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Racconti sovietici 6. JURIJ TYNJANOV: Il sottotenente Kižé (parte prima) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Giovedì 05 Dicembre 2013 17:25

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


1


L'imperatore Pavel I sonnecchiava davanti alla finestra aperta. Nel pomeriggio, subito dopo il pranzo, quando il cibo lotta con il corpo, era severamente proibito qualunque disturbo. Sonnecchiava, adagiato nella poltrona alta, semi circondato alle spalle da un paravento di vetro. Pavel Petrovič vedeva un suo consueto sogno pomeridiano.

Si trova a Gatčina, sta seduto nel suo giardinetto ben potato e un paffuto tondeggiante Cupido nell'angolo lo segue con lo sguardo, mentre sta pranzando circondato dai familiari. Da lontano si ode arrivare, proveniente da una strada piena di buche, un cigolio monotono e saltellante. Pavel Petrovič scorge in lontananza un tricorno, il galoppare di un cavallo, le stanghe di un calesse, la polvere, e si nasconde sotto il tavolo, perché il tricorno altro non è, che un corriere militare. Da Pietroburgo galoppano per prenderlo.

«Nous sommes perdus...» – grida con voce rauca da sotto il tavolo alla consorte, affinché anche lei si nasconda.

Manca l'aria sotto il tavolo, il cigolio si sente proprio qui, vicino, e un calesse con tutte le stanghe lo investe in pieno.

Il corriere militare sbircia sotto il tavolo, individua lì Pavel Petrovič, e dice: «Sire. Sua Maestà la Zarina, Vostra madre, è deceduta».

Ma non appena Pavel Petrovič mette fuori la testa da sotto il tavolo, il corriere militare gli dà un brusco buffetto in fronte ed urla: «Guardie!».

Pavel Petrovič fece un gesto per scacciarlo, e prese al volo una mosca.

Stava seduto, strabuzzando gli occhi grigi alla finestra della reggia Pavlovskoe, soffocando dal cibo e dall'angoscia, con una mosca ronzante in mano, e tendeva l'orecchio.

Qualcuno aveva gridato sotto la finestra: «Guardie!».

 

 

2

 

Nella cancelleria del reggimento Preobraženskij, un vecchio scrivano militare è stato deportato in Siberia per una punizione.

Lo scrivano nuovo, giovanissimo, pressoché adolescente, stava seduto ad un tavolo e scriveva. La sua mano tremava, perché era rimasto un po' indietro con il lavoro.

Si doveva finire di ricopiare in bella un'ordinanza interna del reggimento per le sei precise, affinché un aiutante in campo di turno la portasse alla reggia e, a sua volta l'aiutante di Sua Maestà, unendola a molte altre come questa, la presentasse per visione all'imperatore alle nove in punto. Un ritardo era un delitto. Il giovanissimo scrivano si era alzato quel mattino prima del solito appositamente, per terminare il lavoro in tempo, però aveva sbagliato nel trascrivere l'ordinanza e adesso la stava riscrivendo tutta daccapo. Nella prima copia dell'ordinanza gli errori che aveva commesso erano due: il tenente Sinjuchaev era stato trascritto per sbaglio in quanto defunto, perché nella lista il suo cognome era preceduto da quello del maggiore Sokolov defunto realmente; e poi aveva fatto una trascrizione del tutto insensata, dove, anziché scrivere: i sottotenenti invece Stiven, Pybin e Azančeev vengono designati.., aveva scritto il sottotenente Kiže, Stiven, Pybin e Azančeev vengono designati... Era accaduto perché al momento in cui stava trascrivendo accuratamente la parola podporučik_ nella stanza era entrato un ufficiale, perciò era saltato in piedi per un saluto militare e, una volta ripreso a scrivere, si era confuso e non aveva aggiunto all’ultima parola scritta la lettera i, in quanto, rileggendo, l’ultima parola scritta aveva già in sé un significato compiuto: il sottotenente, che doveva precedere il cognome del sottotenente e così aveva riscritto le due lettere finali della parola precedente podporučiki_, e cioè Ki, iniziando con una maiuscola, come se si trattasse del cognome, e le aveva unite, sempre per sbaglio, alla congiunzione avversativa žé_ seguente, quindi scrisse: Il sottotenente Kižé, ...

Sapeva che se per le sei in punto l'ordinanza non fosse stata pronta per la consegna, l'aiutante in campo di turno avrebbe urlato: «Prendetelo!» – e lo avrebbero arrestato. Per questo la mano aveva smesso di obbedirgli, scriveva sempre più a rilento e all'improvviso aveva fatto schizzare, sulla copia nuova dell'ordinanza, una bella macchia d'inchiostro, grossa come una fontana.

Rimanevano soltanto altri dieci minuti.

