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Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
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Home I mille racconti I mille racconti FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 17. Favola della grande campana
FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 17. Favola della grande campana PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Mercoledì 20 Novembre 2013 07:55

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


E’ trascorso tantissimo tempo da quando un marinaio, oggi ormai scomparso, arrivò in gran Bretagna e si ammalò nella città di Londra. Ma di lui è rimasta ancora viva la sua storia.

Rimase il marinaio russo a Londra. I compagni lo ricoverarono in un buon ospedale di Londra e gli lasciarono quanto era necessario in soldi e viveri.

«Curati bene, guarisci presto, amico, e aspettaci qui al ritorno con la nostra nave!» – dissero i compagni dell'equipaggio e partirono per la rotta di ritorno verso le terre russe.

Il marinaio non rimase a lungo nell'ospedale. Lo curarono con buone medicine,senza badare al risparmio,  con ogni sorta di pozioni, di polveri e di gocce. La vita ebbe ragione sulla malattia. Non era un giovane da nulla, ma un purosangue delle terre della città d'Arcangelo,  un figlio di genitori indigeni delle zone vicine ai mari nordici, dove abitano popolazioni assai temprate. Uno così difficilmente si piega alle malattie!

Una volta dimesso dall'ospedale, il marinaio russo si ripulì la marinara, lustrò i bottoni a specchio, passò un ferro rovente sugli altri articoli del suo abbigliamento della marina e si diresse al porto per cercare dei compaesani.

«Non ci sono i tuoi compaesani» – gli dissero al porto. «E' la terza settimana che l'Islanda ci manda le sue nebbie. Non possono esserci adesso delle vele russe a Londra.»

«Poco male» – rispose il marinaio. «I miei occhi non si lasciano sfuggire nulla. Anche sulle vostre navi troverò dei miei compaesani.»

Disse così e si presentò in visita su un veliero della marina militare del Regno Unito. Si pulì i piedi sulla stuoia, fece il saluto militare alla bandiera britannica. Si annunciò. Si presentò.

Agli inglesi fece piacere vedere tutto ciò, dato che i regolamenti della marina sono uguali ovunque.

«Niente da ridire, si vede che sei un vero marinaio! Peccato, però, che non troverai dei compaesani sulla nostra nave!»

Il marinaio sorrise, non disse niente e si avviò dritto dritto verso l'albero maestro.

«A che pro», – pensarono i marinai inglesi, – «può interessarlo il nostro albero maestro?»

Il marinaio russo gli si avvicinò, lo carezzò con la mano e disse: «Ciao! Come stai, compaesano mio, bel pino di Arcangelo?»

Tornò in sé l'albero maestro, rinacque, come se si fosse risvegliato da un lungo sonno. Si mise a rumoreggiare come i pini per alberatura della foresta russa, versò persino un’ambrata lacrima di resina.

«Salve a te, compaesano! Raccontami, come vanno le cose a casa?»

I marinai inglesi si scambiarono gli sguardi: «Guarda, guarda, davvero non si lascia sfuggire niente! Ha trovato un suo compaesano addirittura sulla nostra nave.»

Il marinaio intanto conversava in confidenza con l'albero maestro. Raccontava le cose di casa, lo abbracciava come un amico di vecchia data: «Stai proprio bene. Vedo che sei bello e forte! Sei un ottimo pino per alberatura. Neppure tutti i venti dei mari sono riusciti a soffiarti via quell'aria natia della foresta di pini russa. E neanche le tempeste più forti ti hanno piegato, bravo, bravo!»

I marinai inglesi si guardarono ed esclamarono: «Ma che storia è questa!»

Pure i bordi della nave stavano sorridendo al marinaio russo, il ponte si stendeva proprio ai suoi piedi e lui riconosceva anche in loro un disegno caro, distingueva in loro boschi, foreste, querceti delle natie terre russe.

«Accidenti, quanti compaesani ha trovato! Sulla nave straniera si sente come a casa» – bisbigliarono fra loro i marinai inglesi.

«Perbacco, persino le nostre vele lo accarezzano!»

