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Maestri del Novecento Scritti politici e letterari (1974-1998) 2. Gobetti e dintorni PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Giuseppe Virgilio   
Giovedì 16 Dicembre 2010 10:22

 

Attualità del pensiero di Piero Gobetti


Il pensiero umano è legato alla sua età e in un certo modo la trascende, quando si eleva ad autentica consapevolezza e prepara l'avvento di un grado superiore di civiltà. Esso contiene e conserva sempre i risultati delle esperienze precedenti, purificati dalla loro originaria unilateralità, e ci induce a dar valore soltanto alle idee e a tutto ciò che si giustifica dinanzi alla nostra ragione. Il corso della storia non è quindi mai segnato dal divenire di cose a noi estranee, ma è il nostro stesso divenire a cui noi aggiungiamo qualcosa di nostro.

 

Liberalismo come conflittualismo

Nel pensiero politico di Piero Gobetti si rinvengono cinque significati diversi del termine democrazia: 1) se democrazia è definita in base al valore a cui principalmente si ispira, e cioè all'eguaglianza, essa si contrappone al liberalismo, che privilegia il valore della libertà, e Gobetti, che come liberale sceglie la libertà, non è favorevole alla democrazia nell'accezione autentica del termine; 2) se democrazia viene definita in base all'atteggiamento dello Stato nei confronti dei cittadini, essa è l'equivalente di statalismo come contrapposizione dal punto di vista politico all'iniziativa dal basso dei cittadini medesimi, e dal puntro di vista economico, al liberismo, e Gobetti è liberista perché è liberale; 3) democrazia si contrappone a rivoluzione quando essa coincide col riformismo statale, mentre Gobetti postula il riformismo rivoluzionario liberale; 4) Gobetti  mette in guardia contro la democrazia di compromesso e di collaborazionismo che, più che concordanza e consenso di tutti, è unanimità, vale a dire accordo formale più che sostanziale, mentre egli predilige la concezione antagonistica della storia, perché considera il conflitto delle idee come molla principale del progresso storico; 5) il termine democrazia indica per Gobetti le istituzioni politiche rappresentative, il regime parlamentare e tutto il complesso delle procedure, delle regole e delle istituzioni democratiche.

In questo senso democrazia, lungi dall'essere un termine contrapposto al  liberalismo, ne è il complemento, e non soltanto perché in essa si incorporano le regole e le procedure e le istituzioni democratiche, ma proprio perché quelle regole, procedure  e istituzioni fanno coincidere il liberalismo col conflittualismo, in quanto consentono al dibattito politico di svolgersi liberamente.

Lo schema qui tracciato si esplica secondo il principio di libertà, intesa per un primo significato come facoltà dell'individuo di compiere o non compiere certe azioni senza essere impedito o costretto dallo Stato, quindi libertà come non impedimento e non costrizione; per un secondo significato, libertà è intesa come autonomia, cioè come potere di non obbedire se non a quelle leggi che ci siamo date. E fin qui Gobetti è fermo al principio dell'individuo come valore e primo affermarsi di una coscienza civile dell'uomo.

 

Rivoluzione liberale e classe dirigente

Quando poi Gobetti riflette sulla storia del primo dopoguerra in Italia, ponendo a frutto i suoi studi su  Mill,  Tocqueville, Montesquieu, Rousseau, Constant, Mosca, Einaudi e Croce, elabora la dottrina dell'essere libero non più per un individuo considerato come parte a sé stante, bensì come parte di un tutto, e quella storia gli appare come il primo annuncio della lotta politica e preparazione di un esercizio effettivo di libertà. Per dirla con Gramsci, il suo liberalismo può così affermare, limpida e chiara, la transizione "(...) dal concetto di libertà nei termini tradizionali della personalità individuale al concetto di libertà nei termini di personalità collettiva dei grandi gruppi sociali e della gara non più tra individui ma tra gruppi (...)"[1]. Perciò nel manifesto della rivista "La Rivoluzione liberale", in una intitolazione che in mirabile sintesi esprime un intelligente paradosso, noi possiamo leggere una feconda verità: "Privi di libertà, fummo privi di una lotta politica aperta. Mancò il primo principio dell'educazione politica, ossia della scelta delle classi dirigenti”.

Il tema delle classi dirigenti rivela l'impressionante attualità dei tratti essenziali della odierna realtà italiana con l'analisi gobettiana della realtà del suo tempo.

La classe dirigente che l'Italia non ha mai avuto deve scaturire dalla lotta politica o dalla lotta di classe, ma Gobetti, contro la teoria di Pareto e di Mosca che avevano confutato la possibilità della democrazia in quanto ogni società deve essere guidata da una minoranza organizzata, sostiene che una vera classe dirigente si configura come élite a patto che essa sorga dalla competizione che si svolge tra i partiti politici nel regime parlamentare. In tal modo Gobetti assegna all'élite come classe dirigente un ruolo conflittualistico e quindi liberale, ma contemporaneamente anche un ruolo democratico nel senso tecnico del termine, cioè come osservanza delle regole, delle procedure e delle istituzioni.

Questi principi gobettiani sono nella legge della storia perché la loro successione rappresenta il cammino che la storia medesima ha percorso per acquistare piena coscienza di sé. Ed il dibattito sulla riforma istituzionale attualmente in corso è ancora parte di quel cammino. In questo dibattito è passata e passa ancora la storia della borghesia italiana, di quella parte della borghesia che ha rappresentato un lungo momento di stasi e d'inerzia e di negazione del progresso, che ha postulato e messo in atto un ruolo negoziale delle regole, delle procedure e  delle istituzioni grazie al quale ha potuto chiedere allo Stato dapprima protezione contro le organizzazioni operaie e la concorrenza internazionale (è il caso del riformismo di Turati che accetta l'eredità di una corrotta democrazia invece di mantenersi coerente a una logica rivoluzionaria) e dopo, in tempi più vicini a noi, favori di ogni genere fino alla impunità fiscale e agli appalti truccati, senza mai stringere un patto credibile tra i ceti medi e il resto della società, senza il quale non si può tendere ad uno sviluppo solidale. Non si è compreso che nella crisi, che non è tramonto bensì transizione dello Stato sociale, il problema vero sta nell'essere capaci di allacciare reti e relazioni con gli altri per far sì che la psicologia del produttore non resti separata dai rapporti sociali che lo legano con l'esterno e con altri tipi spirituali, il che sarebbe scuola di egoismo e deformazione dell'attività sociale.

Nel campo della formazione delle idee e dei valori morali, la fecondità del pensiero di Gobetti è tale da rinvenire la sua impressionante attualità. Gobetti rileva che l'educazione politica dei cattolici era cominciata col partito popolare mediante la progressiva liquidazione degli ultimi residui del clericalismo soprattutto ad opera di Luigi Sturzo, ma restava ancora in piedi la contrapposizione tra un cattolicesimo liberale, critico verso ogni clericalismo, e un cattolicesimo sociale non del tutto scevro da linee profondamente reazionarie, teocratiche e paternalistiche. Si distingueva per questo aspetto Giuseppe Toniolo, il cui cattolicesimo, osservava Gobetti, mentre si poneva in difesa dei diseredati, degli oppressi e degli umili, in realtà criticava la cultura e la società moderna non tanto per lo squilibrio delle diseguaglianze sociali, il che sarebbe stata una presa d'atto contro gli eccessi del capitalismo, bensì per gli eccessi del libero pensiero e per il rischio di tentazioni antidogmatiche che ne sarebbero potute derivare grazie alla libertà e alla autonomia individuale. In altre parole, di fronte allo Stato moderno la Chiesa assumeva spontaneamente l'ufficio di guidare i cattolici alla disgregazione degli organi pratici di quel liberalismo che era ed è la sua antitesi.

 

Gobetti e la scuola

Le su esposte argomentazioni vogliono avallare la tesi secondo la quale invero la morale pubblica si esaurisce in quella dei cittadini e non vi è una civiltà sociale diversa da quella realizzata dagli individui. Perciò Gobetti auspicava in campo scolastico e culturale, dal momento che la scuola e la cultura vengono promosse  ed organizzate dall'alto, il fiorire in concorrenza tra loro di iniziative dal basso, in nome del libero contrasto delle forze economiche e amministrative, mentre il filosofo Giovanni Gentile aveva attribuito più di ogni altro allo Stato una funzione educativa e ne era scaturita la dottrina dello Stato etico che non è inter homines, bensì in interiore homine. Gobetti ribadisce il principio che lo Stato non professa un'etica ma esercita un'azione politica. Anche da questo punto di vista il pensiero di Gobetti ci sembra ancor oggi di grande attualità.

 

Minoranze slave ed attualità dell'ideologia di Gobetti

Chi voglia interpretare il liberalismo gobettiano nella sua pienezza filosofica ed astratta deve studiare il pensiero dello scrittore torinese sul problema delle minoranze etniche. Allora diventa chiaro che "(...) l'aggettivo "liberale" nel linguaggio gobettiano vuol dire propriamente "liberato" o "liberante", non è mai una posizione di fatto, ma una aspirazione, una spinta (...)"[2].

Il problema delle minoranze in genere, e di quelle slave in particolare, è stato difatti impropriamente considerato marginale dalla cultura italiana. Esso tuttavia ci appare un argomento che emerge periodicamente senza estinguersi mai, proprio come un disegno che si tiene segreto, a cui si pensa continuamente,  finché venga alla luce virulento più che mai. Il problema ha diviso gli Italiani in nazionalisti, parolai e chiacchieroni, per i quali l'Italia deve avere il più gran numero possibile di terra, e cittadini democratici per i quali l'omogeneizzazione ed il rispetto delle minoranze è una questione di necessità e di moralità.

Un momento essenziale della storiografia italiana nella casistica del tema, è costituito dagli scritti relativi di Piero Gobetti, a cominciare dall'articolo La questione iugoslava, apparso su "Energie Nove", serie I, n. 1, 1-15, novembre 1918, cioè in un'epoca in cui l'assetto europeo dopo la prima guerra mondiale è il problema internazionale all'ordine del giorno.

La Iugoslavia nasce in seguito alla crisi interna e quindi al declino dell'impero ottomano che, raggiunto il suo apogèo al tempo della lotta tra Carlo V e Francesco I nel secolo sedicesimo, si dissolve dopo la pace di Carlowitz del 1699, dando origine alle province illiriche della Bosnia-Erzegovina, della Dalmazia, della Croazia e della Slovenia. Dopo che si estingue il pericolo turco, mettendo in crisi la la missione storica austriaca, si forma nell'Austria del sud un'unità destinata ad allargarsi alla Serbia ed al Montenegro. Nasce così la Iugoslavia che già ha formato uno stato indipendente nei secoli X, XI e XIV. Ciò è accaduto perché si è ridestata la tradizione slava che gli Asburgo non sono mai riusciti a soffocare. Questo risveglio si è avuto in Iugoslavia all'epoca di Napoleone Bonaparte, grande suscitatore di energie e di tradizioni nazionali e popolari, mediante il movimento letterario e politico dell'Illirismo. Esso ha riconfermato, attraverso i canti, le credenze  ed il linguaggio, il mito del popolo-poeta, di fronte all'altra tesi dell'inventio come creazione personale. I canti illirici popolari, unitamente  a quelli toscani, corsi e greci, tradotti e pubblicati dal Tommaseo, sono "(...) gli inni religiosi, il canto delle grandi virtù de' passati, de' presenti, gli inni morali da cantarsi nei vari momenti gravi e più belli della privata e della pubblica vita (...)"[3].

Un analogo fenomeno culturale si svolge in Italia nei primi decenni dell'Ottocento. Esso va sotto il nome di filosofia dell'italianismo e, paradossalmente, è una forma di reazione e di resistenza al cosmopolitismo francesizzante, pur nascendo dalla ventata d'aria nuova prodotta da Napoleone. Si pensi ai duecentocinquanta volumi della Biblioteca di classici italiani, alla collezione di Scrittori classici italiani di economia politica ed alla edizione foscoliana della Opere di Raimondo Montecuccoli. Cultura di opposizione, ma anche, ed è quel che più conta, rivalutazione delle nostre tradizioni.

Gobetti svincola l'unità etnica del popolo slavo dalla geografia che è un fatto empirico. L'unità difatti nasce soltanto dalla volontà e dalla potenza spirituale dei popoli. Gobetti dimostra di essere così coerente con l'idealismo crociano su cui si sviluppa la prima fase del suo pensiero (non si dimentichi che nel 1918 Gobetti ha appena 17 anni).  Secondo il fulcro della sua dottrina, le nazioni e gli Stati nazionali nella storia d'Europa e del mondo si formano come elemento di progresso legato allo sviluppo ed all'affermazione della cultura e della borghesia come classe dirigente. Tuttavia lo storicismo di Gobetti sin dal 1918 si arricchisce, rigenerandosi, di nuovi succhi e di contenuti nuovi, oltre che dell'uso contraddittorio dei princìpi storici. Prende corpo così una prima fase di distacco e distinzione da Croce che via via si accentuerà in seguito. Eccone qualche esempio.

