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Racconti sovietici 3. BORIS LAVRENËV: Quarantunesimo (parte seconda) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Sabato 05 Ottobre 2013 17:57

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Capitolo Sesto,

in cui avviene la seconda conversazione

e si accerta la nocività fisiologica dell'acqua

marina ad una temperatura di +2° Réaumur

 

Il tenente sfiorò la spalla di Marjutka.

Più volte tentò di mettersi a parlare, ma non glielo permetteva la mandibola che batteva forte per i brividi di freddo.

Schiacciò contro il proprio pugno e pronunciò: «Le lacrime non risolvono nulla. Bisogna andare! Non possiamo restare qui seduti! Prendiamo molto freddo!».

Marjutka sollevò la testa. Disse disperatamente: «E dov'è che si va, se siamo su un'isola. Tutt'attorno c'è solo l'acqua.»

«Bisogna mettersi in cammino. So per certo che qui vi sono le baracche.»

«Come lo sai? Sei già stato qui?»

«No, mai stato. Ma quando frequentavo il liceo, avevo letto che qui i pescatori locali costruiscono le baracche-deposito per il pesce. Dobbiamo trovare una di quelle baracche».

«Vabbè, la troviamo, e poi?»

«La notte porta consiglio. Alzati, Venerdì!»

Marjutka intimorita fissò con lo sguardo il tenente.

«Non sarai mica impazzito?.. Dio Santo!.. Cosa si fa adesso, come me la cavo con te? Non è venerdì – è mercoledì oggi!»

«Niente! Non badare. Ne parliamo dopo. Alzati!»

Marjutka docilmente si mise in piedi. Il tenente si chinò per prendere le carabine, ma la ragazza trattenne la mano di lui.

«Fermo! Niente brutti scherzi!... Mi avevi giurato che non saresti scappato!»

Il tenente scosse il braccio e all'improvviso scoppiò in una rauca risata selvaggia.

«E' chiaro che non sono io folle, ma sei tu! Rifletti, testolina, come potrei io, adesso, pensare di fuggire? Volevo soltanto portare le carabine, perché a te pesano troppo.»

Marjutka si chetò, ma, con una voce mite e seria, disse: «Grazie, se vuoi aiutarmi. E’ solo che ho l'ordine di consegnarti... Non posso, quindi, lasciarti le armi, perché ne dovrei rispondere personalmente!»

Il tenente alzò le spalle e raccolse i sacchi. Si incamminò avanti.

Scricchiolò sotto i piedi la sabbia mista alla neve. Sembrò che la riva non avesse fine: bassa, ripugnante per tutta questa sua piattezza.

In lontananza si vide qualcosa di grigio cosparso di neve.

Marjutka si trascinava a fatica e vacillava sotto il peso di tre carabine.

«Non ti perdere d'animo, Maria Filatovna! Ancora un po' di pazienza! Credo che si tratti proprio di quelle baracche.»

«Ma quand'è che si arriva? Sono sfinita. Intirizzita tutta dal freddo.»

Si avvicinarono alla baracca. C'era un buio pesto all'interno e l'odore nauseante dell'umidità del pesce e del sale rancido.

Con una mano il tenente tastò le cataste di pesce salato ed essiccato.

«Mica male! Abbiamo il pesce! Perlomeno non patiremo la fame.»

«Ci servirebbe un po' di luce!.. Per vedere attorno. Forse troviamo un angolo riparato dal vento?» – gemette Marjutka.

«L'elettricità, qui, non la trovi di certo!»

«Almeno far fuoco con il pesce... E' bello grasso.»

Il tenente si mise a ridere fragorosamente di nuovo.

«Far bruciare il pesce?.. Sei davvero impazzita!»

«Perché dici, che sono impazzita?» – rispose Marjutka risentita. «Da noi, sul Volga, lo usavano moltissimo per far fuoco. Brucia meglio della legna!»

«E' la prima volta che lo sento... Tutto sta, è come farlo accendere? L'acciarino ce l'ho, ma non ci sono schegge di legno per far attecchire il fuoco...»

«Ma che razza di cavaliere!.. Sembra che non hai fatto altro che startene attaccato alla gonna della mammina. Eccoti, tieni, tira fuori le pallottole, io intanto strappo un po' di schegge dalle assi delle pareti.»

Il tenente, con le dita irrigidite, estrasse a fatica le pallottole dalle tre cartucce del fucile. Marjutka nel buio gli venne addosso con le schegge di legno.

«Metti qua la polvere da sparo!.. A montagnetta... Ora dammi l'acciarino!»

L'acciarino sprigionò una scintilla arancione e Marjutka lo ficcò dentro la polvere da sparo. Si mise a sibilare, si accese con una lenta gialla fiammella, si attaccò alle secche schegge di legno.

«Hai visto!» – gioì Marjutka. «Porta il pesce... Una carpa, bella grossa!»

Sulle schegge incendiate misero per traverso un pesce. Dapprima si raggrinzì, poi divampò con una calda fiamma grassa.

«Ora bisogna solo non dimenticarsi di aggiungere il pesce, prima che il fuoco si spenga. Qui n’abbiamo tanto, per mesi e mesi!»

Marjutka si guardò attorno. La fiamma tremava con ombre instabili sopra le enormi cataste di pesce. Le pareti di assi di legno avevano grosse fessure e buchi.

Marjutka andò a fare un giro per la baracca. Da un angolo nel fondo, gridò: «C'è un angolo ben riparato! Tu continua mettere il pesce nel fuoco, intanto io rassetto un po' qua, sembrerà una stanzetta.»

Il tenente si sedette vicino al falò. Si rannicchiò, cercando di scaldarsi. Nell'angolo Marjutka si dava da fare, spostando rumorosamente il pesce. Finalmente chiamò: «E' pronta! Porta qua il fuoco!»

Il tenente prese per la coda una carpa in fiamme. Si avvicinò all'angolo. Marjutka aveva costruito da tre lati una sorta di pareti di pesce; all'interno si era formato uno spazio riparato di circa una sagena7 .

«Dài, entra. Lì, in mezzo, ho messo qualche pesce per traverso, accendilo. Intanto vado a prendere le provviste.»

Il tenente mise la carpa in fiamme sotto la gabbia costruita con il pesce. Lentamente, svogliatamente il fuoco la attaccò. Marjutka ritornò, mise le carabine nell'angolo, adagiò i sacchi per terra.

«E' una vera dannazione, peste dei pesci la pigli! Poveri, poveri ragazzi. Si son affogati in un baleno, così, per niente!»

«Sarebbe bene asciugarsi gli abiti. Se no, ci ammaliamo.»

«E cosa aspetti? Il fuoco di pesce è molto caldo. Spogliati e mettili ad asciugare!»

Il tenente indugiò.

«Finché lei si asciuga le sue cose, Maria Filatovna, attenderò di là. E dopo asciugo le mie.»

Marjutka diede uno sguardo di indulgenza e di compassione al suo tremante viso.

«E sì, ti guardo, e mi pare di vedere uno stupido! Ma che razza di comportamento signoresco, borghese! Che cosa c'è poi di tanto terribile? Non hai mai visto una femmina nuda?»

«Non è per questo... ma è che lei, probabilmente, si sentirebbe in imbarazzo?»

«Sciocchezze! Della stessa carne siam fatti. Non c'è poi tutta questa differenza!» – E quasi sgridandolo: «E spogliati, testone! Senti come ti battono i denti, sembri una mitragliatrice. Tormento, che non sei altro!»

Sulle carabine messe a trespolo al di sopra del fuoco stavano appesi e fumavano di vapore gli abiti da asciugare.

