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Racconti sovietici 2. VJAČESLAV ŠIŠKOV: Lo spettacolo del villaggio PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Sabato 14 Settembre 2013 16:46

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Il periodo militare finì e il soldato dell'Armata Rossa, Pavel Mochov, ritornò nel villaggio natio Ogryzov1 .

Era il tempo di primavera, tutto rinverdiva e fioriva, per intere giornate nell'alto del cielo trillavano le allodole, che di notte venivano sostituite dagli usignoli. La letamazione dei campi era terminata, sino alla fienagione c'era ancor tempo da vendere, i contadini riposavano, venivano celebrate le ricorrenze primaverili: San Nicola, SS Trinità, gli Spiriti Santi – con i Te Deum, il suono di tutte le campane, le processioni liturgiche, le feste, le bisbocce spericolate a non finire e le risse a più non posso.

«Ma che accidenti! Vivono pari pari a una razza più arretrata» – si indignava Pavel Mochov. «Se si guarda a volo d'uccello, qui di rivoluzione non c'è nemmeno l'ombra. Vergogna!»

E, senza pensarci due volte, istituì un circolo filodrammatico ricreativo. La gente nulla capiva, gli iscritti al circolo erano quattro gatti. Ma quando il sagrestano per scherzo mise in circolazione la voce che a tutti gli iscritti avrebbero distribuito le aringhe, al circolo venne l'intera popolazione del villaggio, persino vecchi e vecchie decrepiti.

Il presidente del circolo, Pavel Mochov, fece una risata e alla vecchietta zoppa, Secletinia, ponendole una domanda, disse: «Sta bene, nonnina, io ti iscrivo. Eccoti la parte principale di una amorosa da interpretare. La puoi fare?»

«Recitala tu, già che ci sei, stupido dal muso grosso» – biascicò la vecchia, accosciandosi sulla gamba storta. «Dammi subito le mie aringhe che mi spettano per legge!... Tre, per esattezza!»

Insomma, il circolo dapprima diede un sacco di grattacapi. Pian piano poi ingranò. Cosicché una settimana dopo, presso la scuola, fu rappresentata un'allegra farsa: i contadini ridevano a crepapelle, pregavano di continuare le recite, promettevano di pagare con uova, latte, burro, panna acida.

Il guaio è che non avevano opere teatrali. Scrissero nel capoluogo del distretto. Spedirono loro «Giulio Cesare». Contarono tutti i personaggi del dramma – quaranta interpreti: manca poco che il villaggio intero avrebbe dovuto recitare, e chi è che guarda?

Allora Pavel Mochov e un altro soldato dell'Armata Rossa, Stepočkin, decisero di inventare un dramma personale. E che ci vuole? E' come bere un bicchier d'acqua! In aiuto invitarono un maestro, fresco di nomina, Mitrij Mitrič, l’ex sarto ecclesiastico.

Tutti e tre, per non essere disturbati, si chiusero dopo pranzo in un vecchio bagno-sauna russo tutto annerito dalla fuliggine, prendendo con sé per l'occasione un bottiglione da tre litri di vodka casereccia. Verso l'alba la pièce era pronta. In sostanza, creava Mochov, gli altri due invece... così così. Smagriti in volto, come se fossero reduci da una malattia estenuante, il terzetto uscì fuori all'aria fresca e, barcollando, si trascinò in grande gioia a casa. Le loro facce felici erano nere di fuliggine.

«Madre affettuosa» – si rivolse Pavel alla madre in modo signorile, – «offra del the all'autore. Adesso sono un autore, ho creato e scritto una tragedia di forte effetto e azione, intitolata: “L'impatto della rivoluzione proletaria, ovvero Annuška, la fidanzata Infelice”. E' un’opera teatrale con la sparatoria... Ci sarà da piangere e da ridere.»

La bellezza locale, Tanja, per nulla al mondo volle prendere parte allo spettacolo. Ci mancherebbe! Pavel Mochov non le piace nemmeno un pochino. E che smettesse, quel Pavel Mochov, per favore, di alzar la cresta e stimarsi troppo. E nonostante Pavel Mochov continuasse a corteggiare Tanja in tutti i modi, non la spuntò. Tanja rimase irremovibile.

Ebbene! Tutt'altro dirà, quando vedrà l'opera!

Ad una prova seguiva un'altra prova. Il dramma subì modifiche radicali ed ebbe un titolo nuovo: “La morte innocente di Annuška, ovvero un Borghesaccio in bottiglia”.

L'ultima settimana prima della rappresentazione l'intero villaggio visse sotto il segno della “Morte innocente di Annuška”: le ragazze rubavano ai genitori dei teli per i fondali, i giovanotti l'olio di canapa per i lavori d’imbiancatura, il fabbro, Filat, rubò al sovkhoz statale del bianchetto e delle vernici colorate.

Instancabile Pavel Mochov preparava un immenso cartellone, ricavato da venti grandi fogli incollati tra loro: lo distese sul pavimento della sua isba e per un giorno intero strisciò sulla pancia, sbuffando e sudando, scrisse a stampatello con tutti i colori dell'arcobaleno e accentuò in corsivo.