Abbandonandosi sullo schienale della sedia, lo scrivano diede uno sguardo all'orologio come ad un uomo minaccioso in carne e ossa; poi con le dita, come se fossero estraniate dal resto del corpo e soggette alla volontà tutta loro, cominciò a rovistare tra le carte sulla scrivania in cerca di un foglio netto, anche se lì i fogli puliti non avrebbero potuto esserci, ma stavano tutti riposti in una risma ordinatissima dentro un armadio.

Così, oramai preso dalla disperazione e soltanto tutt'al più per ultimo decoro verso se stesso, proseguendo a rovistare, rimase stupefatto per la seconda volta.

Un altro documento, non meno importante di questo, era anche trascritto in un modo sbagliato.

Secondo la proposta imperiale n. 940, riguardante la conformità della terminologia unitaria nelle relazioni militari, si decretava l’utilizzo della parola esaminare, anziché “osservare”, adempiere e non “eseguire”, non scrivere mai “sentinella”, ma guardia, e in nessun caso scrivere “distaccamento” o “pattuglia”, ma usare un termine tedesco: detashement.

C'era anche un'aggiunta, riguardante le disposizioni di carattere civile e cioè: non scrivere “rango”, ma classe; non “società”, ma assemblea e invece del termine “cittadino”, utilizzare secondo ogni caso specifico: mercante o borghese.

Ma questa parte era stata scritta con una grafia molto minuta e fitta, in fondo pagina, del decreto n. 940, che stava appeso sul muro, proprio davanti agli occhi dello scrivano e quindi non l'aveva letto, invece i termini «osservare» e tutto il resto aveva imparato sin dal primo giorno, fissandolo bene in mente.

Tuttavia nella relazione preparata per la firma al comandante del reggimento, e che in seguito doveva essere consegnata per la visione al barone Arakčeev, c'era scritto:

Su incarico di Sua Eccellenza, di osservare personalmente la formazione dei distaccamenti delle sentinelle, atti al servizio di pattuglia mobile a San Pietroburgo e dintorni, ho l'onore di rapportare che il suddetto incarico è stato eseguito...

E non è ancora tutto.

La prima riga del rapporto che aveva trascritto proprio lui poco fa, aveva questa forma:

Sua Eccellenza Egregio Signore.

Persino uno scolaro delle elementari è a conoscenza che rivolgersi a qualcuno scrivendo in una riga sola, assume la forma di una disposizione; invece nelle relazioni di un subordinato, soprattutto rivolgendosi ad una personalità, quale era il barone Arakčeev, si doveva obbligatoriamente scrivere in due righe:

Sua Eccellenza

Egregio Signore

Ciò esprimeva l'assoggettamento e la cortesia.

E se per una mancanza tipo osservare ecc... esistevano le premesse per le attenuanti della colpa, in quanto era uno scrivano novello assunto da poco che non si era accorto e avrebbe potuto non notarlo in tempo...; nell'appellativo Egregio Signore l'errore era tutto suo e di nessun altro.

Quindi, non rendendosi più conto di quello che sta facendo, lo scrivano si precipitò a correggere proprio questa carta e nel ricopiarla, si dimenticò all'istante dell'ordinanza, nonostante proprio quella avesse una precedenza assoluta.

Per questo, quando dall'aiutante in campo arrivò un soldato d’ordinanza a ritirarla, lo scrivano guardò l'orologio, il soldato d’ordinanza, e all'improvviso gli allungò il foglio trascritto erroneamente con il nome del defunto tenente Sinjuchaev ed un inesistente sottotenente Kižé.

Poi si sedette e, tremando ancora, proseguì a scrivere: ...Eccellenza, di esaminare personalmente la formazione dei detashement delle guardie...

 

 

3

 

Alle nove in punto alla reggia si sentì squillar il campanello; l'imperatore diede uno strappo al capo del cordone. L'aiutante di Sua Maestà alle nove in punto entrò per il consueto rapporto da Pavel Petrovič. L'imperatore stava seduto nella stessa posizione di ieri, vicino alla finestra, circondato dal paravento di vetro.

Frattanto non dormiva, né sonnecchiava e l'espressione della sua faccia era anche assai diversa.

L'aiutante sapeva, come del resto tutti quanti nel palazzo, che l'imperatore adesso era arrabbiato. Sapeva anche che la collera cerca delle ragioni e, più ne trova, più s’infiamma. Dunque, il rapporto in nessun caso poteva essere evitato.

Si mise sull'attenti davanti al paravento di vetro e la schiena dell'imperatore, e fece rapporto di presenza.

Pavel Petrovič non si voltò neppure verso l'aiutante. Il suo respiro era pesante e rarefatto.

Per tutta la giornata di ieri non si era riusciti venire a capo di chi fosse a gridare sotto la sua finestra: «Guardie!»; e di notte lui si era svegliato due volte in preda ad un'angoscia.