Il tenente e Marjutka si sedettero l'uno contro l'altra davanti al fuoco, girandosi ogni tanto, inebriati, verso il calore della fiamma.

Marjutka guardò a lungo, non distogliendo gli occhi, la magra, delicata schiena chiara del tenente. Sogghignò.

«Ma quanto sei bianco, la peste dei pesci!.. Non è che ti facevano il bagno nella panna!»

Il tenente arrossì forte e girò la testa. Volle dire qualcosa, ma, accorgendosi di un tondeggiante riflesso giallo sul petto di Marjutka, abbassò giù le sue sferette blu oltremare.

Gli abiti si asciugarono. Marjutka si buttò sulle spalle il suo montone rovesciato.

«Bisogna dormire un po'. Per domani, forse, la tempesta cesserà. E' una fortuna che il battello non sia affondato. Con la calma, forse, potremmo navigare sino al fiume Syrdarja. Lì incontreremo dei pescatori. Tu ora mettiti a dormire, io invece rimango a controllare il fuoco. E quando avrò sonno, ti sveglierò per farmi dare il cambio. Così, un po' per uno, facciamo la guardia.»

Il tenente mise gli abiti per terra sotto di sé, si coprì con il suo pellicciotto. Fu subito sopraffatto da un sonno pesante e, mentre dormiva, si lamentava. Marjutka immobile lo stette a guardare.

Alzò una spalla.

«Ma guarda, che palla al piede! Poverello! Speriamo che non si ammali! A casa sua avrà vissuto nella bambagia, certamente, imbacuccato nelle sete e nei velluti preziosi. Eccola, la vita com'è, la peste dei pesci la pigli!»

Il mattino, quando, attraverso le fessure del tetto, nella baracca arrivarono i primi sprazzi di una luce grigiastra, Marjutka svegliò il tenente.

«Senti, cura adesso tu il fuoco, io vado sulla riva. Do un'occhiata in giro, potrebbe essere che i ragazzi nostri non siano affogati ed ora stiano seduti da qualche parte.»

Il tenente si alzò a fatica. Si mise le mani alle tempie, disse sordamente: «Ho mal di testa.»

«Non è niente... Sarà per il fumo e la stanchezza. Ti passerà. Prendi nel sacco le focacce, arrostisciti sul fuoco del pesce e mangia.»

Prese una carabina, la pulì con la falda del suo montone e uscì.

Il tenente strisciando sui ginocchi si avvicinò al falò, tirò dal sacco una focaccia rafferma. Diede un piccolo morso, masticò un po', si fece cadere la focaccia di mano e come un sacco crollò a terra vicino al fuoco.

 

Marjutka scosse la spalla del tenente. Disperatamente, urlò: «Alzati!.. Dannazione, alzati!.. E' successa una disgrazia!»

Gli occhi del tenente si allargarono, si spalancarono le labbra.

«Alzati, ti dico! E' successo un guaio tremendo! Non c'è più il battello! Le onde lo hanno portato nel mar aperto! Adesso è la fine, siamo spacciati!»

Il tenente stette a guardare dritto nel volto di lei, tacque.

Guardò attentamente Marjutka, esclamò un sommesso 'ah'.

Divennero torbide e folli le sferette blu oltremare del tenente. La guancia, appoggiata fiaccamente sulla mano di Marjutka, emanava un calore di fuoco.

«Si è ammalato, aveva preso troppo freddo, accidenti. E adesso, cosa debbo fare con te?»

Il tenente mosse le labbra.

«Michail Ivanovič... Non mi metta un brutto voto... Non ho potuto studiare... M’interroghi domani, la prego...»

«Che sciocchezze stai dicendo?» – domandò Marjutka tremando.

«Tresor... prendi... una pernice...» – urlò all'improvviso il tenente, sollevandosi.

Marjutka si scostò bruscamente e si coprì il viso con le mani.

Il tenente crollò di nuovo al suolo, si mise raschiare la sabbia con le dita.

Borbottò veloce veloce qualcosa di indistinto, soffocando nei suoni della voce.

Marjutka si guardò disperatamente attorno.

Si tolse di dosso il suo montone rovesciato, lo buttò sulla sabbia, trascinò faticosamente e mise sopra il corpo del tenente privo dei sensi, coprendolo con il pellicciotto.

Si rannicchiò vicino come un povero cuccioletto bisognoso d'aiuto. Gli occhi si annebbiarono e sulle guance affilate scivolarono lacrime lente.

Il malato si dimenava nel delirio, si scopriva, si liberava dal pellicciotto, ma Marjutka perseverava ad aggiustarlo ogni volta, imbacuccando il tenente sino al mento.

Notò che la testa del tenente si rovesciava troppo, gli sistemò un sacco al posto del cuscino.

Guardando in su, come fosse al cielo, disse con enfasi: «Se mi morirà... Che cosa racconto ad Evsjukov? Povera me! Che guaio!»

Si chinò sul tenente delirante per la febbre altissima, diede uno sguardo negli offuscati occhi blu oltremare.

Avvertì una fitta di dolore penetrante al petto. Allungò la mano e piano piano accarezzò i capelli ondulati del tenente, sparsi sul sacco. Prese la sua testa fra le mani, sussurrò dolcemente: «Sciocchino mio, dagli occhi blu!..»

 

 

Capitolo Settimo,

all'inizio è oltremodo ingarbugliato e oscuro,

ma diviene chiaro e lucido alla fine...

 

Le trombe d'argento, alle trombe erano appesi i campanellini di cristallo.

Le trombe suonavano, i campanellini tintinnavano con un dolcissimo scampanio un po' gelido: Tili-din', din', din'. Tili, tili, dljam-dljam-dljam.

Le trombe suonavano qualcosa di loro, di particolare: Tu-tu-tu-tu, tu-tu-tu-tu.

Non c'era dubbio, era una marcia. La marcia. Certamente, era la stessa che veniva suonata sempre alle parate militari.

Come pure la piazza, schizzata dal sole attraverso le sete verdi degli aceri, era sempre la stessa.

Il direttore della banda militare dirigeva l'orchestra.

Si mise di schiena all'orchestra, dallo spacco del pastrano tirò fuori una coda, una coda grossa, a pelo lungo, di una volpe rossa, alla punta della coda era avvitato un pomello d'oro, nel pomello era fissato un diapason.

Dimenava la coda da tutte le parti, il diapason dava il là, indicava alle cornette e ai tromboni quando si doveva attaccare, e se un suonatore della banda poco poco non fosse stato attento, all'istante riceveva un colpo brusco di diapason in fronte.

I suonatori della banda si stavano facendo in quattro. Erano però assai curiosi quei suonatori. Soldati qualsiasi, dei reggimenti vari della guardia imperiale. L'orchestra militare riunita.

Ma non avevano bocche per niente... Sotto il naso era tutto liscio e piatto. A tutti loro gli strumenti a fiato erano infilati nella narice sinistra.

La narice destra aspirava l'aria, l'altra, sinistra, soffiava dentro lo strumento e, a causa di questo, il suono delle trombe e di tutti gli altri strumenti a fiato era particolarissimo, sonoro e allegrissimo.

«Alla marc-cia cerimo-oniale prepara-rrrsi!»

«Alla marc-cia cerimo-oniale... Spall'arm!»

«Re-ggimento!»

«Batta-glione!»

«Com-pagnia!»

«Da destra a plotoni... Il primo batta-glione... avanti march!..»

Le trombe: tu-tu-tu. I campanellini: din'-din'-din'.

Il capitano Švetsov marciava avanti alle righe, non marciava, faceva una danza servile, un pupo sui fili. Il sedere del capitano tumido, tondo, liscio, come un grosso prosciutto. Scalciava: un-due, un-due!

