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Fondazioni... ben vengano, ma chi paga? - (24 novembre 2013] PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 25 Novembre 2013 07:48

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 24 novembre 2013]

 

Ho letto con interesse l’articolo di Francesco Natale sull’opportunità di una Fondazione per rilanciare il rapporto dell’Università del Salento con il territorio. In linea generale mi trovo d’accordo, però dobbiamo renderci conto di cosa siano le fondazioni e anche di cosa siano diventate. Di solito una Fondazione porta il nome di qualcuno: Fondazione Agnelli, per esempio, o di qualche entità che produce capitali: Fondazione Monte dei Paschi. Si decide di mettere un capitale nella Fondazione e lo si gestisce in modo che gli introiti derivanti dalla gestione siano impiegati per il progresso culturale, la ricerca scientifica e tante altre cose encomiabili. Nel caso della Fondazione dell’Università del Salento il capitale lo deve mettere... l’Università del Salento. Per poi perseguire finalità utili all’Università del Salento. Il Prefetto ha bocciato la proposta perché gli unici capitali erano quelli dell’Università del Salento, se non vado errato. Ora, questa è una implicita ammissione che l’Università del Salento non è in grado di svolgere le attività che chiama a fare, con le sue stesse risorse, la sua stessa Fondazione. Il che significa costruire un altro apparato burocratico da affiancare a quello esistente. Ma con maggiore libertà di azione, il che significa: senza il controllo dell’Università. A me pare una follia. Forse sarebbe meglio investire quelle centinaia di migliaia di euro in un miglioramento del funzionamento amministrativo dell’Università. Forse l’autonomia lo permette. Se non lo permette bisogna fare proposte al Ministero, in modo che sia possibile diminuire la burocratizzazione.

Altra cosa sono i Consorzi. Le Università, per definizione, si devono occupare di “tutto”. Universitas significa proprio questo: conoscenza universale. Non ci possono essere gruppi di ricerca di grandi dimensioni su un tema specifico. Negli istituti di ricerca, tipo il CNR, questo invece è possibile. Ogni gruppo di ricerca universitario non può pensare di competere con gli Istituti Nazionali o con i grandi Enti. In alcuni casi si sono appunto creati gli Istituti Nazionali (tipo l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) con sedi nelle varie Università, ma non è pensabile che in ogni settore si possa creare un Istituto Nazionale. A sopperire a questa mancanza si sono creati i Consorzi di Università. Le Università si uniscono per aree tematiche e, assieme, concorrono a bandi progettuali e promuovono iniziative che non sarebbero possibili per nessun gruppo di ricerca universitario, a causa delle piccole dimensioni di ciascuno. La massa critica si raggiunge con i Consorzi. Rappresento il CoNISMa (Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare) nell’European Marine Board, un’emanazione dell’European Science Foundation che delinea le strategie europee nel campo delle scienze marine e marittime. L’Italia è presente nel Marine Board con il Consiglio Nazionale delle Ricerche, l’Osservatorio Geofisico Sperimentale e, appunto, il CoNISMa. I rappresentanti degli altri paesi si sono accorti che, in effetti, manca del tutto la rappresentanza universitaria nel Board e che questa carenza va colmata. Stanno iniziando a consorziarsi le Università francesi, lo hanno già fatto quelle scozzesi e irlandesi. L’esempio italiano è diventato scuola. Se avessimo fatto una Fondazione,  e non avessimo aderito al Consorzio, di sicuro non saremmo stati chiamati nell’European Marine Board. Attraverso il CoNISMa l’Università del Salento ha potuto accedere a risorse progettuali inimmaginabili se i quattro gatti che si occupano di mare avessero concorso in splendido isolamento. Assieme alle altre Università siamo diventati una realtà imitata a livello europeo, con competenze riconosciute internazionalmente. Le Fondazioni stanno andando in crisi in tutti i settori proprio perché moltissime non si basano su premesse di disponibilità di capitali da investire. Ricordo che il defunto Pastis aveva finalità di promozione e attuazione di ricerche collegate con il territorio, e sappiamo come è andato a finire. Ora abbiamo il Distretto Tecnologico, con funzioni in parte simili. E ora si propone anche la Fondazione, con garanzie giudicate insufficienti dal Prefetto.

La mia esperienza (per quel che può valere) mi ha insegnato che è meglio promuovere consorzi tematici su argomenti in cui l’Università è forte, e fare massa critica con le altre Università italiane. E questo dovrà essere attuato non solo per la ricerca ma anche per la didattica. Se poi un riccone volesse donare un ingente capitale all’Università del Salento e costituire una Fondazione per promuovere le sue attività (dell’Università, non del riccone) allora ne potremmo parlare. Ma i ricconi preferiscono investire in squadre di calcio. E la Fondazione l’Università del Salento se la dovrebbe pagare da sola, con 800.000 euro annui, mi pare di aver capito. Guarda caso la stessa cifra, se ricordo bene, pagata dall’Università per ripianare parte dei debiti generati dalla liquidazione del Pastis. Forse non abbiamo più bisogno di inizative del genere, visti i precedenti. Ci sono esempi virtuosi da perseguire, tipo i consorzi, che hanno dato ben altri risultati, ma sino ad ora sono stati sistematicamente ignorati, derivando solo da iniziative individuali di singoli gruppi di docenti. Speriamo che la nuova gestione sappia prendere decisioni facendo tesoro degli errori del passato. Pare che questo stia avvenendo, e non posso che rallegrarmene.


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