Nuova sospensione delle attività
La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
Sulla base di quanto deliberato durante l'ultima Assemblea, giovedì 27 febbraio 2020 si procederà alle elezioni del nuovo Consiglio Direttivo e all'approvazione delle modifiche dello Statuto. Si... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home
SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 108 - (18 novembre 2013) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 18 Novembre 2013 16:30

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 18 novembre 2013]

 

Nell’ultimo Rapporto della commissione europea (ottobre 2013), si legge che, in tutti i Paesi dell’eurozona, è in atto un significativo processo di deindustrializzazione, e si auspica che – a seguito dell’attuazione di “riforme strutturali” – si generi un’inversione di rotta tale da portare il tasso di industrializzazione dall’attuale 13% in rapporto al PIL al 20% entro il 2020. L’Italia è, fra i Paesi dell’eurozona, quello maggiormente coinvolto in questo processo. E’ certamente vero che la deindustrializzazione costituisce l’altra faccia della c.d. finanziarizzazione (ovvero della crescente propensione delle imprese a utilizzare risorse per fini speculativi nei mercati finanziari), ma non è chiaro per quale ragione – a fronte del fatto che le imprese italiane sono meno finanziarizzate di quelle della gran parte degli altri Paesi dell’eurozona – la deindustrializzazione sia un fenomeno maggiormente accentuato nel nostro Paese (e ancor più nel Mezzogiorno). Si stima, a riguardo, che, nel corso del 2013, si è raggiunto il record di aziende chiuse per fallimento. In particolare, nel corso del primo trimestre del 2013, sono stati avviate circa 3.500 pratiche di fallimento, circa il 12% in più rispetto al 2012. Dal 2009, le aziende italiane fallite sono oltre 45.000. A ciò si può aggiungere che ciò che resta del settore industriale italiano è, in larga misura, di proprietà straniera: si pensi ai casi di Star, Carapelli, Bertolli e Riso Scotti ora di proprietà spagnola, di Gancia di proprietà russa, di Parmalat, Galvani, Locatelli e Invernizzi acquisite da imprese francesi, di LoroPiana, Gucci, Bulgari e Fendi anch’esse francesi, di Baci Perugina e Buitoni, oggi di proprietà Nestlè (Svizzera) e Fiorucci (Spagna). E’ convinzione diffusa che la crescente minore incidenza del settore industriale in Italia dipenda essenzialmente dagli eccessivi oneri burocratici, dall’inefficienza della pubblica amministrazione, dalla presenza della criminalità organizzata, dalla lentezza delle procedure giudiziarie, aggiungendo che questi problemi sono maggiormente accentuati nel Mezzogiorno e che ciò spiegherebbe la sostanziale desertificazione produttiva delle regioni del Sud. Si tratta di una tesi che, sebbene colga parte del problema, non riesce a dar conto del perché, a fronte del fatto che questi problemi sono strutturali, essi abbiano potuto contribuire a generare la drammatica caduta degli investimenti – in Italia e nel Mezzogiorno – nel corso degli ultimi anni. Questa tesi è, tuttavia, rilevante dal momento che legittima la presunta necessità di interventi di semplificazione e delle c.d. riforme strutturali: liberalizzazioni e ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, in primo luogo. La logica che è alla base di provvedimenti di liberalizzazioni consiste nella convinzione stando alla quale la concorrenza stimola l’innovazione. E’ bene chiarire che si tratta di una convinzione molto discutibile: i principali flussi di innovazione registratisi negli ultimi decenni (ci si riferisce, in particolare, alle innovazioni nel settore informatico) sono derivati da investimenti effettuati in mercati oligopolistici o monopolistici, spesso – ed è soprattutto il caso degli Stati Uniti – attraverso trasferimenti pubblici al settore militare, nel quale l’attività di ricerca è più intensa. A ciò viene aggiunto che, sulla base del dogma per il quale tutto ciò che è pubblico è inefficiente, è necessario ridurre i trasferimenti pubblici alle regioni meridionali (dal momento che avrebbero il solo effetto di accrescere la corruzione e gli “sprechi”) e incentivare, semmai, le “vocazioni naturali” del territorio: turismo e agricoltura, innanzitutto. Va rilevato che gli studi empirici sull’ipotesi di crescita trainata dal turismo sostanzialmente concordano nel ritenere questa ipotesi suffragata per i Paesi in via di sviluppo. Nel caso di Paesi con tradizione industriale, per contro, si rileva che politiche fortemente orientate a generare una struttura produttiva orientata al turismo sperimentano, di norma, bassi tassi di crescita. Contrariamente all’opinione dominante, si può affermare che la deindustrializzazione è in larghissima misura imputabile alle politiche di austerità messe in campo negli ultimi anni (sotto forma di riduzione della spesa pubblica e aumento dell’imposizione fiscale) e all’assenza di politiche industriali. E’ significativo, a riguardo, il fatto che, diversamente da quanto è accaduto nei principali Paesi dell’eurozona (Francia e Germania in primis), in Italia gli interventi dello Stato a favore delle imprese sono stati significativamente ridotti, più che dimezzandosi nel periodo compreso fra il 2006 e il 2011. Poiché la gran parte dell’imprenditoria italiana, soprattutto in fasi recessive, sopravvive grazie a sussidi pubblici, la loro riduzione – in regime di crisi - ha ovviamente contribuito a produrre un massiccio incremento del numero di fallimenti o, nella migliore delle ipotesi, un drastico calo dei profitti, soprattutto delle imprese localizzate nelle aree meno sviluppate del Paese, e, a seguire, una rilevante contrazione degli investimenti. Ciò a ragione del fatto che il Mezzogiorno ha una struttura produttiva composta prevalentemente da imprese di piccole dimensioni, poco internazionalizzate e con bassa propensione all’innovazione. Poiché si tratta di imprese che operano essenzialmente su mercati locali, la riduzione della spesa pubblica – riducendone i mercati di sbocco – ha ridotto i loro profitti. Con ogni evidenza, il problema è accentuato da fenomeni di restrizione del credito e, per quanto riguarda il Mezzogiorno, dal razionamento del credito, secondo un circolo vizioso per il quale la riduzione della spesa pubblica genera riduzione delle dimensioni aziendali e la riduzione delle dimensioni aziendali disincentiva l’erogazione di credito da parte delle banche. E’ ben noto, infatti, che le banche (in particolare le banche italiane), nel decidere se concedere o meno finanziamenti alle imprese, tengono conto delle loro dimensioni, attribuendo a imprese di grandi dimensioni bassa probabilità di fallimento e, per converso, elevata rischiosità per i finanziamenti erogati alle piccole imprese. Sarebbe sufficiente affidarsi al “buon senso” e prendere atto del fallimento delle politiche di austerità, per evitare la desertificazione produttiva del Paese (e, ancor più, del Mezzogiorno) e, dunque, per evitare che la recessione finisca per diventare una storia senza fine.


Torna su