«Bravi, ragazzi!»

«Bau-bau, un-due, bau-bau!..»

«Il tenente!»

«Il tenente! Il tenente, dal generale!»

«Quale tenente?»

«Della terza compagnia. Govorucha-Otrok dal generale!»

Il generale era seduto in groppa ad un cavallo, stava fermo in mezzo alla piazza. La faccia paonazza, il baffo canuto.

«Signor tenente, come mai dà tutto questo scandalo?»

«Ah, ah, ah! Ah, ah, ah

«E' impazzito?... Ridere?.. Ma io le faccio... Con chi crede?..»

«Ah, ah, ah!... Ma lei non è un generale, generale, ma è un gatto, Vostra Eccellenza!»

In groppa ad un cavallo stava seduto il generale. Dalla testa alla cinta era tutto e per tutto un generale, ma dalla cinta in giù aveva le zampe di un gattaccio. E fossero almeno di un gatto di razza con il pedigree, ma no! Erano di un gatto bastardo, come quei gatti grigi spelacchiati a righe che in ogni cortile e sopra i tetti gironzolano.

Le zampe artigliose stavano appoggiate solidamente dentro le staffe da cavaliere.

«Lei sarà mandato alla Corte Marziale, tenente! E' un caso inaudito! Che un tenente, un ufficiale delle guardie imperiali abbia all'improvviso l'ombelico a rovescio!»

Il tenente si diede uno sguardo attento e allibì. Vide che da sotto la sciarpa gli era uscito fuori l'ombelico di un sottile intestino di color verde e l'estremità, il cordone ombelicale vero e proprio, stava baluginando in un impressionante, velocissimo movimento centrifugo. Il tenente acchiappò l'ombelico al volo, ma quello cercò di svincolarsi.

«Agli arresti! Per una violazione del giuramento!»

Il generale tolse la zampa dalla staffa, allargò gli artigli, la allungò per acchiappare il tenente e sulla zampa c'era uno sperone d'argento, in cui invece dell'anellino era fissato un occhio.

Un occhio comune. Una tonda, gialla pupilla, acutissima che stava fissando dentro, sino al cuore del tenente.

Ammiccò dolcemente e disse, come non si sa, l'occhio da sé disse: «Non ti preoccupare!... Tutto va bene!... Finalmente sei tornato in sensi!»

Una mano sollevò la testa del tenente e, aprendo gli occhi, lui vide un visetto magro con le ciocche ramate dei capelli e un occhio dolce, giallo, lo stesso.

«Ma come mi avevi spaventato, poveretto. Una settimana ho tribolato con te. Avevo paura di non riuscire a curarti. Siamo soli soletti sull'isola. Non avevo nessuna medicina da darti, né qualcuno che potesse aiutare. Soltanto facendoti bere dell'acqua calda, son riuscita a farti riprendere. Le prime volte vomitavi molto... Cosa vuoi, l'acqua è cattiva, salata, lo stomaco la rifiuta.»

Entravano a fatica nella coscienza del tenente le dolci parole preoccupate.

Si sollevò un po', si guardò attorno con gli occhi pieni di incomprensione.

Tutt'attorno c'erano le cataste di pesce. Ardeva un falò acceso, sopra il quale sullo scovolo del fucile stava appeso un paiolo, in cui bolliva qualcosa.

«Ma che cos'è?.. Dove sono?..»

«Come, hai dimenticato? Non mi riconosci? Marjutka sono!»

Con le dita sottili di una mano magrissima il tenente si strofinò la fronte.

Ricordò, fece un flebile sorriso, sussurrò: «Sì... ora rammento. Robinson e Venerdì!»

«Ma come, hai ripreso a farneticare? Non fai che dire venerdì e venerdì! Non so neppure che giorno è oggi. Ho perso il conto.»

Il tenente sorrise un'altra volta.

«Non è un giorno!.. Si tratta di un nome... C'è un racconto che narra di un uomo che dopo il naufragio, finì su un'isola disabitata. Quest'uomo aveva un amico. Di nome Venerdì. Non lo avevi mai letto?» – Si distese nuovamente sul montone e tossì.

«No... Ho lette tante fiabe, ma questa non la conosco. Stai sdraiato, tranquillo, non ti alzare. Se no, ti ammali di nuovo. Intanto mi metto a cucinare il pesce. Poi mangi, per tornare in forze. E' da una settimana quasi che non hai messo niente nello stomaco, oltre l’acqua. A guardarti, sei diventato quasi trasparente come una candela. Stai sdraiato, riposa!»

Il tenente chiuse stancamente gli occhi. Dentro la testa continuava a persistere un lento tintinnio cristallino. Gli tornarono in mente le trombe coi campanellini di cristallo, fece una flebile risatina.

«Che hai?» – chiese Marjutka.

«Così, mi sono ricordato... Nel delirio, ho avuto un sogno molto divertente.»

«Hai urlato tanto nel sonno! Comandavi, imprecavi... C'era di tutto. Il vento che fischiava, non c'era nessuno attorno, ero da sola con te sull'isola, e tu che stavi malissimo. Una tale paura mi prendeva, non ti dico!» – Marjutka si rannicchiò come se sentisse freddo, – «Non sapevo che cosa fare?»

«E com'è che sei riuscita a cavartela?»

«Come vedi, me la sono cavata. Avevo paura più di tutto che tu potessi morire di fame. Oltre all'acqua nulla prendevi. Quelle poche focacce che avevamo, le avevo date a te, sciolte nell'acqua calda. Ora non abbiamo altro che tanto pesce attorno. Ma non è il cibo più adatto per una persona malata! E allora, quando ho visto che cominciavi a muoverti più tranquillo e stavi aprendo gli occhi, tutto il peso mi è caduto dal cuore.»

Il tenente allungò la sua mano. Le belle dita sottili, nonostante fossero sporche, si misero sul polso di Marjutka. Accarezzandolo piano piano, il tenente disse: «Non so come ringraziarti, mia cara, sei proprio un tesoro!»

Marjutka arrossì e allontanò la mano di lui.

«Non mi ringraziare!... Ho fatto soltanto quello che dovevo fare. Potevo mai, secondo te, far morire una persona? Non sono mica una bestia disumana e insensibile!»

«Ma io, lo sai, sono un cadetto... Un nemico. A cosa serviva tanto patire per me? Tu stessa appena appena cammini.»

Marjutka, tutto d'un tratto, rimase ferma per un attimo, si scosse perplessa. Fece un cenno con la mano e rise.

«Ma che nemico e nemico? Non riesci ad alzare una mano, cosa dici, un nemico! E' evidente che il destino mio con te è quello. Non ti ho ucciso subito, mancando il bersaglio per la prima volta in vita mia, perciò devo preoccuparmi di te sino alla fine. Adesso eccoti, mangia!»

Mise davanti al tenente il paiolo, dove nuotava un pezzo del grasso, ambrato dorso di un pesce pregiato. Per l'ambiente si sparse il fine, gustoso aroma del pesce, divenuto quasi trasparente nella cottura.

Il tenente tirava il pesce dal paiolo a piccoli bocconi. Mangiava con evidente appetito.

«Peccato che sia tanto salato. Perfino brucia in gola.»

«Come lo metti, tale rimane. Se avessimo dell'acqua dolce, si potrebbe metterlo a bagno per togliere il sale, ma così è una vera disgrazia. L'acqua è salata, il pesce è salato! Sì, le cose si mettono proprio male per noi, la peste dei pesci le pigli!»

Il tenente mise il paiolo da parte.

«Cosa? Non ti va più?»

