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Templi e fortificazioni in Grecia e Magna Grecia PDF Stampa E-mail
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Domenica 24 Novembre 2013 09:21

[Nella bella e antica cittadina Atikia (provincia di Corinto), il 13 luglio scorso è stato presentato il libro di Lorenzo Capone Templi e fortificazione in Grecia e Magna Grecia. La serata, splendida meteorologicamente, ha visto la partecipazione di numeroso pubblico davanti alla sede storica della biblioteca comunale. A fare gli onori di casa le autorità cittadine e il prof. Cristos Tartaris che, con affetto e ospitalità, ha aperto le porte della cittadina e della sua casa all’autore e a chi qui scrive, il cui intervento segue in queste pagine.]


La Grecia è una delle Grandi Madri del pianeta Terra, culla e radice del pensiero archetipale di quell’umanità comunemente definita Occidentale. Le altre Grandi Madri della Terra sono riconducibili alle radici culturali dell’Estremo Oriente, dell’Oriente, del Medio Oriente, dell’Australia aborigena, dell’Africa dei Neri, delle comunità indie del Cono Sur precolombiano, dei nativi nordamericani.

La Grecia, quindi, è Madre della nostra Umanità definita come occidentale. Affermare ciò significa riconoscere a quell’area del mondo la potenza della sua origine riconducibile al pensiero omerico e a tutta la storia che ne è conseguita. Per questo non sbaglia Valerio Massimo Manfredi, scrivendo che «quando pensiamo ai Greci, ci viene in mente l’Acropoli d’Atene con i suoi marmi e i suoi colossi di bronzo e d’avorio; Olimpia con i suoi atleti divinizzati; Sparta all’ombra del Taigeto con le sue falangi di guerrieri invincibili; ma la grecità fu anche altro e fin dai tempi più remoti si diffuse fuori dal territorio metropolitano verso mari e terre lontane e a volte del tutto sconosciute. Essere greco divenne quindi un modo di esistere, di pensare, di credere, uno stile inconfondibile di vita che è quello che ancora vive nel nostro immaginario collettivo» (v. «Il messaggero», 8 agosto 2003, p. 17).

Dal canto suo, anche Luciano Canfora afferma che «la cultura europea incomincia con l’Iliade e con l’Odissea, i due poemi epici in ventiquattro canti ciascuno che la tradizione consolidatasi nel mondo greco attribuiva ad un autore chiamato Omero» (v. Storia della letteratura greca, Laterza, Bari, 2001, p. 3). E, a proposito di Atene l’immortale, il grande filologo grecista barese ci dice pure che «il mito di Atene è in realtà inesauribile. Non sarebbe superfluo cercare di indicare i libri e gli orientamenti di pensiero che lo hanno alimentato, in contrasto magari con altri “miti”: quello spartano-dorico, per esempio, che è stato declinato sia nella variante austero-egualitaria (dall’abate Mably e da una parte del giacobinismo colto) sia nella variante “razziale” (dai Dorier di Karl Otfried Müller al Pindaro di Wilamowitz). Ma non può essere dimenticato un altro, imbarazzante mito di Atene: quello dei teorici sudisti americani durante la guerra di secessione, il “modello ateniese di Charleston” che ha avuto un insperato Nachleben nel Sudafrica (Haarhoff: il mito della “Graecia capta” e la difesa ‘morbita’ dell’apartheid!)» (v. Il mondo di Atene, Laterza, Bari, 2011, p. 46).

Ecco, così, con le citazioni di due autorevoli autori (il primo scrittore, il secondo filologo), mi piace introdurmi nel libro Templi e fortificazioni in Grecia e Magna Grecia (Lecce, 2009) che Lorenzo Capone, autore, fotografo e editore, ha voluto scrivere e pubblicare spinto da uno dei suoi più grandi amori di vita, l’archeologia. Si tratta di un volume in-4° elefante, bello nella veste tipografica e ricco di suggestive immagini. Un libro d’amore, dunque, che l’autore ha enucleato in un’avvertenza di rispetto e stima per quell’umanità che vuole acquisire sapere, ma che purtroppo non tutti e non sempre sono disponibili a dare.