 

«Guardie!» – era stato un grido assurdo e dapprima l'ira di Pavel Petrovič era un'ira piccola, come di chi sta sognando un brutto sogno e gli abbiano impedito di sognarlo sino in fondo. Infatti, un positivo finale del sogno comunque determina una buona sorte. Dopo, gli nacque la curiosità: chi e perché aveva gridato: «Guardie!», davanti alla sua finestra? Ma quando in tutta la reggia agitata e smossa dalla gran paura, non si riuscì a trovare chi fosse stato, l'ira divenne grande. L'intera faccenda appariva così: nel cuore della reggia, durante un riposo pomeridiano dell’imperatore, un uomo poteva recare disturbo e rimanere introvabile. Oltre tutto nessuno poteva sapere con quale intenzione era stato urlato: «Guardie!». Potrebbe anche darsi che fosse stato un avvertimento di un malintenzionato pentito. O, forse, lì, tra i cespugli, rovistati oramai tre volte, avevano infilato un bavaglio sordo in gola ad un uomo e lo avevano strangolato. L'unica cosa certa era che era sparito e se n'era persa ogni traccia. Occorreva... Ma cosa occorreva, se quell'uomo non era stato trovato?

Occorreva aumentare le guardie. E non soltanto qui.

Pavel Petrovič, senza voltarsi, fissava con lo sguardo i verdi cespugli quadrangolari, quasi identici a quelli del Trianone. Potati sì, per essere bassi, tuttavia non si sapeva bene chi e che cosa potevano celare.

E, non degnando neppure di uno sguardo l'aiutante, girò bruscamente indietro la mano destra. L'aiutante sapeva bene di cosa si trattasse: l'imperatore non si voltava mai nei momenti di grande ira. Perciò gli mise con destrezza nella mano un'ordinanza dei reparti di guardia del reggimento Preobraženskij, Pavel Petrovič prese a leggerla attentamente. Poi la mano si girò indietro nuovamente e l'aiutante, con un'abile mossa, senza il minimo rumore, alzò dal piccolo scrittoio una penna, la intinse nel calamaio, la scrollò leggermente e la posò agilmente in quella mano tesa, imbrattando con l'inchiostro soltanto se stesso. Il tutto gli riuscì in un attimo. Da lì a poco il foglio firmato finì gettato al volo addosso all'aiutante. Così l'aiutante proseguì a consegnare i fogli ed i fogli firmati o soltanto letti volavano, l'uno dietro all'altro, addosso all'aiutante, che cominciò ad abituarsi a questa cosa, nutrendo oramai la speranza che con questo sfogo si sarebbe risolta l'intera vicenda, quando l'imperatore all'improvviso saltò giù dal piedistallo della sua alta poltrona.

Correndo a passettini, si avvicinò all'aiutante in modo rasente e lo annusò. L'imperatore agiva in questa maniera ogni volta che gli capitava d’essere diffidente. Poi prese l'aiutante con due dita per un braccio e gli diede un forte pizzicotto.

L'aiutante con i fogli in mano rimase dritto sull'attenti.

«Non conosci bene il servizio, signor aiutante!» – disse l’imperatore Pavel raucamente. «Perché t'avvicini da dietro, aggirandomi.»

E lo pizzicò un'altra volta.

«Mando all'altro mondo chiunque di voi celi lo spirito liberale di Potemkin. Vattene».

Retrocedendo di schiena, l'aiutante si ritirò fuori della porta.

Non appena la porta si chiuse pianissimo, Pavel Petrovič velocemente si tolse dal collo un fazzoletto attorcigliato e cominciò lentamente a strapparsi la camicia sul petto, la sua bocca si storse e tremarono le labbra.

E' iniziata un'ira immensa.

 

 

4

 

L'ordinanza, riguardante i reparti di guardia del reggimento Preobraženskij, sottofirmata dall'imperatore, era stata inoltre da lui rabbiosamente rettificata. La frase: il sottotenente Kižé, Stiven, Pybin e Azančeev vengono designati.., l'imperatore corresse: mise una cubitale R di rettifica prima del sottotenente Kižé, che annerì a penna, e sopra riscrisse per intero: il sottotenente Kižé a montare la guardia. Il resto non trovò delle obiezioni.

L'ordinanza fu trasmessa.

Quando la ricevette il comandante, dovette a lungo cercare di ricordarsi chi fosse il sottotenente con quello strano cognome Kižé. Prese immediatamente una lista di tutti gli ufficiali del reggimento Preobraženskij, ma un ufficiale con un tale cognome non risultava. Non lo trovò neppure negli elenchi né dei soldati semplici anziani, né delle reclute. Non comprendeva di chi si trattasse. Nel mondo intero lo avrebbe capito bene, evidentemente, soltanto lo scrivano, ma nessuno glielo chiese e lui non lo disse a nessuno. Tuttavia un ordine dell'imperatore si doveva eseguire. Ma non si poteva, perché nel reggimento non esisteva un sottotenente Kižé.

