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Home Saggi e Prose Ecologia Ancora fango, ancora alluvioni, ancora morti, ancora stupidità - (9 ottobre 2013)
Ancora fango, ancora alluvioni, ancora morti, ancora stupidità - (9 ottobre 2013) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 09 Ottobre 2013 17:48

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di mercoledì 9 ottobre 2013]

 

Sono andato a guardare gli articoli scritti in passato, sul Quotidiano, a commento dei disastri “naturali” che affliggono il nostro paese. Ne ho scritto per Genova, per la Cinque Terre, per Scaletta Zanclea, e per altri posti. Avrei potuto scriverne per il Vajont, di cui ricorre il cinquantenario in questi giorni, o per Sarno. Per Firenze, ovviamente. E ora eccomi a scriverne uno per il Salento. Morte, distruzione, e magari qualcuno invoca la natura matrigna, che ci è ostile. Lo stesso diciamo quando le mareggiate si mangiano quel che abbiamo costruito sulla costa: il mare è cattivo.
Vi svelo un segreto: non è la natura che è cattiva, siamo noi che siamo scemi. I nostri avi lo sapevano che in certi posti non si deve costruire. Mai sulla sabbia! Mai in posti che si allagano. Il Salento non ha grandi insediamenti “storici” sulla costa perché prima c’erano le paludi. Le paludi servivano ad assorbire (naturalmente) l’eccesso d’acqua che, ogni tanto, si riversa sul nostro territorio. Gli stessi disastri stanno succedendo nel Grossetano, in Maremma, dove abbiamo fatto le bonifiche! Gli insediamenti storici, in posti del genere, sono nell’interno. In Calabria ci sono le fiumare. Secche per gran parte del tempo. Ma ogni tanto diventano fiumi tumultuosi. Non si costruisce nelle fiumare. In alcune hanno fatto le zone industriali! Sembrerebbe così ovvio che non si deve fare. Se cerco lo stradario di Ginosa, in internet, trovo contrada Pantano. Chissà perché l’avranno chiamata così? Non sarà perché ogni tanto si allaga e diventa un pantano? Ora ci sono le case. Poi ci sorprendiamo se si allaga. E dei poveretti ci lasciano la pelle. Abbiamo cementificato posti dove non di doveva costruire. Per un po’ vinciamo noi. Poi vince la natura. Presenta il conto. Il disastro non è “naturale”, il disastro è dovuto alla stupidità umana. E spesso, quasi sempre, purtroppo, a pagare non sono i colpevoli ma gli ignari che hanno deciso di vivere in un certo posto, certi che la moderna tecnologia avrebbe offerto loro un riparo sicuro. Se le strade si allagano, se i sottopassi si allagano, se le cantine si allagano, se i pozzetti degli ascensori si allagano, significa che chi li ha costruiti non ha tenuto conto degli eventi estremi. Succederà ogni venti o trent’anni, ma nella vita di una casa, o di una strada, di una città, contano anche gli eventi di una volta ogni cento anni. La geologia ce lo dice, non sono eventi imprevedibili. Non è vero che siano tragiche fatalità. E’ colpevole ignoranza. La lobby dei geologi non è abbastanza potente da far sentire la sua voce. Non parliamo di quella degli ecologi, che neppure esiste. Ci sono le lobby dei cementificatori, però. Come gridano se gli si chiede di mettere un freno alla loro frenesia cementificante e asfaltatrice. Qui si vuole fermare il progresso! Strepitano. Dove sono ora? Questi disastri sono causati dalla loro imperizia. Mi piacerebbe una inchiesta semplice semplice. Chi ha progettato quelle case, quelle strade? Chi le ha costruite? Chi ha dato i permessi? Chi non ha fermato i lavori, se erano illegali? Non sono tragiche fatalità. Chi ha permesso che un Pantano diventasse una contrada? A chi è venuto in mente di farlo?

Ci vogliono i morti per fare qualcosa. I morti all’incrocio, e poi si fa la rotatoria. I morti in mare e poi si pensa ai profughi trasformati in clandestini. E i morti per alluvione. Basteranno questi? o ci vorranno le centinaia che hanno scosso la nostra coscienza con i profughi? E’ ora di riparare i danni. Bisogna abbattere, abbattere, abbattere. Rinaturalizzare i siti dove in modo irresponsabile abbiamo distrutto la naturalità ambientale, causando il dissesto idrogeologico. Chi deve pagare questi danni? Ma è ovvio: lo Stato! Eh già, i privati si sono arricchiti e ora ci deve pensare la collettività a rimediare. Proprio come a Taranto, con le acciaierie. Vedo che i Ligresti, una potentissima famiglia di costruttori, sta avendo guai con la giustizia. Ma i problemi sono di ordine contabile. Il buco fatto nei conti della natura non viene contabilizzato. Dopo aver abbattuto quel che deve essere abbattuto, dovremo cercare di ricostruire. Ma con uno spirito differente. Cercando l’armonia con la natura, senza violentarla. Sembra fragile, la natura. Sembra facile violarla. Ma alla lunga è spietata e implacabile. Meglio andarci piano con lei.  Basterà questa lezione? No, non basterà. Presto dimenticheremo e ricominceremo a chiedere progresso. La lista dei disastri è troppo lunga, sembra quella delle intemperanze di Balotelli. Ogni volta chiede scusa, dice che non lo farà più, e ogni volta ci ricasca. E’ come le morti sulle strade. Ogni volta diciamo: mai più! fino alla volta successiva. Non riusciamo a imparare la lezione. Diamo sempre la colpa agli altri. Come bambini viziati, che le hanno sempre avute tutte vinte. Magari arriverà la Magistratura, come a Taranto, e comincerà a arrestare qualcuno, a identificare responsabilità oggettive. Magari nelle ditte costruttrici, nelle amministrazioni. Ma dovrebbero arrestare una quantità immane di persone. La Magistratura serve per correggere le devianze. Quando la devianza diventa la norma, cascano le braccia. E’ come svuotare il mare con un secchiello. Ancora una volta, è la cultura che ci può salvare. Una cultura che metta la natura al centro di tutto. Per un semplice motivo: che la natura è al centro di tutto. Ma noi viviamo come se non ci fosse, come se fosse un di più, un contorno irrilevante. E ogni volta ci sorprendiamo che ci sia, e che sia così forte. Il piano paesaggistico di Barbanente non basta. Non basta dire dove non si deve costruire. Bisogna anche dire dove si deve abbattere. Perché la natura non fa condoni, e le sue leggi sono retroattive: punisce oggi per i danni fatti ieri. E non gliene importa nulla se è anticostituzionale.


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