«No, basta. Sono sazio. Mangia adesso tu.»

«Al diavolo questo pesce! Dopo una settimana il solo odore mi dà fastidio. Lo stomaco non lo riceve più.»

Il tenente stette sdraiato su un fianco, appoggiandosi su un gomito.

«Sarebbe bello avere una sigaretta!» – disse malinconicamente.

«Vuoi fumare? E parla allora. Nel sacco di Semjannyj è rimasto del tabacco forte per le sigarette fatte a mano. Si era bagnato un po', ma lo avevo fatto asciugare. Sapevo che quando ti saresti ripreso, avresti voluto fumare. Ai fumatori dopo la malattia, il desiderio del tabacco aumenta ancor di più. Eccolo, tieni.»

Il tenente, visibilmente emozionato, prese la borsetta con il tabacco. Le sue dita tremavano.

«Sei un vero tesoro, Maša! Sei meglio di una balia asciutta!»

«Senza le balie, forse, non sapresti neppure vivere» – rispose seccamente Marjutka, ed arrossì.

«Peccato che non c'è della carta. Il tuo rosso-lampone mi ha requisito tutto sino all'ultimo pezzo di carta e la mia pipa l'ho perduta.»

«Della carta...» – Marjutka s’impensierì.

Poi con un movimento deciso girò il risvolto del suo pellicciotto di montone di cui era coperto il tenente, mise la mano nella tasca, tirò fuori un pacchettino.

Togliendo una cordicina, lo aprì, prese da lì alcuni fogli di carta e li allungò al tenente.

«Eccoti, per far le sigarette».

Il tenente prese i fogli, guardò attentamente. Alzò su Marjutka gli occhi illuminati da una perplessa luce blu.

«Ma si tratta delle tue poesie! Sei impazzita? No, non posso accettare!»

«Prendi ti dico, accidenti! Non tormentarmi l'anima, la peste dei pesci le pigli!» – gridò Marjutka.

Il tenente la guardò.

«Grazie! Non lo dimenticherò mai!»

Strappò un piccolo pezzetto dall'angolo del foglio, si arrotolò una sigaretta, si mise a fumare. Rivolse lo sguardo fisso in lontananza, chissà dove, attraverso la scia blu del fumo.

Marjutka seguiva attentamente ogni sua mossa. All'improvviso domandò: «Ti sto a guardare e non posso raccapezzarmi. Come mai i tuoi occhi sono tanto blu? In tutta la vita da nessuna parte avevo visto occhi così. Sono talmente blu che si potrebbe tuffarsi e perfino affogarsi dentro.»

«Non saprei» – rispose il tenente, – «sono nato con gli occhi così. In molti dicevano che sono di un colore straordinario...»

«E' proprio vero!.. Sin dall'inizio, quando ti abbiamo arrestato, avevo pensato: ma che occhi insoliti ha? Sono molto pericolosi i tuoi occhi!»

«Per chi?»

«Per le femmine sono pericolosi. Sanno insinuarsi nell'anima. Inquietano!»

«Hanno inquietato anche te?»

Marjutka avvampò.

«Ma guarda, accidenti! Che razza di domande fai? Adesso riposa, io vado a prendere dell'acqua.»

Si mise in piedi, prese con indifferenza il paiolo, ma, uscendo da dietro le cataste del pesce, si volse allegramente e, del tutto come prima, disse: «Sciocchino mio, dagli occhi blu!..».

 

 

Capitolo Ottavo,

in cui niente di niente si deve spiegare

 

Il sole di marzo, una svolta verso la primavera.

Il sole di marzo sopra il mar di Aral, delizia, carezza sopra un blu vellutato, mordicchia coi denti caldi, liscia, scioglie, come dei nodi al pettine, il sangue umano.

Il terzo giorno il tenente aveva iniziato ad uscire all'aria fresca.

Stava seduto vicino alla baracca, si scaldava al sole dolcissimo, guardandosi attorno con gli occhi gioiosi, risorti, blu, come il blu-mare. Marjutka, nel frattempo, aveva perlustrato tutta l’isola.

L'ultimo giorno ritornò alla baracca verso il tramonto, era molto allegra.

«Ascoltami! Domani traslochiamo!»

«Dove?»

«Lì, in fondo. Saranno da qua più o meno otto verste.»

«Cosa c'è di là?»

«Ho trovato una casupola di pescatori. Un vero palazzo! Asciutta, solida, persino i vetri nelle finestre non sono rotti. C'è una stufa, dei recipienti vari, scheggiati, rotti un po', ma serviranno lo stesso per tirar avanti la baracca. Ma quello che è più importante, ci sono i giacigli vicino alla stufa. Non si dovrà più stare buttati per terra. Se fossimo arrivati subito lì, sarebbe stato meglio!»

«Ma chi poteva saperlo!»

«Anche questo è vero! Poi, ho fatto un'altra scoperta. Una bella scoperta!»

«Di cosa si tratta?»

«Dietro la stufa ho trovato uno sgabuzzino, un nascondiglio per i viveri. Lì, ci sono rimaste ancora delle provviste. Un po' di riso, una decina di chili di farina. Non è molto fresca, ma si può mangiare. I pescatori, forse, in autunno sono scappati dall'isola prima delle tempeste e nella fretta si sono scordati delle provviste. Adesso vivremo senza preoccupazioni!»

La mattina presto si avviarono alla nuova dimora. Davanti camminava Marjutka stracarica, come un cammello. Da sola portava addosso tutto quanto, niente permise di tenere al tenente.

«Lascia stare! Potresti ammalarti di nuovo. Preme più a me, per non curarti un'altra volta. Non temere! Ce la faccio benissimo! Sembro magra, ma sono sana e forte.»

Verso mezzogiorno giunsero alla casupola, spazzarono la neve dall'ingresso, con una corda attaccarono la porta di assi di legno uscita dai cardini rotti. Riempirono la stufa di pesce, accesero, si scaldavano con i sorrisi pieni di felicità sui volti.

«Che pacchia... Una vita da re!»

«Bravissima, Maša. Per tutta la vita ti sarò grato... Senza di te non sarei sopravvissuto».

«Si sa, sei uno scansafatiche!»

Tacque, sfregandosi le mani al di sopra del fuoco.

«Caldo è caldo... Però che facciamo da qui in avanti?»

«Che c'è da fare? Aspettare!»

«Aspettare cosa?»

«La primavera. Oramai è rimasto poco da attendere. Siamo a metà marzo. Ancora un paio di settimane, i pescatori, giusto giusto, arriveranno per portar via il pesce e ci porteranno in salvo.»

«Magari! Perché con pesce salato e farina mezzo ammuffita non tireremo a lungo. Giusto un paio di settimane e poi per noi è la fine, la peste dei pesci la pigli!»

«Che cos'è questa tua espressione – la peste dei pesci?... -, da dove proviene?»

«E' la nostra, tipica di Astrachan. I pescatori dicono così. Per non dire le parolacce. A me non piace imprecare volgarmente, ma la rabbia a volte ti prende talmente forte. E così, mi sfogo l'anima.»

Rovistò un po' il pesce nella stufa con lo scovolo del fucile e domandò: «Mi avevi parlato di una fiaba, quella riguardante un'isola... con Venerdì. Piuttosto che stare seduti senza far niente, raccontala. Adoro terribilmente ascoltare le fiabe. Solevano incontrarsi tante donne del nostro villaggio a casa di mia zia, portavano con sé una vecchia di nome Gugnicha. Credo avesse cent'anni allora, forse persino di più. Ricordava Napoleone. La vecchia conosceva tante fiabe, per questo la portavano e quando si metteva a raccontare, io rimanevo in un angolino come incantata. Tremavo tutta, per la paura di perdere una sola parola.»