Il comandante valutò se non si trattasse proprio di un caso, in cui è opportuno rivolgersi al barone Arakčeev, ma subito decise di lasciar perdere. Intanto il barone Arakčeev abitava al borgo Gatčina, ma anche l'esito diveniva alquanto dubbio.

E dato che, trovandosi nei guai, è d'uso rivolgersi alla parentela, il comandante si ricordò della sua parentela con l'aiutante di Sua Maestà, Sablukov, quindi si fece sellare un cavallo e corse a Pavlovskoe.

A Pavlovskoe regnava una grande confusione e l'aiutante dapprima non volle neppure ricevere il comandante.

Dopo, però, lo ascoltò stizzito, desiderando perfino mandarlo subito al diavolo, in quanto aveva, senza quel fatto, già abbastanza rogne, ma all'improvviso corrugò la fronte, diede uno sguardo fulmineo al comandante e all'istante cambiò espressione; lo sguardo suo divenne accalorato per l'azzardo.

Lentamente l'aiutante disse: «Nessuna delazione all'imperatore. Consideri il sottotenente Kižé come un vivente. Gli faccia montare la guardia.»

Senza guardare il comandante afflosciato, abbandonato al proprio destino, l'aiutante si compose e, a passo cadenzato, andò via.

 

 

5

 

Il tenente Sinjuchaev era un tenente insignificante. Suo padre faceva il medico curante del barone Arakčeev e il barone, in ricompensa per certe pasticche che riuscivano a ristabilirgli le forze vitali, fece sistemare il figlio del suo medico, agendo alla chetichella, nel prestigioso reggimento. L'aspetto semplice e un po' stupido del giovane piacque al barone. Nel reggimento costui non aveva allacciato rapporti di buona amicizia con nessuno, ma non si teneva neppure in disparte dai compagni. Era un taciturno, un intenditore del tabacco, non correva come un forsennato dietro alle gonne e l'unica cosa che lo distingueva dall'essere del tutto un valente ufficiale, era il fatto che adorava suonare “l'oboe d'amour”.

L'equipaggiamento militare aveva sempre in perfetto ordine.

Al momento della lettura dell'ordinanza per il reggimento, Sinjuchaev stava sull'attenti come di solito; nessun pensiero sfiorava la sua mente.

Tutt’ad un tratto sentì pronunciare il suo nome e tremò con gli orecchi, come succede ai cavalli impensieriti per una frustata inattesa.

«Il tenente Sinjuchaev, in quanto defunto nel decorso di una febbre, è da considerare cancellato dai ruoli di servizio».

Qui accadde che il comandante impegnato nella lettura dell'ordinanza diede uno sguardo spontaneo su quel posto in fila, dove solitamente si trovava Sinjuchaev e la sua mano con il foglio di carta cadde giù.

Sinjuchaev stava sull'attenti al posto di sempre. Presto, tuttavia, il comandante riprese lettura dell'ordinanza; a dire il vero, non più in modo ben scandito come prima; lesse dei sottotenenti Stiven, Pybin, Azančeev, Kižé, e così portò a termine la lettura. Era iniziato il cambio delle guardie e Sinjuchaev avrebbe dovuto, insieme a tutti gli altri, proseguire nell'esercitazione delle figure d'addestramento formale ed invece rimase fermo.

Era abituato a dar ascolto alle parole delle ordinanze come a parole particolari, del tutto dissimili dal linguaggio umano. Non contenevano né un concetto né un significato, ma la vita propria e il potere.

Non si trattava puramente del fatto: è stata eseguita o meno un'ordinanza. L'ordinanza in qualche modo cambiava comunque i reggimenti, le strade e la gente, anche se talvolta non veniva osservata.

Appena aveva sentito i termini dell'ordinanza, dapprima era rimasto fermo sul proprio posto come una persona dura d'orecchio, continuando a protendersi verso l'ascolto delle parole. Poi smise di dubitare. E' di lui, che avevano letto. A questo punto, quando la sua colonna si mise a marciare, cominciò a dubitare se davvero fosse vivo.

Sentendo la mano appoggiata sull'elsa, un certo fastidio sul corpo delle bandoliere strette, il peso della treccia di una parrucca che proprio quella mattina aveva fatto ungere, gli sembrava in un certo senso d’essere ancora vivo, però riconosceva che comunque qualcosa non quadrava più, qualcosa era stata rovinata irrimediabilmente. Neppure una volta lo sfiorò il pensiero che ci fosse un errore nell'ordinanza. Viceversa, gli era sembrato d’essere vivo per un errore, per una cantonata. Per una negligenza non si era accorto di qualcosa e nessuno lo aveva informato ed avvertito.

In ogni caso, rovinava tutte le figure di marcia formale delle guardie, continuando a rimanere fermo come un paletto in mezzo alla piazza, ma neppure aveva pensato di muoversi.

