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Racconti sovietici 3. BORIS LAVRENËV: Quarantunesimo (parte prima) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Domenica 29 Settembre 2013 19:15

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Capitolo Primo,

scritto dall'autore esclusivamente

in virtù di necessità

 

L'anello rilucente delle sciabole cosacche si disintegrò all'alba, aprendosi per un attimo a nord, reciso dalla pioggia rovente di una mitragliatrice, e nello strettissimo varco si fece strada, con l'ultimo sforzo febbrile, il commissario rosso-lampone Evsjukov.

In tutto uscirono dall'accerchiamento mortale, in una conca vellutata, il rosso-lampone Evsjukov, i ventitre e Marjutka.

Centodiciannove e quasi tutti i cammelli rimasero distesi sull'ammasso di sabbia gelata, in mezzo ai rami serpeggianti di saksaul1 e alle verghette rosse di tamarisco.

Quando al capitano dei cosacchi, Buryga, riferirono che soltanto gli avanzi residui del nemico erano riusciti a sfondare l'accerchiamento e a dileguarsi, costui girò con una manona bestiale i suoi folti baffi, sbadigliò, spalancando la bocca con una fossa profonda che assomigliava ad un posacenere di ghisa e, con indolenza, ruggì: «E che vadano all'inferno! A che serve inseguirli? E' solo, semmai, per far stancare inutilmente dei cavalli! Tanto creperanno in ogni caso nelle sabbie del deserto!»

Intanto il rosso-lampone Evsjukov con i ventitre e Marjutka, scappavano con l'ampio passo scaltro dell’infuriato ratto della steppa, addentrandosi sempre di più nelle infinite sabbie granulose.

Il lettore è già impaziente di apprendere, perché “rosso-lampone” Evsjukov?

Andiamo per ordine.

Quando il generale Kolčiak2, coi fucili spianati della mescolanza umana, chiuse come con un duro tappo l'intera linea ferroviaria della città di Orenburg, lasciando arrugginire le locomotive a vapore allibite dal terrore nelle retrovie profonde dei binari morti, ad un certo punto non rimase più nella repubblica del Turkmenistan la tinta nera per la colorazione delle pelli.

Il tempo, però, divenne rombante, agitato, torbido, coriaceo.

Ad un corpo umano buttato fuori delle accoglienti mura domestiche alla calura e nel gelo, nella pioggia e al vento, al fischio tagliente delle pallottole, serviva una corteccia ben resistente.

Proprio per questo fra l'umanità ebbero impiego le giubbe di pelle.

Dappertutto le pelli delle giubbe venivano colorate di un nero dai riflessi grigio-acciaio, severo e deciso, proprio come lo sono gli uomini che le indossano.

Ma in Turkmenistan non c'era più una tintura così.

Si dovette allora, per ordine dello Stato Rivoluzionario, requisire alla popolazione locale le scorte delle polveri d’anilina tedesche, con le quali le donne uzbeche di Fergana coloravano in un'impressionante gamma di tonalità pavonesche le sete impalpabili dei loro scialli e le mogli turkmene dalle labbra secche le usavano per gli ornati di disegni a lunghe fibre dei loro tappeti.

Con queste polveri cominciarono a tingere le pelli fresche dei montoni e “divampò”, si accese l’Armata Rossa del Turkestan con ogni sfumatura dell'arcobaleno: rosso-lampone, arancione, giallo-limone, verde-smeraldo, lilla, turchese.

Al commissario Evsjukov il destino, nei panni di un butterato magazziniere del vettovagliamento, consegnò, su mandato, le braghe e la giubba di un rosso-lampone vivo.

La faccia di Evsjukov sin dall'infanzia pure era rossa-lampone, con delle lentiggini color rame e in testa, invece dei capelli, aveva una morbida peluria come quella di un anatroccolo.

Se si aggiunge, inoltre, che Evsjukov era di statura assai piccola, di corporatura tarchiata, robusta e la sua sagoma sembrava un ovale regolare, allora con la giubba e le braghe rosso-lampone acceso era proprio simile – due gocce d'acqua – ad un uovo di Pasqua colorato. Sulla schiena di Evsjukov s’incrociavano le cinture di cuoio dell'equipaggiamento militare, formando la lettera “X” di “Xristos”, come qui da noi viene chiamato Cristo; cosicché, non appena il commissario si girava, sembrava che davanti dovesse apparire la lettera “R”, pari pari al benaugurale cristiano-ortodosso delle feste pasquali, “XR”: “Cristo è risorto!“

Ma è puramente trarre in errore, perché Evsjukov non aveva fede né in Cristo, né nella Pasqua.

Credeva, invece, nel Soviet, nell'Internazionale, nella Ceka e ad una brunita pesante pistola a tamburo, tra le sue forti e nodose dita.

I ventitre che si avviarono insieme con Evsjukov a nord, uscendo dall'accerchiamento mortale delle sciabole cosacche delle Guardie Bianche, erano i combattenti dell'Armata Rossa, semplici soldati come tanti altri, nulla più. Uomini comuni, e basta.

Tutta speciale fra loro è Marjutka.

Orfana del padre pescatore e di madre, Marjutka era nativa di uno dei villaggi di pescatori del delta del Volga nei pressi di Astrakhan, largo, gonfio dal vasto canneto.

Per dodici anni, da quando ne aveva sette, stette seduta con le braghe indurite di tela catramata a cavalcioni di una panca unta di budella di pesce, squarciando con il coltello i viscidi ventri argentei delle aringhe.

Ma quando in ogni città e villaggio indirono l'arruolamento volontario nella Guardia Rossa, Marjutka all'improvviso ficcò bruscamente il coltello nella panca e andò nelle sue rigide braghe ad arruolarsi.

Dapprima la mandarono via, ma poi, vedendo quella sua quotidiana insistenza, risero fragorosamente e la arruolarono come un soldato della Guardia Rossa a pieni diritti con tutti gli altri combattenti, ma pretesero una rinuncia scritta del modo di vivere femminile e, tra l'altro, di astenersi dalla procreazione sino alla vittoria definitiva dei lavoratori sul capitalismo.

Marjutka, un delicato fuscello di una canna palustre, le trecce color rame sistemava ad aureola sotto un bruno colbacco turkmeno di Tekin; gli occhi di Marjutka sono forsennati, di taglio a mandorla, illuminati da una felina luce gialla.

L'essenziale dell'esistenza di Marjutka era sognare. Aveva una spiccata inclinazione verso i sogni ed amava, inoltre, scrivere le poesie su un qualsiasi pezzo di carta con un moncone di lapis, dove capita capita, con cura, a lettere traballanti, come nel malcaduco.

Questo era noto a tutti nel distaccamento. Non appena si entrava in una città qualsiasi, dove c'era la redazione di un giornale, Marjutka andava nella cancelleria del reggimento per chiedere con insistenza un po' di fogli di carta e, inumidendo con la lingua le sue labbra secche per l'emozione, riscriveva accuratamente i versi in bella copia, mettendo sopra di ognuno il titolo e sotto la firma: poesia di Maria Bassova.

I versi erano di vario genere: della rivoluzione d'ottobre, della lotta di classe, dei dirigenti politici.

Tra gli altri di Lenin:

 

Lenin, sei un nostro eroe proletario,

In piazza erigeremo un monumento a te.

Hai abbattuto il palazzo dei regnanti,

Puntando il piede sul potere operaio.

 

Portava le poesie alla redazione del giornale. Nella redazione fissavano la ragazza, di costituzione fragile, con indosso un montone rovesciato e una carabina da cavalleggero sulla spalla; prendevano, stupiti, le poesie, promettevano di leggerle.

Dando uno sguardo tranquillo a tutti, Marjutka andava via.

Il segretario di redazione incuriosito leggeva attentamente i versi. Le sue spalle si sollevavano e cominciavano a tremare, la bocca si allargava in una fragorosa, irrefrenabile risata. Attorno si raccoglievano gli altri collaboratori della redazione e il segretario, soffocando dalle risa, leggeva le poesie ad alta voce.

I collaboratori ridevano, rotolandosi sui davanzali delle finestre: a quei tempi le redazioni erano del tutto prive di mobili.

Marjutka ritornava la mattina dopo. Guardava ostinatamente con le sue gialle pupille fisse, nel viso contratto dalle convulsioni del segretario, raccoglieva i fogli e diceva cantilenando: «Quindi, non possono essere pubblicate? Sono mal costruite, acerbe? Eppure le poesie mi vengono proprio dal cuore, le modello, le scolpisco come con un'accetta, e pur sempre mi vengono male. Ebbene, devo lavorarci sopra ancora – non c'è altro da fare! Ma come mai, la peste dei pesci le pigli, sono tanto difficili? Eh?»

E, calcandosi in testa sino agli occhi il suo colbacco turkmeno, stringendosi nelle spalle, lasciava la redazione.

Le poesie non riuscivano a Marjutka, invece sparava dalla carabina contro un bersaglio con una straordinaria precisione. Era il miglior tiratore scelto del distaccamento di Evsjukov e nelle battaglie si trovava sempre vicino al commissario rosso-lampone.

Evsjukov indicava con il dito: «Marjutka! Guarda! Un ufficiale!»

