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Umanesimo della terra. Studi in memoria di Donato Moro PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Sabato 12 Ottobre 2013 17:05

Un’eccellente monografia della Società di Storia Patria

 

[ne "Il Galatino", a. XLVI - n. 16 dell'11 ottobre 2013, p. 5]

 

Dedicato alla Signora Maria Marinari-Moro

 

È bello riconoscere che anche in questo nostro tempo, variamente svagato da effimere distrazioni, ci siano ancora istituti e quindi persone di ammirevole sensibilità, animate dal nobile sentimento di rendere pubblico merito ai grandi maestri di scuola e di vita che ci hanno preceduto, educandoci alla cultura, alla civiltà, alla bellezza.

Giuseppe Caramuscio, ad esempio, e Mario Spedicato, e Vittorio Zacchino, che per la Società di Storia Patria, Sezione di Lecce, hanno recentemente curato l’esemplare monografia Umanesimo della terra. Studi in memoria di Donato Moro.

Sono intimamente grato alla signora Maria Marinari-Moro per avermi fatto dono di questo libro prezioso, dedicato al suo grande coniuge, che è stato – ed è – fra le più autorevoli personalità letterarie della nostra comunità salentina. Ancora più grato, perché Donato Moro è stato anche il mio carismatico professore di Lettere al Liceo Colonna, e pur con la differenza d’età, e nei ruoli subordinati di maestro e allievo, siamo stati impulsivamente legati da un insolito reciproco senso di meraviglia e di attrazione intellettuale, poi anche di amicizia e di stima sempre crescenti, fors’anche perché coagulate da un affine senso dell’umorismo e dell’ironia. Da quel senso speciale di osservazione della vita e del mondo, cioè, che – come viene anche evidenziato all’inizio del volume di cui si tratta – permetteva a Donato Moro di sorridere, spesso con complicità, delle debolezze degli uomini e delle cose.

Il sorriso del professore Moro, per inciso, era di una schiettezza e ricchezza assolute. Talora anche pensoso. Comunque sempre comunicativo, suadente, trascinante, gratificante. Non a caso, immagino, la fotografia del grande letterato galatinese che è pubblicata in apertura del libro, è per l’appunto umanissimamente gioiosa.

Il libro è sicuramente di prestigio, e s’impone all’interesse degli studiosi già dalla corposa presentazione, firmata da Mario Spedicato, il quale, rimarcando la connotazione di ‘umanista’ di Moro, e aprendo di fatto un non pleonastico dibattito sull’argomento, si chiede se «...possiamo, e in che senso, utilizzare ancora oggi questo termine che, troppo disinvoltamente usato, rischia di apparire come un ombrello, sotto il quale possono trovare accoglienza tutte le figure e le occasioni riconducibili ad una vaga “humanitas”».

Più avanti, leggiamo: «Il ritratto che queste pagine ci restituiscono non è relativo esclusivamente ai percorsi di studio solcati da Moro ma, attraverso le testimonianze di chi lo ha conosciuto, è arricchito dal ricordo dei tratti umani, che convalidano ulteriormente le prerogative dello studioso...». Entrando, quindi, per così dire, anche nella sfera più intima del nostro personaggio, che ‘personaggio’, peraltro, non ha mai voluto essere. Ed entrando, ancora più specificamente, in quell’umanesimo della terra che dà il titolo al volume, con il sotteso invito al lettore a intessere una relazione quasi interattiva con i contenuti e le illuminanti rivelazioni, che gli autori cadenzano in ogni pagina con sapiente misura.

Finito di stampare nello scorso aprile dalla Tiemme di Manduria per le Edizioni Grifo di Lecce (con una bella immagine in copertina, opera di Luigi Mariano), il volume è destinato evidentemente a diventare un testo di riferimento sull’intera opera e figura di Donato Moro, tanti sono i corredi critici e letterari, i richiami di pensiero, le attestazioni, le intense analisi storiografiche, e i molteplici suggerimenti al piacere della lettura e della conoscenza.

Ne sortisce un libro mirabile, denso e incuriosente, che ho letto quasi tutto d’un fiato, e che ho considerato alla stregua di un “incontro”: un libro, infatti, che, coerentemente alla forte personalità etica di Donato Moro, non si limita a un’asettica trattazione storico-critica – per quanto notevolmente aulica e meritoria – né tanto meno si chiude nella classica turris, eburnea e pontificante, bensì apre ogni pagina ad una verace passionalità scientifica e propriamente umanistica, ornata da molte, schiette e fascinose testimonianze, che coinvolgono la nostra sfera sentimentale.

Merito, naturalmente, dei curatori, che hanno saputo avvalersi di contributi eccellenti. Qualche nome, chiedendo venia ai molti altri superlativi artefici di questa summa difficilmente eguagliabile, bisognerà pur farlo.  Come quello di Giacinto Urso che, a pag. 25, dopo un omaggio autobiografico alla «...eletta Galatina, dove anch’io frequentai l’almo Liceo Ginnasio Colonna...», com’egli scrive, ci offre il profilo del ‘politico’ Donato Moro quando, nel decennio 1950-1960, partecipò attivamente ad alcune competizioni elettorali nelle file della Democrazia Cristiana, lasciando poi questa esperienza pubblica (densa anche di risultati oggettivi, come la nomina ad Assessore provinciale all’Istruzione pubblica, e quella seguente di Consigliere provinciale), per dedicarsi in modo esclusivo «...agli studi, alla mia preminente e tutt’ora potente vocazione».