Non appena terminò la marcia formale delle guardie, il comandante si scagliò contro il tenente. La sua faccia era paonazza dalla rabbia. Era una vera fortuna che, grazie ad una giornata molto calda ed afosa, alla marcia delle guardie non aveva presenziato l'imperatore in persona, che si godeva una vacanza a Pavlovskoe. Il comandante voleva già abbaiare al subordinato con delle ruggenti rrr: agli arresti – ma all'improvviso la sua bocca si richiuse, come se per caso vi fosse entrata una mosca. Rimase fermo davanti al tenente Sinjuchaev per un paio di minuti.

Poi, si scostò bruscamente, come da un appestato e si diresse per la sua strada.

Si ricordò che il tenente Sinjuchaev, essendo defunto, era stato estromesso dal servizio e si trattenne, in quanto neppure sapeva in che modo avrebbe potuto discutere con una persona simile.

 

 

6

 

Pavel Petrovič camminava nel silenzio della sua stanza e di tanto in tanto si fermava.

Tendeva l'orecchio.

Nel momento che l'imperatore con gli stivali impolverati ed un soprabito da viaggio passò, risuonando gli speroni, lungo la sala dalla quale ancora non era sparita del tutto, nonostante fosse morta, la raucedine di sua madre, e sbatté fortemente la porta, divenne palese che una grande ira era divenuta un'ira immensa; l'ira immensa si esauriva a scadenza di due giorni esatti con terrore, per paura o con commozione.

Le chimere sulle scale della reggia Pavlovskoe erano un'opera dell'architetto furioso Brenna; invece i plafoni e le pareti erano una creazione di Cameron, col suo culto per i toni tenui e i colori pastello, che stanno ormai svanendo agli occhi di tutti. Da una parte le fauci spalancate degli impennati leoni antropoidi, dall'altra un senso estetico.

Inoltre nella sala dei ricevimenti del palazzo stavano appesi due lumi, un regalo di Luigi XVI da poco ghigliottinato. Questo regalo lo aveva ricevuto in Francia, ai tempi dei suoi viaggi in incognito per il mondo sotto il nome del conte Severnyj.

I lumi erano di una pregiatissima manifattura, avevano le sfaccettature per poter moderare la luce.

Tuttavia, Pavel Petrovič evitava di farli accendere.

Così come, del resto, faceva con l'orologio, un regalo di Maria Antonietta, che stava sopra un tavolino di diaspro. Una lancetta che segnava le ore era un Saturno d'oro con una falce lunga, mentre l'altra, dei minuti, era un Cupido con la freccia.

Nel momento in cui l'orologio scandiva il mezzodì e la mezzanotte, la falce di Saturno sovrastava, nascondendola, la freccia di Cupido. Ciò significa che il tempo sconfigge l'amore.

Comunque sia, l'orologio non veniva mai caricato.

Pertanto, nel giardino abitavano gli esseri concepiti dall'arte di Brenna, un'impronta della presenza di Cameron ricopriva le pareti della reggia, mentre sopra la testa, in una vacuità del sotto soffitto, oscillava un lume di Luigi XVI.

Durante un'immensa ira, lo stesso Pavel Petrovič assumeva le sembianze esteriori di uno dei leoni di Brenna.

Allora, come dal ciel nel dì sereno, cadevano le bastonate sugli interi reggimenti; nelle notti buie, alla luce delle torce, qualcuno veniva decapitato sul fiume Don; marciavano a piedi dritto dritto in Siberia: soldati comuni, scrivani, tenenti, generali, governatori generali.

L'usurpatrice del trono, sua genitrice, era ormai morta. Lo spirito di Potemkin fu scacciato da lui nella stessa precisa maniera, come fece, a sua volta, Ivan IV – il Terribile con i bojardi. Fece disperdere perfino le ossa di Potemkin e radere al suolo la sua tomba. Distrusse il gusto stesso di sua madre. Quel gusto insopportabile di un'usurpatrice! L'oro, le sale tappezzate di sete indiane, le sale con le stufe di maiolica olandese piene zeppe di porcellane cinesi e la sala di cristallo blu, una tabacchiera. Un baraccone! Le medaglie antiche romane e greche; gli oggetti di cui sua madre era tanto orgogliosa, fece fondere tutto ed utilizzare per le dorature del suo castello.

Ciononostante lo spirito rimase, rimase un sapore.

L'odore suo si avvertiva dappertutto, proprio per questo, probabilmente, Pavel Petrovič aveva l’abitudine di cercare l'odore degli interlocutori.

Quand'ecco che sopra la testa oscillava un impiccato mascalzone: un lume francese.

In conseguenza di ciò, arrivava la paura. All'imperatore mancava l'aria. Non temeva né moglie, né figli maggiori, ognuno dei quali, ricordandosi dell'esempio della nonna allegra e della suocera, avrebbe potuto pugnalarlo con una forchetta ed impadronirsi del trono.