Marjutka strizzava gli occhi, si leccava le labbra e senza fretta muoveva la canna della carabina. Tuonava lo sparo, sempre infallibile.

Lei abbassava l'arma ed ogni volta diceva: «E' il trentanovesimo, la peste dei pesci lo pigli. E' il quarantesimo, la peste dei pesci lo pigli.»

«La peste dei pesci ecc...» – era l'intercalare preferito di Marjutka.

Non sopportava invece né parolacce né bestemmie. Se capitava che vicino qualcuno imprecasse volgarmente, si accigliava, taceva e arrossiva.

Marjutka osservava rigidamente la rinuncia sottoscritta durante l'arruolamento nella Guardia Rossa. Nessuno nel distaccamento poteva vantarsi di una sua particolare benevolenza.

Una volta, di notte, provò con lei un magiaro, Gucia, arrivato nel distaccamento da poco, che da alcuni giorni se la mangiava letteralmente con gli occhi. Finì malissimo. Si allontanò il magiaro, strisciando a stento, con tre denti rotti e ferito alla tempia. Marjutka lo aveva conciato per le feste con il calcio della rivoltella.

I soldati della Guardia Rossa prendevano in giro Marjutka bonariamente, ma durante le battaglie la proteggevano assai più di se stessi, guidati dall'inconscia tenerezza, nascosta profondamente sotto il rigido guscio dai colori accesi delle giubbe, dall'angoscia nostalgica per i corpi pieni di calore e d’accoglienza delle femmine lasciate a casa.

E' così che si erano avviati verso nord, nell'oscurità disperata delle infinite gelide sabbie granulose, i ventitre, il rosso-lampone Evsjukov e Marjutka.

Coi trilli argentei delle tempeste di neve cantava un tormentoso febbraio. Ricopriva di soffici tappeti, di piume di brina le cunette fra i dossi delle dune sabbiose e al di sopra degli uomini, avviati nell'oscurità e nella tormenta, fischiava il cielo – non si sa se per il vento furioso, o per l'ossessionante stridore delle pallottole nemiche che si incrociavano nell'aria, all'inseguimento dei fuggiaschi.

Con difficoltà tiravano fuori dalla neve e dalla sabbia le gambe appesantite con gli scarponi rotti; i rugosi cammelli affamati rantolavano, ululavano e sputavano.

Prive di ogni vegetazione, le grandi superfici argillose spianate dai venti luccicavano di cristalli salini e per centinaia di verste tutt'attorno il cielo era tagliato dalla terra, come con un coltellaccio da macellaio, lungo la linea dritta ed offuscata del basso orizzonte.

Questo capitolo, tutto sommato, è del tutto superfluo nella mia narrazione.

Sarebbe assai più semplice iniziare dalle cose principali, da tutto quello, di cui si parlerà nei prossimi capitoli.

Tuttavia il lettore doveva, in qualche modo, venir a sapere, da dove e per quale motivo erano apparsi i resti del distaccamento speciale di Gur'jev ad una distanza di trentasette verste a nord-est dai pozzi di Kara-Kaduk, come mai in una formazione della Guardia Rossa si trovasse una donna, perché il commissario Evsjukov fosse rosso-lampone e tant'altro ancora bisognava far conoscere al lettore.

Cedendo alla pura necessità, ho scritto questo capitolo.

Mi permetto, tuttavia, d'assicurarvi che non ha alcun significato.

 

Capitolo Secondo,

in cui sull'orizzonte appare una macchia scura,

che, ad uno studio più ravvicinato, si trasforma nel

tenente della guardia imperiale, Govorucha-Otrok

 

Dai pozzi Gian-Gel'dy sino ai pozzi Soj-Kaduk c'erano settanta verste, da lì, fino alla sorgente Uškan, ce n’erano altre sessantadue.

Di notte fonda, piantando il calcio del fucile in mezzo ad una radice serpeggiante di una pianta desertica rinsecchita, Evsjukov con voce raffreddata, raggelante, disse: «Alt! Pernottamento!».

Accesero un falò con dei rami di saksaul, che ardevano con una fiamma grassa di nerofumo e si inumidiva la sabbia attorno al fuoco in un cerchio scuro.

Tirarono fuori dalle some riso e lardo. Nel paiolo di ghisa misero a cucinare un risotto che sprigionava un acre odore di montone.

Gli uomini si ammucchiarono strettamente davanti al fuoco. Tacevano, battendo i denti, cercavano come potevano di proteggere il corpo dalle gelide dita febbrili della tormenta di neve che penetravano in ogni strappo dei loro vestiti. Si scaldavano i piedi direttamente sul fuoco, cosicché la pelle indurita degli scarponi scoppiettava e zufolava.

I cammelli sbrigliati tintinnavano malinconicamente di sonagli nel turbine biancastro della tormenta.

Con le dita tremanti, Evsjukov si fece una sigaretta di tabacco forte arrotolata a mano.

Fece uscire dalla bocca il fumo e, insieme al fumo, con sforzo riuscì a cavarsi di bocca: «Dobbiamo discutere, compagni, in che direzione avviarci a questo punto.»

«Ma che direzione e direzione,» – gli rispose una voce spenta dalla parte opposta del falò, – «in ogni caso siamo spacciati. Ritornare a Gur'jev è impossibile, là si saranno oramai radunati tanti di quei cosacchi della Guardia Bianca – una marea infinita. Ma oltre a Gur'jev, non c'è un solo posto dove si potrebbe svignarsela.»

«Non si potrebbe andare a Chiva?»

«Macché! Sentilo! Camminare per seicento verste, quasi, attraverso il deserto Karakum? E nella pancia cos'è che metti? A meno che non allevi dei pidocchi nei mutandoni per l'antipasto!»

Scoppiarono in una risata, ma la stessa voce spenta disse disperatamente: «Va a finire male lo stesso, è tutt'uno crepare!»

Si strinse il cuore di Evsjukov sotto la corazza rosso-lampone, ma, senza farlo notare, troncò furiosamente l'uomo che stava parlando: «Tu, verme schifoso! Smettila di sollevare panico! A crepare è capace ogni stupido, adesso invece serve far funzionare le rotelle nella zucca per non crepare.»

«Si può andare al fortino Aleksandrovskij. Lì ci sono i pescatori, tutti fratelli, dei nostri».

«Non va bene» – ribatté Evsjukov. «Sappiamo da un rapporto che l'Armata Bianca di Denikin aveva sbarcato lì le sue truppe. I fortini Krasnovodskij e Aleksandrovskij sono in mano del nemico.»

Qualcuno, tra sonno e veglia, emise un gemito pieno di sofferenza.

Evsjukov si diede una manata sul ginocchio caldo dal fuoco. Tagliò corto: «Basta! C'è solo una via, compagni, è avviarci al mar di Aral! Sulle rive di Aral ci sono sempre le tribù nomadi delle popolazioni locali, ci riposiamo un po' da loro e poi ci mettiamo in marcia, aggirando le coste del mare, verso Kasalinsk. A Kasalinsk c'è un nostro quartier generale del fronte. E da lì la casa è vicina.»

Parlò tutto d’un fiato e tacque. Non credeva neppure lui stesso che si potesse arrivare.

Sollevando il capo, un combattente che gli stava sdraiato vicino, domandò: «E sino ad Aral che cosa mangiamo?»

E di nuovo Evsjukov tagliò corto: «Stringiamo la cinghia. Razza di granduchi dei miei stivali! Che vuoi, le leccornie sul piatto d'argento? Stai fresco! Abbiamo il riso ancora, c'è anche un po' di farina.»

«Per tre giorni di marcia appena!»

«E allora, se fossero solo per tre! Da qui, per arrivare al golfo di Černyščiov, sull'Aral, ci saranno pressappoco dieci giorni di marcia. Abbiamo sei cammelli. Quando finiamo i viveri, ci mettiamo a macellare dei cammelli. Tanto non ci servono lo stesso. Macelliamo un cammello, mettiamo la carne sull'altro, e via. E' così tireremo avanti sino ad arrivare alla meta.»

Tutti rimasero in silenzio. Vicino al falò stava sdraiata Marjutka, che, appoggiandosi la testa sulle mani, fissava il fuoco con le sue fisse, adesso inespressive, gialle pupille feline. Un turbamento si impadronì dell'animo di Evsjukov.

Si mise in piedi, si ripulì la giubba dalla neve.

«Fine delle discussioni! Il mio ordine è di mettersi in marcia all'alba. E' probabile che non a tutti toccherà di arrivarci» – strattonò con l'impeto di un uccello spaventato la voce del commissario, «ma c'è bisogno di mettersi in cammino... compagni, perché, se capite, qui si tratta della rivoluzione... Per i proletari di tutto il mondo!»

Il commissario guardò dritto negli occhi, l'uno dopo all'altro, ognuno dei ventitre. Non vedeva però oramai, lì dentro, il fuoco della lotta cui si era abituato nell'ultimo anno. Erano torbidi gli occhi, si sottraevano allo sguardo e sotto le ciglia abbassate si agitavano: sfiducia e disperazione.

«Divoriamo i cammelli e poi ci metteremo a mangiarci l'un l'altro.»

Tacquero ancora.