In modo particolare si evidenziava con ghirigori e svolazzi la scritta: “Scritto dall'autore collettivo Pavel Terent'evič Mochov, il mitragliere dell'Armata Rossa”. Poi seguiva un avvertimento: “In quanto nella tragedia ci sarà una sparatoria a salve, prego nelle prime file, nonché nelle file più lontane, non sollevar alcun panico per evitare il fuggifuggi”. E in fondo: “Inizio alle 6 secondo il vecchio stile, che secondo il nuovo stile è tre ore prima. Con ossequi, l'autore Mochov”. Fece, inoltre, tre quattro avvisi a parte, tra cui: “Prego di non sputare per terra”. “Durante la rappresentazione prego di non far chiacchiere inutili”. “Negli intervalli prego di non dire parolacce”.

Ogni manifesto finiva: “Con ossequi, l'autore Mochov”.

Dopo la prova generale, Mochov disse: «Un successo, compagni, è garantito! Sarà davvero una cosa sbalorditiva!».

Nei pressi dell'isba di Tanja passò puntandosi le mani sui fianchi e mettendosi baldanzosamente il berretto con la stella rossa sulle ventitré.

Il giorno dopo andò in città per invitare alla prima teatrale un rappresentante dell'ufficio politico-culturale del consiglio comunale.

 

Nel giorno della prima teatrale il pubblico in massa cominciò ad arrivare ad Ogryzov dai villaggi vicini. I contadini studiavano con curiosità l'immenso cartellone, affisso sul portone della scuola.

Nella scuola a stento potevano entrare duecento persone, la folla creatasi invece era almeno di tre volte tanto. Di buon mattino, verso le tre, la sala era oramai gremita di gente. Il pubblico sputava sul pavimento, diceva parolacce e un avviso “Prego di non fumare, con ossequi, l'autore Mochov” era stato strappato dal muro ed era stato spezzettato tutto per le sigarette fatte a mano. L'aria della sala per del fumo di tabacco era grigia-azzurra. La giornata era caldissima, soffocante. La donna Matrena, gravida, ebbe un attacco di crampi con svenimento, fece: ohi, ohi – e la portarono a peso via dalla sala...

Alle cinque Pavel Mochov si mise a gestire l'ordine. Tutto sudato, stava insieme con un poliziotto sul terrazzino d'ingresso della scuola e cercava di far arretrare la folla incalzante.

«Non si può, compagni, non si può! E' più che completo» – gridò emozionato. «Se i muri fossero di gomma, si poteva pure allargarsi, ma questi, con mio grande rammarico, sono di legno.»

«Facci entrare, Paška!.. Non essere un bastardo, lasciaci passare. Troviamo un po' di posto lungo le pareti... Tieni le uova... Il burro, prendi…»

«Non ve la prendete, fratelli, c’infiliamo nell'intervallo!» – si consolavano i contadini che non erano riusciti ad entrare. «Tireremo fuori tutti quanti per la collottola! Non possono mica guardare per tutto un secolo! Una metà guardano loro, un'altra noi.»

 

Verso le sei arrivò dalla città un rappresentante dell'ufficio politico-culturale, un bel giovanotto biondo, il compagno Vassjutin. Pavel Mochov rimase molto stupito: doveva arrivare, come aveva promesso, un anziano con la barba e, invece, eccolo! Ma Pavel era un conoscitore fine della disciplina comportamentale: ha prodigato complimenti, si è prestato, come si conviene, ad accompagnare il giovanotto nella propria casa, lo ha consegnato alle cure di sua madre; lui stesso, intanto, si era precipitato a scuola ed aveva suonato il primo campanello. Gli spettatori scaracchiarono, si soffiarono il naso, tacquero e si prepararono a seguire lo spettacolo.

Il compagno Vassjutin si ripuliva dalla polvere di strada, si abbelliva davanti allo specchio, si profumava. La madre di Pavel lo aiutava con zelo a cambiarsi, rimanendo di stucco dallo stupore, in quanto l'ospite non portava la croce pettorale e si infilava le braghe bianche.

Con ricercata eleganza, una canna da passeggio, mandando fumo con la sigaretta, il compagno Vassjutin dalle guance rosse si avviò alla scuola per assistere alla rappresentazione. Una tasca della sua giacca, ostentatamente elegante, era gonfiata da due tortine di ricotta, messe lì dalla madre di Pavel.

«La campagna fa venir fame, falconcello, avrai di che mettere sotto i denti.»

Indugiavano con il secondo campanello.

Nel camerino c'era una baraonda. Pavel Mochov proferiva minacce. La vittima era un giovane fabbro, Filat. Filat doveva, tra l'altro, da dietro le quinte, imitare le voci di uccelli, di animali e il pianto di neonato: tutto questo Pavel introdusse nelle scene “per naturalezza”. Alle prove riusciva impagabilmente, ma ieri, dopo il bagno-sauna alla russa, il fabbro aveva ecceduto nel bere il kvas2 gelato e la voce gli si era arrochita, un accidente quel che ne venne fuori: il gallo muggiva da vacca, il vagito del neonato avrebbe fatto rabbrividire un orso.

«Ma porca donnacchiera...» – si espresse Pavel e, gettando una rapida occhiata attorno, esclamò: «E dov'è il suggeritore? Avanti, di corsa, portate qui il suggeritore!»

Intanto la lancetta dell'orologio si avvicinava alle sette. In sala, or qua or là, si mettevano in piedi le ragazze; fissavano, studiando incuriosite, il bellimbusto di città.

«Guarda, guarda, quanto è avvenente... E' proprio un figurino cittadino...»

