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Home Saggi e Prose Storia e Cultura Moderna La ricreazione. Riflessioni scolastiche a margine di Esperienze pastorali di don Lorenzo Milani
La ricreazione. Riflessioni scolastiche a margine di Esperienze pastorali di don Lorenzo Milani PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Luca Isernia   
Sabato 23 Novembre 2013 17:54

[Estratto da: EDUCAZIONE & SCUOLA - Reg. Trib. Lecce n. 662 del 01.07.1997 - ISSN 1973-252X - Anno XVI - MAGGIO 2011.]

 

Il successo di Lettere ad una professoressa mise in ombra, almeno per qualche tempo, gli altri scritti di don Lorenzo Milani (1923-1967), compreso quell’Esperienze pastorali[1] cui il priore di Barbiana attese durante gli anni di S. Donato e che, tra le altre cose, rappresenta un’analisi di quell’Italia umile e provinciale colta nel suo passaggio verso la modernità.

In Esperienze pastorali un’attenzione particolare Milani riservò alla questione della ricreazione[2], il cui significato generale preciseremo oltre.

Milani condannò apoditticamente il concetto di ricreazione e le ragioni di un simile atteggiamento risulterebbero oggi incomprensibili, se non si precisasse il contesto in cui quel giudizio maturò e la personalità di chi lo emise.

Milani arrivò in qualità di cappellano a S. Donato a Calenzano nel 1947. Dinanzi ad uno scenario di povertà intellettuale e materiale, la pastorale giovanile fu il suo primo interesse[3], l’istruzione il suo primo pungolo. Era già forte in lui la consapevolezza di dover far percorrere ai suoi ragazzi una strada lunga e difficile, la strada del severo impegno scolastico, che ne avrebbe favorito l’inserimento nella vita sociale, politica ed economica, dalla quale erano messi ai margini. E lo strumento guida in questo cammino era rappresentato dalla lingua, che doveva trarli dal silenzio secolare cui erano costretti; amava infatti ripetere: «Chiamo uomo chi è padrone della sua lingua».

Il riscatto, quindi, si poteva realizzare per Milani solo grazie alla scuola, una scuola attenta ai bisogni umani e ai diritti di giustizia e di eguaglianza. Ma una scuola che doveva essere impegnativa, dura, se necessario, come duro sapeva essere in talune circostanze don Milani, specie nei confronti di chi si mostrava lento a comprendere la valenza e l’utilità del sapere per migliorare la propria condizione di paria e cercava invece nel trastullo e nel gioco, compendiati nell’immagine stessa della ricreazione, un effimero sollievo alle proprie pene.

 

***

 

A S. Donato, dove mise su una scuola popolare, un po’ l’inesperienza, un po’ per non rompere subito certi equilibri, il giovane don Milani concesse momenti di divertimento. Essi avrebbero dovuto attrarre i giovani e vincere la concorrenza di altre associazioni, per lo più politiche e para politiche, che in quei frangenti esercitavano grande attrattiva grazie alla seduzione di flipper, biliardini, cineforum, calcio, TV e tutto il resto dell’armamentario ludico-ricreativo allora in voga. «Brancolai per qualche tempo alla ricerca di soluzioni di compromesso», confessa il prete, «ma senza accorgermene andavo intanto diventando sempre più insofferente del chiasso e del tempo perso. Al terz’anno la situazione precipitò. In una memorabile scenata gli arnesi del ping-pong (ricomprati nuovi da alcuni giovani) volarono in fondo al pozzo. Il dado era stato tratto».

Milani aveva maturato una scelta irreversibile. Era pervenuto alla convinzione che solo la scuola era la soluzione per i suoi ragazzi. Non i ludi, non il vecchio sistema del panem et circenses, ma «la scuola era il bene della classe operaia, la ricreazione era la rovina della classe operaia. Con le buone o con le cattive bisognava dunque che tutti i giovani operai capissero questo contrasto e si schierassero dalla parte giusta». (LR, p. 14.)

 

***

 

Milani potrebbe apparire al lettore moderno di una durezza a tratti eccessiva. Eppure, come ben comprese Gaetano Arfé, egli non si distaccò mai dall’ortodossia, non venne mai meno al principio dell’obbedienza; non lesinò, quando necessarie, manifestazioni d’affetto ai suoi allievi: si pensi a quel suo «Ho voluto più bene a voi che a Dio», una dichiarazione d’amore che ancora commuove. Ciò è forse spiegabile col fatto che don Milani seguisse semplicemente il solco segnato dal secolare cammino della chiesa e che la sua morale era la morale della chiesa stessa, dalla quale molti preti, invece, più sensibili alle mode del momento, erano finiti con l’allontanarsene, divenendo però, stranamente, modelli di riferimento.

