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Memorie Narranti: l'Università Popolare aderisce all'iniziativa del Patto per la Lettura in occasione della giornata della memoria
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La strada di casa di Costantino Piemontese PDF Stampa E-mail
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Domenica 29 Settembre 2013 10:09

[“Il Paese Nuovo online” del 5 aprile 2013]


Conosco Costa Piemontese da decenni. Complice del nostro incontro fu Antonio L. Verri, quella volta che mi disse “andiamo a trovare i gemelli Messapi”.  Nella mia mente è sempre fissa l’immagine di via Umberto 1° (si chiama ancora così quella strada, con questo nome così desueto), nei pressi della sede della Provincia di Lecce e della Prefettura, dove con Antonio mi recai a quell’incontro: Costantino col suo gemello Beniamino intenti a lavorare la cartapesta, a scolpire nelle varie forme immagini che affondano nel mito della Messapia, in quello del Salento, terra vissuta con intensità, con passione, con amore; di quell’amore di cose antiche, che rinforzano la memoria e che danno senso alla vita di ognuno di noi.

Un giorno seppi che i due fratelli chiudevano la loro lunga attività di cartapestai e che le loro strade, pur sempre unite dall’affetto parenterale, si dividevano nel continuare a fare arte. Beniamino con il suo impegno civile nella difesa dei luoghi storici e sacri del Salento attraverso l’Osservatorio Anna Maria Massari e Antonio Verri, impegnato anche a fotografare, filmare e suonare; Costa, invece, ad immergersi nella pittura, nel disegno, nel trasporto delle immagini su supporti che le sue mani cercano nella sua casetta di via Antonello Coniger.

Accadde che un giorno, andando in giro per la Lecce storica, alla ricerca di immagini, suoni, rumori, angoli, spigoli, bar, vino e quant’altro che riguardasse Edoardo De Candia, mi imbattessi in Costa che si dirigeva al suo atelier. Mi invitò a visitarlo e lì scoprii la sua nuova attività: aveva deciso di fare il pittore.

Timidamente, ma sempre accompagnato dalla gioia della nostra lunga amicizia, Costa mi fece vedere i suoi disegni, le sue tempere, i suoi olii. Gli chiesi di dipingermi un ritratto di Edoardo, che poi sarebbe stato esposto nel Fondo Verri in occasione di un ricordo dell’artista leccese. Evento che effettivamente si svolse con l’immagine del ritratto di De Candia, dipinto da Costa Piemontese.

Poi passò del tempo, fino a quando una email mi giunse di primo mattino, leggera come una piuma e sottile come una carta velina. C’è scritto:

«Tu, Maurizio, sei stato l'unico intellettuale che io abbia invitato a venire a casetta, ed anche l'unico ad esserci stato. Un anno trascorso a riprendere il filo di un rapporto con la carta ed i colori che si era interrotto anni fa, e che ho pian piano fragilmente ritrovato nella piccola stanza in cui mi ha fatto compagnia il desiderio./ Ti cito ora dei passi di Emily Dickinson, scrittrice a me cara, che ha scritto in uno dei suoi fascicoli nascosti: “Sono stata per anni lontana da casa.../ Passarono anni prima che
ritrovassi la strada di casa,
ma non osavo avvicinarmi a essa
temendo che uno sconosciuto

mi scrutasse impietrito,
respingendomi con la domanda
che cosa ci facessi io ancora là,
dopo una vita trascorsa altrove”./ L'attaccamento imperdibile alla casa del calore e del colore l'ho voluto rendere a modo mio, su fogli della mia cartapesta, pur sempre carta di Amalfi.
Di quella nostra cartapesta leccese – materiale impastato in molte stanze di questa città, insieme coi manichini messi ad asciugare per strada – territorio conosciuto di slancio, unione, costruzioni e speranze per la coppia di messapi felici e sognatori che siamo stati Benia ed io./
Una dozzina di fogli colorati, percorrendo i quali ho ritrovato forse la strada di casa./ Il percorso è stato quello dei luoghi che porto nel cuore, fatti di muretti pietrosi, alberi nodosi, pezzotti di leccisu, modellati una volta dalle mani degli scalpellini e ora dallo strofinio della pioggia e del vento su fondali verdi ed azzurri».

Francamente non ho timore di dire che la lettura di questa mail mi ha commosso, perché mi ha fatto scoprire il cuore di un artista leccese – Costantino Piemontese – amico e sodale di tante occasioni di vita in questa Lecce barocca e sobria; un cuore, quello suo, serbato in uno scrigno d’uomo che ora mi si apriva davanti con tenerezza e delicatezza, quelle stesse che io ho conosciuto in un bambino di mezzo secolo fa quando, spensierato, correva sul prato della casa nel campo degli ulivi intento a volteggiare l’aquilone dell’ingenua creatività.

Ho risposto a Costa che accettavo di fare tutto quello che mi avrebbe chiesto. Appunto essere qui stasera con voi e con lui per dire di questi suoi pastelli, di queste sue immagini che, assieme a voi, osservo e che sento come un ritorno dell’artista al tratto della gioia della fanciullezza. Ci sono fili sottilissimi in questi fogli di cartapesta che segnano il sentiero della vita di Costa. C’è il ritorno alla casa e la strada che a quella casa porta. Ci sono poi nature morte, oggetti definiti in una prospettiva che prospettiva spesso non è. E ci sono paesaggi del cuore, campiture della terra amata, trulli e alberi antropizzati, un faro davanti ad un mare che chiama la luce della diversalità.

Si tratta di pastelli che hanno tutti un tratto di fondo, quello del sogno lucido della trasparenza e della nostalgia, quella stessa del tempo ormai vissuto, ormai passato e che mai più potrà tornare. La strada della casa sta lì a significare che dietro la perigliosa curva a gomito c’è forse la soluzione dei problemi della vita, forse c’è la casa dove l’artista potrà finalmente trovare la quiete dell’anima, ma chi non dice che forse là, oltre la stretta del cuore c’è ancora altra inquietudine.

Qui, di questi disegni a pastello di Costantino Piemontese, non voglio dire della maestria o meno dell’artista, perché non sento essere questo il mio compito in questa occasione. Aspetterò ancora il tempo dell’andare incontro alla sua continuità esperienziale per poi poter dire e sottolienare. Qui parlo del significato delle immagini che Costa ha prodotto spinto da quel sentimento d’amore che tutto colma e copre. Un giorno egli mi disse: «c’è stato un tempo in cui andavo rigirandomi nella testa frasi che cercavano un andamento in versi. Dopo di allora ho amato allo stesso modo la vita dei campi, il lavoro dei contadini, e i paesaggi solitari che ricercavo timidamente./ Ci sono stati allora i lunghi anni del tavolino e dei fogli te cartapista impastati de ponnula... è stato il tempo in cui ci siamo conosciuti./ Ho dei sogni conservati nel cassetto, affollati su carta, ma da due anni a farmi davvero compagnia sono la matita e i colori».

Appunto sogni lucidi e di transe sospirata. Sogni pastellati su semplice carta da cartapesta, con tratti di un artista non più bambino, ma che del bambino conserva il purissimo cuore.


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