«Vuoi che ti racconti di Robinson? Avrò dimenticato ormai una metà del libro. E' da tanto che l’ho letto.»

«Tu cerca di farti tornare in mente. E tutto quello che riuscirai di ricordare, racconta.»

«Va bene. Ci provo.»

Il tenente socchiuse gli occhi, cercando di rammentare.

Marjutka distese il pellicciotto sui tavolacci, si accomodò nell'angolino vicino alla stufa.

«Vieni, siediti! Qui nel cantuccio è molto più caldo.»

Il tenente salì e si mise lì, dove indicava Marjutka. La stufa si arroventò, li investì di una piacevole ondata di caldo.

«E allora, cosa aspetti? Dài, incomincia. Non vedo l'ora. Adoro ascoltare le fiabe!»

Il tenente si appoggiò sui gomiti. Cominciò: «Nella città di Liverpool visse un ricco uomo di nome Robinson Crusoe...»

«Dov'è che si trova la città?»

«In Inghilterra... Visse un ricco uomo di nome Robinson Crusoe...»

«Aspetta un attimo!.. Ricco, dici? Chissà perché in tutte le fiabe viene raccontato dei ricchi e dei re? E dell'uomo povero neppure una è stata creata.»

«Non lo so,» – rispose il tenente perplesso, – «a me questo non è mai neanche passato per la mente.»

«Dev'essere perché soltanto i ricchi scrivevano le fiabe. E' la stessa identica cosa che capita a me. Voglio scrivere una poesia, ma non ho l'istruzione adeguata. Però io, certamente, avrei scritto qualcosa di bello di una persona povera. Ma non fa niente. Andrò un giorno a studiare, allora sì che scriverò...»

«Sì... Dunque, si propose Robinson Crusoe di fare un viaggio attorno al mondo. Per vedere come la gente vive. Quindi partì da Liverpool su un grande veliero...»

La stufa scoppiettava di calore, a gocce ritmiche, persuasiva si riversava nell'ambiente la voce del tenente.

A mano a mano ricordando, ce la stava mettendo tutta per narrare con ogni minimo particolare.

Marjutka s’immobilizzò, esclamando con ammirazione ed entusiasmo un 'ah', nei passaggi più significativi del racconto.

Quando il tenente descrisse il naufragio del veliero di Robinson, Marjutka mosse con disapprovazione le spalle e chiese: «E così tutti tutti tranne lui si son affogati?»

«Sì, tutti quanti.»

«Probabilmente, una testa di rapa avevano per capitano o si sarà ubriacato sino a vedere dei sorci verdi, prima del naufragio. Per nulla al mondo, crederei che un buon capitano faccia finire tutto l'equipaggio con i passeggeri nel fondo marino. Successero parecchi naufragi da noi, sul Caspio, ma tutt'al più due-tre uomini affogavano, gli altri invece, guarda, si sono salvati.»

«Perché? Abbiamo perso Semjannyj e Vjachir', sono affogati. Significa allora che tu sei un pessimo capitano o che ti sei ubriacata sino a vedere dei sorci verdi, prima del naufragio?»

Marjutka rimase sbalordita.

«Questo sì che è punzecchiare, la peste dei pesci ti pigli! Dài, continua a raccontare!»

Al momento dell'apparizione nel racconto di Venerdì, Marjutka di nuovo interruppe: «Ora capisco, perché mi chiamavi Venerdì! E' come se fossi tu Robinson e io Venerdì. Ma Venerdì, stai dicendo, era nero? Un negro? Mi è capitato di vedere un negro. Al circo, ad Astrachan. Era tutto peloso, i labbroni grossi, ecco, così! Il muso spaventoso! Noi, ragazzini, lo rincorrevamo e, prendendolo in giro, urlavamo: “Grugno di un porco, vuoi mangiare le orecchie del tuo fratello porco”, e facevamo il verso del maiale. Si arrabbiava molto, poveretto. Ci tirava addosso le pietre.»

Quando il racconto arrivò al punto dell'assalto dei pirati, Marjutka abbagliò il tenente con gli occhi: «In dieci contro uno? Razza di teppisti, la peste dei pesci li pigli!»

Il tenente finì il racconto.

Marjutka si rannicchiò in un atteggiamento sognante, accostandosi alla sua spalla. In semiveglia, miagolò: «Ma quanto è bello. Saprai molte altre fiabe, certamente! Raccontamene una, ogni giorno.»

«E' così che vuoi? Ti è piaciuta allora?»

«E' bellissima! Fa venire dei brividi. E' un bel passatempo per ammazzare le lunghe serate. Così il tempo passerà velocemente!»

Il tenente fece uno sbadiglio.

«Hai sonno?»

«No... E' la debolezza, postumi della malattia.»

«Povero mio, si è indebolito!»

Marjutka sollevò una mano e accarezzò dolcemente i capelli del tenente. Il tenente con meraviglia la guardò con le sue sferette blu oltremare.

Spirò un’irresistibile ondata di tenerezza nel cuore di Marjutka. Come in un oblio, si chinò sulla guancia smagrita e non rasata del tenente e vi impresse sopra le sue irruvidite, asciutte labbra.

Capitolo Nono,

in cui viene dimostrato che, anche se

al cuore non si comanda, tuttavia è

l'esistenza a determinare la coscienza

 

Il tenente della guardia imperiale, Govorucha-Otrok, doveva diventare il quarantunesimo sul conto mortale di Marjutka.

Divenne invece il primo sul conto della felicità femminile.

Crebbe nel cuore di Marjutka un'inclinazione incontenibile verso il tenente, verso le sue mani sottili, verso la sua voce piana e più di tutto verso i suoi occhi di un blu eccezionale.

Grazie a questo blu, la vita si rasserenava e si illuminava.

Si dimenticavano il poco allegro mar di Aral, il gusto stomachevole del pesce salato e della farina ammuffita; si scioglieva senza traccia la nostalgia inquieta della vita, agitata e rintronante, lasciata oltre le vastità delle acque. Di giorno sbrigava le solite faccende: impastava e cuoceva le focacce, lessava dei dorsi di pesce pregiato, venuti ormai a uggia, per cui le gengive iniziarono a gonfiarsi e ricoprirsi di piaghette ulcerose; ogni tanto andava sulla riva per mettersi a guardare verso l'orizzonte nella speranza di scorgere sul blu del mare il volo dell'ala bianca della tanto attesa vela.

Di sera, nell'ora in cui il sole vorace smetteva di rotolarsi giù dal cielo baciato dalla primavera, si cacciava nel suo solito angolino sul tavolaccio, si stringeva, facendo le moine, alla spalla del tenente. Ascoltava.

Tante cose raccontava il tenente. Era abile a raccontare.

Le giornate volavano lente, oleose, come le onde.

Una volta il tenente poltrendo al sole sull'uscio della casupola, seguiva le dita di Marjutka, velocissime e abilissime nel togliere la lisca da una carpa grassoccia, strizzava gli occhi da tanta luce e alzava le spalle.  Disse: «Uhm... Ma che assurdità, accidenti!...»

«Di cosa parli, caro?»