Due volte Tanja era passata vicino, incedendo come una pavoncella, per attirare l’attenzione, poi si fece coraggio finalmente: «Salve, compagno!», e gli allungò la mano umida di sudore. Alta e formosa, la bella Tanja indossava l'abito bianco, calze e scarpe pure.

«Venga, signorina, prendiamo un po' di aria fresca!» – E Vassjutin la prese sotto braccio. Il braccio di Tanja era caldo, carnoso.

Le ragazze avevano sospirato, si erano mosse inquiete sulle sedie; i giovanotti avevano sbuffato e tossicchiato, qualcuno addirittura aveva fischiato.

Un poliziotto e uno svelto ragazzino, Ofiumuškin Vanjatka, nel frattempo, cercavano per tutto il villaggio il suggeritore Fedotyč.

«Dalle nostri parti, la noia è una cosa tremenda. E quanta ignoranza c'è, non le dico» – sospirò Tanja, sventolando verso se stessa e il cavaliere.

«Ma come, lei ha vissuto in città?»

«Sissignore. A Jaroslavl'. Per ingenuità sono stata al servizio di una padrona cattiva, una borghesaccia. Adesso ho un vero disprezzo per tutti i borghesi. Non ho qua neppure delle amiche vere. Per esempio: tutte le nostre ragazze hanno paura dei matrimoni civili. A lei, compagno, è mai capitato di sposarsi con il rito civile?» – E le labbra carnose color lampone di Tanja si aprirono leggermente in un sorriso.

«Che dirle? E sì, e no... E' successo, qualche volta» – rise Vassjutin allegramente, e la sua mano non riuscì a resistere: «Ma che bella paffutella, davvero, è lei, Tanečka...»

«Ah… veramente, mi fa davvero confondere, mi vergogno! Ma quanto complimentoso, davvero, è lei!»

L'ospite e la bella Tanja camminavano frettolosamente lungo le aiuole fiorite dell'orto.

La sera era meravigliosamente silenziosa. Il sole tramontava. Intorno non c'era un'anima viva e soltanto, sotto una betulla, la mamma gatta stava giocando coi micini. Attraverso una finestrella dell'essiccatoio per covoni, tagliando una tiepida penombra, si stendeva un fascio di luce del sole, dorando i covoni ammucchiati nell'angolo.

L'essiccatoio odorava di polvere di grano, di topi e di nidi di rondini.

«Compagni!» – apparve davanti al sipario Pavel Mochov. «Attenzione, attenzione! Per ragioni non imputabili al pubblico, compagni, il nostro suggeritore non si sa dov'è finito... Cosicché non è stato possibile ritrovare la canaglia schifosa... Perciò lo spettacolo, compagni, avrà inizio secondo il nuovo stile!»

Una voce verso lui dalla sala: «Secondo il nuovo, e sia il nuovo!.. Ma inizia presto, Paška!.. Molti stanno seduti da stamattina, dall’alba, senza mangiare niente... Non ci vedono più per la fame!»

Altri gridarono: «E' una truffa! Restituisci la ricotta! Dacci le uova indietro!»

Ma Pavel non sentiva. Coprendo di insulti il poliziotto e Vanjatka Ofiumuškin, che non erano riusciti a scovare il suggeritore, corse personalmente alla ricerca.

Il suggeritore: il vecchio soldato Fedotyč è zio di secondo grado di Pavel Mochov. E' un ottimo declamatore in suffragio delle anime dei defunti e un grande attaccabrighe da ciucco: non ha i denti incisivi, che gli fecero saltare durante le risse. Ciononostante è un suggeritore eccezionale e pieno di risorse: se un attore prende una cantonata, si mette a gridare personalmente le battute del copione dalla buca, imitando abilmente la voce.

Pavel si avvicinò di corsa alla sua isba. E proprio così, c'era appeso un lucchetto. Di corsa dai vicini, di corsa nella rimessa, di corsa al bagno-sauna russo...

E cominciò a tremare tutto furiosamente: Fedotyč stava sdraiato supino e, sollevando in alto le gambe, se le frustava con un fascio di rami di betulla, aveva la testa piena di schiuma di sapone, da somigliare fortemente in questo momento ad una vecchia grassa con una cuffietta bianca.

«Mi hai rovinato! Rovinato!..» – si mise a pestare i piedi e a strillare Pavel Mochov.

Il fascio di rami sferzava calorosamente e frusciava come seta.

«Pavlucha, sei tu? Dài, levati presto casacca e calzoni! C'è un bel calore forte, fratello mio!..»

«Lo spettacolo! Vecchio idiota! C'è lo spettacolo!»

«Quale spettacolo? Che stai dicendo? Ma che giorno è oggi?» – e tutt’ad un tratto saltò in piedi, esclamando: «Ahi, ahi, ahi, ahi...»

«E' il vapore che ti dà alla testa?»

Fedotyč si infilò la testa nella camicia.

«Sciacquati almeno la zucca! E' piena di sapone.»

 

Suonò con foga il terzo campanello. Il palcoscenico si aprì e insieme si aprirono tutte sino all'ultima le bocche degli spettatori. Sul palcoscenico uscì un'altissima, grassa moglie del pope.