All'improvviso con un'isterica voce sibilante, Evsjukov urlò: «E adesso basta! Conoscete il dovere rivoluzionario? Silenzio! C'è l'ordine, esegui! Non esegui, al muro!»

Tossì e si sedette.

E quello che mescolava con lo scovolo da fucile il risotto nel paiolo, in modo inaspettato, gridò allegramente al vento: «Ma che cavolo, avete le fregne? Si mangia! Il risotto è pronto, mangiate, se no, per che diavolo l’ho cucinato? Guerrieri dei miei stivali da strapazzo, un accidenti li pigli!»

Tiravano con i cucchiai dal paiolo i grumi densi del gonfio, grasso riso, ingoiavano, scottandosi, per evitare che si freddasse, ma intanto che ingoiavano sulle labbra si formava una spessa crosta d’un nauseante lardo di stearina.

Il falò stava cessando di bruciare, buttando nel buio della notte le ultime fontane di scintille di un arancio-paglierino. Gli uomini ancor più stretti l'uno all'altro, si sdraiavano, si addormentavano, russavano, gemevano ed imprecavano nel dormiveglia.

Verso l'alba fitti spintoni nella spalla svegliarono Evsjukov. Aprendo con difficoltà le ciglia attaccate dal gelo, si scrollò, per abitudine si aggrappò con la mano irrigidita al fucile.

«Calma, stai fermo!»

China su di lui stava Marjutka. Nel velo grigio-giallognolo della tormenta scintillavano le gialle pupille feline.

«Che vuoi?»

«Alzati, compagno commissario! Ma senza chiasso! Mentre dormivate, ho fatto un giro sul cammello. C'è una carovana da Gian-Gel'dy.»

Evsjukov si girò sull'altro fianco. Con voce soffocata, disse: «Ma che carovana e carovana, balle!»

«Giuro... potrei sprofondarmi sul posto, la peste dei pesci la pigli! E' della gente locale! Una quarantina di cammelli in tutto!»

Evsjukov saltò in piedi, mettendo le dita in bocca, fischiò. A gran fatica si sollevavano i ventitre, stirando i corpi estranei, intorpiditi dal freddo, ma, nel sentire della carovana, rapidamente tornavano in sé.

Si alzarono in ventidue. Uno non si rialzò. Rimase disteso, imbacuccato in una gualdrappa e la gualdrappa era scossa da un fitto tremore del suo corpo che si dibatteva nel delirio.

«E' la febbre!» – annuì sicura Marjutka, dopo aver tastato con le dita il collo del malato.

«Accidenti! E' un brutt'affare? Copriamolo per ora con i tappeti di lana e lasciamolo stare. Lo prenderemo al ritorno. Da quale parte, dici, è la carovana?»

Marjutka agitò la mano verso ovest.

«Non è lontano! Saranno più o meno sei verste. E' una carovana molto ricca. Sui cammelli ci sono tante di quelle some!»

«Si campa, allora! L'importante è non farsela sfuggire. Non appena la avvistiamo, accerchiamola da tutte le parti. Chi da destra, chi da manca. Mi raccomando, compagni, non risparmiamoci, le gambe. Avanti, marc’!»

Si incamminarono tutti in fila in mezzo alle dune, piegandosi in basso, facendosi animo, riscaldandosi nella marcia affrettata.

Dalla cima di una duna goffrata di sabbia scorsero in lontananza su una superficie argillosa piatta, come un tavolo da pranzo, le macchie scure di una carovana di cammelli.

Sulle gobbe dei cammelli oscillavano pesantemente le grosse some.

«E' un regalo del Signore! Grazie, ha avuto pietà di noi» – sussurrò, estasiato, il butterato combattente Gvosdev, ex appartenente alla setta dei Cristiani Spirituali.

Non si trattenne Evsjukov, lo coprì di rimproveri: «Ma che Signore e Signore!.. Quant'è che ti si deve spiegare che non esiste nessun Signore, ma per tutto c'è una precisa linea fisica!»

Non c'era però tempo per discuterne. Seguendo l'ordine del commissario, tutti si misero a correre, saltellando, cercando di nascondersi dietro ad ogni piega della sabbia, dietro ad ogni nodoso ramoscello del basso cespuglio strisciante. Stringevano fortemente nelle dita, sino a farsi male, i calci dei fucili: sapevano che non si poteva farsi sfuggire l'occasione, che insieme a quei cammelli, sarebbe svanita ogni speranza, la vita, la salvezza.

La carovana procedeva senza fretta, tranquillamente. Oramai diventavano visibili i tappeti multicolori sulle gobbe dei cammelli, i kirghisi-cammellieri con addosso delle calde vestaglie trapuntate d'ovatta e in testa dei grossi colbacchi con le orecchie, fatti di pelle di lupo.

Luccicando con la sua giubba rossa-lampone, Evsjukov si alzò in piedi, come se fosse cresciuto all'improvviso sulla cresta della duna, imbracciando di scatto il fucile e, con una voce stentorea, si mise ad urlare: «Ferma, Asia di Tochtà3! Se avete le armi, buttatele per terra. E non facciamo “Tamašà”4, se no, vi faccio fuori tutti quanti!»

Non fece in tempo a finire di parlare, che, sporgendo i sederi, caddero i kirghisi impauriti nella sabbia.

Soffocando in una frenetica corsa, saltellando nella sabbia profonda, scendevano dalle dune tutti gli altri combattenti della formazione.

«Ragazzi, prendete dei cammelli!» – urlò Evsjukov.

Ma, coprendo la sua voce, dalla carovana tutt’ad un tratto esplose un distinto sparo.

Come il suono dei cuccioli di un cane, latrarono delle pallottole stizzite e di fianco al commissario qualcuno dei combattenti rossi ficcò la testa nella sabbia, distese per sempre le braccia immobili.

«Tutti a terra!.. Accidenti, diamoli addosso!..» – continuò ad urlare Evsjukov, gettandosi nell'avvallamento della duna. Si ripeterono le fittissime raffiche dei fucili.

Dietro i cammelli, adagiati sulla sabbia, sparava gente ignota.

Era inverosimile che fossero i kirghisi. Il fuoco era troppo mirato e preciso.

Le pallottole si ficcavano nella sabbia, troppo vicino ai corpi appiattiti dei soldati Rossi.

La steppa echeggiava di rimbombi, ma a poco a poco gli spari provenienti dalla carovana si misero a tacere.

A brevi corsette i combattenti dell'Armata Rossa incominciarono ad avvicinarsi.

Soltanto ad una trentina di passi dalla carovana, Evsjukov, guardando attentamente, vide dietro ad un cammello una testa con il colbacco d’astrakan grigio e un tipico cappuccio bianco, poi una spalla, e sulla spalla una strisciolina dorata.

«Marjutka! Guarda! Un ufficiale!» – disse, girando la testa verso Marjutka, avvicinatasi strisciando.

«Vedo.»

Senza fretta diresse la canna della carabina. Tuonò lo sparo.

Sarà che le dita di Marjutka si erano indurite dal freddo, o che erano tremate per l'emozione e la corsa, ma non fece in tempo neppure a dire: «E' il quarantunesimo, la peste dei pesci lo pigli!» – quando si mise in piedi da dietro il cammello disteso sulla sabbia, un uomo con un montone rovesciato blu addosso e un cappuccio bianco buttato alle spalle, che alzò in alto il fucile, sulla cui baionetta oscillava un fazzoletto bianco.

Marjutka scaraventò la carabina nella sabbia e si mise a piangere, spalmando le lacrime sullo sporco e spellato viso.

Evsjukov corse verso l'ufficiale. Da dietro invece, lo aveva superato in corsa un suo soldato, che agitava nell'aria la baionetta pronta ad un colpo letale.

«Non lo toccare!.. Prendilo vivo!» – gridò il commissario.

L'uomo con il montone rovesciato blu fu affrontato con forza e buttato a terra.

Cinque altri uomini che erano con l'ufficiale non si alzarono da dietro i cammelli, falciati dal penetrante piombo rovente delle pallottole.

I soldati della Guardia Rossa, ridendo e imprecando, tiravano dei cammelli per gli anelli nelle narici, legavano alcuni capi insieme fra loro.

I kirghisi, dimenando i sederi, correvano dietro ad Evsjukov, gli si aggrappavano alla giubba, alle braccia, alle braghe, alle munizioni, borbottavano, guardavano sottomessi la sua faccia coi loro occhi, lamentose strette fessure.

Il commissario si sottraeva come poteva alle loro mani, scappava, cercava di scacciarli, s’imbestialiva e, con smorfie piene di una vera compassione, soltanto per farli spaventare, puntava sui loro piatti nasi, sui loro appuntiti zigomi, riarsi dal vento, la sua pistola a tamburo e sbraitava: «Statemi lontani, Asia di Tochtà! Niente obiezioni!»

Un kirghiso anziano, con la barba canuta e un montone rovesciato di ottima qualità, acchiappò Evsjukov alla cintura.

Si mise a parlar affrettatamente, bisbigliando dolcemente: «Oh, padrone... Male fai... Un kirghiso con cammello vivere bisogna. Un kirghiso senza cammello a morire va... Tua, padrone, non fare così. Tua, padrone, soldi volere, mia soldi dare. Moneta d'argento, denaro zarista... banconota Kirenskij... Dire tua, padrone, quanto tua moneta volere, a dare cammello indietro?»