Non aveva paura né di ministri allegri in un modo sospetto, né di generali sospettosamente tetri. Non temeva nessuno di quei cinquanta milioni di plebaglia che risiedeva fra asperità, paludi, sabbie e su campi del suo vasto impero, di cui, neppure volendo, ci si potrebbe fare un'idea esatta. Non li temeva tutti quanti, presi separatamente, ma uniti n’erano un mare, nel quale si stava affogando.

Per questo ordinò di circondare di fossati e d’avamposti il suo castello di Pietroburgo e di sollevare sulle catene un ponte levatoio. Tuttavia, manco le catene erano affidabili: le presidiavano le guardie.

E quando un'immensa ira diveniva una paura immensa, si metteva a funzionare in modo forsennato la cancelleria degli affari criminali: qualcuno veniva torturato appeso per le braccia; qualcuno sprofondavano sotto le botole del pavimento e nelle oscurità dei sotterranei li attendeva più di un boia.

Per questo, quando nell'appartamento privato dell'imperatore si sentivano, tutto ad un tratto, or brevi or prolungati, passi incespicati, tutti si scambiavano degli sguardi angosciati e molto di rado sorrideva qualcuno.

Nelle sue stanze regnava un'immensa paura.

L'imperatore brancolava nel buio.

 

 

7

 

Il tenente Sinjuchaev restò fermo sullo stesso posto, dove lo affrontò per una strigliata il suo comandante, ma non gli diede una lavata di capo, in quanto si fermò all'improvviso.

Attorno non c'era oramai nessuno.

Solitamente, una volta terminata la marcia formale delle guardie, egli si distendeva, allentava il portamento marziale, le braccia si rilassavano, e lui, liberato, si avviava alla caserma per il tempo libero. Ogni membro del corpo diveniva libero e sciolto: al di fuori dell'ufficialità diveniva un semplice civile.

Una volta a casa, un locale dentro la caserma degli ufficiali, il tenente si sbottonava la finanziera e si metteva a suonare l'oboe d'amour. Più tardi, si riempiva di tabacco la pipa e, fumando, si affacciava alla finestra. Scorgeva un ampio appezzamento di un giardino sradicato, divenuto un deserto, denominato “Il prato della Zarina”. Il campo era assai monotono, completamente spoglio di ogni specie di vegetazione e conservava solamente le orme dei cavalli e dei militari. L'atto di fumare gli piaceva in tutti i sensi: il riempimento della pipa, una tirata ed il fumo stesso del tabacco bruciato. Come si dice: basta che ci sia il tabacco per la pipa, a tutto il resto provvederà Dio. Si accontentava di questo; poi arrivava la sera e il tenente andava a fare visita a qualche conoscente o semplicemente a passeggio.

Gli piaceva godere di quella cortesia sottomessa con cui si distingueva altrove dal popolino, soltanto per il fatto d’essere un ufficiale della guardia reale. Per esempio: un piccolo borghese, non appena lo aveva sentito starnutire, gli disse una volta: «Una spina del naso, vostra signoria, non è mai troppo lunga, tutt'al più è quanto un dito.»

La sera, prima di coricarsi, faceva qualche partita a carte con il suo attendente. Gli aveva insegnato lui stesso un paio di giochi e, quando l'attendente perdeva una partita, il tenente gli dava dei buffetti sul naso con il mazzo di carte, invece quando perdeva lui, non glieli dava. Infine controllava l'equipaggiamento militare, tirato a lucido dall'attendente, arricciava personalmente la sua parrucca, ne intrecciava ed ungeva la treccia e si metteva a letto.

Adesso, invece, non si era disteso neppure per un momento, i suoi muscoli erano tesi e gonfi e perfino non si avvertiva il respiro uscire dalle strettissime labbra del tenente. Stava studiando con lo sguardo la piazza degli scambi della guardia e gli sembrò di non riconoscerla. Per lo meno non si era mai accorto prima dei cornicioni sulle finestre di questo rosso edificio statale, né dei suoi vetri opachi.

I ciottoli tondi del suolo erano dissimile, l'uno dall'altro, come dei fratelli diversi.

In grand'ordine, nell'accuratezza grigia, si distendeva davanti una San Pietroburgo soldatesca, con i suoi romitaggi, i fiumi e “gli occhi torbidi” del lastrico: una città del tutto sconosciuta.

Allora comprese di essere morto.

 

 

8

 

Pavel Petrovič sentì i passi dell'aiutante e furtivamente, a passo felpato, si avvicinò alla poltrona dietro il paravento di vetro e si sedette, esibendo un atteggiamento, come se fosse restato seduto per tutto il tempo.

Sapeva riconoscere i passi delle persone al seguito. Stando seduto di schiena, distingueva lo scalpiccio di quelle sicure, il saltellare di quelle servili e i passi leggeri, ariosi di quelle terrorizzate. Non sentiva mai passi decisi di una persona franca.