Nessuna delle ragazze aveva voluto recitare la parte della vecchia. Accettò il fabbro Filat. Il viso di Filat era lungo, come il muso di un ronzino. In testa aveva sistemato un immenso cappello da donna, sul naso stavano gli enormi occhiali fatti artigianalmente, tali e quali alle ruote di un carro. Sul primo piano del palcoscenico si scorgeva una smisurata cornacchia con le ali distese, tutto attorno: un fitto impenetrabile cespuglio in fiore. Filat era molto alto e magro, ma lì dove serviva, aveva infilato tanta di quella ciccia, che la veste lunga della consorte del negoziante locale, una donna molto bassa, gli scricchiolava lungo tutte le cuciture ed arrivava appena appena alle ginocchia; da sotto le balze della gonna spiccavano le gambe secche, fasciate con pezze da piedi, sulle quali molto graziosamente, intrecciandole e contorcendole, si spostava Filat sul palcoscenico.

«Una scrofa africana sui trampoli» – disse sottovoce il compagno Vassjutin a Tanja, che gli respirava calorosamente sulla faccia.

La moglie del pope, dimenando il sedere, a passettini fittissimi si era avvicinata alla credenza, aveva tirato fuori un bottiglione da tre litri e, l'uno dietro all'altro, si era scolata tre bei bicchieri.

«Ma guarda, come tracanna!» – gridò qualcuno con invidia dalle file in fondo.

«Ehi, signora, favorisca pure a noi...»

«Madre! Madre!» – sbucò fuori la figlia Annuška con un grembiule bianco. «Ma come non si vergogna ad ingozzarsi di vodka?!»

La moglie del pope si schiarì la gola e col rauco basso, disse: «Figlia mia, non ti deve nemmeno fregare, quel che riguarda il comportamento della tua propria madre.»

Tra il pubblico si sentirono risate: «Eccoti che razza di signora per bene, sentitela che voce...». E Pavel Mochov dietro le quinte, sconvolto, assordato dal basso della moglie del pope, si tappò gli orecchi e divenne verde di rabbia.

«Ah, è così?» – disse Annuška sonoramente. «Attualmente, madre mia, c'è la parità di diritti. E io non ci sto più con la vostra classe di chiesa, me ne vado al proletariato... Sono una comunista. Sappiatelo!»

«Cosa, cosa!.. Una comunista?! E il fidanzato? Una persona tanto brava e nobile... Ti faccio vedere io, la comunista!» – esplose come da un cannone la moglie del pope e si mise a correre per il palcoscenico; la cornacchia e i cespugli in fiore tremarono...

Pavel Mochov pure correva da un posto all'altro dietro le quinte e, attraverso le fessure, sibilava stizzosamente a Filat: «Ma che cavolo, grugno schifoso, muggisci come un toro! Fai la voce sottile! Sei una donna!»

Questo richiamo astioso fece subito confondere la moglie del pope, Filat: le parole del copione svanirono, evaporarono dalla sua testa e tutto quello che diceva il suggeritore volava via nello spazio, senza essere udite.

Si smarrì anche Annuška.

«Me ne vado, me ne vado» – emetteva gridolini e i suoi occhi, come la calamita al ferro, s’incollarono alla bocca sdentata del suggeritore, Fedotyč.

La moglie del pope grugnì per schiarirsi la voce e, acchiappando al volo una frase del suggeritore, ancor più forte gridò, di un profondo basso roboante: «Vergognati, oh figlia mia! E' una nullità, il tuo nome!»

«Vergogna a te! Carogna schifosa!» – la attaccò chiassosamente attraverso una fessura delle quinte, Pavel Mochov. «Ma io ti spacco la faccia!»

«Vergogna, vergogna!» – alzò di scatto le mani Annuška e in lacrime sgattaiolò dietro le quinte.

«Vergogna a te! Carogna schifosa! Ma io ti spacco la faccia!» – tuonò la moglie del pope Filat, credendo che la battuta le pervenisse dal suggeritore.

Allora Fedotyč sbatté fortemente un pugno nella buca e, con aria sprezzante, disse: «Chiamali attori! Porca vacca!..»

E all'improvviso, con sorpresa generale del pubblico, come da un essere invisibile, cominciò a risuonare dal palcoscenico la sua stridula voce da donna: «Oh, figlia mia... Ti perdono magnanimamente» – pronunciò con voce di falsetto Fedotyč. «Vieni da me, per farti stringere al mio proprio petto. Ecco così, Dio ti benedica» – e sibilò con stizza: «Dov'è Annuška? Mandate Annuška qui, accidenti!..»

Annuška venne ributtata sul palcoscenico da dietro le quinte a forza di spintoni. Trotterellando e dolorosamente esclamando: «Vi sto dicendo che non conosco bene la parte... Mi son confusa, smarrita...» – si avvicinò alla moglie del pope, che silenziosamente stava impalata, abbracciandosi la pancia.

«Benedici, accidenti!» – batté fortemente il pugno sul suolo del palcoscenico il suggeritore.

«Dio ti benedica!» – disse la moglie del pope con voce di basso, da protodiacono.

Pavel Mochov si dimenava dietro le quinte.

«Sipario!.. Al diavolo Filat!.. Accidenti!.. Un dramma così, mi hanno rovinato, deficienti. Daccapo!»

Ma la situazione fu salvata dal borghesaccio-fidanzato, che conosceva a perfezione la propria parte. Entrò sul palcoscenico spensierato. La moglie del pope e Annuška riuscirono a dominarsi di nuovo. Fedotyč suggeriva per tutta la sala, come cento oche messe insieme e, felice, tracannava frettolosamente da un bottiglione: dalla buca del suggeritore tirava una forte aria di vodka casereccia.