Uomini come Paul Marie-Bolo e F. Cavallini, avventurieri che al servizio del chedivé d'Egitto sin dal 1914 esercitano lo spionaggio a favore della Germania, sostengono che tra i popoli della Iugoslavia vi sono troppe differenze sociali, etniche e di cultura per farne un'unità. Gobetti replica a queste argomentazioni che sessant'anni prima Proudhon ed i nazionalisti francesi hanno preso analoga posizione contro l'unità italiana. Aggiunge inoltre che tra un Croato ed un Serbo le differenze sono minori che tra un Romano e un Lombardo, tra un Provenzale ed un Parigino.

Bisogna ammettere che ci sono anche differenze religiose. Ma anche in Germania vi è la Baviera cattolica e la Prussia protestante: in Italia, d'altra parte, il cattolicismo, la massoneria ed il socialismo sono forme diverse di religione. E' chiaro, così, che dall'uso contraddittorio della storia viene inglobata nella lotta l'esaltazione del momento etico-politico. Rispetto al Croce, per il quale vale il momento puro della religione della libertà, rispetto a Gramsci per il quale liberale è soltanto il momento della lotta, cioè quello economico, Gobetti teorizza anche la dottrina delle minoranze come impulso allo sviluppo civile.

Possiamo a questo punto centralizzare la posizione gobettiana sul problema particolare della Dalmazia nel 1918. Si tratta di una regione geografica abitata allora da quarantamila Italiani e da parecchie centinaia di migliaia di Slavi. I nazionalisti naturalmente hanno rivendicato la Dalmazia all'Italia (si pensi per tutti all'avventura di D'Annunzio). Sin dal primo momento a costoro Gobetti obietta che le loro rivendicazioni aiutano indirettamente l'Austria in quanto ostacolano il sorgere della Iugoslavia e preparano gravissimi danni all'amministrazione interna di un popolo diverso dal nostro. Rinveniamo nel pensiero gobettiano la linea ideale di Gaetano Salvemini, suo maestro, che nell'"Unità", n. 36, 1918 ha scritto: "Pretendere tutta o quasi tutta la Dalmazia è rendere impossibile il compromesso, è spingere tutti gli slavi del Sud a fare massa con l'Austria-Ungheria contro l'Italia". E da Salvemini possiamo risalire a Mazzini che ha postulato sin dal 1858 in "Tredici o quattordici nuclei" il riordinamento europeo nel quale deve realizzarsi, attraverso le rivoluzioni nazionali e democratiche , il concetto di "Umanità". Secondo Mazzini il decimo nucleo dovrebbe comprendere "(...) Slavonia del sud che abbraccerà in confederazione Carinzia , Croazia, Dalmazia, Bosnia, Montenegro, Serbia, Bulgaria (...)"[4]. Ma questo pensiero è rielaborato in una importante precisazione, secondo cui nel riordinamento auspicato non c'è più posto né per l'impero austriaco né per la Turchia: "(...) l'Impero turco, come quello d'Austria, è condannato a perire rapidamente; come il papato cattolico, il papato maomettano sparirà prima che il secolo spiri (...)"[5].

Proprio collegandosi a queste indicazioni, la dottrina di Gobetti sulle minoranze è tutta traversata dal valore della libertà come irreversibile dialettica della storia, libertà fatta di cose concrete, di stampa, di parola, di associazione, di riunione, come valori che esulano dalla letteratura e dagli intrighi politici, e s'innalzano al principio della giustizia e della redenzione sociale, ed investono direttamente il popolo. In altre parole, si tratta si tratta di valori che impongono il rispetto per le minoranze e condannano ogni tentativo di minacciare la libertà e l'indipendenza di altri popoli.

Si pensi agli eventi dell'anno 1942. La Iugoslavia è tagliata a pezzi da Mussolini, la Slovenia è occupata, a Zagabria da un anno è re di Croazia, col nome di Timoslao II,  il duca Aimone di Spoleto, investito della sovranità sui Croati dal re d'Italia Vittorio Emanuele III e da Mussolini. Il duca è però soltanto re di nome e non di fatto, e per di più di uno Stato fantoccio. E' rimasto sempre in villa a Napoli, senza mai raggiungere il regno. Il governo reale della Croazia è detenuto, per conto dei tedeschi, da Ante Palevic, capo degli ustascia fascisti. Mussolini scandisce la storia a ritroso. Anche col suo appoggio, difatti, le zone danubiane e balcaniche che nel 1918 sono state liberate dalla oppressione tedesca come spinta alla lotta contro l'imperialismo pangermanico, sono diventate possesso diretto e colonie della Germania.

Leggiamo quanto Gobetti ha scritto nel citato articolo La questione iugoslava: "(...) Smembrando l'Austria (che è fatto oltre che di necessità politica, di necessità morale) noi veniamo a creare uno Stato di Tedeschi e di Magiari di oltre venti milioni, separato dal mare e costretto inevitabilmente a gravitare (se non a perdere) intorno alla Gerrmania. Ed offriamo la possibilità di formazione di uno Stato enorme di quasi ottanta milioni di abitanti, il più forte d'Europa, che all'equilibrio ed alla pace costituirebbe una tremenda minaccia (...)".

A Gobetti non è sfuggito che nella battaglia di Vittorio Veneto, con la quale si chiude la prima guerra mondiale, l'Italia è riuscita  a distruggere l'esercito austriaco anche perché ha avuto come alleate le nazioni slave dell'Impero di Francesco Giuseppe, insorte contro il tirannico governo di Vienna e la Germania imperialista. Tutto questo, invece, il governo fascista ha dimenticato, avallando l'iniziativa dei Tedeschi di sopprimere un'altra volta la libertà di quelle minoranze slave.  Nella dottrina gobettiana è presente tutta la tradizione italiana che proclama la necessità di collaborare con le nazionalità slave, al fine di fronteggiare le brame espansionistiche e di conquista dell'imperialismo tedesco.

Il realismo e il senso di responsabilità democratici, il rispetto del diritto di tutti i popoli interessati, che hanno caratterizzato il recente accordo italo-iugoslavo sulla zona B, ci sembra di aver dimostrato che attraverso Mazzini e Salvemini, hanno come padre spirituale Gobetti. Il suo pensiero resta come costante punto di riferimento per ogni scelta di liberazione civile in Italia, al servizio della pace e della cooperazione tra i popoli.


Una postilla di Piero Gobetti alla concezione crociana della storia

L'opera che racchiude l'ininterrotta meditazione di Croce sul problema della comprensione storica è Teoria e storia della storiografia la cui prima edizione appare nel 1917. Fulcro dell'opera è il principio della contemporaneità della storia, le cui fonti sono il documento e la critica, i due momenti della sintesi storica che stanno entro la storia medesima e non fuori di essa; perciò, secondo Croce, è impossibile una storia universale o enciclopedica, che presupporrebbe il principio della totalità e dell'inquadramento nel tempo.

Abbassata la cronaca al suo ufficio pratico e mnemonico e sollevata la storia alla conoscenza dell'eterno  presente, questa si presenta in modo affatto unitario con la filosofia, che è anch'essa il pensiero dell'eterno presente, in quanto il filosofo indirizza gli uomini a trovare nella storia le leggi medesime della storia e della vita.

Questi concetti sono stati adeguatamente assimilati da Gobetti e hanno in lui particolare rilevanza in quanto la sua formazione intellettuale si svolge nella città di Torino dove un editore tedesco, Ermanno Loescher, ha fornito senza dilettantismo giornali storici, repertori d'erudizione e commenti filologici scrupolosissimi, in collaborazione con maestri che hanno costituito la prima generazione della scuola storica, la migliore forse che vi sia stata in Italia, paragonabile a quella degli studiosi della società medievale da Salvemini a Luzzato. Bartoli, D'Ancona, Comparetti, Del Lungo, Villari hanno educato i giovani del primo decennio del secolo per mezzo del "Giornale storico della lettteratura italiana", a fare un'edizione critica, a leggere i codici, a scegliere le varianti, a lavorare in biblioteca e a orientarsi nella bibliografia.

La seconda generazione del metodo storico, invece, ha avuto soltanto eruditi che si sono soltanto distinti per un accademismo vuoto e pettegolo e per il dilettantismo delle date e  del fatterello, e tra loro merita una citazione particolare Vittorio Cian. Essi hanno attinto fino al 1915 alla filologia e alla pedanteria germanica, ma dopo l'inizio della guerra hanno sollevato, in nome di un patriottismo filisteo, una gazzarra contro Benedetto Croce, accusandolo di essere un tedesco e un traditore, perché, mentre egli sostiene che la Germania grande  e geniale del pensiero e dell'arte è finita con Hegel e con Nietzsche, addita agli Italiani la necessità di far tesoro di quel pensiero. Vittorio Cian addirittura chiama con impudenza il Croce von Kreuz. E' in quest'occasione Gobetti prende la difesa del filosofo: "(...) Finché dura la gazzarra anticrociana, finché la lotta  è tra la menzogna e l'onestà, tra la mentalità massonica, e riformistica, finché combattere Croce vuol dire combattere la serietà degli studi e l'educazione nazionale, non può essere dubbio il contegno della gente onesta.

Stare con Croce vuol dire combattere le porcherie torbide di quegli Italiani che disonorano l'Italia (...)"[6].

Gobetti legge Teoria e storia della storiografia nel settembre del 1919. Il volume appare fittissimo di sottolineature e qua e là qualche nota riassume il contenuto di intere pagine[7].

Al termine del capitolo I, dal titolo Storia e cronaca, a p. 17, troviamo questo commento:

"Mi pare che in forma non troppo limpida sia affermato il concetto di spirito come formazione storica che ha in sé il suo principio, e come contenuto tutto il passato. Ora il passato è stato tutto STORIA (cioè spirito, vita, pensiero) e può diventare STORIA, concretamente ri/pensato. E' CRONACA se è passato e non è pensato e studiato attualmente.

In realtà se potesse in un momento non essere pensato non sarebbe neanche  CRONACA perché NON ESISTEREBBE. Anche chi non sente la Divina Commedia come realtà spirituale concreta in Dante, non vedrà tuttavia questo libro (DOCUMENTO) come CRONACA bensì come la REALTA' sua, per es. di salumaio se il libro gli interessa in quanto è CARTA. E questa storia sarà più umile, e più volgare, ma è pur ATTUALITA' DI PENSIERO, che desta un INTERESSE, la sola attività di pensiero di un salumaio e però è storia anch'essa, non cronaca. Egli non vede neanche la possibilità che quel libro possa essere DOCUMENTO per altra visione.

Solo astrattamente, quindi, in una visione retrospettiva, il Croce può distinguere CRONACA da STORIA; cronaca non in sé, ma un punto di vista e di giudizio più o meno elevato.

Per escludere la filologia e la cronaca dalla storia, Croce deve avere già un determinato concetto della STORIA da cui la filologia va ESCLUSA come storia".

Gobetti ammette con Croce che il presente è al tempo stesso la ricapitolazione del passato e porta con sé il passato in tutto ciò che davvero interessa conoscere, sicché la storia ci mostra che ciascuno di noi trascorre di problema in problema filosofico dietro lo stimolo della nostra vita.

E tuttavia l'annotazione gobettiana, laddove ricorre all'esempio dell'interesse del salumaio del libro in quanto carta, ci sembra che sveli, rispetto a Croce,  la presenza nel concetto di cronaca di un elemento dinamico non diciamo come valore, ma come perenne approssimazione al valore destinato a condizionare l'opera pratica, da cui, a sua volta, viene condizionato il pensiero.

In altri termini, vanificare la cronaca significa per Gobetti considerare un sapere che non può creare fini ideali, mentre a determinare la volontà di compiere una certa azione è necessario credere che i fini desiderati siano perseguibili. L'efficacia dell'azione nel causare gli effetti voluti dipende dalla conoscenza precisa della situazione, cioè è necessario che razionalità e volontà, sapere e agire siano connessi. Ecco perché Gobetti sin dal 1919 medita sulla necessità di liberare la nostra storia unitaria dal mito delle leggende ufficiali e dei fasti trionfalistici mediante la distruzione di una lunga cronaca celebrativa. Alludiamo al canone storico della diseroicizzazione del nostro Risorgimento. Per farlo è necessario alleggerire il peso dell'idealismo, anche se questo comporta un allontanamento da Croce, del quale Gobetti ristabilirà valore e convinzioni nel 1925, quando il filosofo, dopo il delitto Matteotti, passa all'antifascismo europeo.