«Cerca di capirmi, testa di legno, che per noi in questa situazione senza i cammelli e tutto il resto, è la fine. Non sto mica rapinandovi, è soltanto per necessità rivoluzionaria che vi requisisco i cammelli per uso temporaneo, in prestito. Voi, diavoli locali, riuscirete trascinarvi anche a piedi sino ai vostri, per noi invece senza cammelli, sarebbe la fine, una morte certa.»

«Oh, padrone. Ahi, ahi, non buono. Dai cammello indietro – prendi moneta, banconota Kirenskij, prendi» – cantilenò il kirghiso la sua solita litania.

Evsjukov si liberò bruscamente dalle sue mani.

«E lasciami, vattene al diavolo! Ti ho spiegato tutto, quindi, basta così! Non si discute più. Tieni la ricevuta e finiamola!»

Detto questo, mise in mano al kirghiso una ricevuta scritta alla meglio su un brandello di giornale.

Il kirghiso la gettò nella sabbia, cadde al suolo e, coprendosi il viso con le mani, si mise ad ululare disperatamente.

Tutti gli altri kirghisi rimasero fermi, silenziosi e negli occhi a mandorla tremavano le lacrime silenziose.

Evsjukov si voltò per cercare di non vederlo, e a questo punto si ricordò dell'ufficiale catturato.

Lo scorse subito in mezzo a due soldati della Guardia Rossa che gli facevano da sentinella. L'ufficiale stava tranquillamente in piedi, spostando leggermente la gamba destra con un alto stivale svedese di feltro bianco, e fumava, guardando con sogghigno al commissario.

«Chi saresti?» – domandò Evsjukov.

«Sono il tenente della guardia imperiale, Govorucha-Otrok. E tu chi sei?» – chiese a sua volta l'ufficiale, gettando nell'aria una scia di fumo.

E sollevò la testa.

E quando guardò apertamente nelle facce dei soldati della Guardia Rossa, Evsjukov e tutti gli altri attorno videro che gli occhi del tenente erano di un tale colore blu vivo e acceso, da poterli semmai paragonare a due sferette di turchetto per biancheria francese di prima scelta che stiano nuotando nella schiuma nivea del bianco dell'occhio.

 

 

Capitolo Terzo,

di taluni inconvenienti del viaggio

nell'Asia Centrale senza cammelli e

delle sensazioni provate dagli uomini

dell'equipaggio di Cristoforo Colombo

 

Il quarantunesimo doveva diventare, sul conto di Marjutka, il tenente della guardia imperiale, Govorucha-Otrok.

E sarà stato per il freddo, o per l'emozione, ma Marjutka aveva fallito il bersaglio.

Il tenente, quindi, rimase nel mondo terrestre di una cifra eccedente sul conto delle anime vive.

Su ordine di Evsjukov, fecero un'attenta perquisizione delle tasche del tenente arrestato e sulla schiena della sua giubba di camoscio trovarono un taschino ben nascosto.

Il tenente s’impennò, come un puledro della steppa, ribellandosi, quando una mano del soldato della Guardia Rossa gli trovò, tastando addosso, una tasca segreta, ma, essendosi tenuto saldamente, soltanto il tremore delle labbra e il pallore ne tradirono lo smarrimento e l'agitazione.

Evsjukov con molta cura aprì sopra la sua borsa da campo un pacchettino di tela rinvenuto nel taschino e, divorando a lungo con gli occhi dei fogli, lesse attentamente i documenti che vi erano contenuti. Poi girò per qualche tempo la testa e si mise a riflettere.

Dai documenti risultava; che il tenente della guardia imperiale, Govorucha-Otrok Vadim Nikolaevič, era stato ufficialmente inviato per rappresentare il governo del governatore supremo della Russia, ammiraglio Kolčiak, presso il governo di Zakasspijsk del generale Denikin5.

Il tenente doveva invece, riferire verbalmente al generale Drazenko le commissioni riservate, come indicava la lettera d'accompagnamento.

Ripiegato i documenti, Evsjukov se li mise con cura sul petto e chiese al tenente: «Di quali commissioni riservate si tratterebbe, signor tenente? Dovrebbe raccontare tutto a questo punto, senza nascondere nulla, in quanto lei adesso è un prigioniero delle Guardie Rosse e io sono il comandante, commissario Evsjukov.»

Si alzarono di colpo su Evsjukov le sferette color blu oltremare del tenente.

Il tenente sogghignò, sbatté i tacchi.

«Monsieur Evsjukov?.. Molto lieto di fare la sua conoscenza! Purtroppo non ho l'autorizzazione del mio governo per tenere trattative diplomatiche con personalità di un tale rilievo.»

Le efelidi di Evsjukov impallidirono ancor più della faccia stessa. Davanti a tutto il suo distaccamento il tenente apertamente lo stava deridendo.

Il commissario tirò fuori la sua pistola a tamburo.

«Tu, una schifosa tarma bianca! Non fare lo spiritoso! Scegli: o raccontarci tutto quanto, o ricevere subito una pallottola in bocca!»

Il tenente si strinse nelle spalle.

«Un fesso sei, anche se sei un commissario! Ammazzandomi rimarrai del tutto a bocca asciutta!»

Il commissario mise giù la rivoltella ed imprecò.

«Ti farò ballare, eccome, bastardo, figlio di un cane, così che dovrai cantare ogni cosa» – brontolò.

Il tenente trattenne il sorrisetto nell'angolino delle labbra.

Evsjukov lasciò correre e si allontanò.

«Compagno commissario, che si fa? Lo mandiamo al Creatore?» domandò un combattente del distaccamento.

Il commissario si grattò il naso spelacchiato.

«No... non sta bene. Si tratta di un pezzo grosso. Dobbiamo portarlo a Kasalinsk. Lì, nel nostro quartier generale, riusciranno ad ottenere da lui tutte le informazioni.»

«Si deve portare dietro pure quell'accidente? Ma pensa, noi stessi non si sa se arriviamo?!».

«Non abbiamo per caso iniziato ad arruolare degli ufficiali?»

Evsjukov, col petto in fuori, lo interruppe bruscamente: «Di che t’impicci? La decisione è mia, e pure la responsabilità. E' chiaro?»

Voltandosi, vide Marjutka.

«Ah, eccoti! Marjutka! E’ a te che affido Sua Signoria. Tieni gli occhi ben aperti. Se te lo lasci scappare: ti stacco la testa!»

Marjutka in silenzio alzò di scatto la carabina in spalla. Si avvicinò al prigioniero.

«Ehi, tu, vieni qua. Da questo momento sarai ai miei arresti. Ma non sperare, perché sono una femmina, che da me si possa scappare facilmente. Provaci a correre e a trecento passi con una pallottola ti faccio fuori. Una volta ho mancato il colpo, un'altra volta non sperare più, la peste dei pesci ti pigli.»

Il tenente storse gli occhi, trasalì dalla risata e fece un inchino ricercato.

«Son lusingato d’essere prigioniero di una meravigliosa amazzone.»

«Cosa?.. Che cavolo dici?» – cantilenò Marjutka, gettando uno sguardo fulminante al tenente. «Uno da poco! Magari non sai far altro che ballare dei minuetti? Via le chiacchiere! Dài, cammina al passo. Avanti marc’!»

Alla fine di questa giornata pernottarono in riva ad un laghetto.

Da sotto la lastra di ghiaccio, l'acqua salata sprigionava una forte puzza di marcio e di iodio.

Dormivano come dei morti. Dai cammelli kirghisi avevano tolto i tappeti, le coperte di lana, si erano arrotolati dentro, imbacuccati come Dio comanda: un tepore paradisiaco!

Al tenente di guardia Marjutka per la notte legò forte le mani e i piedi con una briglia sciolta del cammello, attorcigliandola poi alla cintura, e l'estremità se la fissò ad una mano.

I compagni attorno ridevano sguaiatamente. Semennyj dagli occhi a fior di testa, gridò: «Guardate, fratelli, come Marjutka ammalia il suo moroso con una magica briglia incantatrice!»

Marjutka lanciò un’occhiata di sbieco agli uomini sbellicati dalle risa.

«E andate al diavolo, la peste dei pesce vi pigli! Altro che beffe... E se scappa?»

«Tonta! Non avrà mica una zucca vuota al posto della testa! Dov'è che potrebbe fuggire, nelle sabbie?»

«Nelle sabbie o non nelle sabbie, ma così è molto più sicuro. E tu, dormi, damerino sventato.»

Marjutka spinse il tenente sotto una coperta di feltro, lei stessa gli si addossò di fianco.

Era dolce dormire sotto un caldo tappeto, sotto il feltro odoroso. Il feltro sprigionava l'aroma del sol di luglio della steppa, dell'assenzio, delle vastità infinite delle sabbie granulose. Poltriva il corpo, si cullava nel piacevolissimo sopore.

Evsjukov stava russando sotto il tappeto, con il sorriso sognante sul volto Marjutka aveva spalancato le braccia nel sonno e, sdraiato supino con aria distaccata, serrando le sue sottili labbra ben disegnate, dormiva il tenente della guardia, Govorucha-Otrok.