Questa volta l'aiutante camminava con sicurezza, appena appena scalpicciando. Pavel Petrovič voltò leggermente la testa.

L'aiutante si avvicinò solo a metà dal paravento ed abbassò la testa.

«Maestà! “Guardie” aveva gridato il sottotenente Kižé.»

«Chi è costui?»

La paura si placava un po', riusciva ad ottenere un cognome.

La domanda non era stata ipotizzata dall'aiutante, quindi fece un passettino indietro.

«Un sottotenente che è assegnato a montar la guardia, Sire.»

«E perché aveva gridato?» – l'imperatore sbatté un piede. «L'ascolto, signor aiutante!»

L'aiutante tacque per un po'.

«Per un'irragionevolezza» – balbettò.

«Eseguire un'istruttoria e, dopo averlo punito con la frusta, mandare a piedi, in Siberia!»

 

 

9

 

Così ebbe l'inizio la vita del sottotenente Kižé.

Quando lo scrivano ricopiava l'ordinanza, il sottotenente Kižé era uno sbaglio, un errore di scrittura, niente più. Si poteva non accorgersene e sarebbe affondato nell'oceano delle scartoffie e, dato che l'ordinanza non presentava alcun interesse o curiosità particolari, difficilmente gli storici del futuro l'avrebbero richiamata alla memoria.

L'occhio cavilloso di Pavel Petrovič la tirò fuori e con un segno deciso le diede una vita discutibile; un errore di scrittura divenne il sottotenente Kižé, senza un volto, ma con un cognome.

Dopo, in un'idea discontinua dell'aiutante, si delineò il suo volto, a dire il vero, appena percettibile, fioco, come in un sogno. Era stato lui a gridare: “Guardie!” sotto le finestre del palazzo.

Adesso questo volto si era indurito e affilato: il sottotenente Kižé si era rivelato essere un malintenzionato ed era stato condannato alla fustigazione sul cavalletto e alla deportazione in Siberia.

Era una realtà.

Finora non era altro che una preoccupazione dello scrivano, uno smarrimento del comandante ed un'ingegnosità dell'aiutante.

D'ora in avanti: cavalletto, fustigazione, viaggio in Siberia erano divenuti una faccenda tutta sua, un dossier personale.

L'ordine doveva essere eseguito. Il sottotenente Kižé doveva abbandonare l'istanza militare, passare all'istanza giuridica, e da lì, mettersi in cammino lungo una strada verde dritto dritto in Siberia.

E così è stato fatto.

Nel reggimento, dove avrebbe figurato sulle liste, il comandante, con la voce tanto tuonante come capita d'avere ad un uomo del tutto smarrito e confuso, chiamò, per presentarsi davanti all'intero schieramento, il nome del sottotenente Kižé.

Da un lato stava già pronto un cavalletto per le fustigazioni, e due soldati della guardia lo avevano avvolto e stretto con le cinghie in testa e in coda. Due soldati della guardia, da entrambi i lati, sferzavano le fruste a sette code sul legno liscio del cavalletto, un terzo faceva la conta, e tutto il reggimento guardava.

Siccome il legno era stato levigato precedentemente da migliaia di pance, il cavalletto sembrava non del tutto vuoto. Sebbene non avesse nessuno sopra, era come se qualcuno ci fosse. I soldati del reggimento, aggrottando le sopracciglia, fissavano il cavalletto silenzioso e il comandante, una volta finita l'esecuzione della pena corporale, arrossì e le sue narici si gonfiarono come sempre.

Dopo le cinghie vennero tolte, ed era come se liberassero sopra il cavalletto le spalle di qualcuno. Due guardie si erano avvicinate e si misero sull'attenti in attesa di un comando.

Si misero in cammino lungo la strada, allontanandosi dal reggimento a passo regolare, i fucili in spalla, dando ogni tanto uno sguardo indiretto, non l'uno all'altro, ma su uno spazio racchiuso fra loro.

In una riga era schierata una giovane recluta, che seguiva l'esecuzione della pena corporale con tanto interesse. Sapeva che quel che stava succedendo era una faccenda comune che spesso avveniva sotto le armi.

Di sera però all'improvviso si mise a rivoltarsi sul tavolaccio e, rivolgendosi piano piano ad un soldato anziano, sdraiato vicino, domandò: «Brav'uomo, chi è il nostro Imperatore?»

«Pavel Petrovič, stupidone» – rispose l'anziano con spavento.

«Lo hai mai visto?»

«L'ho visto» – mormorò l'anziano, – «e lo vedrai anche tu.»

Tacquero. Ma neppure l'anziano riusciva a addormentarsi. Si girava e rigirava. Trascorsero una decina di minuti.

«E perché me lo chiedi?» – chiese all'improvviso l'anziano al giovane.

«Non lo so» – rispose volentieri il giovane, – «ne parlano, parlano: l'Imperatore, ma chi è non si sa. Forse è solo dicono...»