Nel 1919 la cronaca per Gobetti non può essere più, a modo del Croce, giudicata nel senso estrinseco degli empirici, ma per il clima particolare in cui essa si svolge ha diritto ad entrare nella storia. In quell'anno difatti aumenta di giorno in giorno la schiera di coloro che preparano in Italia la dittatura fascista e Gobetti è indotto a cercare il modo, il fine e il valore della cronaca e a controllarne l'evoluzione.

Si avvede così che la cronaca di quei giorno contiene l'energica negazione della storia e perciò batte coraggiosamente sulla necessità d'una presa di coscienza,  d'un concreto impegno morale di libertà che è il principio esplicativo dell'intera storia e l'esigenza insopprimibile dalla quale è animata la vita storica dell'umanità intera. E tutto ciò contro chi tende a divinizzare lo Stato come supremo valore etico, in presenza della pratica liberticida che prepara lo Stato fascista. Così Gobetti riprende il senso nuovo del rapporto tra politica e morale che esplica una nuova considerazione della responsabilità individuale. E l'uomo ritrova in se stesso, nel suo mondo, che è quello della sua storia, tutto il bene cui egli aspira.

 

Il demone socratico. L'antifascismo di Gobetti nei paradossi della storia

E' manifesto che il dibattito politico ha sempre influenzato profondamente lo sviluppo di ogni attività letteraria. Ciò si rivela soprattutto negli scritti di prosa, e perciò è opportuno tenere presente la natura della "retorica" come codice di quell'attività in ogni suo genere. Qui noi per "retorica" intendiamo non tanto, secondo la distinzione aristotelica, la scienza del "probabile" di contro alla "logica", che è la scienza del "vero", bensì una scienza che, da una concezione prima tutta incentrata sulle capacità tecniche, evolve in un ideale più ampliamente umanistico per il quale il tecnicismo di tipo aristotelico viene superato da una solida preparazione filosofica che consente di dominare le scienze umanistiche medesime. Naturalmente tutto ciò è in relazione con l'evoluzione che caratterizza la vita e l'opera dello scrittore.

Nella letteratura politica contemporanea ci appaiono paradigmatici, nel senso sopra indicato, gli strumenti linguistici adoperati da Piero Gobetti.

Chi analizzi con acribìa la sua scrittura, scopre un assai frequente ricorso al paradosso, cioè ad una tecnica linguistica attraverso la quale viene enunciata un'opinione che, o per la forma in cui è espressa oppure per manifesta verità, appare contraria al comune giudizio e talora inaccettabile. Questa tecnica viene a Gobetti dallo studio dello stoicismo. Questa dottrina filosofica del mondo antico ha elaborato, dopo che si è logorata la connessione tra natura e linguaggio del pensiero platonico-aristotelico, elemento base della filosofia del sapere, il principio di coincidenza tra "logica", cioè lo studio di come si pensa, e "dialettica", cioè l'arte del pensare.

Gobetti ha pensato nel settembre 1920 ed ha pubblicato nel febbraio 1922 "La rivoluzione liberale" quale mezzo di rottura con la tradizione del liberalismo conservatore ed accomodante da cui è nato nella nostra storia risorgimentale il patriottismo retorico. Va ascritta agli anni 1922-1925, e precisamente ai giorni successivi alla marcia su Roma fino al fallimento dell'Aventino, una serie di scritti tutti animati dal più assoluto spirito di intransigenza nei confronti del fascismo. In essi la tecnica del paradosso svolge un ruolo di prim'ordine: "Mussolini può essere un eccellente Ignazio di Loyola; dove c'è un De Maistre che sappia dare la dottrina, un'intransigenza alla sua spada" ("La rivoluzione liberale" del 23 novembre 1922) col titolo Elogio della ghigliottina[8].

Ignazio di Loyola e De Maistre sono due intellettuali al cui apparato concettuale e formale è legata l'ossatura di un nuovo dominio ideologico sulla realtà sociale, nei due momenti  della Controriforma cattolica e della Restaurazione. Nel pensiero gobettiano il paradosso, celandosi sotto la metafora, diventa un attivo principio logico-linguistico. Il lettore partecipa della felicità inventiva dello scrittore e rinviene nella sua metafora - Ignazio di Loyola e De Maistre teorici della supremazia ideologica e culturale della Chiesa - il paradosso che argutamente simboleggia l'ideologia del "primato"  iscritta nella mente del duce (il duce ha sempre ragione) di contro al "primato" di una metafisica del mondo iscritta nella mente di Dio.

Negli scritti di Gobetti non c'è soltanto concretezza di riferimenti storici, ma un movimento creativo della parola che genera nell'intelletto il bisogno di riconquistare valori che, pur se antichi, appaiono rinnovellati dalla storia.

La dottrina stoica ha teorizzato che scopo dell'uomo è inserirsi nella comunità per servirla con tutte le proprie forze. Il mondo dei valori deriva dall'agire morale che comanda di conservare la completa indipendenza dal mondo esteriore per poter conservare la libertà interiore.

Il lettore rammenti il paradosso di Zenone per il quale "essere re" significa "essere servo". Ed ecco di Gobetti un paradosso di tipo stoico, indicativo delle responsabilità precise, della fermezza del carattere e dell'intransigenza onesta delle idee, cioè indicativo proprio di una gerarchia di valori: "Solo di fronte a chi non ha ufficio o lucro da chiedergli l'uomo (Mussolini) è disarmato" (in "La rivoluzione liberale" del 30 ottobre 1923 col titolo Esortazione all'intransigenza).

Il pomeriggio del 10 giugno 1924 in una strada di Roma ed in piena luce del sole viene aggredito da cinque uomini e trascinato di forza dentro un'automobile il deputato socialista Giacomo Matteotti, che il trenta maggio di quello stesso anno ha denunciato la violenza ed i brogli messi in opera durante le elezioni del 6 aprile precedente. In un articolo dal titolo Matteotti, su "La rivoluzione liberale" del 17 giugno 1924, Gobetti scrive: "Col cinismo della guerra civile si è voluto eliminare il capo di uno stato maggiore", e mai una parola, in questo caso "cinismo", è stata usata paradossalmente con intenzione meno neutrale rispetto al suo fine ed al suo valore semantico originario.

Il filosofo cinico al quale la dottrina stoica ha attinto l'esaltazione del dominio di sé, pur di conservare a se stesso con atteggiamento socratico l'unico bene di irridere il mondo, sacrifica tutto e sceglie coerentemente la strada del vagabondaggio e della mendicità; per parte sua Mussolini, dopo che la stampa è stata ridotta al silenzio e nel Paese regna il terrore, il 3 gennaio 1925 si presenta alla Camera, nega ogni diretta partecipazione al delitto Matteotti ed assume la responsabilità politica per l'atmosfera di violenza in cui è vissuto il Paese negli ultimi quattro anni.

Abbiamo di fronte due antitesi morali, il filosofo cinico e Mussolini. Lucida  e perentoria è venuta l'intuizione paradossale di Gobetti. Se l'eroe cinico veste le spoglie del "Socrate impazzito" contro i filosofi in cattedra e contro i potenti della terra, Mussolini indossa i panni del "cane mordace" che, per il suo disprezzo di ogni forma di vita civile, si sente chiamato a capovolgere tutti i valori vigenti.

Viene poi il decreto fascista sulla stampa per il quale i giornali di idee e di opinione e quelli di partito, se non si sottomettono, sono ogni giorno in pericolo.

E "La rivoluzione liberale"? Il suo pubblico è esiguo, ma ben selezionato e sensibile. Farsi sopprimere significherebbe crearsi una bella aureola. Gobetti rifiuta questa soluzione e scrive così: "Vivere e parlare è un compito più difficile: dunque ce lo vogliamo proporre, finché riusciremo, come un impegno d'onore". Siamo nell'area della dialettica etica di Gobetti. Per lui l'attività pubblicistica è al servizio di un'opera morale su di sé e sugli altri, per destare e conquistare moralmente e per scuotere gli Italiani dal letargo in cui il fascismo li sta sprofondando. Gobetti qui ci appare, se il paragone non è incondito, un novello Socrate, il saggio apostolo di civiche virtù di fronte al tribunale ateniese.

E se fra gli uomini di studio e di scienza un brandello di idealità non è un'antica favola, noi amiamo favoleggiare ancora e pensare che tante vibrazione e risonanze ai paradossi di Gobetti sono venute dalla sua meditazione sul seguente pensiero di Marc'Aurelio, un autore che gli è stato caro: "Se tu avessi, nel tempo stesso, matrigna e madre, rispetteresti senza dubbio anche la prima, ma nondimeno ricorreresti sempre alla seconda.

Simili ad esse sono per te la corte e la filosofia. Riparati in questa di frequente e ritroverai la tua pace, ché la filosofia ti renderà la corte sopportabile e farà te stesso sopportabile a quella"[9].

La corte e la filosofia: il demone socratico nel pensiero di Gobetti. L'una come metafora del potere politico corrotto e corruttore, e l'altra come metafora di un prestigio culturale inversamente proporzionale alla prima. Sono le forme pure dell'utopia di cui l'uomo di tutti i tempi ha avuto e continua ad avere sempre bisogno.

 

Filologia e Storia in una vertenza cavalleresca di Piero Gobetti

Nel numero 32 del 2 settembre 1924 de "La rivoluzione liberale", Piero Gobetti in una postilla allo scritto di Guido Mazzali dal titolo Come combattere il fascismo, puntualizza così il suo pensiero. Il problema italiano sta nella liquidazione dello spirito e delle forme del trasformismo, dell'accomodantismo e della corruzione oligarchica che è stata rappresentata dai vecchi ceti sedicenti democratici e che il fascismo ha portato alle estreme misure di impudicizia e di trafficantismo. Ad un certo punto, tra l'altro, Gobetti scrive così: "(...) Nessuna illusione di liquidare il fascismo coi giochetti parlamentari, con le combinazioni della maggioranza, con lo Stato Maggiore, con la rivolta dei vari Delcroix e simili aborti morali (...)". Il brano, e specialmente l'espressione "aborti morali", viene subito incriminato. La stampa italiana si solleva contro Gobetti che è aggredito a Torino, davanti a casa sua, la sera di venerdì 5 settembre ad opera di una dozzina di picchiatori.

Per intendere il riferimento all'on. Delcroix ed il senso della sua rivolta, bisogna precisare che egli durante il congresso dell'associazione mutilati e invalidi nel luglio di quell'anno, come presidente dell'associazione e deputato della maggioranza fascista, ha inviato a Mussolini un'esortazione a mettersi sulla via della legalità e della pacificazione dopo il delitto Matteotti. Intanto l'aggressione viene narrata da "La Stampa" di Torino come se un mutilato si fosse presentato da Gobetti e lo avesse schiaffeggiato, senza suscitare alcuna reazione da parte di Gobetti medesimo (per pavidità?). Allora Gobetti capisce che si vuol porre in atto un freddo tentativo di falsificare il suo pensiero per stroncare come mostruosa ogni sua attività e seppellire così una voce non abituata a tacere per compiacenza. Per chi è disposto a giudicare in buona fede, egli manda la seguente lettera ai giornali:

Egregio Signor Direttore,

poiché la mia postilla a un articolo della "Rivoluzione liberale", intitolato Come combattere il fascismo, ha suscitato infinite deplorazioni e proteste, credo necessarie le seguenti dichiarazioni per la pubblicazione delle quali mi affido alla Sua cortesia.

Per Carlo Delcroix, mutilato di guerra, io non posso non professare il rispetto che professo per ogni mutilato di guerra.

Per Carlo Delcroix, deputato del listone, leader della maggioranza governativa, autore di un ordine del giorno di incondizionata fiducia al duce, oggi esponente dei crepuscolari spiriti di fronda di una parte di questa maggioranza, dopo aver ceduto a tutte le lusinghe del mussolinismo, mi sono riserbato e mi riserbo la più ampia libertà di critica e di stroncatura.

Quanto al testo della mia postilla, chiunque non ne sia lettore pregiudicato, deve intendere che la definizione aborto morale non è rivolta alla persona del Delcroix, ma al suo atteggiamento politico, come ai giochetti parlamentari ed alle varie manovre di maggioranza, per mezzo delle quali gli ingenui credono di poter liquidare il fascismo.