Dopo fece il suo ingresso un piccolo pope barbuto, con il saio e la calotta a sghimbescio, il genitore di Annuška.

«Il pope, il pope!» – rumoreggiarono allegramente in sala. «Ma guarda, è una critica alla chiesa!»

La povera Annuška assisteva alla bisboccia destinata a rovinare il suo futuro: il fidanzato con il pope festeggiavano, suonava la fisarmonica, iniziarono le danze, la moglie del pope saltava accovacciata a terra in una frenetica danza russa, i cuscini del seno le scivolavano sulla pancia.

Annuška piangeva. Agli spettatori la scena piaceva: muovevano le teste in accordo con la musica, facevano coro; battevano le mani: «Bisse-bisse-bisse!».

Annuška non amava il fidanzato, piangeva sempre più forte. Ma ecco irrompere un operaio-comunista con un giubbotto di pelle: «Ti salvo io!»

«Caro, caro!» – si gettò Annuška tra le sue braccia.

Il fidanzato gli si buttò addosso con i pugni, ma il comunista estrasse un revolver: «Lei è mia! A morte i borghesi!.. Al muro!»

Il pope e il fidanzato, impauriti, strisciarono sotto il letto. Sipario. Applausi. Grida esaltate: «Bisse-bisse-bisse

 

L'intervallo durò un'ora e mezzo. Si fece buio. Accesero i due lumini a petrolio. L'oscurità si diradò un pochino.

Fra gli attori era come in un manicomio: chi piangeva, chi rideva, chi ripassava la parte.

«Ingoiale, ingoiale crude» – curava Fedotyč la voce del fabbro. «Non vedi che hai il pomo d'Adamo che si è inclinato.»

Il fabbro tirava fuori dal cestino un uovo dietro all'altro, una decina ne aveva ingoiato, ma era tutto inutile.

«Non ne posso più, tornano indietro, maledette...» – disse raucamente.

«Al diavolo!» – si agitò Pavel Mochov. «Ma dove si è mai visto che la moglie del pope abbia questa voce? Non è una donna che parla, ma un orco che ruggisce!»

«Continua ad ingoiare... Si ammorbidisce» – borbottava Fedotyč. La sua grassa faccia rasata era paonazza e sudata, pareva scottata dall'acqua bollente. La vodka casereccia nel bottiglione da tre litri diminuiva a vista d'occhio.

Dalla sala il pubblico si riversava in massa all'aria fresca. Al contrario si introducevano, spingendosi, gli spettatori nuovi. Scricchiolavano gli stipiti delle porte. Con rumore della stoffa si strappavano i bottoni dalle camicie, dalle giacche. Alcuni si portavano al di sopra della testa le sedie, per non perdere il posto. «Dài, ragazzi, forza, spingiamo, spremiamo le carni delle femmine!».

Lo spingi-spingi generale, tanto che scricchiolavano le ossa, c'era anche nello stretto corridoio. Il più audace di tutti, per farsi strada, era il panciuto figlio del pope locale con gli occhiali. Come un esasperato, si faceva largo nella folla a forza di gomitate nelle pance, nelle schiene, con ciò delicatamente pronunciando: «Permesso, per cortesia! Fatemi passare, vi prego!». Al vecchietto Emelja, che aveva una paura tremenda dei topi, infilarono un topo morto nella tasca e non appena schizzarono per strada chiesero un po' di tabacco da fiuto.

Suonò la campanella. Le gente si riversò in senso inverso.

Un contadino del villaggio vicino, Antip, rimase fermo, impensierito, e non appena attorno si fu spopolato, piantando baracca e burattini, disse: «Ma che vadano tutti a ramengo con la commedia» – si mise in spalla una sedia della scuola e, guardandosi intorno, s’incamminò, quatto quatto, con Dio, a casa. «Tornerò, caso mai, domenica prossima. Forse un'altra sedia si potrà portar via, visto la povertà mia...»

 

«Attenzione, compagni, attenzione!» – si sgolava esausto Pavel Mochov, rivolgendosi al pubblico rumoroso. «Per ragioni non imputabili al pubblico, compagni, la moglie del pope era alta e ora diventa bassa. Il pope, invece, cioè suo marito, diventa, a questo punto, viceversa, molto alto. Ma questo non vi deve preoccupare. Si tratta semplicemente di una perturbazione nei ruoli. Perfino meglio! Dunque, io do adesso, compagni, un terzo e proprio ultimo campanello!»

Il sipario si scostò e gli spettatori strabuzzarono gli occhi sonnolenti.

Ecco incedere la moglie del pope, nei vestiti tale e quale alla prima, ma con le gambe corte e pigolava, e dietro a lei, un pope altissimo, lo stesso – acconciatura leonina, la barba – aveva solo la toga al ginocchio e le gambe-trampoli lunghe, fasciate con pezze da piedi.

Risate nel pubblico, esclamazioni: «Perché avete tagliato le gambe alla moglie del pope?»

«Dài, nonnina, facci vedere come danzi!»

«Ehi, come ti va, un pope e mezzo?».

 

Pieno sino all'orlo di vodka, Fedotyč era riuscito per miracolo ad entrare nella buca, tuttavia suggeriva a meraviglia, molto chiaro e scandito: il pubblico, perfino quello rimasto nel corridoio, aveva il piacere di ascoltare in simultanea due tragedie, una dalla buca e un’altra dagli interpreti.