Capone scrive: «Questo libro, come gli altri che ho scritto negli ultimi anni, non ha alcuna ambizione scientifica; sono tutti testi di facile divulgazione. Questo, d’altronde, è stato sempre il mio obiettivo, dato che, quel che manca, non è l’elevata qualità delle pubblicazioni, quanto la capacità di molti scienziati di divulgare il loro sapere. A volte si ha l’impressione che abbiano il piacere, quasi sadico, di rivolgersi alla sola ristretta comunità scientifica./ Ciò avviene anche nel campo dell’archeologia: infatti, tranne rari casi, e tra questi mi piace citare il grande Sabatino Moscati, si trovano pubblicazioni che “non sono state scritte – come diceva C. W. Ceram nel suo famoso Civiltà sepolte – per essere lette”».

La data in cui è stato pubblicato il volume è significativa anche per chi qui scrive perché, proprio nell’estate di quello stesso anno 2009, ebbi la fortuna di stare a fianco dell’autore quando egli decise di andare sui siti archeologici sia in Grecia sia in Magna Grecia, che per noi sta per Meridione d’Italia.

Nel libro, Lorenzo Capone non scrive e non riflette sulla base di letture o altri sistemi teorici; piuttosto ha bisogno di vedere, di toccare quasi con mano l’edificio, quindi fotografarlo, descriverlo, come fa con l’antiporta iniziale e la prima pagina, dove mostra una stupenda immagine del Partenone (Acropoli di Atene) per poi mostrare, dopo le quattro pagine delle indicazioni editoriali, una stupenda immagine del tempio della Concordia (pp. 4-5), ammirabile anche alle pp. 90-91, ancora oggi visibile nella Valle dei Templi di Agrigento. Si tratta di due immagini mozza fiato, tanto sono suggestive e toccanti. Le colonne in stile dorico di entrambi gli edifici sono talmente evidenziate dal fotografo che chi le guarda ha immediatamente la sensazione di poterle quasi toccare. La pietra, quella dei crepidoma e quella dell’edificio, è talmente distinguibile che mostra tutt’intera la sua struttura geologica.

Capone introduce il lettore con alcune considerazioni relative al Come nasce l’architettura templare. Scrive: «È dibattito antico quello che ruota intorno all’origine del tempio anche se prevale l’ipotesi che esso nasca come luogo di culto di non grandi dimensioni, di forma ovale o rettangolare con tetto di paglia a spiovente, a volte lievemente incurvato, strutture interamente in legno (pali di sostegno, trabeazioni, travi della copertura), in mezzo ai boschi della Grecia insulare e continentale./ Era questo il primo luogo di culto che i Greci si diedero per pregare le divinità di un mondo che usciva nell’VIII sec. a. C. circa dal lungo “medioevo ellenico”, quello dei “secoli bui” (XII-IX sec. a. C.), […] davanti a quei piccoli edifici, infatti, [i Greci] andavano a pregare e l’architettura templare muoveva i primi passi./ Una seconda ipotesi riconduce, invece, alla struttura del megaron: un grande salone, spesso riccamente affrescato [...] a base quadrata, anticipato da un vestibolo e da un’antisala, con al centro un focolare sul quale si apriva un lucernario, delimitato da quattro colonne che sorreggevano l’apertura che, oltretutto, dava aria e luce […] Col passare dei secoli, l’architettura templare fa costanti e lenti passi in avanti: pur non dimenticando il luogo di origine che riportava alla natura e al bosco, si trasformava utilizzando materiali nuovi e diversi, nuove impostazioni progettuali di grande effetto scenico; il tempio, sede delle divinità, doveva essere imponente e sorprendente insieme. In esso, infatti, si specchiava la ricchezza di una polis: tanto più grandioso e sfarzoso era il tempio, tanto più florida doveva essere l’economia del luogo» (pp. 7-11),