Le vele di lino accarezzarono il marinaio russo e si contorsero ai suoi piedi anche tutti i cavi da ormeggio, attaccandosi a lui come ad un loro fratello.

«Ma come mai le vele ti accarezzano?» – domandò il capitano del veliero inglese. «Cosa c'entrano loro in tutta questa faccenda, quando sono state sicuramente tessute negli stabilimenti di Londra?»

«E' vero» – rispose il marinaio russo. «Solo che prima crescevano come il lino a fibra lunga sui vasti campi della città russa di Pskov. Dunque, come posso lasciarle senza una carezza? Prendiamo anche i cavi da ormeggio, che crebbero dalle nostre parti come canapa alta tre metri. Proprio per queste caratteristiche sono stati apprezzati dalle vostre parti.»

Parlò in questa maniera il marinaio russo, guardando di sbieco i cannoni. In quell'epoca il ferro, il rame, la ghisa degli Urali, erano molto richiesti in Svezia, Norvegia, Regno Unito.

«Ma che bella compagnia di compaesani, mi sono trovato!» – gioì il marinaio.

«E sì, marinaio russo, non ti lasci sfuggire proprio nulla! Dappertutto riesci a distinguere quanto vi è di natio. Si direbbe che ti stia veramente a cuore il tuo paese.»

«Sì, mi sta davvero a cuore» – rispose il marinaio e si mise a raccontare tante belle storie della Madre Russia. Si quietò l'increspamento delle acque e i gabbiani si posarono sullo specchio blu del mare per ascoltarlo.

Tutto l'equipaggio della nave non si stancava di ascoltare.

Proprio in quel momento si mise a rintoccare l'ora l'orologio del campanile più grande di Londra. Batté la grande campana. Scivolò lontano, lontano il suo suono vellutato sopra campi, boschi, fiumi e arrivò sul mare.

Ascoltò questo suono il marinaio russo e si lasciò trasportare, come se non volesse mai più cessare di udirlo. Socchiuse persino gli occhi. Ma il suono sempre più lontano si diffondeva, rimaneva sospeso nell'aria, si cullava su una bassa onda sonora. Non esiste una voce pari a questa in nessun campanile della vecchia Inghilterra. Un vecchio si ferma e sospira, una ragazza sorride, un bebé si calma, quando suona questa campana.

Tacquero sulla nave, ascoltavano i rintocchi. Tutti erano felici che al marinaio russo piacesse tanto il suono della loro campana.

E qui chiesero, ridendo, i marinai inglesi al russo: «Non avrai mica riconosciuto pure nella grande campana londinese una tua compaesana?»

Il marinaio replicò loro: «Non lo potrei giurare, ma la voce della vostra campana mi è familiare per una pronuncia moscovita e un'intonazione russa.»

Si stupì il capitano che il marinaio russo potesse distinguere il suo caro natio non solo vedendolo con gli occhi, ma anche sentendolo ad orecchio. Si stupì, ma non disse nulla della campana, pur sapendo con certezza che quella campana era stata fusa dai maestri russi di Mosca per l'Inghilterra e i fabbri russi le avevano dato un'ottima voce, forgiandole un buon battaglio.

Tacque il capitano della marina inglese. Ma della ragione per cui lo fece, tace la favola. E tacerò anch'io.

Invece per quanto riguarda la grande campana del campanile del palazzo di Westminster della vecchia Inghilterra, è rimasta sino ai giorni nostri a scandire le ore inglesi con la voce del battaglio russo. Suona in modo vellutato con una pronuncia moscovita.

Non a tutti, certamente, questo suono arriva come una musica per le orecchie e un balsamo per l'anima: ma a questo punto non c'è niente da fare. Non si può far togliere la campana, in quanto, pur togliendola, essa suonerebbe ancor più forte nelle voci della gente. Lasciatela quindi stare laddove sta, perché possa comunicare a suon di rintocchi con le sue sorelle-campane del Cremlino a Mosca, conversando del cielo blu, delle acque chete, delle belle giornate piene di sole... dell'amicizia fraterna.


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