«Assurdità, dico... La vita nella sua interezza, un'assurdità assoluta! I concetti primari, le nozioni, le idee inculcate. Tutt'una sciocchezza! I simboli convenzionali, come sulla carta topografica. Un tenente della guardia imperiale?! Al diavolo, il tenente della guardia! Voglio vivere ora. Avevo vissuto per ventisette anni e cosa vedo? Che non avevo vissuto affatto. Una barca di soldi avevo speso, viaggiavo, per meglio dire, mi dimenavo per il mondo nella ricerca di un qualche ideale, ma il cuore, l'animo non smetteva di tormentarsi per l'angoscia mortale della vacuità, dell'insoddisfazione. Adesso sto seduto e penso: se qualcuno mi avesse detto allora che le giornate più piene, superbe, cariche di ogni significato, le avrei vissuto qui, su questa stupidissima crêpe di sabbia, in mezzo a tutto questo stupidissimo mare, mai e poi mai l'avrei creduto!»

«Come avevi detto, quali giorni?»

«Pieni, superbi, carichi! Non ti è chiaro? Come dovrei dirtelo, che sia comprensibile? Si tratta di quei giorni, quando non ti senti più in un'ostile contrapposizione a tutto il mondo, come una particella singola, isolata in una lotta autonoma, ma ti sciogli assolutamente e totalmente, ecco, in questa – fece un larghissimo gesto del braccio – massa terrestre. Sento ora che mi sono fuso completamente in essa, in un modo indissolubile. Il suo respiro è il mio respiro. Ecco senti, sta respirando la risacca dell'onda: sciurf... sciurf... Non è la risacca che respira, sono io che respiro, l'animo mio, corpo e carne.»

Marjutka lasciò il coltello.

«Tu stai parlando da persona istruita, non tutte la parole mi sono comprensibili. Per conto mio posso dire solo questo – sono felice adesso!»

«E sì, le parole sono diverse, ma risultano essere la stessa cosa. Adesso come adesso, mi sembra che sarebbe bello non andarsene da nessun'altra parte, da quest’insensata sabbia calda, rimanere qui, per sempre, a sciogliersi sotto questo sole irsuto, vivere come una bestia felice.»

Marjutka stava a guardare la sabbia, come se fosse assorta nel ricordare qualcosa di importante. Con aria colpevole, scoppiò in una dolce risata.

«No... Non lo voglio! Non resterei qui. E' troppo lenta, oziosa la vita, si potrebbe del tutto infiacchirsi. Neppure la propria felicità puoi mostrare alla gente. Attorno non c'è che pesce morto. Non vedo l'ora che arrivino i pescatori. Marzo oramai, penso, sta per finire. Sento molto la mancanza della gente viva.»

«E noi, che siamo, morti?»

«Per essere vivi, siamo vivi, ma se solo per un'altra settimana, al massimo, ci è rimasta la farina, la più ammuffita, e lo scorbuto dovesse acutizzarsi, cosa canterai a quel punto? Inoltre, caro, cerca di renderti conto che non è il tempo adesso per starsene seduti vicino al fuoco. Lì, i nostri, sicuramente, stanno combattendo, spargono sangue. Ogni braccio conta. Io non posso, in questo caso, vivere ritirata nella quiete spensierata. Non per questo avevo prestato il giuramento militare.»

Gli occhi del tenente si aprirono con stupore.

«Macché? Non mi vorrai dire, che vorresti andare di nuovo a combattere?»

«E come no?»

Il tenente silenziosamente, si girò e si rigirò tra le mani una secca scheggia di legno strappata dalla soglia. Come un lento, denso ruscello si sparsero le sue parole: «Stramba!.. Sai cosa ti volevo dire, cara Mašen’ka, che sono stufo, arcistufo di tutte queste idiozie. Quanti anni di spargimento di sangue, di odio, di rancore. Non sono mica divenuto un soldato dalle fasce. Avevo, una volta, anch'io una vita bella, umana. Prima della guerra con la Germania ero uno studente, studiavo filologia, vivevo con i miei cari, amati libri affidabili. Avevo molti libri. Gli scaffali alti fino al soffitto pieni zeppi di libri lungo tre pareti della stanza. Succedeva spesso: di sera, dietro le finestre, la nebbia di Pietroburgo con la sua zampa umida e fredda stava acchiappando e masticando la gente fuori per strada, nella stanza invece un camino ben riscaldato, una lampada accesa sotto un paralume azzurro. Siedi nella poltrona con un libro e ti senti, proprio come adesso, privo di ogni problema e preoccupazione. Ti sembra che l'animo tuo stia fiorendo, senti persino come i fiori frusciano e la loro fragranza. Come i mandorli di primavera! Comprendi?»

«Uhm» – fece Marjutka con diffidenza.

«E tutto questo, in una giornata fatale si ruppe, si frantumò in mille pezzi, sprofondò nel baratro... Ricordo quel giorno, come adesso. Passavo le mie vacanze in campagna, stavo seduto sul terrazzino della nostra dacia e leggevo un libro, persino questo particolare ricordo. Un tramonto minaccioso, paonazzo, si rifletteva su ogni cosa con il suo scintillio sanguigno. Dalla città era arrivato mio padre. Nella mano teneva un giornale ed era molto agitato. Disse allora solo una parola, in cui, però, era racchiuso un mortale peso di piombo… “Guerra”. Era una parola terrificante, sanguigna, come il tramonto. Poi mio padre aggiunse: “Vadim, il tuo bisnonno, nonno, padre erano pronti al primo richiamo della patria. Spero, tu?...” La speranza sua non era vana. Ho abbandonato i libri. Partii per la guerra allora pieno di sincerità, con il cuore aperto...»

«Sei davvero curioso!» – gridò Marjutka, stringendosi nelle spalle. Questo fatto ha la stessa spiegazione, come se prendessimo, per esempio, il mio vecchio che si era ubriacato e, da sbronzo, non connettendo più nulla, si desse, come un ariete, una botta di testa contro un muro e si ammazzasse; quindi, secondo quello che mi stai dicendo, anch'io dovrei fare la stessa cosa? Non mi è mica chiara tutta questa faccenda!»

Il tenente sospirò.

«Sì... Questo non ti è dato di comprendere. Su di te non è mai pesato un tale carico. Nome, onore del casato. Dovere... Noi avevamo un gran rispetto e la massima considerazione di tutte queste cose.»

«Ebbene!... Anch'io voglio tanto bene al mio babbo defunto, ma se penso alle scemenze o sghiribizzi vari che gli passavano per la testa…, non devo seguirlo mica in tutto e per tutto. Scusa, tu non avresti potuto mandare il tuo bisnonno con tutto il resto in quel... dalla tua bisnonna!»

Il tenente fece un sorriso storto e in cagnesco.

«No, non l’ho mandato. E la guerra mi aveva rovinato. Con le mie stesse mani ho soffocare il mio cuore generoso, umano in un marcescente ascesso mondiale, l'avevo seppellito in una discarica putrefatta. Era arrivata la rivoluzione. Credevo in lei, come in una fidanzata... Ma lei... Io, mentre prestavo servizio militare, mai avevo toccato nemmeno con un dito un soldato, ma alcuni soldati disertori nella stazione ferroviaria della città di Gomel, mi avevano preso, avevano strappato le mostrine, mi sputavano in faccia, con il liquame delle latrine mi avevano imbrattato. Perché? Avevo deciso di scappare, ero arrivato agli Urali. Credevo ancora nella patria. Avevo deciso di combattere ancora per la mia patria calpestata. Per le mie mostrine disonorate. Combattendo, mi sono reso conto che non c'era la patria, che anche la patria era lo stesso terreno incolto, come la rivoluzione. Ambedue amavano il sangue. E che per le mostrine non merita neanche di combattere. Proprio a questo punto, mi sono ricordato della vera e unica patria dell'uomo, il pensiero. Mi sono ricordato dei libri, voglio tornare al più presto da loro per immergermi nella lettura, cercare di farmi perdonare da loro, vivere con loro e respirare all'unisono; e all'umanità invece, con tutta la sua patria e la rivoluzione, per l'ascesso marcescente del diavolo, vorrei sputare sul muso.»

