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Visioni per il Salento – (30 settembre 2013) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 30 Settembre 2013 17:37

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 30 settembre 2013]


Sono d’accordo con Valerio Elia, con la sua analisi sulla situazione economica del Salento pubblicata da Quotidiano venerdì scorso.

Ha ragione. La politica dei beni culturali, per esempio, si prefigge di trovare soldi per restaurare pregevoli edifici ma poi non si riesce a trovare il modo di utilizzarli, di valorizzarli. Ci sono i contenitori ma mancano i contenuti. La tattica del restauro di tutto quanto è pregevole nel nostro territorio non può essere perseguita senza una strategia di utilizzazione. Non si può avere come obiettivo l’ottenimento dei fondi per il restauro, ma poi non sapere che fare di quel che si è restaurato. Nei bandi, forse, bisognerebbe chiedere anche questo. Ve lo restauriamo, ma poi che ne fate? Una sorta di piano industriale. Veramente, anche se ho detto che sono d’accordo, poi qualche disaccordo ce l’ho. L’industria ha devastato il nostro territorio e la nostra salute (non credo ci sia bisogno di spiegarlo) e ci sono state anche diverse avventure finite male (con fondi pubblici) per incrementare lo sviluppo tecnologico. Vogliamo parlare del Pastis di Brindisi? 
Alla base di tutto, comunque, deve stare la salute e il benessere degli umani e degli ecosistemi. Le due cose vanno assieme. Se si programmano industrie e non si tiene conto dei costi ambientali e umani, non si fa buona industria. Guadagna qualcuno ma ci perdono tutti. E se cerchiamo di riparare i danni ci accorgiamo che i guadagni dell’industria non bastano per riparare i danni che ha fatto.

L’innovazione deve essere il caposaldo del nostro agire. Il modo con cui abbiamo concepito l’industria sino ad ora è semplicemente sbagliato. Si guadagna a breve termine e si perde a lungo termine. Il lungo termine è arrivato, e vediamo che il nostro sistema industriale è in crisi. Anche perché conviene chiudere le industrie qui e portarle dove la salute umana e l’ambiente sono tenuti in zero considerazione. Per me innovazione significa progettare industria inserita in modo armonico nell’ambiente, significa che accanto agli ingegneri e gli economisti devono lavorare gli ecologi e i medici. Lo so, se si fa così non si è competitivi, e conviene andare in Cina, dove i costi ambientali non sono contabilizzati (ma stanno iniziando a farlo, perché sono diventati insostenibili).

Se al PIL si contrapponesse la valutazione del degrado ambientale e umano vedremmo che i valori cambiano radicalmente. Questi costi vanno internalizzati.

La mia paura, per quel che riguarda l’occupazione derivante dal turismo, è che molti di quei posti di lavoro sono in nero, e non finiscono nelle statistiche. Ma non ho le prove per dirlo. D’altronde tutte le analisi di qualunque istituto economico ci dicono che la percentuale del sommerso è enorme, in Italia. E che l’evasione fiscale ci vede quasi primi al mondo. Assieme alla corruzione. In qualcosa primeggiamo!

L’analisi di Elia, mi pare, trascura poi l’agroalimentare o, comunque, lo considera poco. Ho visto recentemente un documentario d’epoca dove si faceva vedere, in tono trionfalistico, lo sradicamento degli olivi nel tarantino, lo smantellamento dei muretti a secco, e la costruzione della più grande acciaieria d’Europa. I braccianti diventano operai! E poi, assieme alle loro famiglie, si beccano il cancro. E anche quelli che non fanno gli operai o i tecnici, subiscono lo stesso rischio.

Certo, quei braccianti non devono restare tali. Ma ora sono sostituiti dagli schiavi neri, nessun problema! Il bene primario, quello che non può essere rimpiazzato da nulla, è quello che mangiamo e beviamo. Produrre buoni alimenti ha un interesse strategico superiore a quello di produrre buoni aeroplani. Senza aerei viviamo, ma senza mangiare si muore. Bisogna innovare anche in questo campo, come abbiamo fatto passando dal vinaccio da taglio a vini sublimi. Ma poi non possiamo avvelenare le falde, o riempire l’ambiente di pesticidi. Innovazione, oggi, significa prima di tutto armonia con la natura, qualunque sia l’impresa che si vuol portare avanti. Per una città che si candida, assieme a Brindisi (e io ci vorrei vedere anche Taranto), a Capitale Europea della Cultura questa evoluzione culturale dovrebbe essere un obiettivo strategico. Nel Bid Book c’è, ma siamo pronti a perseguire queste visioni? Temo di no. Ma questo è il bello della sfida, no? Magari lo diventeremo. Il potenziale c’è. Ma dobbiamo eliminare una palla al piede della nostra cultura: la furbizia. Accaparrarsi i fondi europei per opere che poi saranno abbandonate è frutto di furbizia, ma significa anche mancanza di visione. Prima o poi queste mancanze si pagano. E i furbi si rivelano essere dei fessi. O meglio, i furbi fanno i soldi, ma poi il territorio ne esce impoverito. Sono arrivati tantissimi soldi, qui. Eppure ci lamentiamo della povertà (poveri ma belli, dice il Bid Book di Lecce). Dove sono andati a finire? In tasca ai furbi. E i fessi non se ne accorgono, oppure sperano di poter essere a loro volta furbi. Non si va lontano con questa cultura. I risultati si vedono.


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