Contro le offese personali lanciatemi col pretesto della mia postilla sto provvedendo nei modi opportuni. Con osservanza

Piero Gobetti

Subito dopo il pensiero e le argomentazioni di Gobetti vengono ribadite, con la consueta autorità e chiarezza in una  lettera inviata ai giornali da Benedetto Croce. Gobetti medesimo sei anni prima, quando ha appena diciotto anni, sul numero 2 della sua rivista giovanile "Energie Nove" ha difeso Croce contro Vittorio Cian ed Ettore Romagnoli, i quali in coerenza con la loro cultura di origine positivistica, conforme ai canoni della scuola storica ed erudita, hanno denigrato il filosofo napoletano come un tedesco e un traditore (siamo nell'ultimo anno della prima guerra mondiale), solamente perché egli da dieci anni è andato dicendo che la Germania grande  e geniale del pensiero e dell'arte è finita con Hegel e con Nietzsche. In realtà Cian e Romagnoli non hanno capito che Croce chiede serietà agli Italiani e addita, come fonte a cui noi dovremmo attingere per il rinnovamento della nostra cultura dopo il bagno positivistico, la parte più viva e forte del pensiero tedesco. Ma torniamo alla lettera di Croce in difesa di Gobetti. Eccola.

Caro dott. Gobetti,

ricevo, mentre mi accingo a fare una corsa a Napoli, la Sua lettera col brano di articolo del quale Ella desidera che io le comunichi la mia interpretazione.

Non conoscevo l'articolo, e, leggendo ora a mente spregiudicata il brano in questione, escludo nel modo più reciso che con le parole "aborto morale" Ella abbia inteso qualificare il Decroix. La logica del contesto vuole che per "aborti morali" s'intendano semplicemente i tentativi falliti, d'indole morale, di vari che hanno negli ultimi tempi preso la parola sulla situazione politica. Del resto non dirò del Delcroix, ma a quale uomo, ancorché nemico, si oserebbe  mai rivolgere l'atroce ingiuria di aborto morale? L'enormità stessa della cosa doveva peresuadere a interpretazione diversa da quella che, leggendo in fretta e con animo preoccupato, si è potuto presentare a qualche lettore.

Tanto più escludo l'odiosa interpretazione in quanto ricordo che alcune settimane fa, essendomi incontrato con Lei nella biblioteca di Torino, mi parlò dei casi politici, ed anche dell'opera del Delcroix senza diri parola che suonasse men che riverente pel glorioso mutilato.

Faccia l'uso che crede di questa mia, e mi abbia suo:

Benedetto Croce

Le due lettere stroncarono così la congiura. A Gobetti non restò che chieder ragione ai suoi offensori.

Il primo di essi è il dott. Raffaele Nardini-Saladini, vice-direttore responsabile de "La Gazzetta del Popolo". Questo giornale, il 4, 5 e 6 settembre del 1924, è insorto dichiarando "osceno affronto della viltà e dell'odio" l'attribuire all'on. Carlo Delcroix l'epiteto di "aborto morale".

All'on. Manlio Brosio ed al prof. Santino Caramella, delegati da Gobetti a chiedere spiegazione al dott. Nardini-Saladini, i rappresentanti di questi, generale Eraldo Rho ed avvocato Sabino Camerano, replicano che la qualità di offeso spetta al loro rappresentato, perché l'articolo pubblicato su "La Gazzetta del Popolo", ritenuto da Gobetti offensivo, è stato provocato dall'articolo-postilla di Gobetti medesimo su "La rivoluzione liberale" del 2 settembre. Inoltre l'offesa all'on. Delcroix colpisce anche gli altri combattenti, e quindi in proprio il dott. Raffaele Nardini-Saladini che se ne reputa glorioso superstite.

Allora Gobetti prega l'avv. Manlio Brosio ed il dott. Giuseppe Saragat di chiedere al dott. Nardini-Saladini immediata riparazione per le armi concedendogli, come atto di mera cavalleria, la scelta di esse, e lasciando impregiudicata la questione di chi dei due sia l'offeso. I rappresentanti del dott. Nardini contestano a Gobetti la facoltà di decidere chi sia l'offensore e chi l'offeso, perché non è noto come egli abbia provveduto a tutelare il suo onore in seguito alle offese ricevute con l'aggressione del 5 settembre, con un telegramma di Nicola, fratello di Carlo Delcroix e con un articolo del giornale "Il Piemonte". Sono indicate nel verbale le parole di inizio e di fine dell'articolo. In conseguenza di ciò viene negata al Gobetti la capacità cavalleresca per risolvere immediatamente con le armi la vertenza.

I rappresentanti di Gobetti, a loro volta, ritengono del tutto intempestiva tale eccezione, in quanto la vertenza deve ritenersi iniziata col primo mandato rivevuto dall'avv. Brosio e dal prof. Caramella. Inoltre, poiché non sussiste l'offesa di Gobetti al mutilato Delcroix, come appare dalle pubbliche dichiarazioni di Gobetti medesimo, le frasi offensive del dott. Nardini-Saladini devono ritenersi come offese originali e perciò egli, perfettamente valido, deve rispondere in proprio delle offese a lui personali. Non può altresì essere considerata offesa, ma volgare aggressione da perseguirsi col Codice Penale, l'aggressione patita da Gobetti il 5 settembre. Infine questi non ha mai ricevuto il telegramma del fratello dell'on. Delcroix, e non è lettore del giornale "Il Piemonte". Si decide tuttavia di sottoporre la vertenza ad un Giurì d'onore.

A questo punto, però, un fatto preciso, pur nella sua paradossalità, ci pare che emerga, e riteniamo di doverlo segnalare al lettore.

Il dottor Nardini-Saladini, che discute sulla propria qualità di offeso, si contraddice quando, richiesto da Gobetti di una riparazione per le armi, gli nega come avversario la capacità cavalleresca. La logica suggerisce che, se l'avversario è un incapace, allora la discussione con lui in qualunque momento è impossibile.

Il Giurì d'onore, intanto, si conclude con un lodo che, dopo un riferimento analogico a quanto è stabilito circa le sentenze dei magistrati e gli ordini militari per ciò che concerne la responsabilità dello scrittore, in merito all'espressione "simili aborti morali" del brano incriminato, presenta una pregiudiziale filologica che convalida una duplice interpretazione del brano medesimo.

Difatti le parole "simili aborti morali" precedute dalla particella con oppure dalla particella di eliminerebbero ogni dubbio, perché soltanto in tal modo l'epiteto "aborti morali" indiscutibilmente verrebbe attribuito nel primo caso ai vari modi nei quali il Gobetti crede che non si possa liquidare il fascismo, nel secondo caso all'espressione "vari Delcroix". Diremo più sotto la nostra opinione in merito.

Il Giurì, alla fine, considerate insufficienti le spiegazioni date dal Gobetti, ritiene di non doverne portare nel campo cavalleresco lo scritto che, peraltro, può trovare la propria sanzione nel plebiscito di protesta. Inoltre al dott. Raffaele Nardini-Saladini spetta la qualità di offensore perché ad un'offesa non intenzionale verso di lui, cioè indiretta, ha ribattuto con un'offesa diretta. Tuttavia il Giurì ritiene che lo sfidato non debba allo sfidante alcuna riparazione. Per la storia, il Giurì è composto dal generale Alberto Cavaciocchi come presidente e da Demetrio Di Bernezzo e  Felice Casorati come membri.

In quello stesso mese di settembre ha poi luogo l'altra vertenza Cian-Gobetti, della quale viene investito ancora una volta un Giurì d'onore.

Esso ritiene che i punti controversi siano stati esaurientemente esaminati e risolti dall'altro Giurì della vertenza Nardini-Gobetti, e delibera, perciò, di accettare le conclusioni, dichiarando chiusa la vertenza. Mette conto ricordare che l'on. prof. Vittorio Cian è stato in politica dapprima il corifeo dell'interventismo e dell'antitedeschismo piemontese, e successivamente ha guidato la riscossa piemontese contro il leninismo collettivista. Nel campo del pensiero, invece, egli ha rappresentato nel primo ventennio del secolo a Torino la cultura pedante ed accademica (si pensi ai suoi studi sul Bembo e sul Castiglione) e tanto più stopposa, quanto più ricca di senso umano è stata nella stessa città alla fine del secolo quella di Arturo Graf. Non fa quindi meraviglia di vedere il prof. Cian schierato contro Gobetti che invece ha sempre propugnato il rinnovamento del costume, della cultura, della morale e  della politica in Italia.

Passando all'altra vertenza contro Giovanni Baccarini, segretario generale dell'associazione mutilati, bisogna dire che essa non merita se non una rapida citazione. Il Baccarini, difatti, si diverte ad ingiuriare Gobetti su per le gazzette ma, cambiando continuamente dimora, si rende irreperibile ai padrini del suo sfidante, l'avv. Piero Burresi ed il pittore Giovanni Costetti, i quali rimettono così il mandato al loro rappresentato, assicurandogli solidarietà politica e morale.

A questo punto cade opportuna l'analisi da parte nostra dell'espressione aborti morali che ha dato origine alla vertenza.

Il Croce nella sua lettera ha ben messo in rilievo la carica ingiuriosa della frase. Il riferimento di essa al proprio simile torna repellente ad ogni persona di buon senso, e vieppiù ad un intellettuale di prim'ordine come Gobetti che, oltre ad essere scrittore esperto e preciso, è anche abbastanza scaltro e capace di evitare il rischio dell'ambiguità, pur se talora egli utilizza e filtra nel suo lessico modulazioni diverse avvalendosi di un'abilissima tecnica di amalgama e di rifinitura. Inoltre Gobetti sa che filologia è processo conoscitivo che vuol comprendere tutto intero l'oggetto della ricerca e non è ammissibile che egli usi e organizzi distrattamente la parola ed i suoi sintagmi. Nel contesto dell'espressione, quindi, non v'è un problema di omissione o meno della particella grammaticale di o con.

Invero, secondo noi, quell'espressione si irradia dal ripensamento della nostra storia, sicché Gobetti con limpida chiarezza intellettuale prende atto nel 1924 che è inevitabile la tragedia del proletariato italiano e dell'Italia. Nella sua parola passa, essenziale e perentoria, la condanna dell'ottusità storica.

Dopo il biennio rosso (1919-1920), difatti, in seguito allo sciopero delle fabbriche torinesi nell'aprile del 1920 ed al fallimento dell'occupazione di esse nel settembre di quello stesso anno, viene meno un fenomeno che ha destato al suo nascere una speranza di rinnovamento ed un sentimento di solidarietà tra la gente. Nel Consiglio operaio di fabbrica, che Gobetti ha visto nascere accanto a Gramsci, per la prima volta nella società italiana il lavoratore ha sentito la sua dignità ed indispensabilità come elemento della vita moderna e si è rinnovato come produttore, a differenza che nel Sindacato dove l'operaio in quegli anni è stato accettato come schiavo e si è elevato in un campo puramente riformistico di utilitarismo, ma non si è rinnovato. A differenza dei suoi avversari e detrattori, a Gobetti non sfugge che quel fallimento ha prodotto i processi classisti del 1922 col seguito di condanne alla galera. In particolare a Torino ha luogo la strage di rappresaglia delle squadre fasciste di Piero Brandimarte, con uccisione ed annegamento nel Po di sindacalisti, consiglieri comunali, operai ed artigiani, e con l'incendio e la devastazione della Camera del lavoro, del Circolo dei ferrovieri, del Circolo Carlo Marx e della sede dell'Ordine Nuovo di Gramsci. Il fascismo è da due anni al potere, ma il senso storico rende persuaso Gobetti che "(...) due anni di fascismo hanno diviso definitivamente il campo degli Italiano fra cortigiani e cittadini (...)". Quando egli scrive la postilla che ha dato origine alla vertenza, è consapevole della reazione da parte dei suoi avversari, perché non gli è ignota "(...) la natura e la psicologia degli schiavi desiderosi di non vedere dichiarata la propria schiavitù (...)".

Giacomo Matteotti pronunzia il suo ultimo discorso il 30 maggio del 1924 e il 10 giugno viene rapito dalla banda del Viminale. Il 6 giugno Giovanni Amendola parla per l'ultima volta alla Camera. Si scandiscono così i momenti salienti della  nostra storia contemporanea, che approfondiscono l'antitesi morale tra chi sta, come Gobetti, Matteotti ed Amendola, dalla parte della democrazia, della libertà e della legalità, e chi invece sta dalla parte del fascismo, della violenza e della sopraffazione. A questo punto è chiaro che la guerra al fascismo richiede una grande virtù, e pochi la possiedono, cioè la maturità storica, e non invece i giochetti parlamentari, le combinazioni della maggioranza e della Stato Maggiore, che altro non sono che atteggiamenti di compromesso, cioè aborti morali, di chi è stato educato al culto piccolo-borghese dell'onore parassitario.