Non dormiva soltanto un soldato-sentinella. Stava seduto sul bordo del tappeto di feltro, sulle ginocchia ci stava l'inseparabile carabina, assai più stretta della moglie e della morosa.

Guardava fisso nell'oscurità biancastra del nevischio, dove tintinnavano sordamente i sonaglietti dei cammelli.

Avevano adesso quarantaquattro cammelli. Era chiaro e diretto il cammino, benché duro, difficile.

Non c'erano più dubbi nei cuori dei soldati del distaccamento rosso.

Il vento soffiava, prorompeva con un fischio sonoro, si lanciava per entrare con dei fiocchi di neve nelle maniche del pastrano del soldato-sentinella. Si rannicchiò il soldato-sentinella, alzò il bordo opposto del tappeto di feltro, se lo buttò sulla schiena. Subito il vento smise di pungere con degli aghi gelidi, il corpo intirizzito si riscaldava.

Neve, foschia, sabbie granulose.

Tempestoso paese asiatico.

 

«Dove sono i cammelli?.. I cammelli, dove stanno, maledetto figlio di cagna!.. Accidenti a te, canaglia schifosa, brutto ceffo butterato! Dormire?.. Dormire?.. Cosa hai combinato, vigliacco? Ma io ti scanno!»

Girò la testa il soldato-sentinella per una botta tremenda sferratagli nel fianco con il piede nello scarpone. Come uno stordito il soldato-sentinella girò gli occhi attorno.

Neve e foschia.

Oscurità nebbiosa. Sabbie granulose.

Non c'erano più i cammelli.

Dove pascolavano i cammelli, c'erano soltanto le orme dei cammelli miste a quelle umane. Erano le impronte delle calzature a punta kirghise.

A giudicare dalle impronte umane, tre kirghisi avevano seguito, evidentemente, e spiato il distaccamento per tutta la notte e, non appena il soldato-sentinella si fu addormentato, si ripresero tutti i cammelli, conducendoli con loro nel deserto.

Riunendosi in folla, tacevano i combattenti rossi. Non c'erano cammelli. Dove correre all'inseguimento? Non li raggiungi mica, non li ritroverai più nelle sabbie...

«Fucilarti, brutto figlio di cane, è poco!» – disse Evsjukov al soldato-sentinella.

Tace il soldato-sentinella, solamente le lacrime sulle ciglia gli si erano gelate in cristallini.

Si sbrogliò da sotto un tappeto di feltro il tenente. Diede un'occhiata attorno, emise un fischio. Con un sorrisetto ironico, disse: «Eccola, la disciplina sovietica! Babbei!»

«Taci almeno tu, carogna!» – tuonò Evsjukov furiosamente e con voce estranea, arrochita, sussurrò: «A che pro rimaner fermi? Mettiamoci in cammino, fratelli!»

 

Soltanto in undici, in fila indiana, vestiti di cenci, barcollando, si arrampicarono dondoloni, aiutandosi con le mani, sulle dune.

Come pietre miliari lungo la strada nera, rimasero distesi per sempre nelle sabbie gli altri dieci.

Avevano aperto la mattina, per l'ultima volta gli occhi offuscati per la fiacchezza tremenda, si indurivano, gelavano, diventando come dei tronchi d'albero, le gambe gonfie e, invece di una voce, dalla bocca usciva un rantolo soffocante.

Si avvicinava al moribondo il rosso-lampone Evsjukov, ma la faccia del commissario non aveva oramai lo stesso colore. Si era rinsecchita, ingrigita la sua faccia e le efelidi erano diventate pari pari ai vecchi soldini di rame.

Guardava, scuoteva il capo. Poi la gelida canna della sua pistola a tamburo bruciava la tempia incavata del povero moribondo, lasciando soltanto una ferita tonda, quasi del tutto priva di sangue, piccola e un po' annerita.

Sotterravano frettolosamente il corpo del compagno morto sotto uno strato di sabbia e si rimettevano subito in cammino.

Si stracciarono del tutto le giubbe e le braghe, in pezzi si ridussero gli scarponi; si fasciavano i piedi con i brandelli dei tappeti, avvolgevano le dita congelate con stracci.

In dieci stavano camminando, inciampando e oscillando sotto le raffiche del vento.

Uno soltanto camminava tutto dritto, tranquillo.

Il tenente della guardia, Govorucha-Otrok.

Più volte dicevano i combattenti rossi ad Evsjukov: «Ma compagno commissario! Perché dobbiamo portarcelo dietro? E' solo una bocca in più. Ha inoltre vestiti e scarpe buoni, si potrebbe dividerli fra noi».

Evsjukov vietava però di toccare il tenente.

«Lo porterò al nostro quartier generale o insieme con lui creperò. Può raccontare un sacco di cose. Non sarebbe giusto, eliminare un uomo così. Il suo destino è segnato in ogni caso.»

Le braccia del tenente erano legate da una briglia del cammello, Un'estremità della briglia era legata forte alla cintura di Marjutka. Camminava a stento Marjutka. Sul volto bianco, come un cencio lavato, si era solo accentuata ancor più la lucentezza giallognola felina degli occhi, divenuti enormi.

Ma al tenente non gliene importava niente. Era solo, forse, un po' più pallido di prima.

Un giorno Evsjukov gli si avvicinò, guardò dritto dritto nelle sue sferette di un blu oltremare, e con un rauco latrato che gli uscì di bocca, domandò: «Accidenti! Che fibra resistente hai! A guardarti sei gracile, ma stai tirando per due. Qual è il segreto, da dove prendi le forze?»

Si storsero le labbra del tenente nel suo solito sorrisetto. Pacatamente rispose: «Non saresti in grado di comprenderlo, commissario. C'è una differenza di culture. A te è il corpo a sopraffare lo spirito, invece a me è lo spirito a sopraffare il corpo. Posso obbligarmi di non soffrire.»

«Ah, ecco di che si tratta» – cantilenò Evsjukov.

Ritte ritte stavano tutto attorno le dune: soffici, aride, ondulate. Sulle cime serpeggiava con un sibilo la sabbia smossa dal vento e pareva che non avrebbero mai avuto fine.

Cadevano gli uomini sulla sabbia, digrignando i denti. Piangevano a dirotto, soffocando ed urlando: «Non mi muovo più. Lasciatemi riposare. Sono sfinito.»

Evsjukov si avvicinava, faceva alzare a forza di imprecazioni, con le botte.

«Forza, cammina! Non puoi disertare la rivoluzione!»

Si alzavano. Andavano avanti. Uno salì in cima ad una duna. Voltandosi, mostrò il suo cranio con i denti furiosamente digrignati e strillò a squarciagola: «Aral!.. Fratelli!.. Aral!..»

E cadde bocconi. Evsjukov a gran fatica salì di corsa in cima alla duna. All'improvviso un colore blu accecante gli entrò negli occhi infiammati. Socchiuse gli occhi e si mise raschiare la sabbia con le dita rattrappite.

Non era a conoscenza il commissario né di Cristoforo Colombo, né del fatto che nella stessa identica maniera raschiarono il legno del ponte di coperta delle caravelle i navigatori spagnoli, sentendo gridare: «Terra! Terra!»

 

 

Capitolo Quarto,

in cui avviene la prima conversazione di

Marjutka con il tenente e il commissario

equipaggia una spedizione marittima

 

Dopo un giorno di cammino in riva al mar di Aral, s’imbatterono in un villaggio kirghiso.

Dapprima, da dietro le dune, arrivò un soffio dell'odorino acre di fumo del letame seccato, pressato e bruciato, e si strinsero dall'odore gli stomaci in uno spasmo pungente.

In lontananza si delinearono le cupole dei tendoni color ocra e incontro corsero, ringhiando, i cagnolini dalle zampe pelose.

Kirghisi si affollarono davanti ai tendoni, guardarono, stupiti, pietosamente l’avvicinarsi dei malfermi resti umani.

Un vecchio con il naso infossato, prima si accarezzò con la mano i ciuffi della sua barbetta rada, poi il petto. Annuendo, disse: «Salam‘alaik. Dove vai così, ruski

Evsjukov strinse piano una ruvida mano, allungatagli rigida come una tavoletta di legno.

«Noi siamo Rossi. Stiamo andando a Kasalinsk. Ricevici, padrone, dacci ospitalità e facci mangiare. Vedrai, che per l'aiuto che ci dài, riceverai un riconoscimento dal Soviet.»

Il kirghiso scosse la barbetta, si mise a schioccare la lingua: «Bravo capo... Ruski, rosso. Bolscevico. Dal centro arrivi?»

«No, non russo! Non siamo arrivati da una città vicina. E' da Gur'jev che ci stiamo trascinando.»

«Gur'jev? Ahi, ahi, Capo. Camminato il Karakum?»

Nelle fessure kirghise sfavillarono timore e rispetto verso uno sbiadito uomo rosso-lampone, che nel freddo di febbraio aveva attraversato a piedi il deserto terribile, Karakum, da Gur'jev ad Aral.

Il vecchio batté le mani e, alle donne avvicinatesi di corsa, tortoreggiò qualcosa con i suoni gutturali.

Prese il commissario per mano: «Vai, ruski, tendone. Dormi poco-poco. Poi pilaf mangi.»