Se per definizione il santo è colui che persegue strenuamente la sua missione, rendere cioè concreto l’annuncio della salvezza, senza compromessi e senza sotterfugi, Milani fu massimamente santo. Nella sua azione quotidiana aveva in mente solo il bene dei suoi ragazzi e perseguiva unicamente il loro riscatto, donde i suoi atteggiamenti intransigenti, le sue burbere reazioni, le sue prese di posizioni irriducibili, evitando ambiguità e sottintesi. Da buon maestro, comprendeva come egli rappresentasse un modello più per quel che faceva che per quello che diceva: un prete perciò non si poteva «mascherare da giocoliere né abbassare per avvicinare chi è in basso». «Chi sa volare», sosteneva, «non deve buttare via le ali per solidarietà con i pedoni, deve piuttosto insegnare a tutti il volo». Per questo mise radicalmente in dubbio l’utilità «fisiologica» o la valenza pedagogica della ricreazione. Ma di quale «ricreazione» si parla? Milani arrivò a distinguere le attività ricreative in quattro categorie:

 

  1. Ricreazione con malizia propria oltre a quella della sterilità;
  2. Ricreazioni cattive solo perché sterili;
  3. Ricreazioni buone solo per la salute fisica;
  4. Ricreazioni buone perché istruttive.

 

Se don Milani non disdegnò di concedere forme di ricreazione come quelle elencate al punto tre, tanto che ai ragazzi di Barbiana impartì rudimentali lezioni di sci e fece costruire una piccola piscina da utilizzarsi in estate per delle nuotate; ed inseguì l’ideale delle ricreazioni «buone perché istruttive» (teatro, film scelti per i loro contenuti, visite guidate in città d’arte, ecc.), i suoi strali si appuntarono sulle due prime tipologie di ricreazione sopra elencate. Esse rappresentavano non solo un elogio del puro ozio, dall’indolente «dolce far niente», ritenuto un peccato perché si sprecava il tempo, dono di Dio, ma anche perché ingombravano l’animo e il cervello del giovane di cose vane, fumose e stupide e un maestro che insegna cose stupide non è un vero maestro. La sua critica si rivolgeva ai passatempi considerati innocui, ma che all’osservatore attento si rivelavano perniciosi. Ammassarsi nella mota e sotto la pioggia ad assistere ad una partita di pallone, mentre la chiesa e l’oratorio andavano deserti o, peggio, non saper leggere un giornale per informarsi, non riuscire a compilare un vaglia e un conto corrente o non riuscire a trovare un abbonato sull’elenco telefonico e affollare invece i bar per vedere in tv anestetizzanti spettacoli di varietà o ascoltare imbonitori mediatici, era cosa che faceva inorridire il prete di Barbiana. In questo senso, le sue intuizioni sull’uso dei nascenti mezzi di comunicazione di massa per trastullare il popolino e al contempo renderlo rassegnato ed ubbidiente, fanno di Milani un antesignano di analisi che si sarebbero sviluppate organicamente solo decenni più tardi e che avrebbero trovato sintesi nella formula di K. R. Popper Cattiva maestra televisione.

 

***

 

Milani sa che la ricreazione rende il prete simpatico al suo popolo, ma inutile ai fini che gli sono propri. Stessa cosa si potrebbe dire forse del docente, che concedendo facilmente la ricreazione, sprecando cioè vanamente il suo tempo, cedendo alla propensione degli alunni a giocare a ribasso, risulterà sì simpatico alla scolaresca, almeno sulle prime, ma alla lunga avrà segnato negativamente il cammino di crescita e di maturazione dei suoi alunni e in definitiva fallito come insegnante. Gli alunni la ricreazione, nell’accezione negativa che qui s’è data, la possono trovare anche fuori dalla scuola, una scuola oggi forse troppo remissiva nell’inseguire i gusti e i desideri alle volte confusi e velleitari dei suoi alunni e dei rispettivi genitori (l’utenza!), concedendo supinamente e abdicando al suo ruolo di guida saggia e lungimirante. Ma è appunto qui che per Milani si distingue il maestro dal commerciante. «Dicesi commerciante colui che cerca di contentare i gusti dei suoi clienti. Dicesi maestro colui che cerca di contraddire e mutare i gusti dei suoi clienti» (LR, p. 36). È eloquente in questo senso lo sforzo che molti istituti scolastici compiono per attirare utenza-clienti con brochure, depliant, manifesti, volantini e addirittura spot pubblicitari trasmessi in TV e che, oltrepassando gli scopi meramente informativi, fanno della scuola un prodotto «commerciale» e per questo soggetto alle leggi di mercato.