Il fascismo è quindi per Gobetti lo sbocco e la sintesi dei mali e delle passività italiane. A questa conclusione egli giunge mediante un ripensamento ed interpretazione potentemente originali di tre momenti della nostra storia: 1) il Rinascimento, allorché la corte è stato l'unico centro di vita intellettuale; 2) il Risorgimento, allorché le correnti religiose romantiche sono state incapaci di creare una riforma religiosa ed investire così gli interessi popolari; 3) il riformismo economico della Sinistra, che accorda protezione doganale e sovvenzioni governative all'industria, ma non stimola le aristocrazie operaie ad attuare le proprie iniziative. Si enuclea così l'autentico problema italiano: assenza di vita libera lungo i secoli che, mentra ha fatto emergere il principio di autorità, ha soffocato il valore dell'autonomia. A sua volta nucleo di questo problema è la dottrina della diseroicizzazione del nostro Risorgimento, secondo la quale a Gobetti non interessa la cronaca dell'Unità italiana e meno che mai la solenne galleria dei suoi eroi, bensì la vita e le opere dei precursori vinti, degli eretici nei quali meglio si può intendere la nostra preparazione risorgimentale.

Ci sembra a questo punto pertinente segnalare che proprio in quegli anni, tra il 1923 ed il 1925, Croce pubblica su "La Critica" studi come Controriforma e Decadenza italiana, che poi rifonderà ne La storia dell'Eà barocca del 1929. Il filosofo intende così dimostrare, in una linea idealistica,  che nel nostro Ottocento il concetto di nazione è il risultato di una ininterrotta conquista umana che però ha dovuto eliminare molteplici aporie. Non c'è dubbio, tuttavia, che una consonanza spirituale accomuna Croce a Gobetti. In solitudine morale l'uno e l'altro si immergono nel flusso vivo della storia alla ricerca ed all'analisi dei mali italiani. Ci sembra allora naturale e logico tornare alla lettera di Croce.

Gli aborti morali sono tentativi falliti, cioè azioni imperfette, perché attualizzano un pensieri viziato e distorto in un processo conoscitivo imperfetto della nostra storia.

Gobetti e Croce ci attestano che nel campo dell'indagine non v'è differenza tra critici e storici. Il critico analizza l'intuizione estetica pertinente allo spirito teorico, e lo storico l'azione volta allo spirito pratico. Tra le due fonti della conoscenza non c'è opposizione; se mai vi può essere una gradazione di quantità destinata ad essere rinvenuta dal linguista. "(...) Ogni conoscenza, per astratta e filosofica che si voglia dirla, può essere guida di atti pratici: un errore teoretico dei principi ultimi della morale può riflettersi, e si riflette sempre in qualche modo, nella vita pratica (...)"[10].

Ecco: l'espressione di Croce tentativi falliti riproduce il significato di aborti morali in quanto l'una e l'altra condannano chi, non avendo ripensato storicamente il nostro passato immanente nel presente, cioè avendo commesso un errore teoretico, non è in grado di creare e proporre  nuove realtà intellettuali e nuove armonie storiche.

 

Da Hegel a De Sanctis negli scritti di critica teatrale di Piero Gobetti

La storia della vita nazionale e della cultura del nostro Risorgimento è stata messa in discussione da Gobetti. Le fasi di svolgimento del suo pensiero, filtrato attraverso la cultura idealistica e il marxismo, passano per "Energie Nove", il periodico nel quale Gobetti fa i conti col problemismo e concretismo salveminiani, esperienza che egli rinnova alla luce del movimento dei comunisti torinesi e degli studi sul risorgimento e sulla rivoluzione russa, approdando, attraverso la critica di ogni illuminismo politico, alla nuova sintesi di storia, filosofia e politica de "La rivoluzione liberale". Il problemismo salveminiano è così superato dalla fiducia riposta nel movimento operaio in ascesa il quale, incontrandosi con l'élite che "La rivoluzione liberale" si propone di formare, è destinato a generare la nuova civiltà e il nuovo Stato. Risorgimento senza eroi è lo scritto in cui Gobetti ha riversato il prodotto della sua analisi e il fulcro delle sue riflessioni sulla nostra storia risorgimentale.

Il Risorgimento non è stato un problema per la borghesia dominante e l'Unità d'Italia è stata accettata, ma non indagata. L'ultima tendenza eroica si è spenta con Carducci che ha significato la posizione della nostra borghesia di fronte al Risorgimento, e cioè l'ammirazione per Mazzini e Garibaldi, i rivoluzionari più coerenti, di fronte al disagio borghese di aderire ad una monarchia e ad un ordine tropo antichi.

 

La fase hegeliana e la polemica di Gobetti contro Zacconi

In quanto precede trova spiegazione il fatto che nel nostro teatro non è potuto nascere un interesse tragico, se per tragedia s'intende genesi di opposizione, affermazione di volontà e azione che si sviluppa attraverso l'analisi. Di questo principio deve tenere conto chi si accinge a studiare gli scritti di critica teatrale di Gobetti, documento originale della battaglia per la rigenerazione della nostra cultura da parte del giovane critico.

Compito dell'attore è la liberazione dal troppo umano:

"(...) la dignità di interprete non dovrebbe consentirgli mai di abbandonarsi ciecamente alla passione, che egli deve rappresentare e non vivere, voglio dire misurare con continua presenza, non sfrenare in piena esaltazione (...)"[11].

E' il punto d'arrivo di un metodo critico che ha spostato il suo interprete verso dimensioni drammaturgiche aperte e problematiche, idonee da una parte a sottolineare il ruolo del gusto e del costume che vanno mutando, e dall'altra ad introdurre nella realtà un principio spirituale. La critica teatrale, invece, che passa attraverso le regole fisse della cronaca, e cioè la trama, il giudizio critico, l'interpretazione e la reazione del pubblico,  non indica a sufficienza le articolazioni attraverso le quali nel teatro si svolge la cultura come società, moralità e carattere.

La visione dell'arte in Gobetti è toccata dalla lunga meditazione hegeliana prima, e da quella desanctisiana dopo.

Partiamo dalla definizione di Hegel (in Lezioni sull'estetico), secondo cui l'arte non è il tralucere di una forma ideale nel sensibile, bensì l'apparire dell'Assoluto nella sfera della sensibilità non come universale astratto, ma come universale che ha in sé e in sè muove il particolare. Questo principio estetico appare già chiaro alla luce di quest'altro pensiero di Hegel:

"L'arte esige, per le intuizioni che essa deve produrre, un materiale esterno e dato, tra cui sono anche le immagini e le rappresentazioni soggettive, ma anche per l'espressione del contenuto spirituale, le forme naturali date, secondo il loro significato, che l'arte deve divinare e cogliere. Tra le forme quella umana è la più alta e vera, perché solo in lei lo Spirito può avere la sua corporeità  e quindi la sua espressione intuibile"[12].

Hegel distingue qui, nel contenuto dell'arte, le immagini ideali tra cui la più esteticamente adeguata è quella umana, e gli elementi empirici sia di origine fisica che psicologica, in cui quelle trovano la loro concretezza espressiva.

Quanto precede conferma la radice hegeliana del pensiero di Gobetti, che tiene conto di quella distinzione e considera il teatro fondato su musica, architettura, corpo umano, luce-colore e ambiente come elementi che consentono per la loro mobilità di trovare ogni volta una loro sintesi, mentre poesia e pittura restano sopraffatte per la loro rigidità dalle nuove armonie che nascono improvvise al momento dell'azione scenica. Perciò il teatro è un fatto d'arte, il frutto di una libera creazione, anche se storicamente esso vive di una funzione pubblica e corrisponde a specifiche situazioni sociali.

A ciò si aggiunga che il teatro non promuove l'elevazione di tutti a una pura serenità estetica perchè la sua vita è al di là della natura e perciò l'arte non è fatta per il popolo, ma per i pochi che possono viverne e soffrirne e rinvenirvi valori di stile e di liricità.

Bisogna partire da queste premesse per capire i motivi di fondo della polemica negli anni Venti di Gobetti contro Ermete Zacconi, il grande attore che avoca a sé la responsabilità dello spettacolo nella sua interezza, capocomico e maestro oltre che interprete principale.

Nel dibattito culturale che sottolinea la crisi dell'ideologia liberale negli anni che immediatamente precedono e seguono il fascismo, il grosso pubblico ha creduto, per le carenze illiberali dell'informazione, che gli interlocutori della polemica siano stati gli attori Tommaso Salvini ed Ermete Zacconi a proposito de La morte civile di Giacometti. Zacconi ha rappresentato la morte di Corrado secondo i canoni più rigidi della scuola veristica, Salvini, invece, ha propugnato che vero e bello dissentono ed ha rappresentato una morte per crepacuore.

In realtà critico costante e puntiglioso di Ermete Zacconi è stato soltanto Gobetti che, primo in Italia, ha fatto dell'opera dell'attore un vero e proprio oggetto di studio estetico, proponendosi di ricercare in lui gli elementi che poi ha portato alla valutazione e alla ricostruzione delle opere d'arte. Gobetti difatti ha segnalato con cordiale approvazione La bisbetica domata e Il Cardinale Lambertini, le due più grandi interpretazioni di Zacconi, e ha indicato come mediocri e dignitose le scene di drammi borghesi come Il padrone delle ferriere e I disonesti. Ha invece protestato con vigore contro la ricostruzione de Gli spettri di Ibsen perché l'arte non può mai diventare fisiologa e non consiste

"... nel preparato che in laboratorio si esamina col microscopio (...), ed Osvaldo, protagonista dell'opera, finisce con l'essere la materiale esemplificazione di un propagandista alla campagna antialcoolica (...). Trasformare il teatro in clinica, l'attore in neurastenico, sembra troppo umiliante a chi non serbi una certa speranza nell'educazione estetica del teatro (...)"[13].

Sull'Otello il giudizio di Gobetti è più circostanziato. Otello non uccide Desdemona per gelosia, ma specialmente per un bisogno di purificazione, per togliere via il peccato e riconsacrare l'amore. Perciò la soffoca col guanciale, purificazione dal peccato per mezzo di ciò che ricorda il peccato.

"Lo Zacconi ha deturpato questa finezza ricorrendo alla spada, dopo che una prima volta ha soffocato Desdemona; infine, dando un carattere di giustizia un po' superstiziosa, un po' bestiale al delitto, ha soppresso la corda dolcissima della pietà e dell'affetto, che egli ha inteso così poco da consentire a tralasciare il bacio finale, conclusione di una vita d'amore, di Otello alla sposa." [14]

Nella ricostruzione zacconiana del Nerone di P. Cossa, il protagonista perde i suoi caratteri più vivi per avvicinarsi alla volgarità di un qualunque uomo corrotto. Zacconi ha voluto sovrapporre la sua personalità di attore crudamente realista alla misura estetica che il personaggio del Cossa mantiene in tutto lo svolgimento drammatico.

"Trattasi di assoluta incomprensione, mancanza di gusto e di sensibilità; di fronte a Nerone non è parso vero allo Zacconi di poter aggiungere un'altra figura: l'ubbriaco vigliacco, alla sua lezione fisiologica di epilettici, maniaci, degenereti, alcoolizzati." [15]

Gobetti ha così esercitato la sua libera critica che adempie alla funzione di utilizzare a forme mature di valutazione certe oscure intuizioni dello spettatore comune. A questo proposito si rileva che al tempo della polemica nessun critico ha preso la difesa dell'attore, e in secondo luogo Gobetti ha indicato dialetticamente un modo nobilissimo di essere rispettosi verso il pubblico mediante la necessità che critico e attore, reciprocamente responsabili ma intellettualmente disinteressati, si pongano in un rapporto volto a fecondare valori di cultura, attraverso il controllo dell'operosità artistica che, naturalmente, non può non spettare all'aristocrazia intellettuale del critico.

Per la storia del costume teatrale, per il quale, regalando il diritto alla poltrona in teatro, il grande attore ritiene di comprare l'approvazione o il silenzio del critico, segnaliamo che, a coronamento della polemica, la direzione del Teatro Balbo di Torino con una lettera del 31 marzo 1921 indirizzata al direttore del giornale "L'Ordine Nuovo", interdice a Gobetti di intervenire agli spettacoli dello Zacconi. Documento di meschina grettezza, la lettera conclude così:

"Si pregia avvisarvi che da questa sera sono vietate le entrate ai signori del vostro giornale anche muniti di tessera a suo tempo da questa Direzione rilasciata, disponendo altrimenti della poltrona segnata per il vostro giornale. Col massimo rispetto di voi devotissimo. L'amministratore Delegato Felice Bosco".