Ed ecco, per chi sfoglia il libro, le immagini di templi greci e magnogreci, ammirabili in sequenza: il tempio di Atena Aphaia (pp. 12-13, 21, 64-65) e il tempio di Apollo (Capo Colonna, p. 63) sull’isola di Egina; il tempio di Apollo (pp. 55, 56, 57) a Delfi; l’Eretteo (pp. 15, 24, 44-45), il Partenone (pp. 31, 36-37, 41, 43), i Propilei (pp. 46-47), il tempietto di Nike (p. 49) e l’Olympieion (p. 52) sull’Acropoli, e l’agorà, il tempio di Efesto (pp. 50-51) e il tempio di Zeus Olimpio ad Atene (pp. 29, 39); il tempio di Hera (pp. 18, 58) e il tempio a tholos di Zeus (pp. 26, 59) ad Olimpia; il tempio di Apollo (p. 19) a Corinto; il Telesterion (p. 30) ad Eleusi; il tempio C (pp. 31, 98-99) e il tempio E (pp. 32-33 e, ancora, stupendamente, con pagine affiancate, alle pp. 94-95, successivamente alla p. 97), a Selinunte; il tempio di Nettuno (pp. 35, 78-85), e il tempio di Cerere (p. 78) a Paestum; il tempio di Zeus (p. 67) a Nemea; il tempio di Poseidone (pp. 68-69) a Capo Sounion; il tempio di Apollo (pp. 70-71) a Delo; il tempio di Poseidone (o Diana) (p. 75) a Taranto; il tempio di Hera (pp. 76-77) a Metaponto; il tempio di Apollo (pp. 86-86) a Siracusa; il tempio di Giunone (p. 11, 92), e quello di Ercole (p. 93), nella Valle dei templi ad Agrigento; il tempio di Segesta (pp. 100-103) con le due stupende pagine accoppiate.

A p. 53, Lorenzo Capone introduce un altro capitolo intitolato Quando i templi diventano chiese. L’introduzione è eloquente e ci fa sapere che «fu Teodosio I (347-395) che, tra il 391 e il 392, dando attuazione all’Editto di Tessalonica del 380 da lui stesso emanato, dichiarò il Cristianesimo unica religione dell’Impero e stabilì che sarebbero stati perseguitati quanti professavano altre fedi. Lo stesso intento fu seguito da suo nipote, Teodosio II (401-450), figlio di Arcadio: si bandirono i culti pagani, si vietarono i privilegi dei sacerdoti e delle vestali, si soppressero le rendite dei santuari, si confiscarono i beni, si diede la possibilità ai cristiani di occupare i templi, molti dei quali (il Partenone ad Atene, il tempio della Concordia ad Agrigento, il tempio di Cerere a Poseidonia/Paestum, …) divennero, per questo, chiese» (v. p. 53).

Tali esempi di sincretismo architettonico noi li possiamo vedere già nella stessa p. 53 con la chiesa greco-bizantina di Aghia Triada, nei pressi di Micene, costruita con lo stesso materiale di marmo proveniente da un tempio pagano dello stesso luogo. E a Siracusa, come scrive l’autore «si innalzava un altro grande edificio di culto: il tempio di Atena, dal VII secolo [e. v.] divenuto chiesa cristiana. Oggi, il tempio è la cattedrale di Siracusa. Eretto tra il 480 e il 470 a. C., dopo la vittoria dei Cartaginesi ad Himera, era dedicato ad Atena: stando a quel che si conserva della struttura, ed è moltissimo, servì anche come punto di orientamento per quanti navigavano lungo il tratto di mare siracusano. Si dice che un grande scudo, posto nella parte più alta della fronte, rifletteva i raggi del sole a distanza di molte miglia» (pp. 88-89).

Alle pp. 104-105, altra stupenda immagine su pagine affiancate della strada che porta all’ingresso di Micene, e con ciò l’autore introduce il suo discorso sulle Fortificazioni. Molti sanno quanto Lorenzo Capone sia legato all’antica città degli Atrei. Egli, nel corso della sua vita, diverse volte si è recato in quella città-stato. Complessivamente l’autore dedica a Micene 10 pagine (pp. 193-113), mostrando le Mura ciclopiche, la Porta dei leoni (visibile anche nell’antiporta conclusiva), la ricostruzione della Città, i vari Camminamenti, altre Porte di fuga, l’ingresso alla Cisterna, le tombe del Circolo A, i Dromos, la Tomba a tumulo denominata Tesoro di Atreo, la Tomba di Clitennestra, moglie di Agamennone. Scrive: «Quando si parla di mura megalitiche il pensiero corre subito a Micene, la città del Peloponneso di cui fu signore Agamennone al tempo della guerra di Troia e che, alcuni secoli prima di quello scontro, avvenuto, stando ad Erodoto, tra il 1250 e il 1230 a. C., diede il nome alla cosiddetta civiltà micenea, “la prima cultura d’alto profilo fiorita sul continente europeo, secondo Wolf-Dietich Niemeier. Solo i Ciclopi – si pensava in antico – con la loro forza sovrumana, erano stati in grado di realizzare fortificazioni di così imponenti dimensioni: la Porta dei leoni, gli enormi blocchi delle mura dal peso di decine di tonnellate, la tecnica costruttiva […], la resistenza dell’edificato e dei materiali nei secoli […] tutto, insomma, faceva pensare che solo uomini giganteschi, come appunto i Ciclopi, potessero riuscire in un’impresa del genere./ Chi oggi va per la prima volta a Micene, a mano a mano che si avvicina ai mastodontici resti della città posta in un paesaggio brullo e assassato, rimane sempre più sorpreso e resta, quasi sempre, a bocca aperta: sull’inespugnabile città fortezza vi aleggia ancora un’aria di mistero e molte sono le domande che ancora non trovano esaurienti risposte» (pp. 106-108).