«Conosco per esempio un giovane prete», ci racconta Milani, «che si è reso simpatico a tutto il suo popolo. Nessuno dice male di lui, anzi quando si fa il suo nome ognuno sorride bonariamente […]. Sempre allegro, festoso con tutti […] È un mio caro amico e gli voglio bene, ma ora mettiamo da parte l’affetto e misuriamo quanto ha pagato tutto questo e quanto gli ha fruttato. L’ha pagato al prezzo di parlare solo di sport, d’avere sempre la gazzetta in mano e di evitare con cura ogni discorso impegnativo. […] Io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione, né riguardo, né tatto. Mi sono attirato contro un mucchio d’odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti di conversazione e di passione del mio popolo. Nel popolo di quel mio amico (escluso il periodo strettamente elettorale) si battaglia accanitamente solo per Coppi o per Bartali. Nel mio si battaglia pro o contro un metodo di apostolato, un modo di fare il prete o di affrontare una questione morale o sindacale.» (LR, p. 36 e pp. 52-54)

In una lettera del 1955 a don Ezio Palombo ribadirà poi chiaramente: «Ecco dunque l’unica cosa decente che ci resta da fare: stare in alto (cioè in grazia di Dio), mirare in alto (per noi e per gli altri) e sfottere crudelmente non chi è in basso, ma chi mira basso. Rinceffargli ogni giorno la sua vuotezza, la sua miseria, la sua inutilità, la sua incoerenza. […] Rendersi antipatici noiosi odiosi insopportabili a tutti quelli che non vogliono aprire gli occhi sulla luce. E splendenti e attraenti solo per quelli che hanno Grazia sufficiente per gustare altri valori che non siano quelli del mondo. La gente viene a Dio solo se Dio ce la chiama. E se invece che Dio la chiama il prete (cioè l’uomo, il simpatico, il ping-pong) allora la gente viene all’uomo e non trova Dio».

 

***

 

Don Milani intuiva con lucidità i pericoli che ai suoi giovani arrecava la ricreazione, giovani desiderosi di affermarsi ma senza mezzi per farlo; mezzi intellettuali, prima di tutto: o perché nati in contesti che di per sé erano ostacolo alla loro promozione sociale, nonostante l’articolo Terzo della allora neonata Repubblica, o perché, come il bocciato di Lettera a una professoressa, erano stati respinti da un mondo che ammetteva la ricreazione per la povera gente, ma non per i figli degli abbienti, che dovevano invece pensare a diventar classe dirigente. E proprio in Lettera a una professoressa ritroviamo un accenno alla polemica sulla ricreazione, allorché leggiamo: «[A Barbiana] Non c’era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica. Nessuno di noi se ne dava gran pensiero perché il lavoro è peggio. Ma ogni borghese che capitava a visitarci faceva una polemica su questo punto. Un professore disse: “Lei reverendo non ha studiato pedagogia. Polianski dice che lo sport è per il ragazzo una necessità fisiopsico….” Parlava senza guardarci. Chi insegna pedagogia all’università, i ragazzi non ha bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente come noi si sa le tabelline. Finalmente andò via e Lucio che aveva 36 mucche nella stalla disse: “La scuola sarà sempre meglio della merda”».

 

***

 

«L’ora è grave», conclude don Milani, intuendo che l’industrializzazione spinta e la modernizzazione tecnologica avrebbero creato sacche di miseria e di disoccupazione proprio tra le fila dei meno istruiti e li avrebbe messi ai margini della vita sociale e politica, preda di mestatori e di profittatori senza scrupoli; «proprio per questi problemi esige una vita grave e pensosa. E se il mondo corre verso l’abisso baloccandosi con la televisione o col pallone, non facciamolo noi». E in quel «noi» oggi sarebbe forse da includere un «noi scuola», un «noi insegnanti», i quali dovrebbero dare un tono al mondo più che lasciarselo dare. Imporre una via che l’etica, la professionalità, la passione e la sensibilità umana aiutano a tracciare e non farsi menare alla stregua della cavalcatura che segue il tragitto impostole dal padrone.

Riflettere sul breve capitolo che don Milani dedicò alla ricreazione diventa occasione per ritarare il lavoro del docente e interrogarsi sulla missione autentica della scuola. La ricreazione di don Milani è la metafora di tutto ciò che è superfluo, estemporaneo, illusorio, che ruba tempo ed energie e distrae da compiti più severi, come quello, ad esempio, di additare agli studenti nuovi traguardi da raggiungere, orizzonti da valicare, limiti da superare, ideali da vivere, conoscenze da acquisire. Ma questo comporterebbe, per tutti, lavoro, sforzo, abnegazione e sacrificio. Tutto il contrario della ricreazione.

 

 

 


[1] Don L. Milani, Esperienze Pastorali, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1957.

[2] L’Edizioni e/o hanno voluto pubblicare in forma di librettino autonomo il capitolo di Esperienze Pastorali col titolo La ricreazione (Cfr. Don Lorenzo Milani, La ricreazione, con introduzione di Goffredo Fofi, Roma, Edizioni e/o, 20012.), dal quale sono tratte le citazione utilizzate in questo lavoro. Esse sono segnalate tra parentesi tonda con la sigla (LR) seguite dal numero e dai numeri di pagina.

[3] Per una biografia di don Milani si rimanda a N. Fallaci, Dalla parte dell’ultimo. Vita del prete Lorenzo Milani, Milano, Bur, 1974.

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