 

Il momento desanctisiano della critica di Gobetti

Non si è compreso che la critica contro Zacconi ha radici ben più profonde che una banale questione di bottega, e va giudicata come una fase di sviluppo attraverso cui il giovane critico ricerca se stesso. In questo processo bisogna inserire e coordinare la critica di Gobetti a Maria Melato, che ha ridotto a scarna psicologia e a naturalismo chiaramente approssimativo La lupa che il Verga, invece, ha trasformato da fatto patologico in realtà artistica; la definizione di Antonio Gandusio "come attore della commedia dell'arte", perché l'attore si ferma a ripetere sulla scena una eterna macchietta, l'uomo che si stupisce, e siamo quindi in pieno Seicento, cioè all'arte stereotipica; i profondi limiti che il tempo gli ha posto e di cui non è riuscito a liberarsi Armando Falconi, nato in epoca di verismo artistico e di positivismo culturale; e infine la stroncatura di Angelo Musco quando Luigi Pirandello ritira le sue commedie dal repertorio dell'attore

"(...) perché uno è l'artista e diciamo pure l'artista più originale del nostro teatro moderno, e l'altro è il pagliaccio, l'attore da "varietà" o da piazza. E l'interpretazione di un pagliaccio a un'opera d'arte deve necessariamente ridurre a pagliacciata anche l'opera d'arte. Il buffone non può salire all'artista ed obbliga l'artista a discendere sino a lui (...)".

Giudizio impietoso che Gobetti ridimensionerà a proposito di Liolà, riconoscendone l'unico esempio di interpretazione vera e propria in cui Angelo Musco, rinunciando all'esuberante banalità dei suoi pezzi di bravura, ha saputo raggiungere la dignità dell'arte.

Certamente Gobetti è fautore di un'arte che diremmo contemplativa e serena, che guida l'anima verso le regioni superiori dell'ideale, ma non v'è dubbio ch'egli condanna l'eccesso di realismo il quale perturba lo spirito e accende le passioni. Questo principio può essere meglio verificato tornando a Zacconi. Il verismo della sua rappresentazione è una forma attraverso la quale si esprime uno dei tre momenti spirituali, quello dell'arte, che rappresenta uno dei tre aspetti attraverso i quali si svolge la coscienza dell'imminenza dell'Assoluto; gli altri due sono (hegelianamente) la religione e la filosofia. A Gobetti non sfugge che l'arte è idealità che percorre tutto il reale e ne rende possibile l'analisi concreta, e in questa linea il verismo zacconiano potrebbe anche essere giudicato un elemento formale di quell'analisi. Però di fronte all'oggettività del mondo etico umano, l'arte rimane sempre idealità e quindi, secondo Gobetti, il verismo di Zacconi finisce con l'essere riduttivo del prodotto essenziale dell'arte che consiste nella tensione che deve nascere dall'urto fra la determinazione concreta della realtà artistica e la coscienza del suo senso ideale. Per maggiore chiarezza precisiamo che l'attore non deve entrare nella produzione dell'arte come individuo particolare, bensì come mera attività in cui si attualizza la sintesi estetica.

Ogni fatto artistico ha in sè qualcosa di misterioso. L'attore, secondo Gobetti, deve intendere e rappresentare, cioè risolvere quel mistero, affrontando l'opera d'arte nella sua interiorità e penetrando nel movimento sentimentale dell'autore con animo critico di misura. Zacconi, invece, coglie la fisica, la fisiologia e la patologia del protagonista. Siamo nel cuore della ricerca critica fondamentale di Gobetti, per il quale, quando una realtà non è pienamente matura (è il caso di una realtà battuta da un eccesso di verismo), l'ideale non appare ancora opposto al reale, e quindi quel mondo non può essere ricostruito nella sua propria sostanza, cioè nella forma di un regno intellettuale.

La battaglia di Gobetti a questo punto si colora e si dilata sino a indicare l'assenza di responsabilità storica della borghesia italiana:

"(...) che Ermete Zacconi sia riuscito per quarant'anni ad affascinare il pubblico con opere come questa (Gli spettri), non è meraviglia per chi sappia che cosa rappresentino nella vita italiana gli anni 1880-1914: la generazione bastarda che nacque dai costruttori del Risorgimento non ci seppe dare, fuorché in voci solitarie e sperdute, alcun valore culturale ed ideale. L'arte colla formula del verismo scendeva alla fotografia: e la reazione al verismo ero un frollo romanticismo pascoliano. Ermete Zacconi è l'attore di questo mondo di positivismo, di stasi. Egli ha un grandissimo significato nell'arte italiana: ha trasformato il fatto spirituale della tragedia in fisiologia. Il tempo suo non ha conosciuto la passione, la lotta ideale, ma soltanto i fenomeni di pervertimento ereditario, di degenerazione fisica (...)"[16].

Gobetti è ormai passato a De Sanctis. Nella pagina c'è l'eco del giudizio desanctisiano sull'opera del Guicciardini:

"La razza non è ancora sanata fa questa fiacchezza morale, e non è ancora scomparso dalla sua fronte quel marchio che ci ha impresso la storia di doppiezza e di simulazione. L'uomo del Guicciardini vivit, immo in sanatum venit, e lo incontri ad ogni passo. E quest'uomo fatale ci impedisce la via, se non abbiamo la forza di ucciderlo nella nostra coscienza (...)".

Così Gobetti ha espresso un giudizio di critica letteraria e un giudizio di vita etica perché per lui letteratura e vita morale e civile desanctisianamente si intrecciano.

Ermete Zacconi rappresenta nel teatro il positivismo italiano nato come intermezzo e stasi dopo l'anelito alla liberazione del Risorgimento, periodo di crisi in cui l'arte è potuta essere soltanto arte di transizione, cioè "non arte", se si eccettuano Carducci e d'Annunzio che con la loro personalità hanno superato il meccanismo convenzionale della vita.

Il giudizio etico nasce, invece, dallo studio cui Gobetti sottopone la vita italiana con costante riferimento a un ideale di maturità moderna, per cui "La Rivoluzione liberale" propugna una ristrutturazione sociale complessiva e un avvicendamento delle classi al potere come mezzo di rinnovamento della politica italiana e della pubblica moralità.

Nella seconda metà dell'Ottocento le condizioni storiche e culturali dell'Italia meridionale con una Napoli borbonica in cui ogni movimento di libera cultura è stato coscientemente paralizzato, hanno reso propizia l'esperienza hegeliana. Se entro la dialettica della vita spirituale l'arte viene superata secondo l'ordine di successione di valore nelle forme della religione e della filosofia come immediatezza, estraniazione e superamnento, essa è sottratta alla prova della storia e viene così decretata la sua morte, perché si nega la sua specifica autonomia. Qui si inserisce la riforma di Francesco De Sanctis il quale considera arte, religione e filosofia, forme non progredienti ma parallele che concorrono ad esprimere la sostanza storica di un'epoca. Il problema dell'arte si invera così e si risolve in uno storicismo concreto, dal momento che le diverse epoche storiche proiettano nell'arte, nella religione e nella filosofia il colore che la sola storia può offrire. Siamo sulla strada dell'arte realistica come riscossa contro la morte dell'arte decretata dalla filosofia hegeliana. All'interno della riforma desanctisiana l'arte ridiventa creatrice perché emerge un problematico contenuto umano; per esempio il destino dell'uomo, per il quale l'arte medesima sopravvive accanto alle altre attività attraverso il concetto di forma come espressione nel senso di cosa espressa e come il tradursi del contenuto, che è intellettuale in quanto ideologico, storico, etico, politico, religioso, ecc., in una specifica struttura organica ed individuale propria dell'opera d'arte e di quella situazione artistica. Quando l'idea è già passata nella forma e l'individuo vi si è innalzato, è raggiunta l'essenza dell'arte.

Zacconi non consegue tale risultato nell'Otello, perché non ha capito che tutta la tragedia è in Jago che costringe gli altri, anche Otello, ad accettare la sua personalità. In altre parole, Jago invera la forma, cioè l'espressione della malvagità che si pasce di sé medesima.

Chi voglia commisurare quanta parte della riflessione desanctisiana sia passata nel metodo critico di Gobetti, deve leggere gli scritti di critica teatrale  su Eleonora Duse e Alda Borelli. Se è vero che l'arte deve trapassare in una diversa e più alta forma di verità, per cui i fatti artistici, secondo De Sanctis, vengono situati nella generale cornice d'una progressiva incarnazione dell'ideale, Gobetti è rimasto coerentemente fedele a questo schema evolutivo desanctisiano. L'analisi dell'arte di Eleonora Duse ce ne dà la conferma. Il teatro per la Duse è educazione, che essenzialmente deve significare elevazione per il suo concetto... "di unità ideale in cui arte, moralità, verità rientrano in un rapporto sano"[17]. Inoltre l'arte della Duse rappresenta la liberazione della vita da tutte le formule e da tutti i limiti in cui il positivismo ha voluto contenerla. Per questo fine è necessario che in ogni attimo della vita si realizzi tutta la vita medesima. Se la logica rifiuta il mistero e la legge estetica postula che il mondo immediato debba avere il suo inveramento e la sua risoluzione nella chiarezza della mediazione spirituale, tuttavia non si può negare che il mistero esiste come fatto sentimentale, come abbiamo indicato nelle pagine precedenti. Nell'arte della Duse esso si configura come elemento centrale della sua personalità e come testimonianza di stimolo  che documenta l'inesauribilità della vita, in particolare della vita dell'attrice.

Nella recitazione della Duse l'opera scompare in quanto non viene analizzata, ma trasformata come un'esperienza mistica. "Così alla Donna del mare ella ha fatto in tre sere; un dramma di graduale ispirazione mistica, una prima volta; di statica malinconia, angosciosa, risolta poi in una pacata serenità, la terza. Di questa rinnovazione meravigliosa nessuno le può chiedere ragione in quanto ella supera concretamente nella vita sua tutte le passioni e tutte le espressioni artistiche realizzate dagli autori (...)".

Gobetti è così giunto a formulare il principio essenziale del suo metodo di critica teatrale per il quale l'applicazione di qualsivoglia estetica finisce col limitare ogni comprensione.

Questo accade perché nell'attore, quando è veramente tale, c'è una personalità di critico d'arte che rivive l'opera che ha di fronte senza sopprimerla, cioè senza moralmente diventare uno col personaggio che rivive ed obliando nell'opera la propria persona e la sua umanità "per cercare essenzialmente una contemplazione critica (Contemplazione perché serena; Critica perché riflessa, non immediata) di quell'opera che, indipendentemente (in un certo senso) da ciò che l'autore ha realizzato, egli, attore, realizza (...)".

E' insomma la formula dell'attore come critico-artista cui corrisponde nella sfera letteraria quella di artifex additus artifici. Esempio di questa attività in Italia nei primi decenni del secolo è stata, oltre la Duse, Alda Borelli,  che per la sua personalità, la quale ha trasceso ogni spunto soltanto morale, ha potuto interpretare le opere più diverse, è la sua interpretazione ha avuto sempre la validità di uno studio critico.

In conclusione, la vitalità dell'estetica gobettiana ci sembra che risalga sempre al De Sanctis. Il rivivere l'opera che ha di fronte da parte dell'attore, non è altro che la rappresentazione corporale dell'astratto. Ma l'astratto qui non è l'idea o lo Spirito, di cui per Hegel la forma sensibile è stata manifestazione inadeguata, bensì è quel contenuto problematico che De Sanctis ha affermato comune alla filosofia e all'arte. Si torna così all'uomo e alla sua concretezza reale. Gobetti ha chiuso così il circolo da Hegel a De Sanctis.


Un epigono di Gobetti: Franco Antonicelli letterato*

Nella nostra società gli uomini che si confrontano continuamente coi propri maestri diventano sempre più pochi e per questo è doveroso riandare ai loro tempi, ai loro amici, alla loro opera.

Franco Antonicelli è stato uno di questi uomini. Il primo amico della sua vita e della sua giovinezza, del tempo in cui l'amicizia con un uomo è più grande e conta più dell'amore con una donna, è stato Leone Ginzburg, il giovane esule dalla patria materna, la Russia, rivelato a se stesso ed ai compagni del Liceo D'Azeglio di Torino da Umberto Cosmo, il maestro destituito dall'insegnamento nel 1926 per antifascismo e del quale ci rimangono gli originali studi su Dante. Al Cosmo subentra, come giovane supplente, proprio Franco Antonicelli. Nella biblioteca degli studenti Ginzburg conosce Augusto Monti e, per mezzo suo, anche Pavese, e nasce così negli anni Trenta a Torino tra i quattro uno dei pochi, se non l'unico, cenacolo politico, morale e culturale dell'Italia civile rispetto all'altra Italia, quella del fascismo.

Quando Franco Antonicelli nella primavera del 1944 viene trasferito da Roma nelle carceri di Castelfranco Emilia ed ha notizia della morte in carcere di Ginzburg, egli rivive lo spirito di quel sodalizio in un breve frammento poetico dal titolo Cartolina a Pavese, dove la luce  della poesia s'invera proprio nella chiusa, quando tocca l'ombra dell'amico non nominato, Leone, ormai dopo la morte divenuto giudice della coscienza e delle opere, gli "stenti" dei suoi compagni superstiti.