«Sei proprio uno scemo» – disse l'anziano e diede una sbirciata attorno, – «meglio se taci, burino.»

Passarono altri minuti. Nella caserma era buio e silenzio.

«Lui c'è» – disse all'improvviso l'anziano nell'orecchio del giovane, – «e solo che lui non è lui, ma è uno scambiato.»

 

 

10

 

Il tenente Sinjuchaev gettò uno sguardo attento alla stanza dove aveva abitato sinora.

Una stanza spaziosa dai soffitti bassi, con un ritratto appeso sul muro che ritraeva un uomo di mezz'età con degli occhiali e una corta treccina. Si trattava del padre del tenente, dottor Sinjuchaev, che viveva a Gatčina, ma guardando il ritratto adesso, il tenente non avvertì tutta la sicurezza che fosse così. Forse sta vivendo, o, forse, non c'era più.

Dopo diede uno sguardo agli oggetti appartenuti al tenente Sinjuchaev: un oboe d'amour all'interno di un piccolo astuccio di legno, una pinza arricciacapelli per la parrucca, un barattolino di cipria, un portasabbia; e tutte queste cose lo guardarono così che dovette distogliere lo sguardo.

Rimase fermo in mezzo alla stanza ad attendere qualcosa. E' poco probabile che aspettasse l'attendente.

Intanto fu proprio l'attendente ad entrare con prudenza nella stanza e fermarsi sull'attenti davanti al tenente, fissandolo a bocca aperta, come un babbeo.

Probabilmente, si fermava sempre in quel modo, aspettando delle disposizioni, ma il tenente lo guardò come se lo vedesse per la prima volta, ed abbassò gli occhi.

Conveniva per il momento occultare la morte, come un reato. Verso sera nella sua stanza entrò un giovanotto, si sedette al tavolo, dove era rimasto l'astuccio con l'oboe d'amour, lo tirò fuori dall'astuccio, soffiò dentro e, non riuscendo a produrne neppure un solo suono, lo mise in un angolo della stanza.

Poi chiamò l'attendente e gli disse di servire una spuma alla frutta. Neppure una volta diede uno sguardo al tenente Sinjuchaev.

Il tenente invece, con la voce piena d'angoscia, domandò: «Chi è lei?»

Il giovanotto, sorseggiando la spuma del tenente, sbadigliò, e rispose: «Sono un cadetto della scuola allievi ufficiali del Senato» – ed ordinò all'attendente di preparargli il letto. Si mise poi a spogliarsi e il tenente Sinjuchaev seguì a lungo come il cadetto si toglieva gli stivali e li buttava rumorosamente sul pavimento, si slacciava l'abito, si spogliava, si sdraiava sotto le coperte e sbadigliava. Stiracchiandosi infine, il giovanotto all'improvviso diede uno sguardo ad un braccio del tenente Sinjuchaev e gli tirò dal risvolto della manica il suo fazzoletto di tela e, soffiandosi il naso, nuovamente sbadigliò.

Soltanto allora il tenente Sinjuchaev mostrò finalmente di conservare una qualche presenza dello spirito, affermando che tutto questo era assolutamente contrario alle regole.

Il cadetto con indifferenza gli ribatté che, viceversa, tutto era assai conforme alle regole; e che le sue proteste erano del tutto inutili, in quanto lui era oramai un ex Sinjuchaev: «perché è morto», e gli impose, tra l'altro, di togliersi la divisa militare, che al cadetto sembrava ancora abbastanza presentabile, e di indossare quella logora, quella vecchia ormai da buttare.

Il tenente Sinjuchaev cominciò a togliersi la sua uniforme ed il cadetto lo aiutò, spiegandogli che l'ex Sinjuchaev, facendo da sé, potrebbe farlo male: «Non come si deve!».

Dopo, l'ex Sinjuchaev indossò una sua divisa militare ormai inutilizzabile e rimase per un po' fermo, temendo che il cadetto pretendesse di tenere anche i suoi guanti. Aveva dei lunghi guanti gialli con le dita squadrate, quelli da uniforme. Perdere i guanti è un disonore, aveva sentito dire. Un tenente con i guanti, comunque sia, è sempre un tenente. Per questo, infilandosi sulle mani i suoi guanti, l'ex Sinjuchaev si voltò e si precipitò per andar via.

Tutta la notte girovagò per le vie di San Pietroburgo, non provando neppure d'entrare in qualche posto. Verso il mattino era talmente stanco che sedette a terra vicino ad un edificio. Si appisolò per pochi minuti, poi, all'improvviso, si alzò bruscamente e si mise a camminare senza guardarsi attorno.

Presto superò il limite della città. Un semiaddormentato torschrejber_ alla sbarra dell'uscita, annotò distrattamente in un registro il suo nome.

Non tornò mai più in caserma.

[segue]


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