Caddero tutti come some pesanti nel calore fumoso dei tendoni, dormirono come dei morti sino al crepuscolo. I kirghisi, nel frattempo, cucinarono un ricco pilaf, che offrivano insistentemente, carezzando amichevolmente i soldati Rossi lungo le schiene con le scapole appuntite.

«Mangia, ruski, mangia! Tua si è asciugata un po'. Mangia – tua, sano sarà!»

Mangiavano voracemente, ingozzandosi, soffocandosi con i bocconi grossi. I ventri si gonfiavano del pilaf grasso, in molti cominciavano a sentirsi male. Correvano all'aria aperta, nella steppa, si ficcavano le dita tremanti nella gola, si liberavano lo stomaco e si gettavano nuovamente sul cibo. Fiacchi e sudati, cotti dal caldo e dal cibo, si addormentarono un'altra volta.

Non stavano dormendo soltanto Marjutka e il tenente.

Marjutka si era accomodata vicino ai carboni ardenti del focolaio e non aveva oramai neppure la memoria delle sofferenze attraversate.

Aveva tirato dalla borsa il moncone recondito del lapis e stava tracciando lentamente le lettere sopra una pagina di un inserto illustrato della rivista “Novoe vremja”6, ottenuta, qui nel villaggio, a furia di insistenti preghiere, da una donna kirghisa. Sull'intera pagina era pubblicato un ritratto del ministro delle finanze, il conte Kokovtsev e, attraverso la fronte alta del ministro e la sua barbetta chiara a pizzo, si stendevano sempre più obliquamente, come nel malcaduco, le righe scritte di Marjutka.

Attorno alla cinta di Marjutka c'era, attorcigliata come prima, una briglia del cammello, l'estremità opposta della quale legava fortemente le mani del tenente incrociate dietro la schiena.

Per un'ora soltanto Marjutka aveva slegato la briglia, per permettere al tenente di saziarsi di pilaf, ma non appena aveva cessato di mangiare e si era staccato dal paiolo, lo aveva legato di nuovo.

I compagni rossi ridacchiarono: «E' proprio come un cane al catenaccio.»

«Marjutka, hai preso una cotta? Legalo, legalo forte, il moroso tuo. Se no, non si sa mai, si presenterà sul tappeto volante, dritto dritto dal cielo, la principessa, Maria Marevna, e te lo porta via, il tuo diletto.»

Marjutka non li degnò neppure di una replica.

Il tenente stava seduto, appoggiando una spalla al palo del tendone. Seguiva incuriosito con le sferette blu oltremare gli sforzi difficoltosi del lapis.

Si spostò con il corpo in avanti e a voce piana, domandò: «Cosa stai scrivendo?»

Marjutka gli diede uno sguardo di sbieco da dietro una ciocca di capelli ramati caduta sugli occhi.

«E a te, che ti preme?»

«Forse hai bisogno di farti scrivere una lettera? Potresti dettarla – te la scrivo io.»

Marjutka rise sommessamente.

«Ma sentitelo, com'è sveltone! E secondo te, dovrei slegarti le mani, per poi farmi dare un pugno in faccia o una botta in testa, per farmi stendere, e tu intanto fuggi! Per chi mi prendi, furbacchione? E di aiuto tuo non ho bisogno. Non sto a scrivere una lettera, ma dei versi.»

Le ciglia del tenente si spalancarono a ventaglio.

«Dei ver-si! Tu scrivi le poe-sie?»

Marjutka interruppe le convulsioni del lapis ed arrossì vivamente.

«E cos'è che spalanchi tanto gli occhi? Eh? Cosa credi, solo per te è ovvio ballare i minuetti, invece io sono una cafona, stupida? Non sono più stupida di te!»

Il tenente allargò i gomiti, le sue mani erano legate dietro.

«Non ti considero affatto una stupida. Soltanto mi prende la meraviglia. I tempi di adesso sono adatti alle poesie?»

Marjutka lasciò il lapis da parte. Rovesciò bruscamente la testa, sciogliendo sulle spalle il bronzo-ruggine dei capelli.

«Curioso sei – a guardarti! E secondo te, le poesie vanno scritte in mezzo ai piumini? Ma se ho l'animo che mi bolle? Se sogno di descrivere nei versi come, infreddoliti e affamati, ci trascinavamo per le sabbie? Tutto il sangue metto in queste poesie. E solo che non vogliono pubblicarle. Mi dicono, che debbo studiare. Ma il tempo dov'è che lo trovi per lo studio? Dal cuore proviene, nella semplicità!»

Il tenente sorrise lentamente: «Mi potresti declamare qualcosa! E' molto interessante. M’intendo di poesia.»

«Non capiresti. Hai il sangue signorile, sdolcinato. A te piacerebbero quelle, dove si parli dei fiorellini e delle femmine, io invece scrivo sempre della povera gente, della rivoluzione» – disse Marjutka malinconicamente.

«Perché credi che non sono in grado di capire?» – ribatté il tenente.

«E’ probabile che le tue poesie mi saranno estranee per il contenuto, ciò nonostante una persona è sempre in grado di capire un'altra.»

Marjutka, esitando un po', mise il ritratto di Kokovtsev sottosopra. Abbassò gli occhi.

«Se è così, accidenti a te, allora ascolta! Non ridere però. Forse, il tuo babbo insieme ai precettori t’istruiva sino a vent'anni, invece io ad ogni cosa sono arrivata da sola.»

«No!.. Parola d'onore, non riderò, stai tranquilla!»

«Dunque, senti! Qui c'è tutto descritto. La battaglia con i cosacchi, come ci siamo inoltrati nella steppa.»

Marjutka diede un colpetto di tosse. Abbassò la voce sino al tono basso e, roteando gli occhi furiosamente, pronunciava le parole chiaro e tondo:

Ci attaccarono i cosacchi bianchi,

quei carnefici di corte dello zar,

ma ricevettero il fuoco di mitraglia

dai nostri combattenti rossi – temerari assai!

Una marea c'era di cosacchi bianchi,

da farci ritirare dall'impari battaglia.

Qui Evsjukov, il nostro commissario, ci ordinò,

il cerchio delle canaglie bianche con  l'impeto sfondar.

E si sparava senza sosta a quei vigliacchi,

giacché noi eravamo comunque  spacciati.

Perirono soldati di nostra compagnia,

siam riusciti in venticinque a sfuggire,

cercando  la salvezza tra le sabbie del deserto.

 

«Il resto non mi viene, è proprio una scalogna, la peste dei pesci lo pigli, non so come mettere dentro i cammelli?» – troncò il discorso Marjutka con voce interrotta.

Stavano all'ombra le sferette blu oltremare del tenente, soltanto nel bianco degli occhi fioriva con un riflesso lilla il calore allegro del focolare, quando, dopo aver taciuto per un po', replicò: «Sì... è forte! C'è molta espressività, sentimento, emozione. Capisci? Si nota benissimo che erano scritte con tutto l'animo.» A questo punto tutto il corpo del tenente sussultò fortemente e lui, come se avesse all'improvviso un attacco di singhiozzo, frettolosamente aggiunse: «Però non ti offendere, ma le poesie sono molto brutte: mal costruite, acerbe.»

Marjutka malinconicamente si fece cadere il foglio sul grembo. Guardò silenziosamente per qualche momento il soffitto del tendone. Strinse le spalle.

«Pure io dico, che hanno dentro tanto sentimento. Piange il mio cuore, quando sto a descrivere tutto questo. Ma del fatto che sono mal costruite, acerbe – lo dicono dappertutto, esattamente come avevi detto tu: “ Le sue poesie mal costruite, acerbe, non possono essere pubblicate ”. E com'è che debbono essere costruite? Qual è il trucco? Ecco, lei è una persona di cultura, lei, forse, lo saprà?», – Marjutka per l'emozione diede persino del “lei” al tenente.

Il tenente tacque per un po'.

«E' difficile risponderti. La poesia, è vero, è un'arte. E come ogni espressione artistica, necessita di studi ben precisi, avendo le sue regole e leggi. Per esempio, se un ingegnere non conoscesse perfettamente tutte le regole per la costruzione di un ponte, non lo costruirebbe affatto o se comunque lo costruisse, il ponte sarebbe davvero orrendo e non utilizzabile.»

«Ma si tratta di un ponte! Per costruirlo bisogna conoscere la aritmetica e tante altre scienze del mestiere di ingegnere. Le poesie in me, invece, dall'età della culla, sono depositate dentro. Diciamo, un talento!»

«Sì, il talento serve, indubbiamente, ma deve essere sviluppato con lo studio. Un ingegnere diventa un ingegnere e non un medico, proprio perché sin dalla nascita aveva una spiccata inclinazione verso le costruzioni. Tuttavia se non studiasse, non riuscirebbe a diventare un ingegnere.»

«Sì?... Bella roba! Ma che guaio, la peste dei pesci lo pigli! Ecco cosa dico: non appena finirà la guerra, sicuramente andrò a studiare, per imparare a scrivere le poesie. Ci saranno, magari, le scuole create apposta?»

«Credo, esistano, certamente» – rispose il tenente impensierito.