Studi che lo assorbiranno per sempre, e che presto sfoceranno in un’intensa produzione poetica. Nel volume se ne parla a pag. 109 e seguenti, nella recensione di Gino Pisanò alla raccolta “Segni nostri”, edita da Lacaita, che Moro presentò per la prima volta a Otranto nel 1993. Estrapoliamo quello che ci è parso il passaggio più significante dell’esegesi critica: «...Dunque Segni nostri: non parole, ma segni che investono una sfera esistenziale individuale e collettiva. In un mondo "acosmico“" in cui avviene che i caratteri della modernità hanno privato l’uomo di quel rapporto viscerale con i simboli familiari, Donato Moro ha riproposto una direttrice salvifica: il ritorno all’universo segnico della memoria e della “appartenenza “ per capire noi stessi. E questi segni sono nostri, ossia appartengono a una terra e a un tempo “collettivi”...».

Com’è noto, Donato Moro fu anche uno studioso puntuale e puntuto sia della tragica vicenda di Otranto, presa dai Turchi nel 1480 (e per questo suo impegno, il 19 marzo del corrente anno 2013, ha ricevuto, in memoriam, la cittadinanza onoraria), sia dell’eletta figura dell’umanista salentino Antonio De Ferrariis detto il Galateo, di cui, a pag. 327 e seguenti del volume, scrive specificamente Giancarlo Vallone.

Del tutto emozionanti sono le pagine 69-85, dove viene riproposto l’intenso epistolario tra Raffaele Spongano – anch’egli salentino, eminente uomo di cultura, attivo sostenitore della nascita dell’Università di Lecce – e Donato Moro.

Le lettere sono ordinate e commentate da Luigi Scorrano. In una, con amara perspicacia, Spongano mette in guardia l’amico Donato, al tempo ‘prestato’ alla politica, dal suo desiderio di tornare all’insegnamento: «...Capisco la nostalgia che ti riprende della scuola: ma non ti nascondo il timore che poi, ritornatovi, ne debba provare delle delusioni, anche se, in una piccola e cara sede come Galatina, l’aria scolastica sarà ancora respirabile. Io trepido: stanno avvilendo a tal punto la classe degli insegnanti, trasformandoli in impiegati [...] e nella nostra scuola (i nostri gloriosi Licei!) si spegnerà forse ciò che era il suo vanto maggiore, l’originalità e l’inventività [...]». La lettera, spedita da Vidiciatico, Bologna, porta la data del 10 settembre 1970.

Altrettanto interessante è la corrispondenza – ordinata a cura di Eleonora Cocciolo nelle pagg. 87-107 – che Moro scambiò con molti dei più bei nomi della letteratura e cultura salentine: da Carlo Vecce a Giovanni Invitto, Rosario Coluccia, Leandro Ghinelli, Antonio Antonaci, Oreste Macrì, Tullio De Mauro, Donato Valli...

Al riguardo, la prima e un po’ malinconica considerazione è che il rapido cambiare dei tempi e i vari strumenti tecnologici oggi a nostra disposizione non permetteranno più di risalire a questo genere di rapporto tanto vivido ed emozionante. Le lettere tra persone ormai non esistono più. Restano – e probabilmente ancora per poco – solo quelle freddamente commerciali e ordinarie: la bolletta della luce, un avviso di riunione del condominio, qualche notifica di multa, un’ingiunzione di pagamento della tassa della spazzatura, e simili amenità. Per il resto, ci sono le mail: uno scambio di corrispondenza tutta virtuale, che quando si esaurisce si disperde nel nulla. Volendo, le mail si possono anche stampare e conservare. Ma, evidentemente, non sarà più la stessa cosa.

In definitiva, non sarebbe forse male usare un po’ di moderazione nell’uso di tante innovazioni tecnologiche. Se non altro, per evitare il rischio di stolide ‘dipendenze’.

Cum grano salis, direbbe ancora una volta il nostro caro professore Moro, che utilizzava spesso questo motto per richiamarci a controllare la nostra istintiva esuberanza...

 

Nel volume non manca, naturalmente, il richiamo alla produzione poetica di Moro. Se ne interessa, con straordinaria sensibilità, Paolo Maria Mariano tra le pagine 117 e 128. Dopo aver annotato che «...uno dei punti essenziali della lettura analitica dei versi di Moro stia nel pensiero che egli ha della natura, e in particolare quella della sua terra di origine», lo scienziato descrive con rara suggestione il Salento di Moro, accostandolo al Salento del padre, il pittore Luigi Mariano: entrambe le rappresentazioni – col verso e con l’immagine – «...emergono, infatti, con tutte le loro distinzioni, dal contatto con la terra avita...».

Leggiamoli, allora, i dolci versi di Donato Moro: «Passa per la mia terra vento di ponente / vento di tramontana / rapina d’ogni vento. // Sempre quieta / sempre immota, / fichidindia di pietra / cave folte d’ombra, / terra priva d’echi la mia terra / terra pelle di capra. / La fionda del gran sole / spinge pecore irsute ad ombre rade di fichi / spinge greggi d’uomini dai secoli corrosi / ai muri delle case / su tormenti di rocce sbiancate dall’arsura». (Segni nostri, Lacaita, Manduria,1993).

Più avanti, Mariano cita un frammento di Da Vicari al tramonto, che si chiude col verso «La speranza è la notte». E ancora, il verso finale di Ti ringrazio ombra amica, dove il poeta chiama le stelle «...più fresche di una pioggia estiva». E a seguire, infine, quattro versi bellissimi, che possono tradursi in un autentico inno alla vita: «In dono un’altra estate. // Chinato sugli scogli a ringraziare / con le mani carezzo / l’onda del mare».

Ottimo lavoro, insomma, è questo volume monografico. Che si estende in modo complementare e armonioso dalla storiografia alla letteratura alla saggistica... E che rendendo onore a Donato Moro, onora gli stessi estensori, e la Sezione di Lecce della Società di Storia Patria.

 

Roma, settembre 2013


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