«Ah, è cosi!... Non t’importa, allora, se la terra si sta squarciando a metà, che la gente combatta in cerca della verità, soffra, sparga il sangue; basta che tu, poltrone, stia bello comodo in un cantuccio a leggere le favole!»

«Non so... E non voglio sapere» – gridò freneticamente il tenente, saltando in piedi. «So una cosa soltanto – stiamo vivendo al tramonto del Mondo, della Terra. Hai detto giusto: «Si sta squarciando a metà». Sì, si sta squarciando, sta per cadere a pezzi, vecchia carogna! E' tutta devastata, sventrata. Per questa vacuità perisce. Prima era giovane, prolifica, inesplorata, allettava con dei paesi sconosciuti, con delle incalcolabili ricchezze. E' finito. Non c'è più nulla da scoprire. Ogni ingegno umano è indirizzato a preservare le ricchezze accumulate, tirare avanti ancora secoli, anni, minuti. La tecnica. Le cifre morte. E il pensiero, reso sterile dalle cifre, si sforza, si affanna, si adopera in ogni modo per raffinare le tecniche di sterminio, per massacrare sempre più gente, in modo che i vivi rimasti, possano più a lungo riempirsi gli stomaci e le tasche. Al diavolo!... Non desidero più alcuna verità, oltre la mia. I tuoi bolscevichi, credi, hanno scoperto la verità vera? Sostituire l'animo umano vivo, pulsante con ricchezze, con una razione e un mandato? Basta! Non c'entro più con tutte queste faccende! Non voglio più insudiciarmi!».

«Il cocco di mamma! Pulitino! Nullafacente, scansafatiche, dalle manine bianche! Lasciamo gli altri, per i tuoi begli occhi, razzolare dentro gli escrementi?!»

«Sì! Lasciamoli! Lasciamoli, accidenti! Agli altri, a chi queste cose piacciono. Ascoltami, Maša! Non appena saremo portati in salvo da qui, andiamo nel Caucaso. Ho nei pressi di Suchum una villetta. Ci appartiamo lì, io mi dedico ai miei libri, e che tutto vada al diavolo. La vita tranquilla, la serenità. Non desidero più saperne di verità alcuna, voglio la pace, la calma. E tu andrai a studiare. Desideri molto studiare, non è vero? Ti rammaricavi tanto d’essere ignorante. Eccoti l'opportunità, studia! Io per te farò qualsiasi cosa. Mi hai salvato dalla morte e ciò è incancellabile.»

Marjutka si alzò di scatto. Disse a denti stretti, come un fascio di spine, gli buttò addosso: «Allora, se intendo bene le tue parole, dovrei mettermi con te tra i soffici piumini, poltrire, mentre tanta altra gente, in una lotta mortale per la verità, impegna tutte le forze? Ingozzarsi di caramelle, mentre ognuna è imbrattata di sangue? E' questo che vuoi, veramente?».

«Ma perché ragioni in modo così grossolano?» – disse malinconicamente il tenente.

«Poverino! E’ grossolano! Invece al signorino bisogna servire tutto delicatissimo, tenerissimo, allo sciroppo caramellato! Tuttavia, ascolta! Hai appena parlato in malo modo della verità bolscevica. Dicevi: non ne voglio né sentire né sapere. Ma dimmi, la conoscevi almeno in po'? Lo sai qual è la sua ragion di essere? Hai mai pensato sino a che punto fosse impregnata di sudore salato e di lacrime del popolo?»

«Non conosco, non so, mai pensato» – rispose il tenente fiaccamente.   «Diventa strano per me soltanto da comprendere, come mai tu, una signorina, sei diventata tanto rude, da voler desiderare d'andare a devastare e ammazzare con queste orde ubriache, infestate di pidocchi.»

Marjutka si puntò le mani sui fianchi. Sputò veleno: «Loro, forse, hanno i corpi infestati di pidocchi, tu, invece, hai l'anima pidocchiosa! Ho tanta vergogna di me stessa, per essermi messa con uno come te. Smidollato, verme schifoso! Mašen’ka, andiamo a letto a spassarcela, viviamo alla chetichella» – scimmiottò. «Gli altri con la loro gobba arano la terra per farla germogliare di vita nuova, più giusta, e tu? Vigliacco, figlio d'una cagna!»

Il tenente si infiammò, strinse ostinatamente le labbra sottili.

«Non ti permettere di dire parolacce!.. Stai nei limiti della decenza... cafona!»

Marjutka fece un passo e con ampio movimento della mano, diede una sventola sulla scarnificata, non rasata guancia del tenente.

Il tenente si scostò, tremò con tutto il corpo, strinse le mani a pugni. Pronunciò in modo staccato: «La tua fortuna è che sei una donna! Odio... Schifezza!»

E di corsa si nascose dentro la casupola.

Marjutka con aria smarrita si guardò il palmo della mano infuocato, disse al vento: «Ma vedi un po', che caratteraccio ha il gran signore! La peste dei pesci lo pigli!»

Capitolo Decimo,

in cui il tenente, Govorucha-Otrok, sente

il fragore del pianeta perito, invece l'autore

declina ogni responsabilità per l'epilogo

 

Per tre giorni dopo lo screzio Marjutka e il tenente non si parlarono, ma non potevano sfuggirsi su un'isola. Da paciere fece la primavera, arrivata con l'irruenza, con il suo caldo respiro riconciliante.

Sull’isola, sotto i colpi degli zoccoli d'oro, si era ormai frantumata la corazza sottile della neve, divenuta un soffice manto di un giallo canarino vivo, sul blu scuro dell'acqua densa.

La sabbia con il sole allo zenit, diventava come una fornace, faceva male soltanto a sfiorarla.

Nel blu carico del cielo, si infuriava l’ardente ruota del sole lavato dai venti del disgelo.

Per il sole, per il vento disgelato, per lo scorbuto si erano ambedue indeboliti del tutto. Neppure si pensava alle liti.

Per intere giornate stettero sdraiati sulla sabbia in riva al mare, scrutavano incessantemente la distesa blu cristallina con lo sguardo, cercavano con gli occhi infiammati una vela.

«Sono agli sgoccioli della pazienza! Se fra tre giorni non arriveranno i pescatori, giuro, mi sparo!» – gemette disperatamente Marjutka, non staccando gli occhi dal pesante blu indifferente.

Il tenente fischiò leggermente.

«Chiamavi me uno smidollato, un verme, ed ora stai cedendo? Hai dimenticato il nostro detto? “Coraggio e nervi saldi, diventerai di sicuro un capo dei cosacchi!” A quanto pare, non avrai altra strada che diventare un capo dei briganti!»

«Stai ancora rinfacciando le cose vecchie? Che cavillatore! Quel che è stato è stato, e se n'è andato. Se mi ero accanita contro, lo avevi meritato. Il cuore mi si era agitato nel vederti insicuro come una donnicciola o un pulcino spennacchiato. Mi sono sentita offesa nei sentimenti! Mi sei entrato nel cuore, mi hai turbato l'anima, sconvolto il mio mondo interiore, diavolo che non sei altro, dagli occhi blu.»

Il tenente con una sonora risata si buttò supino sulla sabbia calda, si mise a scalciare.

«Cosa ti prende? Hai perso qualche rotella?» – si inquietò Marjutka.

Il tenente rise ancor più forte.

«Ehi, pazzoide! Dimmi, cosa ti prende?»

Ma il tenente non cessò di ridere, finché Marjutka non gli diede un pugno nel fianco.