Il lumino di Fedotyč – una ciotola con grasso di montone e la stoppa – faceva fumo nel naso del suggeritore.

Lo svolgimento dell'atto sul palcoscenico filava liscio come l'olio. Il fidanzato-borghesaccio era stato scacciato, nella casa si era insediato il comunista. Ad Annuška era nato un figlio, che stava nella culla e piangeva. Il pope (il fabbro Filat) stava dondolando la culla e diceva: «Questo è un bambino comunista!» – e cantava con voce di basso la ninnananna:

 

Ninnananna-ninna-o,

coi comunisti bene sto.

Dormi bene non frignar,

e coi piedini non tremar...

 

«Eccoti, come sei finita, un bambino hai portato in casa» – disse con cattiveria la moglie del pope. «Il tuo comunista della malora, invece, di nuovo è stato mandato al fronte.»

«Oh, povera me, povera. Ma che disgrazia è la mia!..» – esclamò Annuška e si sedette vicino alla culla per pronunciare, riversa sul bambino, un lungo monologo. Conosceva male la sua parte, aveva incollato lo sguardo alla buca, attendeva il suggerimento; nella buca una fiammella faceva fumo a due code nere e Fedotyč – ma che stupore – aveva fatto una smorfia e aveva spalancato la bocca.

«Oh, povera me, povera. Ma che disgrazia è la mia!..» – ripeté l'esclamazione Annuška.

Ma nella buca all'improvviso si rantolò, si sbuffò e per tutta la sala si sentì: «Tch» – e il lumino si spense.

Fedotyč un'altra volta rantolò, starnutì di nuovo e gridò: «Ehi, Paška! Dammi presto del fuoco... Qui da me il lumi... Ah-tch!.. il lumino si è spento!»

Dietro il palcoscenico è un correre di qua e di là, un bisbiglio, battibecchi: tutti i fiammiferi sono finiti, l'accendino non funziona.

«Oh, povera me, povera. Ma che disgrazia è la mia!..», – si lamentava Annuška disperatamente, scordando le altre parole.

«Ma aspettate... Dis-gra-zia!..» – sbuffò, uscendo carponi dalla buca, Fedotyč sbronzo. «Ce l'hai una disgrazia, quella mia è doppia. Non vedi che il lumino si è spento? Gente, chi ha dei cerini?»

Il pubblico rallegrato con le risa: «Tieni, nonno! Na, na, na…»

E nuovamente tutto filava liscio come l'olio.

Annuška si struggeva talmente bene e in modo naturale, china sul neonato fatto di stracci, e si esprimeva in un modo talmente toccante che fece sugli spettatori un'impressione sbalorditiva: le popolane si soffiavano il naso e si asciugavano gli occhi, i contadini maschi sbuffavano come i cammelli.

Vanjatka Ofiumuškin, per tre uova, si prestò al posto di Filat a piangere da neonato. Vagiva dietro le quinte sonoramente, con sentimento, lamentosamente. Un uomo del pubblico, toccato dalla compassione, gridò ad Annuška: «Cosa aspetti a dare la poppa al povero piccino!»

E una donna: «Si sarà fatto pupu addosso, il povero cristo... Cambia, Annuška, il pannolino al bimbino.»

In una parola, l'atto andò benissimo. Tutti erano contenti, tranne Pavel Mochov. Lui scuoteva per il bavero Fedotyč ubriaco, stridendo, dicendogli: «Sei mio zio, o sei un ultimo figlio di cane?! Non potevi, vecchio scemo, ingozzarti di vodka dopo? Che razza di polemica hai fatto con il tuo lumino...».

 

I galli del villaggio cantavano per la terza volta l'arrivo dell'aurora.

Dietro Tanja e Vassjutin, che di nuovo si avviavano lungo le aiuole fiorite dell'orto, camminavano a distanza i giovanotti con la fisarmonica, urlando uno stornello, per Tanja assai offensivo.

«Ehi, attori!» – gridavano in sala. «Sbrigatevi... E' quasi l'alba. Qui vi sono tanti che da tempo già dormono!»

Effettivamente, sui davanzali delle finestre e lungo le pareti stavano seduti e sdraiati i corpi della gente addormentata.

Quando finalmente scoprirono il palcoscenico, il silenzio fitto, ristabilito tra il pubblico ancor sveglio, venne scosso da un russare disumano. Era il vecchio Andron, piegato fortemente su stesso; appoggiando la sua pelata nella zona lombare di una robusta contadina che gli stava davanti, sbavava e russava. Il resto degli addormentati gli faceva eco con zelo.

L'umore degli attori era brioso: questo atto della tragedia è molto allegro – danze, canti, girotondo, ma finiva con l'assassinio di Annuška. Il mascalzone fidanzato-borghesaccio, scannato nell'atto precedente, doveva irrompere improvvisamente e con una mortale pallottola colpire la povera Annuška. Era il clou del dramma. Questo sì che doveva sconvolgere gli spettatori. Non per niente Pavel Mochov, con un sorriso enigmatico-trionfale, stava riempiendo il fucile da cacciatore di orsi con una massiccia carica di polvere da sparo: farà un botto come un cannone.