D'improvviso le Langhe! E t'ho pensato.

Dure, gialle, custodi al sole, arate

da grandi ombre. Lì è nata la tua voce

il gusto dei solinghi pentimenti.

Mesi non ci parliamo, anni, ma solo

per quell'urto del sangue che ho sentito

io ti saluto. Un'ombra c'è tra noi

che giudica severa i nostri stenti.

E' la storia di quell'amicizia (l'incontro a Regina Coeli nel novembre 1943, quando Antonicelli detenuto si trova di fronte all'amico prigioniero sotto falso nome, i giorni di vita in comune, le lezioni che Ginzburg fa in cella ai compagni di prigionia su Tolstoj e Dostojevskij e poi il 9 dicembre 1943 viene chiamato col suo vero nome, allontanato e portato in altro ramo del carcere e raccomanda all'amico i figli, e l'ultimo abbraccio e poi, dopo notizie saltuarie, quella definitiva, luttuosa, da cui, come abbiamo visto, nasce Cartolina a Pavese) resta consacrata e celebrata nello scritto dal titolo Aquilante che vorremmo vedere incluso in qualche antologia perché sia letto dalla nostra gioventù studiosa per la sua funzione altamente educativa. La reminiscenza ariostesca dell'inizio (Orlando Furioso, XX 104) dice le prerogative di raffinatissimo letterato di Antonicelli.

"Aquilante era Leone Ginzburg,

ed io ero Grifone.

Questi erano i due figli di Oliviero,

Grifone il bianco ed Aquilante il nero.

Così lui ed io, amici quasi fratelli, ci chiamavamo, con questi nomi ariosteschi, per tenere segreti i nomi veri alla polizia (dal '34 in poi); perché egli era incredibilmente nero, di occhi, di viso, di capelli ed io ero biondo".

E' difficile dire della attività di letterato di Antonicelli: appunti, note di diario, saggi, discorsi sparsi in giornali come "L'Opinione", "La Stampa", "L'Astrolabio", "Il Ponte", "Il Radiocorriere", "Nuova Società", ed ancora piccoli poemi in prosa raccolti ora nel volume dell'ERI Il soldato di Lambessa che purtroppo, nonostante la suggestiva originalità del titolo, pochi hanno letto, ed infine moltissime poesie giocose, conviviali, satiriche, che Antonicelli spesso ha scritto e donato agli amici senza tenerne una copia e subito dimenticandosene, sicché qualcuno un giorno dovrà pur raccoglierle perché non vadano inesorabilmente disperse.

Educato sui classici italiani e francesi, i poeti che egli ha preferito e intorno a cui ha lavorato per anni sono stati Pascoli e Gozzano. A quest'ultimo specialmente egli è rimasto sempre fedele. Dal saggio Come nacque la Signorina Felicita al volumetto in cui ha raccolto scritti rari su Gozzano, accompagnandoli con lo studio delle varianti, La moneta seminata, Milano 1968, fino all'edizione Tallone del 1970, si registra una fedeltà che è soprattutto consonanza di stile: la pagina scritta bene, la parola giusta, ma anche un certo vagheggiamento gozzaniano di memorie torinesi, di stampe antiche, di ricordi domestici e di immagini del passato. "Ha amato le piccole case editrici appartate, che non cercano i loro lettori perché sono i lettori che cercano loro, come Scheiwiller" ha scritto Bobbio di lui.

E per amore del libro, Antonicelli, che è stato infaticabile lettore, si è fatto in tempi diversi editore, fondando due case editrici: quella del tipografo Frassinelli intorno al '30 che ha presentato nella traduzione di Pavese Mobj Dick di Melville, Armata a cavallo di Babel e due volumi di Kafka, Il processo e una raccolta di novelle. Il lettore non dimentichi che le traduzioni pavesiane di letteratura americana unite a quelle di letteratura russa di Ginzburg, sono state durante il fascismo non solo una forma di opposizione, ma anche il mezzo per tenere ancora legata la nostra cultura a quella europea. L'altra casa editrice Antonicelli ha voluto intitolare al nome di uno stampatore quattrocentesco piemontese, Francesco de Silva, ed essa si è sviluppata soprattutto dopo la Liberazione. Il primo libro uscito da quella tipografia nel 1942 è stato la Germania di Madame de Stael con l'intento di "far conoscere la Germania che amammo contro quell'altra".

Si comprende bene che per un uomo come Franco Antonicelli nella sfera della politica non può esserci che una concezione etica, nel senso che non bisogna rinvenirvi un'attività che accresca la potenza personale e della propria parte, ma una forma di vita associata che propugni la liberazione degli altri e proprio di quelli che chiedono, attraverso la politica, maggiore libertà e maggiore giustizia. E per questo Antonicelli ha pagato di persona con un primo periodo di carcere nel 1929 per aver firmato la lettera indirizzata da Umberto Cosmo e Croce, in segno di solidarietà per il discorso del filosofo napoletano al Senato durante il dibattito per la ratifica dei Patti Lateranensi (U. Cosmo firma molto volentieri perché la firma deve attestare all'illustre amico la sua ammirazione e la sua devozione per lui; pensa però che più alto onore all'opera sua di libero filosofo e di carattere fiero non potesse venire che dalla ingiuria del potente verso di lui. Dalla Lettera a Benedetto Croce, Senatore del Regno), e con un secondo periodo di confino ad Agropoli (Salerno) nel 1935 col gruppo della rivista einaudiana La Cultura e con gli organizzatori del movimento clandestino Giustizia e Libertà, ed infine l'ultimo arresto il 6 novembre 1943 a Roma dove ha partecipato all'organizzazione della Resistenza.

Presidente del Comitato di Liberazione Regionale per il Piemonte, senatore per due legislature come indipendente di sinistra, Franco Antonicelliè rimasto sempre fedele al nucleo liberale del suo pensiero per il quale nella degenerazione di una società che sopravvive a se stessa, la classe operaia gli è sembrata l'unico soggetto sociale capace di un autentico rinnovamento; ha seguito senza alcuna prevenzione i movimenti giovanili perché convinto che la Resistenza, quella vera, non è stata che un episodio grande, ma effimero, e poi è venuta la stanchezza, e perciò bisogna continuare a resistere prima di tutto alla tentazione di darsi per vinti, e poi a quella di cessare di battersi per far capire alla gente, anche alla più ottusa, che la Resistenza non è e non deve essere un partito, ma può essere ancora un incontro, un colloquio, una presa di contatto, un dialogo: un avviamento fra avversari politici ad intendersi e a rispettarsi.

Ecco perché noi sentiamo in Franco Antonicelli la presenza di spiriti gobettiani nonostante che proprio egli, ricordando Gobetti allievo ufficiale ed il sentimento provato di fronte a lui, abbia scritto nella prefazione a L'Editore ideale: "Io studente lo attesi una volta all'uscita di quella scuola, che era comandata da mio padre. Ricordo esattamente che mi annunciò la nuova rivista (la "Rivoluzione Liberale"). Ero di quelli che non capivano... Dirò che il suo ingegno mi sorprendeva ed affascinava, ma sentivo con disperazione che la distanza fra lui e me era troppo grande e mi annullava. Ci sono volute molte esperienze per colmarla un poco".

Quali esperienze, dopo quelle già citate? Lo scatto della sua indignazione morale di fronte al sopruso, alla viltà, alla fiacchezza, ai tentativi di accomodamento. Se ne è avuta una prova nella discesa in campo aperto a Genova nel luglio del 1960 contro il governo Tambroni, e nei giorni del colpo di stato in Cile, quando ha chiesto a tutti fermezza, intransigenza ed inflessibilità nel giudizio di infamia per quei generali infami, ed atti calcolati nelle loro conseguenze politiche, e non proteste generiche, ed inoltre lo sforso per non imbalsamare l'antifascismo e la lotta di liberazione in miti di maniera, secondo quanto hanno interesse a fare proprio le forze che all'antifascismo ed alla Resistenza si sono opposte per interessi di classe o per dissenso ideologico, e soprattutto la lucidità veramente gobettiana nell'aspettazione della morte, anche questa passata attraverso la letteratura. "La morte mi gira intorno, -desiderosa mi fiuta - poi non so che l'attira - altrove o la metto in fuga. - Ma tornerà. Così forte - l'odore delle ferite - è in me che irresistibile - s'avventerà con furore". Proprio così. Chi giorno per giorno ha seguito il decorso della sua malattia, ha avuto l'impressione che il 6 novembre 1974, a 72 anni, la morte gli si sia avventata addosso come egli ha previsto nei suoi versi: "con furore".

 

L'antifascismo in tre lettere come storia ideale ed eterna

Ci sono diverse forme di schiavitù spirituale. La peggiore di tutte è quella che piega alla fatalità immanente del regime autoritario che scatena forze demoniache ed incontrollabili fuori del regno della volontà ed opera brutalmente su tutti. In tali circostanze sentiamo la nostra umanità offesa e diminuita, e perciò essa reagisce e lotta angosciosamente per sublimarsi in una libertà spirituale attraverso l'adesione più completa tra l'atto e il fatto. L'atto può essere un semplice documento scritto dove le parole non sono frammenti tarlati dalla retorica, ma segni che vivono in funzione del loro significato universale in quanto hanno assimilato la voce della coscienza dell'uomo libero. La storia dell'antifascismo italiano è ricca di queste testimonianze.

 

Nella Torino di Gobetti e di Gramsci

Siamo nella Torino di Gramsci e di Gobetti. Centri attivi di opposizione al fascismo sono da una parte le fabbriche, dove la naturale resistenza delle masse operaie trova una guida ed un sostegno nell'apparato clandestino del Partito comunista, e dall'altra l'Università dove arrivano giovani educati sui banchi delle scuole medie superiori da docenti come Umberto Cosmo ed Augusto Monti, ed attingono ora alla parola ed all'esempio di maestri come Gioele Solari, Francesco Ruffini, Mario Carrara e Lionello Venturi. Costoro il trigesimo della morte di Piero Gobetti, avvenuta a Parigi il 15 febbraio del  1926, convengono tutti nello studio piccolo e pieno di libri dove Piero ha lavorato, studiato e scritto, per una commemorazione desiderata dalla moglie. Parla Augusto Monti e ricorda il giovane Gobetti come un capitano che ha apparecchiato l'esercito e lo ha guidato nelle prime battaglie, e poi è scomparso come i mitici eroi che sono partiti e non sono tornati più e nessuno ha visto morire.

Proprio quell'anno, 1926, il ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele costringe il professor Umberto Cosmo a lasciare la cattedra d'insegnamento al Liceo "D'Azeglio" di Torino per incompatiubilità tra il pensiero personale e le generali direttive politiche del governo. Il professor Cosmo è il più antico dei maestri (Zino Zini, Augusto Monti, Italo Maione, e della generazione successiva Leone Ginzburg, Massimo Mila, Norberto Bobbio e Cesare Pavese) e al Liceo "D'Azeglio" ha lasciato indistruttibile ricordo della sua fermezza antifascista; ma è anche un italianista che ha firmato opere di grande rilievo nella storia della nostra cultura, specialmente in relazione a temi francescani (Con Madonna Povertà) e danteschi (Vita di Dante, Con Dante attraverso il Seicento, L'ultima ascesa, un libro fondamentale sulla terza cantica, e Guida a Dante, una rassegna bibliografica). Al momento di lasciare la cattedra, il professor Cosmo scrive al ministro la seguente lettera:

All'Ecc. Il Ministro della Pubblica Istruzione

[...] L'Ecc. Vs. mi concede quindici giorni per giustificarmi; ringrazio, ma confesso che non veggo di che mi debba discolpare; non si adduce contro di me solo un fatto sul quale io possa in modo concreto discutere e ciò che più importa, anzi, che a me solo importa, sull'opera mia di insegnante non c'è nella lettera dell'Ecc. Vs. l'ombra di un appunto. Vuol dire che non si è potuto trovarlo, e sapevo che non si sarebbe potuto, perché se io esaminando me stesso avessi trovato che pure una volta avessi della cattedra fatto sgabello politico, la condanna che io avrei pronunziato di me stesso sarebbe stata ben più grave di qualunque sanzione l'autorità possa oggi prendere su di me. Nella lettera dell'Ecc. Vs. c'è solo una affermazione generica di incompatibilità tra il mio pensiero e quello del partito che, come l'Ecc. Vs. siede al potere. Ora per tale affermazione e contro tali accuse agli uomini della mia generazione nati e cresciuti nella libertà, non resta che appellarsi al diritto inalienabile che ha lo spirito umano di manifestare quello che esso reputa essere il vero diritto che nella realtà della storia può essere violato, ma che quando da chi lo afferma viene esercitato come io so di averlo sempre eserecitato, senza vellicamento mai di alcuna passione e con la più austera severità di forma, diventa sacro pur nella coscienza di coloro che praticamente lo negano. Perciò, in quest'ora così grave per me, così dolorosa per la mia famiglia, benché io sappia che dovrò fra pochi giorni abbandonare quella cattedra su cui sono salito per obbedire a quella che mi parve la ragione stessa della mia vita, io mi sento sereno, e poiché al di sopra delle nostre persone che passano, sta la scuola che resta,  per il bene di questa e perciò della patria, auguro all'uomo il quale salirà sulla cattedra dalla quale io sono costretto a discendere, di portare su di essa la libertà e la dignità con le quali io l'ho per tanti anni occupata.

