostro gatto.»

Il piccolo stava seduto rosso sino gli orecchi per la gioia, faceva tesoro di quelle parole e pensava: «Quale altra cosa posso fare per compiacere alla nonna e essere da lei lodato?»

Si metteva a cercare da sé qualche lavoro da fare e ad inventarsi qualcosa per essere utile.

La nonna aveva cresciuto e educato tutti i suoi nipoti come si deve, da veri mastri e maestre. Anche agli occhi altrui facevano la loro parte; i riccioli d'oro erano proprio adatti al loro bell'aspetto, così come il nastro prezioso di seta tra le trecce color grano, come pure gli stivali e le scarpe eleganti ai loro piedi, dimostravano chiaramente i loro meriti. Tutti i nipoti erano portati per il lavoro. Abili ed esperti. Come la nonna.

Arrivò il potere del lavoro nel nostro Stato. Non riuscì, purtroppo, la madre-nonna a vivere sufficientemente a lungo, sino a vedere quei giorni luminosi. Ma, anche da morta, non era morta.

Quando il nipote maggiore venne decorato per l'ottimo lavoro sugli altiforni, i suoi compagni, fucinatori, gli domandarono: «Chi è stato il tuo primo maestro, ricciolo d'oro, ad indicarti la strada del lavoro? Chi ha acceso in te, Ercole, l'ardente scintilla per il lavoro?»

Il giovane uomo, prima fece un sospiro e poi rispose: «E' stata mia nonna ad avviarmi al lavoro, crescermi, spalla a spalla, con dura fatica e ad accendere in me la scintilla alacre, così ardente che non si spegne.»

La nipote-tessitrice al fratello maggiore fece eco: «La scintilla inestinguibile per il lavoro, che accese in me la nonna, non mi fa strappare un solo filo, fa sì che il mio cotone rida di gioia. E' stata sempre la nonna ad insegnarmi a filare i fili canterini e a tessermi una trama di sole nella mia capacità di lavoro.»

Invece il più giovane nipote-cultore scelse dal seminato della nonna le più germinabili, le più sagge parole, che sotto forma di favole chiare e lucide, lei aveva arato e seminato dentro l’umana memoria. Seminò in profondità da non scordare. E, non scordando, narrare agli altri. Narrare per far accendere un’inestinguibile scintilla alacre dentro giovani anime...


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