Ma se avesse visto, Pavel Mochov, di che ardore brillavano gli occhi della perfida Tanja e con che passione le batteva nel petto il cuore, all'istante il sorriso suo sarebbe stato cancellato da una gelosia furibonda.

La coppietta stava seduta stretta, spalla a spalla; il compagno Vassjutin odorava di colonia e di tabacco, la bella Tanja di polvere di grano, di topi e di nidi di rondini.

 

Scenografie: abeti e pini, riva del fiume; Annuška, con neonato in braccio, sta seduta su un masso.

«Che bella serata» – disse Annuška. «Dormi, mio piccolo, dormi. Senti, una mucca muggisce! (Dietro le quinte muggisce la mucca.) Senti, abbaia un cane. (Cane abbaia.) Ma come cantano bene gli uccellini! Senti, senti, un usignolo...» (Trilla un usignolo.)

Le uova, evidentemente, ebbero l'effetto: Filat in tutti i modi da dietro le quinte imitava e l'usignolo e il cane e la mucca.

Arrivavano ragazze, giovanotti. Iniziarono le danze in girotondo. Trillava l'usignolo, le anatre facevano “gré-gré”, muggiva la mucca.

«Amiche care, fate assistere anche me alla vostra allegria...» – disse Annuška in lacrime. «Il padre e la madre mi hanno cacciato di casa insieme al povero mio bambino. Lo sposo mio, comunista, è stato ucciso dai Bianchi scellerati su tutti i fronti. Sono tanti giorni che cammino senza mangiare, dove portano le gambe e dove non portano».

Annuška singhiozzava amaramente. I giovani si misero a consolarla, accarezzavano il suo bambino. Dietro le quinte nitriva un cavallo, miagolava un gatto, schiamazzavano le galline, grugniva una scrofa.

«Ah, ah! Fatemi tornare le mie belle giornate felici!»

Gli spettatori sospiravano. Il russare da ogni parte si rinforzava. Addormentato oramai da tempo nella buca, Fedotyč, aggiunse anche il suo russare sibilante. La pelata del vecchio Andron era scivolata dalla zona lombare della robusta contadina sul tumido sedere.

All'improvviso dal fitto del cespuglio in fiore sbucò fuori il fidanzato-borghesaccio; nella mano ha una nera rivoltella di legno, assai più grande della comune rivoltella.

Era arrivato il minuto tragico.

Pavel Mochov, dietro le quinte, alzò il cane del fucile.

«Ah, eccoti la mia traditora!» – E il fidanzato si buttò verso Annuška. «Fuori! Uccido tutti!»

Strilli, calpestio, baccano – e il palcoscenico spopolò all'istante. La faccia del borghesaccio era paonazza, assatanata. Strappò dalle mani di Annuška il bambino, lo batté forte di testa sul pavimento e lo scagliò nel fiume.

Annuška si raggelò e si raggelarono tutti in sala.

«E allora!» – urlò il fidanzato-borghesaccio e la tirò per un braccio.

Pavel Mochov aggiunse ancora un po' di polvere da sparo e puntò verso l’alto la canna del suo fucile ad avancarica. Pavel non prendeva parte al dramma, perché, purtroppo, era proprio inadatto al palcoscenico: si confondeva, tremava, borbottava sciocchezze, tuttavia adorava il teatro tremendamente. Perciò negli spettacoli teatrali di città gli veniva sempre affidato di sparare dietro le quinte. E mai niente da ridire, rintronava uno sparo con precisione al secondo.

Anche in questo caso si era limitato a questo ruolo a prima vista insignificante, ma in ogni modo di una responsabilità rilevante.

«Credevamo con il babbo e la mammina che lo avessero scannato» – disse Annuška tutta tremante al fidanzato-borghesaccio.

«Niente affatto!.. Su, brutta carogna comunista, adesso prega Dio. Muori, disgraziata!» E il fidanzato rivolse la pistola, dritto al petto di Annuška.

«O, addio al mondo!..» – oscillò Annuška e si voltò indietro per vedere dove cadere.

Pavel Mochov voluttuosamente tirò il grilletto, ma il fucile fece cilecca.

La sala spalancò la bocca e smise di respirare. Dietro al palcoscenico sibilavano negli orecchi di Mochov: «Dài… dài…dài... Paška, dài...» .

«Muori, disgraziata! Te lo dico per la seconda volta!» – gridò ferocemente il fidanzato-borghesaccio.

«O, addio al mondo!..» – gemette Annuška disperatamente e si mise ad oscillare.

Pavel Mochov con la mano tremante tirò il grilletto, ma il fucile fece cilecca un'altra volta. Imprecando in cagnesco, Pavel scelse tra i detonatori arrugginiti uno migliore.

Il fidanzato-borghesaccio diede un'occhiata implorante verso le quinte e, dopo aver girato per un po' sopra la testa la pistola, la puntò nuovamente al petto di Annuška assai turbata.

«Muori, disgraziata! Te lo dico per l'ultima volta!..»

Qualcuno dalla sala gridò: «E che cavolo, questa scema, non muore!..»

«O, addio al mondo!..» – gemette Annuška per la terza volta, e il fucile fece cilecca la terza volta.

A Pavel Mochov si rizzarono i capelli, stridettero i denti. Il fidanzato-borghesaccio buttò via la pistola di legno, urlò: «Accidenti!» – e sparì dietro le quinte.

Annuška invece non sapeva assolutamente come reagire, finalmente oscillò e cadde senza alcuno sparo.