«Senz'altro mi iscriverò in una di quelle. L'idea fissa sulle poesie non mi fa campare come si deve. Tocca sul vivo il desiderio di vederle stampate su un libro, con dappertutto una scritta sotto: “La poesia di Maria Bassova”.»

Si spense il focolare. Nel buio borbottò il vento, frugando nel feltro del tendone.

«Senti tu, cadetto,» – disse Marjutka all'improvviso, – «ti fanno male le mani?»

«Non tanto! Sono solo intorpidite!»

«Sai che ti dico. Giurami che non vuoi scappare. Così ti slego.»

«E dove potrei fuggire? Nelle sabbie? Per essere sbranato dagli sciacalli? Dovrei essere nemico di me stesso!»

«No, giura. Ripeti le mie parole. Io giuro, in nome del povero proletariato che sta lottando per i propri diritti, davanti al soldato della Guardia Rossa, Maria Bassova, che non voglio fuggire.»

Il tenente ripeté il giuramento.

Un cappio stretto della briglia si sciolse, lasciando liberi i polsi.

Il tenente con piacere mosse le dita.

«Su, dormi,» – sbadigliò Marjutka, – «adesso se scappi, saresti l'ultimo mascalzone. Tieniti il tappeto di feltro, copriti.»

«Grazie, mi sta bene il pellicciotto. Buona notte, Maria...»

«Filatovna» – aggiunse con dignità, Marjutka, il suo patronimico e si infilò frettolosamente sotto il tappeto di feltro.

 

Evsjukov aveva premura di dare notizie di sé al suo quartier generale del fronte.

Nel villaggio kirghiso i soldati del distaccamento dovevano tuttavia riposare, scaldarsi come si deve, ingrassare un po' per tornare in forze. Soltanto una settimana più tardi, quindi, avrebbe deciso di mettersi in cammino, aggirando la costa, verso il villaggio russo di pescatori «Aral'skij» e da lì, muoversi dritto a Kasalinsk.

Nel frattempo, da una conversazione con alcuni kirghisi di un'altra comunità, arrivati nel villaggio, seppe che, ad una distanza di più o meno quattro verste, sulla riva dell'Aral, durante una tempesta autunnale fu gettato fuori dalle acque un peschereccio. I kirghisi dissero, che il battello era in ottime condizioni, che stava sempre in riva all'Aral e, per quanto riguarda i pescatori, si vede che sono finiti in fondo al mare.

Il commissario andò a verificare.

Il peschereccio risultò essere quasi nuovo, costruito di un resistentissimo rovere giallo. La tempesta non lo aveva danneggiato molto. Aveva strappato soltanto la vela e aveva rotto il timone.

Dopo essersi consigliato con i suoi soldati, Evsjukov decise di spedire una parte del distaccamento via mare alla foce del fiume, Syrdarja. Il battello era in grado di ospitare tranquillamente quattro uomini di equipaggio con un piccolo carico.

«Non c'è niente di meglio» – disse il commissario. «Come prima cosa, l'ufficiale arrestato sarebbe consegnato ai nostri al più presto. Se no, il diavolo solo sa, che cosa ancora ci potrebbe accadere strada facendo. Invece lo dobbiamo per forza portare sino al nostro quartier generale. E poi, non appena nel quartier generale sapranno di noi, ci manderanno in aiuto un distaccamento di cavalleria con delle uniformi nuove e qualche altra cosa. Con il vento in poppa, il battello in tre-quattro giorni attraverserà il mar di Aral e al quinto giorno la spedizione arriverebbe a piedi a Kasalinsk.»

Evsjukov scrisse un rapporto; lo cucì nel pacchettino di tela insieme ai documenti del tenente, che per tutto questo tempo aveva conservato nella tasca interna della giubba.

Le donne kirghise ripararono la vela con le toppe di pezzi di stuoia, e il commissario personalmente fece un timone nuovo con i resti delle assi di legno e una panchina tolta dal battello.

In un gelido mattino di febbraio, quando il sole basso, come un luccicante catino di rame, si mise a strisciare sull’immenso turchese terso del cielo, il battello fu trascinato sul ghiaccio con il tiro dei cammelli sul limite radente all'acqua.

Vararono il battello sulla distesa delle acque, fecero accomodare a bordo l'equipaggio.

Evsjukov disse a Marjutka: «Sarai a capo della spedizione! Tutta la responsabilità, a questo punto, è tua. Stai attenta al cadetto. Se ti dovesse sfuggire, meglio che sparisci per sempre dalla faccia della terra. Al quartier generale portalo, vivo o morto. Se per caso dovessi imbatterti nei Bianchi, non consegnarlo da vivo. E adesso, coraggio, muovetevi!»

 

 

Capitolo Quinto,

interamente rubato a Daniel Defoe,

ad eccezione che Robinson non era

costretto ad attendere a lungo Venerdì

 

Aral, un mare poco allegro.

Le rive piatte, su cui c'è assenzio, sabbie, dune accavallate.

Gli isolotti sull'Aral, come crêpes versate sulla padella, lisce quasi a specchio, si appiattirono sulle acque, la riva appena appena visibile, e non abita su di essi vita alcuna.

Né volatili, né erba e l'odore degli esseri umani si avverte soltanto d'estate.

L'isolotto principale sul mar di Aral è Barsa-Kel'mes.

Il vero significato del nome è sconosciuto, tuttavia i kirghisi lo interpretano come «la morte umana».

D'estate dal villaggio «Aral'skij» si dirigono verso l'isolotto i pescherecci. La pesca è ricchissima nei pressi di Barsa-Kel'mes, l'acqua bolle al passaggio di tutta questa marea di pesci.

Ma, non appena iniziavano a ruggire sul mare i venti delle tempeste autunnali, sollevando dei bianchissimi montoni schiumosi, i pescatori si precipitavano a mettersi in salvo nel golfo pacifico del villaggio «Aral'skij» e sino alla primavera non mettevano più fuori il naso.

Se succedeva che prima dell'arrivo delle tempeste autunnali, i pescatori non erano riusciti a trasportare fuori dall'isola tutto quanto il pescato, il pesce salato rimaneva accatastato per tutto l'inverno dentro delle ben ventilate baracche-deposito, costruite alla meglio con le assi di legno.

Negli inverni più rigidi, quando il mare si copriva con una spessa lastra di ghiaccio, dal golfo di Cernysciov all'isola Barsa-Kel'mes, era una vera pacchia per i ratti della steppa. Arrivavano numerosi di corsa sull'isola, si ingozzavano del pesce salato sino a tal punto, che morivano sul posto.

Allora, ritornando in primavera, quando il fiume Syrdarja frantumava la crosta del ghiaccio con la sua argilla gialla della piena, non trovavano più i pescatori niente di niente delle scorte del pesce salato, lasciato nell'autunno.

Ruggiscono, si rotolano le bufere di neve, imperversano le tempeste furiose sul mar di Aral, da novembre a febbraio. Nelle stagioni intermedie talvolta viene scosso da burrasche leggere, d'estate invece è proprio calmo, sta fermo per tutto il periodo, piatto, lucente, come uno specchio prezioso.

E' noioso, triste il mar di Aral.

L'unico suo pregio, il colore blu, incredibile, eccezionale.

Un blu profondo, vellutato, rilucente di zaffiri.

In ogni manuale di geografia questo fatto viene segnato.

Il commissario fece assegnamento, mandando Marjutka ed il tenente via mare, sul tempo rasserenato e sulle previsioni di clima mite per tutta la settimana entrante. I kirghisi pure, secondo i loro antichi presagi, assicuravano la stessa cosa.

Proprio per questo il battello, con a bordo Marjutka, il tenente e gli altri due soldati Rossi, Semjannyj e Vjachir', abituati al traballante mestiere marittimo, fu spedito via mare a Kasalinsk.

La brezza continua nell'onda frusciante gonfiava allegramente la vela rattoppata. Cigolava, sonnacchioso, nel cardine il timone e si metteva a fervere vicino al bordo la densa schiuma luccicante.

Marjutka slegò del tutto i polsi del tenente, – non c'era un solo posto dove si potesse fuggire dalla barca – e stava seduto Govorucha-Otrok a turno con Semjannyj e Vjachir' sulle scotte della vela.

Stava portando se stesso verso la prigionia.

Quando consegnava invece la gestione delle scotte ai soldati Rossi, stava sdraiato sul fondo del battello, coprendosi con un tappeto di feltro, sorrideva a qualche cosa, ai suoi pensieri segreti, da tenente, per tutti quanti, tranne che a lui, sconosciuti.

Con ciò, tormentando Marjutka.

«Che cosa avrà poi tanto da ridere? Capirei, se stesse andando in una gita di piacere o a casa sua. Invece l'esito sarà unico: l'interrogatorio al quartier generale del fronte e la fucilazione. La testa ha piena di grilli, sventato!»

Ma continuava a sorridere il tenente, ignaro del pensiero di Marjutka.

Non si trattenne Marjutka, domandò: «Dov'è che hai preso confidenza con il mare?»

Dopo aver pensato un momento, Govorucha-Otrok rispose: «A San Pietroburgo... Avevo un mio panfilo personale... Grande. Navigavo al largo del golfo.»

«Che panfilo?»

«E' una grande barca a vela.»

