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Università: basta concorsi! - ( 23 settembre 2013) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 23 Settembre 2013 17:11

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di lunedì 23 settembre 2013]

 

Leggo su quotidiani nazionali di un concorso per la specializzazione a Cardiologia 1 presso l’Università Sapienza di Roma e dello scandalo annesso: prima del concorso si conoscevano già i nomi dei vincitori. E si chiede che si facciano concorsi più seri. Non sono d’accordo! Lo so che vi sembrerà strano, così ora mi spiego. Quando parlo ai miei colleghi stranieri dei concorsi, non trovo una parola inglese che descriva bene la questione. E loro, comunque, non capiscono. Se a Oxford hanno bisogno di un professore che lavori su una disciplina, mettono un annuncio sulle riviste scientifiche del settore, arrivano le candidature, e il posto viene dato a chi ha le caratteristiche più indicate alla bisogna. La commissione che valuta le domande è interna: a Oxford non ci pensano neppure di chiamare uno di Cambridge per decidere chi si deve assumere a Oxford! Da noi, invece, c’è il concorso e i professori di una ipotetica Oxford italiana decidono chi dovrà andare a Cambridge. E’ come se i giornalisti di Repubblica scegliessero gli editorialisti del Corriere della Sera. Una follia. A me va bene il sistema di Oxford o, se volete, dei giornali. Tu puoi assumere chi vuoi, e ne sei responsabile. Come si misura la responsabilità? Semplicissimo. Valuto la produzione scientifica e l’efficacia didattica delle singole persone e dell’istituzione nel suo complesso. Se lavorano bene, e i risultati ci sono, vuol dire che si sono scelte le persone giuste. Se le valutazioni sono negative, significa che si sono scelte le persone sbagliate. In questo caso l’Università scende di grado, perde prestigio. Se il rettore di Oxford si accorge che la sua università sta perdendo prestigio, chiama i responsabili li rimuove dai loro incarichi. Ma poi, è ovvio che a Oxford (dove non sono scemi) non si sognano neppure di assumere un incapace, perché ci tengono moltissimo alla reputazione della loro Università.

Da noi, con i concorsi, si deresponsabilizza la scelta. Ci sono delle prove, dei verbali, dei criteri, graduatorie, tutto deve essere timbrato e firmato. Si può fare ricorso, bloccare tutto per un timbro mancante. La sostanza non ha alcun valore, quel che conta è la forma. Il concorso deresponsabilizza. E’ la commissione che ha scelto, può dire il Rettore, mica io. Tutto è formalmente ineccepibile. Noi siamo un paese di avvocati. Ci piace la forma e non ci importa della sostanza. E se proprio vogliamo la sostanza, cerchiamo di arrivarci attraverso la forma. Visto lo stato del nostro paese, è ovvio che non è un buon modo di gestire le cose. Bassanini, quello che aveva cercato di semplificare la nostra burocrazia, direbbe che diamo molta importanza agli adempimenti e non ci interessiamo degli obiettivi.  Formalmente è tutto a posto, ma poi non funziona niente. I concorsi sono una vessazione burocratica delle scelte del personale. Ai professori universitari si deve dire: dimmi un obiettivo che vuoi raggiungere. Potrebbero essere progetti, scoperte, pubblicazioni, corsi, invenzioni, ora questo è secondario, è inutile entrare nei dettagli. Bene, scegli tu la squadra che credi sia più attrezzata per quel che vuoi fare. Man mano che realizzi qualcosa, faccelo sapere, perché ti diamo carta bianca ma è ovvio che poi il tuo operato sarà valutato. Se le cose fossero messe in questo modo, credete che gli incapaci sarebbero assunti? Certo, in Italia lo sarebbero. Ma chi li assume, alla prima valutazione sarebbe spazzato via, se si valutassero gli obiettivi. E chi viene dopo si guarderebbe bene dal comportarsi nello stesso modo. In altre parole: se nel reparto di Cardiochirurgia dove i concorsi sono “truccati “si fanno cose mirabolanti, a me non importa gran che di come hanno espletato i concorsi. I risultati sono ottimi e, se mi dovessi ammalare di cuore, andrei in quel reparto. Non mi interessa andare in un reparto in cui tutto è fatto secondo regole stringentissime e poi i pazienti muoiono.

Lo ridico in un altro modo: se dobbiamo andare in una struttura che ci deve curare non diciamo: ah, guarda, lì fanno dei concorsi rigorosissimi. Non ci interessa. Diciamo: se vai lì entri malato e esci sano. Ci interessano gli obiettivi, degli adempimenti non ci importa. Gli italiani che scappano e vanno all’estero vanno in posti dove i concorsi non ci sono. Le strutture vogliono i migliori, e se li prendono senza tante storie. Da noi si fanno i concorsi e poi tutto va a rotoli. E questo non avviene perché i concorsi sono truccati, avviene perché, almeno nella cosa pubblica, a noi piacciono gli adempimenti e non ci interessano i risultati. Il risultato è che siamo il paese delle scartoffie, ma di sostanza ce n’è poca. Concludo dicendo che il sistema universitario italiano è stato valutato e la corsa alla critica della valutazione è cominciata. Il fine è di dimostrare che non si può valutare. In modo che tutto continui come sempre. La valutazione può e deve essere migliorata, ma è l’unica strada che abbiamo per uscire dalla schiavitù del verbale e del timbro. I giornali che hanno denunciato lo scandalo del concorso a Cardiologia 1 alla Sapienza non hanno informato i loro lettori sul livello qualitativo di quel reparto. L’unica cosa che interessa è la forma, mentre la sostanza non conta niente. Ma, magari, se il giornalista si ammala chiede di essere operato proprio in quel reparto, se è uno dei migliori, no? Facendo questo ha fatto una valutazione e ha scelto. Di come il primario scelga i suoi collaboratori non gli interessa. Conta il suo cuore, e il suo benessere. Bene, questo concetto deve essere esteso a tutto l’apparato pubblico. Ovviamente i risultati devono anche essere economici. Il San Raffaele è un ottimo ospedale, da un punto di vista medico. Ma è stato gestito economicamente in modo molto opinabile. Anche l’efficacia gestionale, però, deve essere valutata in base ai risultati, non alle scartoffie. Non ci vuole Einstein per capire queste cose, basta guardare come fanno gli altri. Ora ci rimane un interrogativo: come mai non facciamo le cose in questo modo? Risposta: con gli adempimenti si può barare, con i risultati no. Noi nascondiamo l’inadeguatezza dei risultati con l’inoppugnabilità degli adempimenti. E il paese va a rotoli. Ma tutti i timbri e le firme sono al loro posto.


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