Si alzò in piedi, si asciugò sulle ciglia le lacrime della ridarella.

«Allora, cosa sono tutte queste risate a squarciagola?»

«Sei proprio una ragazza stupenda, Maria Filatovna. Metteresti chiunque di buon umore. Persino un morto ti seguirebbe e si butterebbe a danzare con te!»

«E tu cosa credevi? Sarebbe meglio comportarsi come un tronco di legno in una buca nel ghiaccio, non arenandosi né ad una né all'altra sponda? In modo che fosse, per se stesso torbido, e per tutti gli altri vomitevole?»

Il tenente nuovamente grugnì in una risata. Diede qualche pacca leggera sulla spalla di Marjutka.

«Evviva a te, la zarina delle amazzoni. Venerdì, la mia carissima. Mi avevi sconvolto e cambiato bruscamente, apportando nelle vene l'elisir di vita. Non desidero più essere come un tronco di legno in una buca nel ghiaccio, secondo il tuo espressivo vocabolario. Vedo da me, che è troppo presto per pensare al mio ritorno ai libri. No, si deve ancor continuare a vivere una vita dinamica, serrare, scricchiolare i denti, azzannare alla maniera di un lupo, in modo che senta, chi di dovere, le zanne!»

«Ma che? Sogno o son desta, vedendo che hai messo la testa sulle spalle?»

«E sì, ce l'ho, cara mia! Eccome, se ce l'ho! Grazie a te, per il tuo insegnamento! Se dovessimo metterci adesso dietro ai libri e lasciare la terra a voi per uso e consumo totali, fareste di lei tali cose che le cinque prossime generazioni, con lacrime di sangue, avrebbero da ululare. No, stupidona mia cara. Se una cultura va contro un'altra cultura, lo scontro deve essere definitivo. Finché...»

Interruppe, soffocando.

Le sferette di blu oltremare si puntarono all'orizzonte, si strinsero in una fiammata di gioia.

Allungò il braccio e disse sommessamente con voce tremante: «Una vela.»

Marjutka saltò su, sollevata da una spinta interna, e vide: lontano-lontano, sulla linea indaco dell'orizzonte, si incendiava, tremava, oscillava una piccola scintilla bianca, una vela agitata al vento.

Marjutka si strinse il petto tremante fortemente con le mani, divorò con gli occhi, stentava ancora a credere a quanto aveva lungamente atteso.

Saltellando al suo fianco arrivò il tenente, la prese per le mani, staccandogliele dal petto, si mise a danzare, facendo girare Marjutka attorno a sé.

Danzava, sollevando in alto le sue magre gambe nelle lacere braghe, e cantava acutamente:

 

Biancheggia una vela solitaria

nella bruma del mare blu...

Tral-la-lle-ru! Tral-la-ru...

Blu! Blu! Blu!

 

«Lasciami, pazzoide!» – si liberò Marjutka ansante e felice.

«Mašen'ka! Stupidona mia cara, la zarina delle amazzoni! Siamo salvi! Lo vedi, siamo salvi!»

«Ahi, è così, diavolo forsennato, che non sei altro! Pure tu adesso vuoi ritornare dall'isola alla vita tra gli umani?»

«Certo che lo voglio, lo voglio! Te lo avevo già detto!»

«Aspetta!... Bisogna dare un segnale! Chiamare!»

«A che serve chiamare? Tanto arriveranno lo stesso.»

«E se si dirigono verso un'altra isola? I kirghisi dicevano che le isole qua sono innumerevoli. Potrebbero navigare oltre. Porta una carabina dalla casupola!»

Il tenente si buttò verso la casupola. Uscì da lì, gettando in su la carabina, come un giocattolo.

«Non fare lo scemo!» – gridò Marjutka. «Spara subito tre colpi!»

Il tenente avvicinò la carabina alla spalla. Gli spari sordamente strapparono il silenzio vitreo, dopo ogni colpo il tenente oscillava e soltanto allora comprese sino a che punto si fosse indebolito.

La vela oramai si distingueva nitidamente. Grande, giallo-rosa, correva sull'acqua come l'ala di un allegro uccello marino.

«Che diavolo è» – borbottò, fissando, Marjutka. «Ma che razza di barca è? Non sembra per niente il solito battello peschereccio, è troppo grande.»

Sull'imbarcazione avevano sentito gli spari. La vela oscillò, si appostò di colpo dall'altra parte e, inclinandosi, corse di linea retta verso la riva.

Sotto un'ala giallo-rosa emerse dal blu delle acque un basso scafo nero.

«Non sarà altro che un battello del capo ispettore della pesca. E chi è che se ne gironzola in questa stagione? Non riesco a capire!...» – continuò a borbottare Marjutka sommessamente.

A distanza di una cinquantina di sagene, l'imbarcazione nuovamente virò di tribordo. In poppa si sollevò la sagoma di un uomo e, facendo le mani a megafono, si mise a gridare qualcosa.

Il tenente diede uno strattone, si inclinò in avanti, lanciò la carabina sulla sabbia e con due salti si trovò con i piedi nell'acqua. Allungò le braccia e, come uno uscito di senno, si mise ad urlare: «Hurrà!.. I nostri!.. Più presto, signori, più presto!»

Marjutka puntò le pupille sul battello e vide... Sulle spalle dell'uomo, seduto alla barra del timone, luccicavano d'oro le mostrine.

Si lanciò da una parte all'altra, come una chioccia allarmata, cominciò a tremare.

Le balenò negli occhi la memoria di un lampo lontano, scoprì un frammento: ghiaccio... Il blu dell'acqua... La faccia di Evsjukov. Le parole: «Se per caso dovessi imbatterti nei Bianchi, non consegnarlo vivo.»

Esclamò 'ah', si morse le labbra e afferrò la carabina buttata.

Con un grido di disperazione, urlò: «Ehi, tu... Cadetto schifoso! Indietro!... Indietro, ti dico, accidenti!»

Stando dentro l'acqua fino ai polpacci, il tenente continuò a far cenni con le mani.

All'improvviso sentì dietro la schiena un assordante, solenne fragore di un pianeta perito nella tempesta e nel fuoco. Non si rese conto del perché, balzò da un lato, nel gesto estremo di salvarsi dalla catastrofe, e questo fragore della distruzione del mondo fu per lui l'ultimo suono terrestre.

Marjutka guardava insensatamente il tenente caduto, battendo, inconsapevolmente, chissà perché, il piede sinistro.

Il tenente cadde con la testa nell'acqua. Dentro il cristallo oleoso si spandevano i rivoletti rossi dal cranio fracassato.

Marjutka fece qualche passo in avanti, si chinò. Con un urlo, diede uno strattone sul petto alla camicia militare, facendo cadere di mano la carabina.

Nell'acqua oscillava, sul filo rosa del nervo, un occhio saltato fuori dall'orbita. La sferetta blu oltremare guardava con perplessità e compassione.

Marjutka si gettò con le ginocchia nell'acqua, tentò di sollevare la testa morta, orrendamente deturpata e all'improvviso cadde sul cadavere, dibattendosi, imbrattandosi il viso nei grumi purpurei e, con un ululato greve e opprimente, levò le grida di lamento: «Amore, amore mio bello, adorato! Ma che cosa ho combinato? Riprenditi, alzati, ti supplico! Oh, cuore, cuore mio bello, dagli occhi blu!».

Dal battello, arenato sulla sabbia, guardavano gli uomini allibiti.

 

 

Leningrado, novembre 1924

 

 

 

NdT :

 

7 Antica misura di lunghezza russa, pari a 7 piedi = 2.1336 m.

FINE


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