Con osservanza dell'Ecc. Vs.

Umberto Cosmo

E' il preludio ad altri provvedimenti del genere. Perde la cattedra al Liceo Scientifico e la libera docenza di Letteratura tedesca all'Università di Torino Barbara Allason che con Leone Ginzburg ha dato vita al secondo gruppo di Giustizia e Libertà dopo l'arresto di De Andreis, Garosci e Scala.

E proprio Leone Ginzburg si trova nel 1934, nella sua qualità di libero docente di Letteratura russa all'Università di Torino, nella necessità di scegliere tra cattedra e libertà. Non v'è dubbio da qual parte stia Ginzburg. Sobrio ed intransigente per natura, come era stato Piero Gobetti, egli risponde con stile asciutto e riflessivo quanto era stato estrinseco e sensibile Umberto Cosmo, all'invito di prestare fedeltà al partito fascista. Due temperamenti diversi, ma una sola scuola, una sola moralità. Ecco la lettera di Ginzburg al preside della Facoltà di Lettere di Torino:

Illustre professore, ricevo la circolare del Magnifico Rettore, in data 3 gennaio, che mi invita a prestare giuramento la mattina del 9 corr. alle ore 11, con la formula stabilita dall'art. 123 del T.U. delle leggi sull'Istruzione superiore.  Ho rinunciato da un certo tempo, come Ella sa bene, a percorrere la carriera universitaria e desidero che al mio insegnamento non siano poste condizioni se non tecniche e scientifiche. Non intendo perciò prestare il giuramento sopra accennato. Nell'attesa di sue disposizioni per quanto si riferisce al mio Corso libero di Letteratura russa, La prego di voler comunicare il contenuto della presente al Magnifico Rettore, e di gradire i miei devoti ossequi.

Leone Ginzburg

Le lettere che abbiamo trascritto sono due documenti che svelano una filosofia della storia secondo cui niente accade per una inevitabile concatenazione di cose, senza un intervento diretto e deciso della volontà.  Se l'uomo ha piena e reale conoscenza del mondo storico che è costruzione ed opera umana, ha anche consapevolezza che il divenire storico si rispecchia in una legge ideale che, se pure non si identifica con il divenire delle cose, appare tuttavia in esso attiva ed operante.

 

Storia ideale ed eterna

Per Umberto Bosco e Leone Ginzburg il fascismo è stato un'ideologia della negazione, del rifiuto di quel mondo civile che da due secoli si riassume nell'ideale della democrazia, cioè di un processo difficile e laborioso di educazione nella libertà, di governo attraverso il controllo ed il consenso, di graduale sostituzione della persuasione alla forza. Il fascismo, invece, è stato anticiviltà ed antistoria, incapacità da parte dello spirito umano di prendere effettivo possesso del mondo. Perciò esso non ha potuto coincidere con la psicologia di Cosmo e di Ginzburg, col loro modo di concepire e di vedere il mondo. In virtù della libertà, Cosmo e Ginzburg hanno studiato ed interpretato le tradizioni per ricercarvi la testimonianza di una primitiva intuizione del mondo elaborata dall'uomo e nata dalla sua esperienza e l'esistenza di leggi comuni per le quali si sono sviluppate la storia e la civiltà umana. Per questo ogni età ha un carattere essenziale e necessario, e la storia è una creazione continua di valori e di civiltà. Studiarla significa indagare i caratteri della spiritualità dell'uomo e restaurare così la tradizione e la coscienza del genere umano. Per far ciò si deve ammettere l'incompiutezza della scienza umana, ma contemporaneamente si deve essere convinti che il conosciuto ed il conoscibile sono sempre storificabili. Tutte le forme di vita e di pensiero sono create ed esperimentate dagli uomini e quindi debbono essere contenute in potenza nella mente umana. Perciò siamo in grado di evocare la storia dell'uomo dal profondo della nostra coscienza. E così noi, quando abbiamo letto lo scritto di Umberto Cosmo e di Leone Ginzburg, spontaneamente siamo andati con la memoria e con l'animo ad un'altra lettera, scritta da Ugo Foscolo da Milano alla sua famiglia in data 31 marzo 1815, prima dell'abbandono definitivo dell'Italia da parte dello scrittore alla vigilia del giorno in cui deve giurare fedeltà al nuovo governo degli Austriaci:

Miei cari,

[...] L'onore mio, e la mia coscienza, mi vietano di dare un giuramento che il presente governo domanda per obligarmi a servire nella milizia, della quale le mie occupazioni e l'età mia ed i miei interessi m'hanno tolto ogni vocazione. Inoltre tradirei la nobiltà, incontaminata fino ad ora del mio carattere, col giurare cose che non potrei attenere, e con vendermi a qualunque governo. Io per me mi sono inteso di servire l'Italia, nè, come scrittore, ho voluto parer partigiano di Tedeschi, o Francesi, o di qualunque altra nazione: mio fratello fa il militare, e dovendo professare quel mestiere ha fatto bene a giurare; ma io professo letteratura, che è arte liberalissima e indipendente, e quando è venale non val più nulla. Se dunque, mia cara madre, io mi esilio e mi avventuro come pròfugo alla fortuna ed al cielo, tu non puoi nè devi nè vorrai querelartene; perché tu stessa mi hai ispirati e radicati col latte questi generosi sentimenti, e mi hai più volte raccomandato di sostenerli, io li sosterrei con la morte. Non sono figlio sleale e snaturato se t'abbandono; perché vivendoti più lontano, ti sarò sempre più vicino col cuore e con tutti i pensieri; e come in tutte le circostanze della mia diversa fortuna io fui sempre eguale nell'aiutarti, così continuerò, madre mia, finchè avrò vita e memoria; e la mia santa intenzione e la tua benedizione mi assisteranno. [... ] Intanto addio...

Il rapporto tra i documenti epistolari citati conferma che vi è un principio di identità tra storia umana e natura umana; quest'ultima si potrebbe definire uno stato platonico permanente, oltre che funzione della storia. La lettera del Foscolo è un messaggio di rivolta. Ma questo messaggio non è stato dettato da una superiore aristocrazia e da una individualità eroica, tesi questa che pur presenta elementi di verosimiglianza nel clima romantico nel quale Foscolo scrive, bensì da una dottrina razionale di derivazione settecentesca che ha postulato l'affermazione perentoria ed integrale della libertà individuale, nella quale l'uomo si è affermato come soggetto di una libera autoproduzione razionale. E' la prima forma moderna di moralità europea. L'individuo, ed è questo il caso del Foscolo, presuppone la libertà, perché concepisce se stesso come un essere che ha il carattere della ragionevolezza, ed è cosciente che le sue azioni rispondono al principio di causalità, in quanto sa di essere dotato di libera volontà. La nostra vita è continuità di pensieri, azioni ed esperienze, cioè coscienza della nostra concreta individualità spirituale volta alla verità, che sappiamo non essere mai una conquista piena ed una certezza, ma una inesausta e nobile tensione dell'anima.

Le lettere di Umberto Cosmo e di Leone Ginzburg, d'altra parte, ammoniscono che l'evoluzione umana si è concretata in successione sino al grado più alto di civiltà, quello della libertà concepita in termini politici, che postula la comprensione reciproca degli uomini e l'esistenza di un mondo umano comune, partecipabile ed accessibile ad ogni individuo. Così l'uomo storico scopre l'altro in se stesso e porta alla luce forze a lungo rimaste sepolte nel nostro essere. In questo modo egli attua un ordinamento superiore delle cose umane che si realizza nella storia in quanto è il risultato delle forze umane medesime spiegate nella storia stessa. Ciò accade quando gli uomini si propongono di vivere secondo la legge, in relazione esterna di influenza reciproca che deve essere governata soltanto dal principio della libertà.

Si rifletta alla data in cui sono scritte le lettere dei due intellettuali torinesi: il 1925 quella di Cosmo ed il 1934 quella di Ginzburg. L'una e l'altra sono documenti dell'alto grado di resistenza all'indottrinamento esterno e bollano a sangue un regime di prepotenza che non tollera gli uomini liberi e gli avversari politici che si richiamano a princìpi ideali ed a questi tengono fermo.

Si comprende meglio la lettera di Cosmo se la si considera come una risposta al fascismo che ha posto una nuova domanda di cultura per puntellare il suo potere nel convegno di Bologna del 1925 col manifesto degli intellettuali fascisti che mette in moto la vasta operazione di copertura ideologica e culturale di cui Gentile diventerà interprete principale. E si comprende meglio la lettera di Ginzburg, se si considera che essa coincide proprio col momento in cui si conclude la lunga vicenda dell'Enciclopedia italiana Treccani. Questa vicenda, iniziata alla fine degli anni Dieci come programma di rafforzamento della borghesia italiana alla vigilia della prima guerra mondiale, è passata a metà degli anni Venti attraverso la cattura delle forze intellettuali più vive della nazione all'interno del progetto di organizzazione dello Stato totalitario. Il 26 giugno 1925, difatti, appare il manifesto indirizzato dall'Enciclopedia al pubblico in nome dell'imparzialità scientifica e politica dell'opera, ma in realtà come richiamo all'unità della cultura italiana che è stata infranta dal conflitto ideologico del biennio successivo al delitto Matteotti. Infine, negli anni Trenta si svolge la terza fase dell'Enciclopedia. Nell'intenzione del legislatore fascista essa deve assumere la funzione di un monumento di appoggio al regime consolidato, uno strumento di ricerca e di controllo del consenso. La lettera di Ginzburg del 1934 può essere considerata un colpo di piccone a quel monumento. Ma tutte e due le lettere sono una testimonianza di intellettuali che non si sono lasciati condizionare dalla cultura fascista, ed anzi consapevolmente hanno posto le premesse per l'abbattimento di quella cultura. Nell'ascendenza foscoliana che abbiamo indicato sta tutta la loro nobiltà.

 


[1] A. Gramsci, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Einaudi, Torino 1955, p. 173.

[2] U. Morra, Il messaggio di Piero Gobetti, Roma, s.d., p. 17.

[3] In Lettera a Niccolò Filippi, Milano, 11 maggio 1827.

[4] Cfr. G. Mazzini, Scritti editi ed inediti, vol. X, Milano-Roma 1861-1891, pagg. 134-137.

[5] Idem, ibidem, vol. XIV, p. 148.

[6] Cfr. P. Gobetti, B. Croce, e i pagliacci della cultura, in "Energie Nove", serie I, n. 2, 15-30 novembre 1918, p. 27, ora in P. Gobetti, Scritti politici, Einaudi, Torino 1960, p. 20.

[7] Cfr. Dalla biblioteca di Piero Gobetti, Note Inedite a cura di Nini Agosti, in Centro studi Piero Gobetti, Quaderno n. 12, marzo 1967, p. 24.

[8] Si legge in Antologia della Rivoluzione liberale a cura di Nino Valeri, De Silva, Torino, 1948, ed in Piero Gobetti, Scritti politici, vol. I, a cura di Paolo Spriano, Einaudi, Torino 1966.

[9] Marc'Aurelio, I ricordi, a cura di Francesco Cozzamini, Einaudi, Torino 1960, pp. 76-77.

[10] Cfr. B. Croce, Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale, Bari 1950, dove è rifusa una memoria letta dal filosofo nell'Accademia Pontaniana di Napoli nelle tornate del 18 febbraio, 18 marzo e 6 maggio 1900, a p. 62.

[11] P. Gobetti, Scritti di critica teatrale, Einaudi, Torino 1974, p. 627.

[12] Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, II, Laterza, Bari 1975, p. 539, par. 558, sez. sull'arte.

[13] P. Gobetti, Scritti di critica teatrale, cit., p. 146.

[14] Ibidem, pp. 141-142.

[15] Ibidem, p. 135.

[16] Ibidem, p. 146.

[17] Ibidem, p. 173.

* Su Franco Antonicelli si veda la nostra recensione a Franco Antonicelli, Ricordi fotografici, Bollato Boringhieri, Torino 1989 dal titolo Ricordi fotografici di Franco Antonicelli, in Corriere, Anno IV, n. 6, giugno 1989, p. 2.


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