«Ma sì! Lo so! Cosa credi, che non conosco che cosa sia un panfilo! Ad Astrachan, al club marittimo dei ricchi borghesi, questi panfili mi sono usciti dagli occhi, per quanti ce n'erano lì. Tutti bianchi, alti e ben fatti, proprio come dei cigni. Volevo sapere: come si chiamava?»

«Nelly

«E che razza di nome è?»

«Mia sorella si chiamava così. Ed anche il panfilo, in suo onore.»

«Non c'è neppure un nome cristiano come questo.»

«Elena... Nelly in inglese.»

Marjutka tacque, diede uno sguardo al miele rilucente del pallido, freddo sole che stava calando nelle vellutate acque blu.

Riprese a parlare: «L'acqua! E' di un blu, blu, purissimo. Nel mar Caspio le acque sono verdi e qui, ma guarda un po' sino a che punto son blu!»

Il tenente rispose come se parlasse tra sé e per sé: «Secondo la scala di Forel si avvicina al terzo numero.»

«Cosa?» – s’inquietò Marjutka, girandosi.

«Niente, stavo dicendo tra me e me. A proposito dell'acqua. Avevo letto nel manuale di idrografia che questo mare ha l'acqua di un colore blu molto intenso. Uno scienziato, Forel, elaborò una tabella delle sfumature di colore dell'acqua marina. La più blu è quella dell'oceano Pacifico. E questo mare, si avvicina al terzo numero della scala.»

Marjutka socchiuse gli occhi, come se cercasse di immaginare la tabella di Forel, colorata con le più svariare sfumature del blu.

«E' troppo blu, difficile persino paragonare a qualcosa. Blu, come...» Riaprì gli occhi e tutto ad un tratto fermò le sue pupille gialle da gatta sulle sferette blu oltremare del tenente. Strattonò in avanti, trasalì con tutto il corpo, come se scoprisse una cosa straordinaria, aprì con stupore le labbra. Sussurrò: «Mamma mia bella!.. Ma i tuoi occhi sono esattamente come quest'acqua blu! E io mi domandavo, che cosa avessero di tanto speciale, la peste dei pesci li pigli!»

Come un'immensa pozzanghera di sangue rosso-arancione si sparse il tramonto sull'orizzonte. Le acque in lontananza brillavano con i riflessi dell'inchiostro. Un forte soffio di vento, portò freddo gelido.

«Sta tirando forte dall'est» – s’inquietò Semjannyj, imbacuccandosi nei cenci del pastrano.

«Non sia mai, se arrivasse una tempesta» – replicò Vjachir'.

«Non farti sotto. Un paio d’ore ancora tiriamo avanti e avvistiamo la Barsa. Se il ventaccio non cessa, pernottiamo.»

Tacquero. Il battello cominciò a strattonare sulle creste delle onde plumbee.

Per tutto il cielo grigio-nero si distesero le strisce strette delle nuvole.

«E' proprio vero. Il ventaccio tempestoso sta tirando dal mare aperto».

«Siamo quasi a Barsa. A babordo si dovrebbe oramai avvistare. E' uno stramaledetto posto, quella Barsa. Da tutti i lati c'è solo la sabbia, non c'è verso! I venti soltanto, vi ci abitano... Molla, carogna, allenta la fune, molla le scotte! Non sono mica le dande del generale!»

Il tenente non fece in tempo ad allentare una fune della scotta. Il battello tagliò l'acqua con un bordo e un abbondante flusso di schiuma mista all'acqua sbatté nelle facce.

«E io che c’entro? E' stata Maria Filatovna a sbandare al timone!»

«Ho sbandato, io? Ma che dici, torna in te, la peste dei pesci ti pigli! Dall'età di cinque anni sto seduta al timone!»

Le onde portavano da dietro cavalloni neri simili alle spine dei draghi, si aggrappavano ai bordi con le mandibole sibilanti.

«Oibò, brutta figlia!.. Vediamo d'arrivare a questa Barsa!.. E' buio pesto!»

Vjachir', che non smetteva di fissare nel buio da babordo del battello, all’improvviso urlò gioiosamente e sonoramente:

«Tombola! Eccola, brutta carogna schifosa!»

Attraverso gli schizzi fitti e l'oscurità intravidero profilarsi una piatta striscia biancheggiante.

«Reggi il timone verso riva!» – tuonò Semjannyj, – «Aiutaci, Dio, ad accostare!»

Una forte botta fracassante arrivò alla poppa, tutte le ordinate del battello scricchiolarono fortemente, emettendo un prolungato, lamentoso gemito. La cresta di un'onda si riversò potentemente sul battello, riempiendolo con l'acqua sino alla caviglia.

«Buttiamo fuori l'acqua!» – strillò, saltando in piedi, Marjutka.

«Buttiamola?.. Con che cosa, con un cucchiaio?»

«Coi berretti!»

Semjannyj e Vjachir' si strapparono i berretti dalla testa, si misero febbrilmente a gettare l'acqua fuori del battello.

Il tenente esitò per un attimo. Si tolse il suo bel colbacco finlandese d’astrakan grigio e si buttò loro in aiuto.

Una bassa striscia bianca si avvicinava lentamente alla prua del battello, divenendo una piatta riva, ricoperta da un leggero strato di neve. Sembrò ancor più bianca per l'abbondante schiuma del mare che ribolliva nelle sue vicinanze.

Il vento s’infuriava, ringhiava, ululava selvaggiamente, innalzava sempre più alte le oscillanti colline sguazzanti d'acqua scrosciante.

Con una soffiata rabbiosa aggredì la vela, sollevò la sua gravida pancia, strattonò.

La tela vecchia scoppiò con il fragore di una salva di cannone.

Semjannyj e Vjachir' si lanciarono verso l'albero della vela.

«Tieni gli ormeggi!» – cacciò un acuto urlo dalla poppa Marjutka, pigiando con tutto il corpo sulla barra del timone.

Un'onda arruffata, vorticosa, rumorosa, gelida, sopraggiunse da dietro, girò il battello completamente sul fianco, scavalcandolo con la sua pesante gelatina vitrea.

Il battello quasi pieno d'acqua si raddrizzò, vicino all'albero non c'erano più né Semjannyj, né Vjachir'. I brandelli della vela bagnata sferzavano al vento come impazziti.

Il tenente stava in ginocchio sul fondo del battello, con l'acqua al petto e si faceva velocemente tanti piccoli segni della croce.

«Diavolo!.. Pappa molla! Che, te la sei fatto addosso? Caccia l'acqua fuori!» – e per la prima volta in vita sua Marjutka coprì il tenente con una sfilza di parolacce.

Balzò dopo la strigliata come un cucciolo arruffato di un cane, cominciò veloce veloce a buttare l'acqua fuori dal battello.

Marjutka gridò ripetutamente nel buio della notte, nel fischio, nel vento: «Semja-a-an-nyj!.. Vja-a-a-chir’!..»

Sferzavano, schiaffeggiavano le onde schiumose. Non si sentì alcuna risposta.

«Sono affogati, dannazione!»

Il vento stava portando il battello semisommerso sulla riva. Tutt'attorno ribolliva il mare burrascoso. Un'onda fortissima spinse dietro e il fondo del battello strisciò sulla sabbia.

«Salta nell'acqua!» – gridò Marjutka, buttandosi fuori dal battello.

Il tenente la seguì.

«Tira il battello!»

Aggrappandosi alla prua, accecati dagli schizzi d'acqua, con le onde impazzite che battevano sui piedi, trascinarono il battello verso la riva, finché non si ficcò solidamente nella sabbia. Marjutka afferrò le carabine.

«Prendi i sacchi coi viveri! Dài, portali!»

Il tenente obbedì docilmente. Giunti sull'asciutto, Marjutka fece cadere le carabine sulla sabbia. Il tenente appoggiò giù i sacchi.

Marjutka gridò nel buio ancora e ancora: «Semja-a-an-nyj!.. Vja-a-a-chir’!..»

Senza risposta.

Si sedette sopra i sacchi e si sciolse in lacrime, lamentandosi come l'ultima delle popolane, pianse a dirotto.

Il tenente rimase fermo in piedi dietro a lei, battendo i denti in modo fitto e risuonante.

Ciò nonostante si strinse nelle spalle e disse al vento: «Accidenti!.. E' da non credere! Una fiaba fantastica! Robinson accompagnato da Venerdì!».

(Continua)

 

NdT :

 

1 Saksaul o haloxylon (bot.) – una pianta desertica.

 

2 Kolčiak, Alekssandr Vassilievič, ammiraglio russo, (1875-1920). Nel 1917 organizzò un’armata controrivoluzionaria in Siberia. Battuto dai bolscevichi, venne processato e fucilato.

 

3 Khan Tochtà (secolo XIV) dei tempi dell’Orda d’Oro, considerato un eroe nazionale dalle popolazioni asiatiche di Russia.

 

4 Tamašà è una danza guerriera orientale. Qui: star fermi, non agitarsi!

 

5 Denikin, Anton Ivanovič, generale russo (1872-1947). Comandante dell’esercito contrivolizionario dei Bianchi (1918). Sconfitto dall’Armata Rossa nel 1919, abbandonò la Russia.

 

6 “Tempi nuovi”.

 


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