«Il sipario! Svelti, svelti, il sipario! E' uno scandalo per l'intera regione!» – si affannavano dietro le quinte.

A questo punto, come un tuono, esplose uno sparo.

Tutta la sala saltò ed esclamò 'ah'.

Il ronfante suggeritore, Fedotyč, saltò fuori, sollevando con la testa la calotta di copertura della buca e con questa in testa si mise a correre come impazzito per il palcoscenico. Dai davanzali delle finestre cominciò a cadere fittamente la gente addormentata e quelli che russavano sul pavimento saltarono in piedi, caddero di nuovo – e si misero a strisciare, non capendo più niente.

Il sipario si mosse e cominciò lentamente a chiudersi.

«Compagni!» – si alzò Vassjutin velocemente sopra la sedia. «Sono un rappresentante del comitato per le attività didattico-culturali della giunta comunale. Il comitato si occupa della scelta del repertorio teatrale».

I contadini risero con gioia maligna. Risuonarono delle grida: «Benarrivato!»

«Spiegati da cristiano!.. In parole semplici...»

«Compagni! L'edificio principale del sovkhoz vicino a voi, un ex palazzo del possidente locale, adesso diventa la Casa del Popolo per gli svaghi mirati. Ho con me il mandato ufficiale. Eccolo. Il Potere Sovietico va incontro con gioia alle vostre esigenze spirituali. E adesso chiamiamo tutti insieme: «L'autore, l'autore!»

E tutta la sala, non capendo nulla, gridò insieme al compagno Vassjutin.

L'autore invece, dietro le quinte, piangeva a dirotto chino sul tavolo.

Vassjutin andò dietro le quinte e si fermò perplesso.

«Compagno Mochov! Ma non si vergogna! Il pubblico la sta chiamando. Lo sente? La smetta e andiamo, presto!»

Pavel Mochov asciugò coi pugni gli occhi e non riusciva più a comprendere che cosa gli stesse succedendo. Andava non si sa dove, non si sa dove si era fermato. Dalla semioscurità lo divoravano centinaia di occhi accesi.

Nel frattempo Fedotyč, barcollando, girava come un ossesso per il palcoscenico; ardeva l'anima ad iniziare uno scandalo.

«Compagni! Voi avete adesso la vostra Casa del Popolo, un vostro circolo filodrammatico. E chi è che lo aveva organizzato? Ma certamente, è un ex combattente dell'Armata Rossa, il compagno Mochov. E anche se la rappresentazione non è andata del tutto liscia, niente male, in quanto si tratta di una prima esperienza, compagni. Ecco davanti a voi c'è l'autore della pièce che voi avete appena ammirato... Onoriamolo, compagni. Evviva Pavel Mochov e il suo talento! Bravo! Bravo!» – si mise a battere le mani Vassjutin, e dietro a lui gli attori sul palco, e dietro a loro tutta la gente in sala.

«Bravo! Bisse-bisse-bisse! Bravo! Vài forte, Paška! Non è nulla... Ci piace... Pavel, discorso! E parla!..»

«Onore da tutti i presenti! Urrà!» – si sgolava il compagno Vassjutin.

Fedotyč strinse la mano a pugno e, sempre barcollando, si avvicinò da dietro, quatto quatto, a suo nipote.

Pavel Mochov diede un orgoglioso sguardo grifagno a Tanja, poi alla finestra, oltre alla quale si intravedeva il mattino rosa e, in uno strano brodo di giuggiole, soffocando di entusiasmo, iniziò il discorso: «Compagni! Sì, sono davvero un drammaturgo collettivo...» – e con ciò stramazzò colto da un'inattesa forte botta alla nuca.

«Te lo faccio vedere io, come si prende lo zio per il bavero!» – gridò selvaggiamente su di lui Fedotyč, agitando il pugno nell'aria. «Te lo do io l'onore da tutti i presenti!..»

 

Il giorno dopo il compagno Vassjutin lasciò il villaggio. Insieme a lui sparì anche la bellissima Tanja. Disse a casa che stava andando in città a lavorare in fabbrica ed a frequentare i corsi serali. A scuola, invece, dopo “La morte innocente di Annuška”, costatarono la mancanza di sette sedie comunali.

Pavel Mochov dal colpo subito per la mutevolezza del destino – sia lo spettacolo mal riuscito, sia lasciarsi soffiare la bella Tanja – si rammaricò a lungo.

E Fedotyč brillo, come poteva, lo stava a consolare.

«Tu, nipote mio, non te la prendere perché ti avevo dato le botte» – biascicava. «Ma se dovessimo rappresentare spesso commedie come queste, qua non avremo più né dei mobili né delle giovani femmine».

«Fa niente, zio, ogni cosa si aggiusta... E' tutto sta nel fatto che mi mancano gli studi, questo è vero. Andrò in città ad istruirmi come si deve. E quando tornerò, vedrai che grandioso spettacolo allestiremo, lo vedrai!... Inoltre, organizzerò una biblioteca, cosicché il nostro villaggio Ogryzov diverrà all'avanguardia...».

E Pavel Mochov andò in città a frequentare i corsi di studio per gli addetti alla propaganda culturale.

 

1 Questo nome può avere due diversi significati: “Digrignano” oppure “Torsolone”.

2 Bevanda fermentata analcolica, acqua panata.

 

1923

 


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