Seguono le immagini di Dendra, un villaggio a valle di Midea, dove Lorenzo Capone, coadiuvato da Cristos Tartaris e Giorgio Corilli, ha fotografato le Mura, alcune Tombe a tholos; così ha fatto pure a Tirinto, dove ha ripreso l’imponente Porta d’ingresso all’acropoli; a Egina, dove ha ripreso la fortificazione micenea; ad Hatturas (Anatolia), dove ha ripreso la locale Porta dei leoni; e a seguire le Mura poligonali, Templi e Fortificazioni della Magna Grecia nel Sud Italia con Alatri, Ferentino e Arpino, per spostarsi nuovamente a Siracusa, dove ha ripreso il Castello Eurialo; e a Poseidonia (Paestum), dove ha fotografato le possenti e originarie Mura; e ancora, spostandosi come un airone, è andato a Selinunte in Sicilia; e infine tornare in Salento, l’antica Messapia, dove ha fotograto le Mura e le Fortificazioni di Manduria, Vaste, Muro Leccese, Mottola, Monte Sunnace, la mitica Egnazia.

Nel volume però non ci sono solo immagini relative ai templi, alle fortificazioni, alle mura, alle porte, ai bastioni, alle chiese, e a tanto altro ancora, perché l’autore, molto spesso, di un particolare edificio ha tenuto a mostrare anche le piante, i prospetti e le tipologie [tholos, a oikos semplice, monostilo, distilo, anfidistilo in antis, prostilo tetrastilo (quattro colonne sulla fronte) con adyton (il luogo più riservato della cella), anfiprostilo tetrastilo, periptero esastilo (sei colonne sui lati brevi) anfidistilo, periptero ottastilo (otto colonne sui lati brevi) anfiprostilo, diptero (doppio colonnato lungo i quattro lati) enne astilo (nove colonne su un lato breve)]; come pure c’ha tenuto a mostrare gli ordini architettonici basilari: dorico, ionico e corinzio. Una particolare immagine è quella di p. 72, dove mostra il tempio di Hera a Crotone (Capo Colonna) con una tavola del Kitba-i Bahriyye (Il libro del mare), del cartografo ottomano Piri Re’is, il quale disegnò le uniche due colonne rimaste ancora in piedi durante la sua epoca (oggi, come si sa, in piedi ne è rimasta una sola).

Chiude il volume un attenta e specifica bibliografia.

Chi qui scrive ha viaggiato molto al fianco dell’autore verso questi siti archeologici immortalati dalle stupende fotografie, imparando molto dal suo particolare modo di osservazione. Lorenzo Capone ha gli occhi e la mente di un archeologo, nel senso che sa guardare un sito con lo spirito di chi osserva il passato per capire il presente. Non ha torto Giuseppe Pascali quando, recensendo il libro, scrive: «L’amore per l’archeologia e per la storia antica, la curiosità di toccare con mano quanto resta del passato, questa volta hanno portato lo scrittore ed editore [Lorenzo Capone] nel tempo e nei luoghi che da sempre affascinano viaggiatori e storici» (v. «La Gazzetta del Mezzogiorno», 19 marzo 2010, p. XV).

Quello che più mi colpisce nella ricerca biblio-archeologica di Lorenzo Capone è la sua pazienza di fotografo. Egli non fotografa tanto per fotografare, al contrario, aspetta sempre il momento giusto, che è quello della limpidezza del cielo, del sole che bacia l’edificio, dell’assenza della pur minima ombra. Quando la sua macchina fotografica fa clic, significa che si sono verificate tutte quelle condizioni che egli ha cercato per giorni e giorni, a volte anche mesi, ritornando sullo stesso sito una, due, tre, quattro volte.

Per Lorenzo Capone l’immagine è tutto, evoca il sublime, sconfina nel supremo.


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